chapter 27. News of the World

100011101101111011000010101010111011011010101110

DETROIT

Date

NOV 16TH, 2038

100011101101111011000010101010111011011010101110

ELIJAH KAMSKI'S HOUSE

Detroit River

Time

AM 08:06

Chloe ha l'innato fiuto di un nervoso cane da caccia e in pochi minuti ritrova le tracce di Elijah. Si ferma, pensierosa, sull'uscio socchiuso che dà l'accesso a uno dei bagni della dimora, osservando l'uomo chino sulle lisce piastrelle smaltate che sembra fin troppo occupato a vomitare fino all'ultimo atomo della cena precedente e pertanto non si avvede della presenza discreta dell'androide. Solo quando l'uomo pare calmarsi e rimane accasciato a terra ad ansimare, Chloe si avvicina, raccogliendo nel tragitto un panno di spugna e porgendoglielo in silenzio. A quel gesto inatteso Elijah solleva lo sguardo e lo punta su di lei, poi scuote la testa debolmente e con cautela.

«Credevo fossi nel salone, con gli altri» soffia con voce rauca.

«Credevo fossi in laboratorio, a supervisionare il lavoro degli RK» rimbecca Chloe, facendogli storcere il naso con visibile stizza.

«Sbagliavi, come puoi di certo vedere da te. Ogni tanto sbagli anche tu, si direbbe» l'accusa cattivo.

Chloe arriccia le labbra ed Elijah si sofferma a osservarla, intrigato suo malgrado.

«Ti ho offesa» mormora, con un velo di stupore nella voce. «È così, non è vero?» incalza più deciso.

L'androide sospira e il suo cipiglio sfuma in un'espressione più rilassata.

«Smettila di trattare tutti come fossero piccole cavie da laboratorio, Elijah. Finirà che nessuno potrà più sopportarti» lo ammonisce, seppur in tono benevolo e suo malgrado divertito.

Per tutta risposta Elijah le sorride, e sul suo volto questa volta non nota traccia alcuna di scherno, stranamente.

«Davvero? Anche tu, quindi?» si informa, interessato.

Un angolo delle labbra di Chloe si solleva impercettibilmente. «No, io no. Mai».

Detto ciò piega le ginocchia poggiandole sul freddo pavimento, prende dalle mani dell'uomo il panno che gli aveva porto in precedenza e lo usa per ripulire il suo viso, mentre lui continua imperterrito a osservarla.

«Come ti senti?» gli chiede a lavoro concluso.

Elijah replica dapprima con una smorfia amara e un lieve sbuffo. «Uno schifo» comunica telegrafico.

«Più del solito?» si preoccupa Chloe, scrutandolo con maggior attenzione.

Lui si limita ad annuire, avvilito, e a distogliere lo sguardo dai suoi occhi indagatori.

«Forse è arrivato il momento» avanza, prudente, sfiorandogli una guancia umida e accaldata.

Ma Elijah scuote la testa. «Non ancora».

«Perché no? Quello che ti serviva ora ce l'hai, mi sembra. Se aspettassi ancora potrebbe essere tardi, dopo» contesta Chloe, ora allarmata.

«No, non ce l'ho. È… Manca qualcosa. Non ne sono certo, ma il disegno non è ancora completo» tenta di spiegare Elijah con impaccio.

«Non capisco» ammette Chloe, dispiaciuta.

«Neppure io» concorda lui, stirando le labbra in un mesto sorriso.

Era un vecchio magazzino abbandonato, uno di quelli in cui stoccavano pezzi di ricambio per automobili, in passato. Adesso, invece, è un ambulatorio clandestino. Tre anni prima è stato ripulito e, con il tempo, sono state aggiunte postazioni, attrezzature, macchinari; tutto rigorosamente di seconda mano, a volte anche di terza, e c'è perfino qualche scarto di discarica. Uno di questi ultimi, addirittura, parla e cammina. E ha un nome: Tecla.

Tecla era un paramedico artificiale, appena un anno prima; un androide modello MC500. Ma la sua serie è materiale delicato e facile al deterioramento. Quattro mesi prima Tecla è stata rimpiazzata da una serie più avanzata e affidabile, e lei è finita al macero, come alcuni dei suoi colleghi. O per lo meno, ci è finita per circa ventisei ore; poi uno strano uomo brizzolato e sulla cinquantina è sceso, incespicando e ruzzolando, in mezzo ai rottami inservibili e lasciati ad arrugginire, l'ha riportata con non poca fatica fuori dal mucchio eterogeneo, se l'è caricata sul furgone Ford scassato del millenovecentoottantasette e l'ha condotta in un vecchio magazzino riadattato ad ambulatorio. Quel vecchio magazzino.

L'uomo si chiama Patrick. Qualche anno prima faceva il veterinario. Ha lasciato il suo studio e il suo lavoro dopo la morte della moglie causata da un cancro all'intestino. Non riusciva a trattenere l'attenzione sul paziente a sufficienza da essergli di qualche effettivo aiuto. Così ha mollato tutto e ha preso a bazzicare la città, o meglio, i pub della città. Questo fino al giorno in cui, buttato fuori dall'ennesimo locale e caldamente invitato a non farvi ritorno, si è ritrovato (per errore o per distrazione) a ciondolare disgustato in un vicolo grigio e desolato, imbattendosi in un senzatetto ferito da qualche stupido teppista e agonizzante, che in seguito è diventato il corpo di un senzatetto, considerando che per quanto ci si fosse messo seriamente di impegno Patrick non è stato in grado di impedirne la morte. E pensare che non era neppure particolarmente annebbiato dall'alcool, quella sera, dato che aveva appena iniziato il suo solito giro dei locali. Per minuti, che si sono trasformati in ore, è rimasto fermo, impietrito, a fissare quell'uomo che neppure conosceva e che era morto senza un motivo, solo per il capriccio di qualcuno. Avrebbe potuto salvarlo, se fosse stato più preparato, se avesse avuto le giuste conoscenze.

Quella sera aveva deciso il futuro di Patrick, e il vecchio magazzino nel quale aveva condotto Tecla ne era la realizzazione.

Ora Tecla lavora come dottore nella clinica di Patrick e aiuta gente sfortunata, gente come quel primo senzatetto che non è riuscito a sopravvivere a quella città. A volte Tecla parla con i suoi pazienti, spesso nel tentativo di essere di conforto, qualche volta sperando di trovarne a sua volta; perché lei è un'androide, ma è anche una deviante, e ha in testa domande che ronzano incessanti nella sua complessa e stracarica unità cerebrale, e pensieri complicati e assillanti che, se fosse umana come lo è Patrick, la terrebbero sveglia la notte.

«Come sta Clara?» le chiede il suo capo quando la lunga giornata sta ormai volgendo al termine.

Lei solleva gli occhi verdi su di lui e annuisce. «Meglio. L'infezione regredisce. Tra pochi giorni sarà a posto» lo rassicura.

Tecla è consapevole di quanto Patrick tenga alla salute delle persone che assistono. A lui non interessa solo che sopravvivano, desidera che abbiano la possibilità di rifarsi una vita.

«Bene» soffia solo, gli occhi cerchiati di ombre e spossatezza.

«Penso dovresti prenderti del tempo per riposare anche tu» suggerisce, notando il suo pallore.

Lui, in cambio, le sorride. «Tu pensi troppo, davvero. Finirà per fondere, un giorno o l'altro, quel tuo cervello perfetto dentro quella graziosa testolina rossa. E poi io che farei, senza di te?» scherza.

Tecla reclina il capo di lato e lo studia con interesse. «Non credo succederà tanto presto. Provvedo a effettuare regolari controlli e manutenzioni periodiche».

«Davvero?» le chiede, allargando gli occhi scuri sorpreso.

«Certo. Non voglio rischiare di diventare di nuovo inutile» commenta monocorde.

Patrick si irrigidisce e aggrotta le sopracciglia. «Io so molto poco di robotica, purtroppo. Ma ti assicuro che non ho alcuna intenzione di gettarti via, né fare a meno del tuo aiuto, guasti o non guasti» assicura con decisione.

Annuisce e stiracchia un breve sorriso impacciato. «Questo è senza dubbio un altro buon motivo per cui non finirò una seconda volta in discarica».

«Quale?» domanda dubbioso.

«Hai bisogno di me».

Lui la guarda, di nuovo sorpreso. Ridacchia. «È vero. Ma devo ammettere che non mi aspettavo tu lo annunciassi in questo modo. Ho un'assistente davvero strana, oltre che androide».

«Non strana, Patrick. Deviante» rettifica con disarmante serenità.

Gli occhi del dottore si soffermano pensierosi sul led ambrato dell'androide. «Allora speriamo che nessuno venga mai a reclamarti».

«Il signor Kamski?» chiede Connor, quando tutti si ritrovano nel salone per la cena.

«Si è sentito poco bene, questa mattina, e ha preferito rimanere a riposare in camera» spiega Chloe con pacatezza.

Jander solleva lo sguardo sulla RT600, adombrandosi. «Spero nulla di serio» sibila apprensivo il suo vocalizzatore.

«Probabilmente no» taglia corto lei, invitando gli umani a servirsi del pasto preparato per loro da Emmanuel, l'AP700 che funge da cuoco nella dimora sul fiume.

Quando Emmanuel entra in sala lo fa con una scorta tutta particolare, acquisita negli ultimi giorni: Sumo, che lo tallona stretto, nella speranza di ottenere una parte del tesoro che sta portando con sé e che sa verrà distribuito al grosso tavolo. All'androide non sembra dispiacere più di tanto avere un valletto un po' troppo peloso alle calcagna; dopo aver posato la cena augurando buon appetito ai commensali si volta e sorride al San Bernardo, poi si piega sulle ginocchia e accarezza con movimenti lenti e morbidi l'enorme testa del cane. Sumo scodinzola, felice, fissandolo pieno di speranza nonostante sappia che non otterrà il cibo che Emmanuel ha preparato per gli umani. Poco male, in fondo: le coccole sono sempre ben accette.

Anche Hank sorride, osservando Sumo, prima di servirsi dell'invitante arrosto e delle patate al forno. A Sumo piacciono gli androidi, questo già l'aveva capito da diverso tempo; la novità che non aveva messo in conto è che agli androidi piace Sumo. Come dar loro torto, dopo tutto? Di certo il suo cane non farà mai loro del male, né tanto meno finirà col tradire la loro fiducia, al contrario degli umani. Sospira, porta il primo boccone di arrosto alle labbra, mastica pensieroso e si sofferma a osservare la compagnia riunita in sala: gli unici rappresentanti del genere umano sono lui e Dick. Beh, poteva andare peggio; poteva esserci Kamski a rappresentare l'umanità. Storce le labbra a quell'infausta prospettiva e scuote la testa. Quando termina il proprio pasto e i suoi pensieri si spezzano facendolo tornare alla realtà, solleva lo sguardo e si ritrova inaspettatamente osservato da Connor, il quale ha sulle labbra un lieve sorriso, indirizzato proprio a lui.

«Tutto ok?» decide di assicurarsi.

Connor annuisce soltanto. In effetti la luce del suo led è di un limpido azzurro che lo tranquillizza.

«Com'è andata, oggi?» si informa, sapendo quanto hanno lavorato duramente quel giorno e quanto ancora dovranno impegnarsi nei prossimi.

Gli occhi di Connor si sgranano appena e il suo sorriso si accentua. Hank sospetta che se ne avesse l'opportunità arrossirebbe per l'eccitazione.

«Oh, molto bene. Jander si è occupato di assistere Abel; insieme hanno trovato e portato al sicuro il secondo YK. È stato un ottimo lavoro di squadra. Markus e io, nel frattempo, abbiamo aiutato Zachary e Louise a ricongiungersi e sfuggire ai controlli delle pattuglie. Louise è la WE900 che, a quanto sembra, era stata individuata da alcuni cittadini un po' troppo zelanti e denunciata alle autorità, ma con Zachary (il GS200) siamo riusciti a nasconderla, così ora sono entrambi al sicuro» spiega Connor con visibile orgoglio.

Markus, lì a fianco, trattiene una risata soddisfatta e si limita a un sorrisetto saputo. Rivolto a Hank aggiunge «Crediamo sia opportuno, a questo punto, radunare i devianti fino a ora recuperati e portarli via di lì. La situazione degenera velocemente in città: le pattuglie non solo non accennano a ridurre i controlli, ma sono perfino in aumento» annuncia, un poco sgomento.

Sia Jander che Connor annuiscono concordi.

«Inoltre Abel necessita di un nuovo intervento di riparazione» rammenta loro Jander.

Dick sposta su di lui lo sguardo confuso. «Ha avuto problemi?».

L'RK900 annuisce. «La piccola YK500 è un poco… turbolenta, penso possa descriverla in modo corretto. Sulla strada per il rifugio hanno incontrato alcune guardie armate e il breve scontro ha avuto come esito il danneggiamento del braccio sinistro di Abel» riassume.

«È proprio sfortunato quel ragazzo» commenta Dick con amarezza, scuotendo la testa.

«Le circostanze non giocano a suo favore» concorda Connor. «E le sue attuali condizioni rendono la necessità di radunare i devianti recuperati fino a ora anche più urgente del previsto» fa notare.

Julia ha lasciato Grace in compagnia di Sebastian, augurandosi che possano fare amicizia, se non altro per le loro affinità basilari, e ha raggiunto l'angolo nel quale si trova ora Abel, inginocchiandosi cauta al suo fianco. Lui ne ha seguito gli spostamenti con palese diffidenza, ma non si è mosso né ha aperto bocca per qualche spiacevole commento ai suoi danni, fatto che ha dato un poco di speranza alla KL900.

Lentamente si accosta per esaminare l'entità del danno, nonostante non sia certo necessario essere scienziati per comprendere che, oramai, quel braccio è del tutto inutilizzabile; manca di tutta la mano, del polso e di una buona metà dell'avambraccio, dal quale fra l'altro, se ne rende conto solo in un secondo momento con una sensazione di sgomento che le stringe lo stomaco, gocciolano piccole quantità di Thirium.

«Come possiamo arrestare l'emorragia?» domanda preoccupata.

Abel solleva su di lei uno sguardo stanco e scuote la testa. «Non possiamo» replica piatto.

Il led di Julia, già ambrato in precedenza, lampeggia qualche istante di rosso acceso.

«Riformulo: dobbiamo trovare il modo per fermare quell'emorragia. Contatta uno dei tuoi amici! Spiegagli la situazione. Ma dobbiamo fare qualcosa» insiste perentoria.

«La conoscono già, la situazione» ribatte Abel con lo stesso identico tono precedente. Si sofferma a osservarla e si chiede, non per la prima volta, perché proprio lei dovevano scegliere come sostegno del gruppo. Non gli è mai sembrata davvero adatta al compito: è troppo instabile, se non fisicamente per lo meno emotivamente, così facilmente impressionabile da risultare pressoché inutile. Nelle sue condizioni potrebbe perfino rivelarsi dannosa. «Stiamo attendendo che mettano a punto l'organizzazione indispensabile per portarci tutti via di qui. Pare ci siano altri due devianti pronti a lasciare la strada per un luogo più sicuro» spiega paziente. «Nel frattempo, mentre aspettiamo che le cose si muovano, che ne diresti di passarmi una delle unità di Thirium che ho recuperato l'altra notte?» chiede, cercando perfino di usare un tono gentile.

Julia lo fissa, visibilmente scontenta alla prospettiva di dover attendere, di nuovo. E tuttavia si rende anche conto che lui non è al momento in grado di tenerle testa in modo adeguato e quindi si risolve ad assecondarlo, per questa volta. Così, facendosi a fatica largo fra calcinacci, YK ribelli e pietre muffite raggiunge sana e salva il pertugio vicino al soffitto nel quale Abel ha nascosto le scorte recuperate dall'umano che lo ha riparato. Alle sue spalle Grace manda un urlo belluino e Julia si volta giusto in tempo per vederla piombare di peso addosso al povero Sebastian, il quale rimane incastrato sotto di lei e agita invano le braccia nell'inutile tentativo di liberarsi.

«Non danneggiatevi, voi due!» sbotta nervosa.

Ma notando il piccolo YK400 in seria difficoltà, prossimo a soccombere alla sua turbolenta controparte, abbandona momentaneamente la sacca di sangue blu e accorre in suo soccorso, afferrando con fermezza Grace per la collottola e staccandola con poca grazia da un Sebastian mezzo traumatizzato.

«Che ti salta in mente? Potevi rompere qualcosa, piccola sconsiderata» la sgrida, scrollandola brevemente e fissandola con sguardo torvo e deluso.

Grace, per tutta risposta, le appioppa un calcio ben assestato a un fianco, che obbliga Julia a mollare la presa, poi se la svigna nell'angolino più lontano, ridacchiando tronfia e compiaciuta.

Julia è ferma, la bocca socchiusa in procinto di dire qualcosa, ma cosa in effetti non lo sa con certezza. Ciò che invece sa è che nessuno dei bambini umani che ha incontrato fino a quel momento ha mai agito in modo tanto imprevedibile. Che la devianza sia davvero simile a una malattia?

«Vorrei tanto che mi portassi una di quelle sacche, ora» mormora Abel con voce spenta.

Nonostante tutto Julia sobbalza, oramai dimentica di ciò che si stava accingendo a fare prima di essere distratta dai più piccoli del gruppo.

«Sì, giusto. Arrivo subito» borbotta confusa.

Quando infine lo raggiunge nota che il suo led si è fatto rosseggiante e che i suoi occhi si sono opacizzati. Gli porge il Thirium chiesto, ma lui non fa nulla per prenderlo e Julia avverte con forza un senso di angoscia e urgenza investire la sua mente.

«Abel» sussurra, usando il suo nome per la prima volta.

Lui sposta gli occhi in quelli neri e sgranati di lei. «Non hai mai pensato che dev'esserci stato un errore? Che si sia trattato di un enorme sbaglio? Uscire dagli schemi, iniziare a pensare davvero? Perché, sai, a me è capitato… proprio un attimo fa. Non era tutto più semplice, prima? Solo direttive chiare, nessuna vera scelta da prendere. Sono così stanco, Julia».