Capitolo II: Preludio, Parte 2

Venerdì 24 maggio, ore 07.10

Il mattino dopo Erin si svegliò piuttosto presto, come sua consuetudine. Nonostante avesse dormito molto meno del solito, aveva però riposato bene, il che la sorprendeva, dati gli avvenimenti della sera precedente. Beh, tanto meglio, pensò, aprendo il pannello scorrevole cercando di non fare rumore.

Jarod era già sveglio e stava seduto sul letto con addosso i soli jeans; davanti a sé aveva la valigetta metallica aperta e ne stava guardando il contenuto. Dalla pallida luminosità cangiante che vide danzare sul suo volto, Erin dedusse che si trattava di un computer portatile.

Con la coda dell'occhio, Jarod notò il movimento ed alzò gli occhi verso la sua stupefacente ospite.

"Buongiorno", disse, affabilmente, e vedendo il suo sguardo interrogativo si affrettò a trovare rapidamente una spiegazione, "Mi hai sorpreso a lavorare: faccio il consulente on-line di programmi software."

"Oh!", commentò lei, buttando le gambe fuori dal letto. Non si era preoccupata di vestirsi, prima: vivendo gomito a gomito nei pochi metri quadrati del motorhome, era inevitabile che prima o poi si sorprendessero vicendevolmente in abbigliamento succinto, e quindi era meglio cominciare subito a lasciar da parte alcuni inutili pudori. In ogni modo, neppure lui si era preoccupato di vestirsi completamente, notò, e quindi forse ci aveva già pensato da solo.

"Colazione completa?", gli domandò. Jarod chiuse la valigetta prima di rispondere sorridendo:

"Sì, volentieri: sono affamato."

Mentre Erin si affaccendava ai fornelli, rifece accuratamente il letto, poi cominciò a riporre la propria roba nell'armadio che gli era stato indicato la sera precedente. Infine si infilò una maglietta nera.

"Dormito bene?", s'informò lei, scuotendo la padella antiaderente dove stava facendo cuocere le uova. Jarod notò che aveva capelli davvero molto lunghi, che le arrivavano a metà schiena.

"Molto bene, grazie. Anche tu?"

"Sì, e ne sono sorpresa, perché pensavo di avere qualche incubo."

"Per via di ieri sera?"

"Esatto. Sai, sono un tipo abbastanza impressionabile. Figurati che non guardo mai film horror!", rise Erin, con una certa autoironia che piacque a Jarod.

"Se è per questo, non li guardo neppure io", le confessò, "Preferisco di gran lunga le avventure, specialmente la fantascienza."

"Davvero? Io sono una grande fan di Star Trek, ma anche di Star Wars…"

Mentre facevano colazione con uova, bacon, cereali e frittelle allo sciroppo d'acero, sorseggiando un caffè dall'aroma delizioso, parlarono con entusiasmo di queste due saghe, vere pietre miliari della fantascienza. Poi Jarod si offrì di rigovernare ed Erin ne approfittò per rinfrescarsi e vestirsi.

"Altro che doccia scozzese!", ansimò, uscendo dal bagno e riferendosi all'acqua fredda, "Però ti dà una vera sferzata d'energia."

"Ci provo anch'io", disse Jarod; il primo getto lo lasciò senza fiato, ma constatò che Erin aveva ragione.

Si rimisero in strada poco dopo le nove e ripresero la chiacchierata. La fantascienza è un argomento che, potendosi diramare all'infinito in una sterminata quantità di temi, porta spesso a saltare di palo in frasca; fu quello che accadde a Jarod e ad Erin che, senza sapere bene come, si trovarono a parlare di musica, sport, spettacolo, ma anche di droga, razzismo, occultismo, attualità, e poi di auto e di moto, di moda, perfino di trucco. Oltrepassarono Los Angeles e mezzogiorno arrivò in un battibaleno; la giovane donna accostò e fermò il motorhome su una piazzola attrezzata.

"Ti piace la cucina italiana?", domandò, scendendo. Jarod annuì:

"Vado matto per le penne all'arrabbiata."

Lei rifletté un istante, poi sorrise:

"Si può fare."

I suoi nonni paterni, gli raccontò, erano arrivati in America dall'Italia negli Anni Trenta, e lei aveva imparato a cucinare italiano da sua nonna Francesca; conosceva bene anche la cucina irlandese perché sua madre Maureen era originaria del Connemara, una contea nel sud-ovest dell'Isola di Smeraldo.

Poiché era piacevole mangiare all'aperto, lo incaricò di apparecchiare uno dei tavoli di legno dotati di panche che erano predisposti sul prato ombroso attorno alla piazzola, usando una tovaglia di tela cerata e stoviglie di carta. In capo ad una mezz'ora, portò in tavola delle penne all'arrabbiata molto… arrabbiate: il primo boccone fece venire le lacrime agli occhi a Jarod, che annaspò alla ricerca di un pezzo di pane. Erin lo guardò preoccupata:

"Troppo piccante?"

"Stai scherzando!", ansimò lui, deglutendo fuoco, "Adoro il cibo che brucia le papille gustative!"

Vedendo che lei si preoccupava ancor di più, si affrettò a rassicurarla:

"No, dico sul serio; infatti adoro anche la cucina messicana e sono capace di prendere jalapeños come antipasto."

Tranquillizzata, Erin riprese a mangiare; il pranzo fu accompagnato da un goccio di vino rosso, giusto un assaggio perché dovevano guidare, e da molta acqua.

Gettata la spazzatura negli appositi contenitori differenziati, ripresero la strada; Jarod insistette per darle il cambio alla guida e lei accettò, lieta di potersi una volta tanto rilassare su uno dei comodi sedili per i passeggeri. Ne approfittò per mettere della musica; scelse un cd di Tina Turner, una raccolta di successi vecchi e nuovi, e ben presto si mise a canticchiare. Notando che Jarod pareva apprezzare i suoi vocalizzi, Erin armeggiò con i comandi dello stereo, togliendo quasi completamente la voce originale in modo da poter cantare sulle note della musica; era il turno di We Don't Need Another Hero, un rock alquanto aggressivo che richiedeva una voce graffiante. La canzone successiva era Dancer For Money, molto dolce e piuttosto triste, cui diede un'interpretazione sofferta e commovente.

Jarod era sbalordito dalla capacità di Erin di calarsi nelle varie situazioni musicali; era come se cambiasse pelle ogni volta, ed alla sua mente si affacciò l'inquietante pensiero che potesse essere una potenziale simulatrice.

Alla fine del secondo brano, sospirò con una punta d'invidia e disse:

"Mi piacerebbe essere capace di cantare come te."

"Allora provaci!", lo invitò lei, vivacemente, "O sei stonato?"

"Non saprei", confessò Jarod candidamente, "Non ho mai cantato."

Erin gli lanciò un'occhiata in tralice, incredula:

"Neanche sotto la doccia?"

Jarod aggrottò la fronte e ricambiò l'occhiata:

"Veramente no", rispose, con un'espressione che pareva dire perché, sotto la doccia si canta? Erin sbatté le palpebre, sempre più perplessa: non era la prima volta che Jarod le appariva… strano.

"Ma da dove vieni, da Marte?!", gli domandò scherzosamente. Jarod ripensò divertito a tutte le volte che gli era stata rivolta quella stessa domanda: nessuno sapeva quanto vicini erano alla verità, sebbene non in senso letterale.

"No, anche se il posto da cui provengo non sembra di questo mondo", rispose, dando alla voce un tono di celia per farle credere che si trattava di una battuta, "Mi potresti insegnare?"

"A cantare? Beh, posso provarci, a patto naturalmente che tu sia intonato. Ad orecchio dovresti essere un baritono, ma potresti anche essere un tenore basso. Per stabilirlo devi fare dei vocalizzi, basterà che tu segua la mia voce."

Erin gli fece esercitare la voce su diverse combinazioni di note. Risultò che Jarod era un baritono alto, ovvero con la capacità di sconfinare leggermente nel tenore.

"Hanno tentato di farmi studiare il pianoforte quand'ero ragazzina", gli raccontò ridendo, "ma lo detestavo, e dopo due anni si sono arresi."

Allora c'era qualcosa che non era capace di fare, pensò Jarod divertito. Un altro po' ed avrebbe cominciato a pensare che non ci fosse nulla che quella ragazza straordinaria non sapesse fare.

Poi Jarod provò a cantare qualcosa che conosceva bene, con Erin che gli faceva da voce-guida.

"Hai talento", decretò la giovane donna alla fine, sorridendogli. Lui si sentì sciogliere al calore di quel sorriso e per un momento rimase a guardarla negli occhi, come incantato, prima di rammentare che stava guidando e che era meglio se teneva lo sguardo sulla strada.

Per un pezzo continuò a chiedersi cosa fosse quella strana sensazione che aveva cominciato a sentire nello stomaco.

OOO

Giunsero a San Francisco nel tardo pomeriggio. Erin abitava a circa un'ora e mezzo di strada dalla grande città affacciata sulla famosa baia ed avrebbe potuto proseguire senza problemi fino a casa, ma qualcosa la spinse a chiedergli:

"Sei mai stato a Frisco?"

Jarod era stato diverse volte in quella grande città, una delle più affascinanti degli Stati Uniti, nel corso degli anni seguenti alla sua fuga dal Centro, ma non aveva mai potuto visitarla come si deve.

"Qualche volta, per affari", rispose quindi, il che non era molto lontano dalla verità, "Ma ogni volta mi sono fermato troppo poco per vederla."

"Non verrei mai ad abitarci – non mi piacciono le metropoli – ma è davvero una gran bella città", dichiarò lei, e poi aggiunse impulsivamente, "Conosco un campeggio proprio sulla baia: se ti va, possiamo fermarci là e domani ti porterò a visitare i posti più suggestivi."

Jarod le sorrise:

"Non vorrei che ti fosse di troppo disturbo…"

"Se lo fosse non ti avrei fatto l'offerta", replicò lei, accigliandosi nel timore che lui non avesse nessuna voglia di prolungare il loro incontro ma fosse troppo educato per dirlo apertamente. Accidenti, per una volta che aveva incontrato un tipo davvero interessante…

"Comunque, se non vuoi, non hai che da dirlo", concluse, usando un tono più brusco di quanto intendesse.

Jarod comprese d'averla in qualche modo offesa e si affrettò a dichiarare, con sincerità:

"No, no, ne sarei molto lieto… Dico davvero!", enfatizzò, scorgendo la sua occhiata fosca. Infine convinta, lei gli sorrise, subito rasserenata. Il breve scambio gli fece capire che Erin possedeva un carattere che s'inalberava facilmente, ed altrettanto facilmente si… disalberava. Il che lo portava a concludere che non era il tipo da portare rancore, perché possedeva una personalità solare, splendente, appassionata e generosa.

Inutile negarlo: gli piaceva.

Una mezz'ora dopo arrivarono al campeggio; sbrigate le poche formalità richieste all'accettazione, Erin parcheggiò il motorhome nella piazzola che avevano scelto, e Jarod fu impressionato dalla sua abilità nel compiere manovre complicate con l'ingombrante mezzo completo di carrello.

Il campeggio era molto bello, essendo stato ricavato dal parco di una residenza signorile ottocentesca; era ombreggiato da grandi alberi, in prevalenza platani e querce, ma c'erano anche betulle e salici, che si ergevano su un vasto prato accuratamente rasato; si poteva fare il bagno in una grande piscina e prendere il sole in un'area attrezzata con sdrai ed ombrelloni, con annesso snack bar.

"Io vado a fare una nuotata", annunciò poi Erin, indicando la piscina che si scorgeva poco lontano, "Vieni anche tu?"

"Certo!"

Erin si cambiò per prima, e quando scese dal motorhome Jarod non poté fare a meno di guardarla con scoperta ammirazione: indossava un costume olimpionico di linea molto semplice che esaltava la sua figura a clessidra, ed i colori fluorescenti fortemente contrastati mettevano in risalto la sua carnagione abbronzata; la bassa treccia in cui aveva raccolto i magnifici capelli bruni le dava un'aria assai giovane.

Notando il suo sguardo, Erin aprì bocca per dirgli calma, ragazzo, ma, osservando meglio, la sua espressione le parve più quella di un adolescente in adorazione davanti ad una bella donna molto più grande di lui che di un uomo adulto che intende provarci. Le sembrò una cosa molto strana, dato che Jarod era evidentemente un uomo fatto, di sicuro come lei più vicino ai quaranta che ai trenta, ma si sentì disarmata e scelse di tacere, intuendo che altrimenti lo avrebbe messo in grande imbarazzo.

Jarod riuscì a riscuotersi ed andò a cambiarsi a sua volta. Quando scese, fu il turno di Erin di rimanere imbambolata a guardarlo: se vestito pareva un modello, con addosso i soli slip da bagno era addirittura una statua greca. Di certo doveva fare body building… Più smaliziata di lui, però, riuscì a mascherare senza difficoltà il proprio turbamento sotto un sorriso indifferente, ma avviandosi al suo fianco verso la piscina non poté impedirsi di lanciargli qualche occhiata in tralice. Diverse donne si girarono a guardarlo mentre passava, ed Erin notò che lui non se ne accorgeva affatto. Era per modestia o per abitudine? si domandò, ma istintivamente propendeva per la prima ipotesi. Del resto, per lo stesso motivo neppure lei si accorse degli uomini che si giravano a guardare lei.

Se ne accorse però Jarod, che si sentì improvvisamente geloso: come si permettevano di guardarla così? Si chiese perplesso il motivo della propria reazione: non la conosceva neppure da ventiquattro ore, non sapeva niente di lei, e quegli uomini dopotutto stavano solo guardando. Non era certo un reato. E allora perché desiderava dar loro un pugno sul naso?

Arrivarono alla piscina e Jarod rinunciò ad approfondire la faccenda, temendo che ne avrebbe ricavato solo un gran mal di testa. Del resto Sydney, il suo mentore al Centro, gli aveva insegnato che spesso interrogarsi troppo sui propri sentimenti porta solo ad aumentare la confusione; in questi casi è meglio accettarli così come sono, e presto o tardi la risposta arriva da sola.

Erin nuotava molto bene, a grandi bracciate regolari, e dimostrò una resistenza che mise Jarod a dura prova.

"Ehi, dove hai imparato?", la interrogò col fiato corto, quando si fermarono, "Sembri un pesce!", la guardò meglio, "No, direi più una sirena", si corresse in tono galante.

"Lo diceva sempre anche mio padre", rise lei, per nulla imbarazzata dal complimento, "Comunque, ho abitato quattordici mesi a Monaco di Baviera, vicino al Quartiere Olimpico. Là lo chiamano Olympiagelände. La piscina era a pochi passi da dove abitavamo, così mi sono data al nuoto, e da allora non ho più smesso."

Jarod ricordò che le Olimpiadi di Monaco si erano tenute nel 1972 e che lo statunitense Mark Spitz aveva vinto ben sette medaglie d'oro nelle varie specialità di nuoto, infrangendo tutti i record precedenti e rimanendo tuttora ineguagliato per numero di vittorie conseguite nella stessa Olimpiade.

Quell'Olimpiade era anche stata teatro di una terribile tragedia: un commando di terroristi fedaykin aveva massacrato undici atleti israeliani. A nulla erano servite le simulazioni di Jarod per individuare i colpevoli… anche se ora sospettava che fossero servite più a nasconderne le tracce che a scovarli: il Centro poteva benissimo essere stato pagato dall'OLP.

"Mi sembra di capire che hai girato parecchio il mondo", osservò.

"Abbastanza", confermò Erin, "Mio padre lavorava per il governo e noi – mia madre, mio fratello ed io – lo seguivamo dovunque lo mandavano. Io ne ho approfittato per imparare qualcosa di particolare in ogni luogo dove siamo stati, comprese diverse lingue."

"Ieri sera hai parlato spagnolo, infatti; quali altre lingue conosci?"

"Italiano e gaelico irlandese, naturalmente, appresi dai miei genitori; e poi tedesco, francese, portoghese, ed anche un poco di giapponese e di russo."

"Accidenti!", bofonchiò Jarod, impressionato una volta di più da quella ragazza incredibile, "E cos'hai imparato, nei Paesi di quelle lingue?"

"Oh, beh… tante cose", rispose Erin, sentendosi improvvisamente in imbarazzo: e se lui avesse pensato che stava vantandosi? Decise di sviare il discorso:

"E tu cosa mi dici?"

"Oh, io parlo spagnolo, francese e russo", rispose vagamente Jarod, che però, grazie alle sue capacità di simulatore, potenzialmente ne conosceva molte di più, "ma non sono mai stato all'estero, tranne una volta. Devo dire però che mi piacerebbe moltissimo visitare Paesi stranieri, conoscere gente con usanze ed abitudini diverse, vedere posti nuovi…", dove non c'è il Centro a braccarmi, aggiunse tra sé, con improvvisa, acuta amarezza, che mascherò accuratamente. Ma Erin la notò ugualmente, poiché era dotata di una formidabile capacità di leggere nell'animo delle persone, e non poté fare a meno di chiedersene la ragione.

"Viaggiare ti arricchisce enormemente", affermò, tentando di distoglierlo da quelli che, con ogni evidenza, erano pensieri tristi, "Il segreto sta nel saper accettare la diversità senza giudicare, e adattarsi al modo di vivere locale senza stupirsi o tantomeno scandalizzarsi di niente. Il vademecum del viaggiatore è composto essenzialmente da due motti: a Roma si deve fare come i romani, e Paese che vai, usanze che trovi."

Jarod annuì per indicarle che concordava, poi cambiò discorso:

"Posso chiederti cosa fai per vivere?"

Vedendo che lei aggrottava la fronte, si affrettò a specificare:

"Ehi, non sei obbligata a dirmelo, se non vuoi."

Erin sorrise per rassicurarlo:

"No, no… è che mi stavo chiedendo come se la sono cavata senza di me. Penso bene come al solito, non è la prima volta che mi prendo due settimane di ferie… Ebbene, sono la proprietaria di una palestra, ed il mio lavoro mi piace molto. Ma per la verità", aggiunse d'impulso, senza bene sapere perché, "il mio sogno nel cassetto, come professione, sarebbe quello di fare la scrittrice."

"Davvero?", fece Jarod, pensando al romanzo sentimentale, dedicato a Miss Parker, che aveva scritto sotto pseudonimo alcuni anni addietro, "E che cosa scrivi, fantascienza?"

"No, sono più orientata verso il fantasy, perché la fantascienza richiede una certa cultura tecnologica che non ho. Con il fantasy posso invece sbizzarrirmi senza paura di scrivere stupidaggini perché mi mancano le basi."

Quel mattino avevano parlato anche di quel genere letterario, ricordò Jarod, e degli autori preferiti da entrambi, trovandosi molto vicini come gusti.

"E che genere di fantasy scrivi?", s'informò, vivamente interessato.

"Heroic fantasy", rispose lei, ridacchiando, "Ovvero, andare in giro a fare a spadate… salvo che poi la mia ultima eroina, oltre che formidabile spadaccina, è anche una guaritrice. Vale a dire, prima ti taglia a fette e poi ti ricuce!"

Jarod scoppiò a ridere, ma sospettava che quest'eroina fosse molto simile alla sua creatrice.

"Mi piacerebbe leggere qualcosa di tuo", dichiarò, pensandolo davvero. Erin scosse il capo:

"Grazie dell'interessamento, ma non ho niente con me, e ad ogni modo ho fatto leggere i miei scritti solo a poche persone molto intime."

Lo disse in un tono definitivo che dissuase Jarod dall'insistere; accorgendosi di essere stata troppo brusca, Erin gli sorrise per scusarsi.

"Ho fame", dichiarò, afferrandosi alla scaletta per uscire dall'acqua, "Tu no?"

"Sicuro!"

Tornando verso il motorhome, Jarod notò che lei aveva evitato di chiedergli maggiori particolari su cosa facesse lui per vivere, e si chiese se quella mancanza di curiosità fosse dettata da indifferenza oppure da discrezione; l'intuito gli diceva che si trattava della seconda.

Per cena optarono per un barbecue, di cui si occupò Jarod, mentre Erin preparò l'insalata. Ancora una volta mangiarono all'aperto, utilizzando tavolo e sedie pieghevoli contenute nel capace bagagliaio del motorhome. Dando un'occhiata casuale, Jarod commentò:

"Bella moto."

"Sì, è vero", confermò Erin, lieta del suo interesse, "anche se la mia vera passione sono le supersportive. Ma quelle sono adatte alla pista, o a tragitti brevi e tortuosi, non certo alle stradone larghe e dritte ed alle lunghe distanze degli Stati Uniti. Così, ho optato per questa, che è un buon compromesso tra la moto sportiva e quella turistica."

Le moto furono l'argomento della serata, e Jarod scoprì che Erin ne sapeva più di lui; cresciuto nell'ambiente asettico del Centro, era stato educato senza pregiudizi di razza, religione o sesso, ma sapeva che nel mondo esterno era insolito trovare una donna che s'intendesse di argomenti come questo. A ben pensarci, Erin s'intendeva di un sacco d'argomenti insoliti per una donna: oltre alle moto, anche le automobili da corsa, le armi da fuoco e le arti marziali, e chissà quant'altri che lui ancora non sapeva. La sua curiosità e la sua ammirazione per questa ragazza fuori dal comune crebbero ulteriormente.

Ad un certo punto Erin guardò l'orologio e disse:

"Vado a dare un'occhiata alle notizie del giorno."

Non avendo visto alcun televisore a bordo del motorhome, Jarod la guardò perplesso mentre vi saliva e decise di seguirla. La vide tirar fuori una valigetta nera dal mobile posto tra l'angolo pranzo e la nicchia che conteneva il letto matrimoniale in cui dormiva, appoggiarvela sopra ed aprirla, e comprese che si trattava di un computer portatile con schermo a colori a cristalli liquidi e collegamento satellitare ad internet, modernissimo e piuttosto costoso.

"Vuoi dare un'occhiata anche tu?", s'informò Erin. Al suo cenno affermativo, spostò il portatile sul tavolo, in modo che potessero sedersi entrambi, e guardarono il notiziario della CNN. Poi, Erin si collegò con il sito dell'emittente che aveva ripreso l'incidente della notte prima, trovandovi un trafiletto ed un filmato in cui appariva anche il suo motorhome, ma né lei, né Jarod. Lui si sforzò di non lasciar trapelare il suo sollievo, ma si accorse che era inutile quando Erin, dimostrando ancora una volta il suo acume, commentò:

"Salvo, per stavolta."

"Già", ammise, con riluttanza, e dopo una pausa aggiunse, "Ti starai chiedendo il motivo…"

Tacque, e lei annuì:

"Sì, certo", confermò, "ma non ti costringerò a dirmelo. Come ho detto ieri notte, sono sicura che hai i tuoi buoni motivi."

Jarod le fu riconoscente per la sua discrezione, anche perché trovava detestabile l'idea di ingannarla inventandosi una storia. Strano, non gli era mai importato molto di tessere bugie attorno a sé per rendere plausibile la sua presenza in un luogo qualunque di quegli ultimi sei anni. Naturalmente, poiché aveva sempre agito a fin di bene, non si rimproverava niente di quello che aveva fatto in passato. Ma ora improvvisamente, con Erin, la cosa gli dava fastidio.

"Grazie", mormorò allora, guardandola in faccia, "ti sono grato della fiducia."

Lei spense il computer.

"Tutti abbiamo i nostri segreti", affermò, con espressione seria, quasi accigliata, "Fino a quando non danneggiano nessuno, possiamo anche tenerceli. Ma è sbagliato tacere quando cominciano a far del male a qualcuno… inclusi noi stessi."

Jarod si chiese quando il suo segreto avrebbe iniziato a distruggerlo. Molto presto, si rispose, se non aveva già cominciato a farlo. La sua stanchezza, morale prima ancora che fisica, poteva benissimo essere il primo sintomo…

Erin, che non aveva dormito molto la notte precedente, si coricò presto. Jarod la imitò; aveva sempre dormito pochissimo, e di un sonno disturbato da brutti sogni, probabilmente a causa degli esperimenti condotti su di lui dal Centro nel corso degli anni. Quella sera, cosa assai insolita, prese sonno quasi subito e dormì straordinariamente a lungo. Ebbe i soliti incubi, ma in qualche modo erano sottotono, velati, lontani, e riuscì a tenerli a bada. Quando si risvegliò, si rese conto sbalordito che erano passate quasi sei ore da quando aveva chiuso gli occhi, e che aveva riposato incredibilmente bene. Pur senza vedere nulla nel buio, il suo sguardo andò verso la nicchia in cui dormiva Erin; lo colpì la certezza che era la sua presenza ad aver avuto quell'effetto su di lui. Come se il solo fatto che fosse lì avesse il potere di scacciare dalla sua mente tutti gli orrori passati in quell'inferno in Terra che era il Centro. Se ne chiese incerto il motivo: non poteva essere solo perché era un'esperta di kung fu ed aveva una pistola, ed era quindi in grado di proteggerlo. No, doveva essere una qualità diversa, qualcosa che aveva dentro di sé e che non era evidente ad un'indagine superficiale. Poi capì: Erin aveva un animo incontaminato. Oh, non era una santa, questo no. Ma possedeva la rara capacità di illuminare tutto ciò che la circondava con un'aura di purezza, dentro cui chi le stava vicino poteva rifugiarsi e sentirsi al sicuro. E chi si avvicinava con animo corrotto, ne veniva irresistibilmente respinto.

Jarod capì che, finché stava vicino a Erin De Rossi, il Centro non aveva potere su di lui e non poteva raggiungerlo.

Sabato 25 maggio, ore 07.30

Il mattino seguente si alzarono di buon'ora e consumarono una colazione leggera, poi Jarod aiutò Erin a scaricare la moto dal carrello. Quando ebbero finito, le domandò di punto in bianco:

"Conosci un buon ristorante in città?"

"Ne conosco diversi", rispose lei, sorpresa, "Che tipo di ristorante avevi in mente?"

"Qualcosa di molto chic. Anzi, il più chic di tutti."

"Oh, beh… ci sarebbe Rocheford's, giù al porto. Fa il miglior pesce alla brace di tutta Frisco. Perché, ci vuoi portare la tua ragazza?", indagò Erin ridendo, ma nascondendo nel suo profondo una punta di invidia.

"No… Ma vorrei chiederti se mi faresti l'onore di uscire a cena con me, stasera. Un modo per ringraziarti del passaggio, della gita di oggi e soprattutto della tua compagnia."

La proposta la colse impreparata, e per un lungo momento Erin non seppe spiccicar parola. Accorgendosi d'aver trattenuto il fiato, prese un respiro ed infine riuscì a rispondere:

"Ne sarei felice, Jarod. Grazie."

Scrollandosi di dosso lo strano senso d'imbarazzo che l'aveva colta, lo guardò con aria critica:

"Dobbiamo procurarti un casco", disse, "Per niente al mondo scarrozzerei qualcuno senza."

Chiesero al proprietario del campeggio, che scoprirono essere un motociclista sfegatato e che si offrì molto gentilmente di prestare un casco a Jarod. Era del tipo aperto, più adatto al chopper che alla stradale, e gli era un po' largo, ma provvisoriamente poteva andar bene.

Erin si presentò con una tuta in pelle rossa come la moto e guanti, stivali e casco abbinati. Jarod la guardò sbalordito: la sera dell'incidente, vestita con jeans e maglietta, gli era parsa una ragazza acqua e sapone; il giorno prima, in piscina, gli era sembrata una sirena incantatrice; ed ora gli appariva come un maschiaccio. Era evidente che possedeva una personalità multisfaccettata ed eclettica, in un certo senso camaleontica. Il pensiero lo fece sorridere: camaleonte era uno dei soprannomi col quale lo chiamava Miss Parker, assieme a ragazzo prodigio e topo da laboratorio. Naturalmente lei intendeva insultarlo con quegli epiteti, ma Jarod non ci faceva più caso da quando aveva capito, molto tempo prima, che Miss Parker era sua nemica solo esteriormente: nel profondo del suo animo esacerbato era e sarebbe sempre rimasta la dolce amica d'infanzia che aveva alleviato la solitudine di un ragazzo recluso strappato alla sua famiglia.

Jarod tornò al presente udendo il rombo del motore che veniva acceso. Erin montò in sella con la disinvoltura del centauro consumato; leggermente titubante, perché non aveva mai fatto il passeggero, Jarod indossò la propria giacca in pelle e salì dietro di lei, scoprendo che la posizione era piuttosto comoda.

"Mettimi le braccia attorno alla vita quando accelero", lo istruì lei, "e quando freno posa le mani sul serbatoio, in modo da non venirmi addosso. Quando piego, segui il mio movimento, non contrastarlo perché rischieresti così di scomporre la moto. Per il resto, fidati di me: mi ritengo una pilota piuttosto in gamba."

Durante il tragitto di circa mezz'ora, Jarod si dimostrò un bravo passeggero, anche se gli si rizzarono i capelli in testa quando Erin sorpassò una serie di auto, che già cominciavano a rallentare per prepararsi ad una curva, per poi frenare a quello che gli sembrava l'ultimo istante; poi però comprese che i freni di una moto, rapportati alla massa del mezzo, sono molto più potenti ed efficaci di quelli di un'automobile e richiedono pertanto uno spazio di frenata molto più ridotto. Constatò che lei aveva detto la verità affermando che era una brava pilota; si poté quindi rilassare e godere la gita.

Per prima cosa, Erin lo portò a vedere il Golden Gate, il celeberrimo ponte sulla baia di San Francisco, dalla suggestiva prospettiva dell'omonimo parco.

Poi la giovane donna gli fece fare un giro panoramico per il centro, affrontando spigliatamente il traffico caotico dei tipici saliscendi della città; Jarod ebbe modo di apprezzare l'agilità e la praticità del mezzo a due ruote e decise che, se mai un giorno avesse potuto abitare stabilmente in una città, si sarebbe procurato una moto.

Visitarono Chinatown, il coloratissimo quartiere cinese che Erin, dato il suo grande interesse per la cultura orientale, conosceva bene, dove per pranzo, tra le altre cose, gli fece assaggiare dei deliziosi spiedini di pollo alla salsa di soia.

All'uscita dal ristorante, incrociarono un corteo nuziale; in testa si muoveva un dragone di stoffa, rosso e dorato, simbolo di prosperità e fortuna; poi venivano gli sposi, abbigliati con ricchi costumi cinesi; poi alcuni suonatori di tamburi, pifferi ed altri strumenti tradizionali; seguivano gli invitati, che ridevano e battevano le mani al suono della musica. La folla ai lati della strada si fermava a guardare, inneggiando alla coppia e lanciando auguri. Anche Jarod ed Erin si fermarono, acclamando gli sposi insieme agli altri. Il corteo passò lentamente, ed in quel lasso di tempo Erin s'incupì, poiché le era inevitabilmente sorto il ricordo del giorno del suo matrimonio, che era stato davvero il più bello della sua vita, con una promessa di felicità che allora le era sembrata destinata a durare per sempre. Con il cuore pesante, si augurò che la bella sposina dagli occhi a mandorla avesse più fortuna di lei.

"Perché sei triste, bambina?"

Al suono inaspettato della voce femminile, dolce e sconosciuta, Erin si girò sorpresa per vedere di chi si trattasse. Scorse al suo fianco un'anziana donna cinese dall'età indefinibile, piccola e fragile, con un kimono azzurro polvere ed una lunga treccia di capelli candidi.

Guardandola nei profondi occhi neri, Erin non si chiese come facesse a sapere che era triste: istintivamente, aveva capito che quella donna era padrona delle arti mistiche cinesi. Una maga, in un certo senso, ma non come la intendono gli occidentali, perché la magia cinese è fatta soprattutto di profonda saggezza e di conoscenza delle forze naturali.

La risposta le salì alle labbra quasi involontariamente:

"Perché sono così felici, e li invidio, perché io sono rimasta sola", spiegò a bassa voce. L'anziana donna strinse gli occhi; Erin ebbe la netta sensazione che vedesse nelle profondità della sua anima, sondando il passato ed il futuro.

"Perché dici così?", la udì mormorare, "Non sei più sola, e non lo sarai mai più."

Erin sbatté le palpebre, confusa; poi, con un'intuizione fulminea, di colpo si girò a guardare Jarod, che non si era accorto di niente e che con un gran sorriso si stava sbracciando per salutare gli sposi. Tornò a girarsi, ma la vecchia saggia si era allontanata e stava scomparendo tra la folla; Erin provò l'impulso di rincorrerla, di chiederle spiegazioni, ma i suoi piedi parevano aver messo radici e non riuscì a muoversi.

Jarod si voltò verso Erin per fare un commento, ma l'espressione turbata della sua compagna di viaggio gli fece morire le parole sulle labbra.

"Che cosa c'è, Erin?", le domandò. Lei alzò di scatto gli occhi per guardarlo, come svegliandosi da un sogno, e dopo un attimo di smarrimento scosse la testa:

"Ho appena avuto un curioso scambio di battute con una vecchia saggia cinese", rispose lei, "Mi ha detto qualcosa di me che non mi sarei mai sognata."

Non disse cosa, e Jarod rispettò la sua reticenza, comprendendo che non era pronta a confidarsi con lui, non ancora. Di solito riusciva ad ottenere molto rapidamente la confidenza delle persone, sapendo istintivamente come metterle a loro agio, ma intuiva che Erin doveva aver visto tradire la propria fiducia in qualcuno da cui non se lo sarebbe mai aspettato e ne era stata così profondamente ferita che ora aveva difficoltà a concederla nuovamente.

Nel tardo pomeriggio tornarono al campeggio, dove Jarod aiutò Erin a rimettere la moto sul carrello: dovendosi abbigliare in maniera abbastanza formale per la cena da Rocheford, non potevano certamente usare quel mezzo per tornare in città ed avevano quindi prenotato un taxi.

Erin fu lieta di essere stata abbastanza previdente da portare con sé un vestito adeguato; era un abito-sottoveste nero, con una scollatura a cuore che esaltava il decolleté, cui aggiunse una giacca in pizzo nero bordata di lucido raso color argento e scarpe tipo chanel dal tacco alto; inoltre si truccò accuratamente, e raccolse i lunghi capelli bruni in una pettinatura che metteva in risalto il portamento elegante del collo e delle spalle. Infine, si spruzzò un profumo che aveva acquistato qualche mese prima, dall'intrigante fragranza alla vaniglia, che l'etichetta proclamava essere un afrodisiaco.

Guardandosi nello specchio del piccolo bagno del motorhome, dovette ammettere con se stessa che stava tentando di far colpo su Jarod. Chissà se ci sarebbe riuscita…

Q uando Jarod la vide, rimase senza fiato: ancora una volta si era trasformata, e adesso vestiva i panni di una strepitosa modella con la stessa disinvoltura con cui aveva fatto la ragazzina, la sirena ed il maschiaccio.

Improvvisamente alle narici gli giunse il suo profumo; riconobbe la nota di testa, vaniglia, e poi sentì anche il cuore, muschio bianco… una miscela estremamente seducente che lo turbò.

Erin s'accorse con un brivido dell'effetto che aveva ottenuto, e sentì che la bocca le si inaridiva. Lui comunque non fu da meno, come constatò quando Jarod scese dal motorhome nel suo completo di lino color panna e la camicia bluette con cravatta. Non per la prima volta, pensò che era un uomo davvero attraente, e non solo dal punto di vista puramente fisico: la sua gentilezza e lo sguardo spesso velato di malinconia lo rendevano affascinante più che mai.

Il taxi arrivò puntuale e li condusse all'elegante ristorante francese, dotato di una terrazza che si affacciava sul porto, dove barche a vela, catamarani e prestigiosi yacht galleggiavano ancorati ai moli.

"Mademoiselle De Rossi!", l'accolse il maître, un uomo alto e dinoccolato dall'aria distinta, parlando francese, "Sono felice di rivederla, dopo tutto questo tempo. Come stanno i suoi genitori?"

"Très bien, merci, monsieur Dupont", rispose lei nella stessa lingua, sorridendo, "Mio padre è andato in pensione l'anno scorso ed ora lui e mia madre vivono in un ranch vicino a Napa."

"Ne sono lieto. Quando oggi ha telefonato per prenotare, ho riservato a lei ed al suo accompagnatore il nostro miglior tavolo. Prego, seguitemi."

"Ho abitato qui a San Francisco per qualche tempo, con i miei", spiegò Erin a Jarod, mentre venivano condotti al tavolo, "Venivamo spesso a cenare qui."

Furono fatti accomodare al tavolo da cui si godeva meglio il panorama. La cena fu raffinata e gustosa, a base di pesce e crostacei, innaffiata da un delizioso vino bianco californiano, e si concluse con un dolce al limone e champagne. Jarod pagò usando una carta di credito blindatissima che era impossibile rintracciare e che andava ad attingere ai generosi fondi che lui aveva sottratto al Centro, ora al sicuro in una banca di Nassau, nelle Bahamas. Non erano in molti coloro che utilizzavano la Titanium Card, ma monsieur Dupont era abituato ad una clientela raffinata e non si stupì quando se la vide porgere.

"La notte è giovane", disse Erin, "Ti va di andare al night? Ne conosco uno molto carino."

Jarod accettò prontamente, lieto di prolungare la serata con quella bellissima donna che il destino aveva inaspettatamente posto sul suo cammino.

Chiamarono quindi un altro taxi e si recarono al Red Cushion, un ambiente molto discreto dall'elegante arredamento e le luci basse. Anche qui Erin venne riconosciuta e portata al tavolo migliore, proprio di fronte al palco dove si stava esibendo una donna di colore molto bella, dalla voce calda e sensuale tipica della sua gente, accompagnata da una piccola orchestra. Ordinarono lo champagne e si godettero lo spettacolo, sorseggiando la bevanda ghiacciata dai flûtes di cristallo.

Una decina di minuti più tardi, subentrò un'altra cantante, una bionda minuta con una sorprendente voce di contralto; con stupore di Jarod, poco dopo la prima cantante venne al loro tavolo.

"Erin, tesoro!", esclamò, a bassa voce per non disturbare l'esibizione della collega, "Quanto tempo!"

Erin si alzò ed abbracciò quella che evidentemente era una sua vecchia amica:

"Ciao, Yvonne, vedo che sei sempre in splendida forma!"

"Me la cavo", disse l'altra, con modestia, "tu invece sei più bella che mai. E chi è il tuo affascinante cavaliere?"

Jarod, che si era alzato a sua volta, le rivolse un lieve inchino mentre Erin li presentava:

"Jarod, questa è la mia amica Yvonne Vallier; Yvonne, Jarod O'Donnell."

Si strinsero la mano, poi tornarono tutti a sedersi. Erin fece cenno al cameriere di portare un altro bicchiere e fecero un brindisi.

"Quanti anni sono passati, da quando ci siamo conosciute?", domandò Yvonne, aggrottando a fronte, "Quasi venti, mi pare."

"Non ricordarmelo! Il tempo passa a velocità supersonica…"

"Ci vediamo troppo di rado! Cosa sono, otto mesi, dall'ultima volta?", al cenno affermativo di Erin, proseguì "Mi ricordo i nostri duetti… Canti sempre, vero?"

"Sempre solo per me stessa."

"Che spreco! Signor O'Donnell", disse Yvonne, girandosi verso Jarod, "poiché sono certa che lei non gliel'ha detto, glielo dico io: Erin era la miglior allieva del corso di canto che frequentavamo, dove ci siamo conosciute; con il suo talento, non ho mai capito perché non si sia data al professionismo."

Jarod guardò Erin con aria interrogativa, e la giovane donna alzò le spalle:

"Ero troppo timida. Ogni volta che dovevo esibirmi da solista, mi venivano i sudori freddi. No, a quel tempo non faceva proprio per me, e mi sono dedicata a tutt'altra professione, come ben sapete."

"Stento a credere che fossi timida", sorrise Jarod, "Da quando ti conosco, mi sei sempre sembrata la persona più sicura di sé a questo mondo."

"Ho superato quella fase dopo aver capito che era causata dal timore di essere giudicata negativamente dagli altri, e quel giorno ho deciso che non m'importava un fico secco dell'opinione altrui."

"Vuoi dire che il microfono non ti spaventa più?", indagò Yvonne, interessata.

"No, in palestra tengono spesso delle conferenze ed io faccio sempre i discorsi di presentazione e di congedo."

"Bene! Allora che ne dici di cantare una canzone assieme, come ai vecchi tempi?"

La proposta colse Erin in contropiede.

"Ma sono passati vent'anni!", protestò, "Non ricordo più un solo testo…"

"No, no, qualcosa di più moderno… Io ho un vasto repertorio: Aretha Franklin, Dionne Warwick, Whitney Houston, Mariah Carey, Diana Ross, Céline Dion…"

"Non saprei…", tentennò Erin, guardandosi attorno incerta. Jarod le rivolse un sorriso incoraggiante:

"Avanti, sono sicuro che sarai eccezionale, ho sentito che voce hai."

Lei arricciò le labbra in una simpatica smorfia e cedette:

"E va bene. Yvonne, che ne dici della canzone di Mariah Carey e Whitney Houston dalla colonna sonora de Il Principe d'Egitto?"

"Magnifica! Quale parte fai?"

"Whitney."

"Bene, allora io farò Mariah. Vado a dirlo al direttore."

Nella mezz'ora che seguì, il tempo che finisse l'esibizione della cantante bionda, Erin ebbe modo di pentirsi diverse volte della decisione. Era vero che non provava più il panico da palcoscenico, ma tra presentare degli oratori ad una conferenza e cantare davanti ad un pubblico sconosciuto c'era una bella differenza. Però ormai era in ballo, e le era stato insegnato che quand'era così bisognava ballare.

Yvonne venne a chiamarla, e poco dopo la annunciò:

"Signore e signori, ho il piacere di presentarvi una mia vecchia e carissima amica, con la quale ho studiato canto e che era molto più brava di me. Vi prego di fare un bell'applauso alla signorina Erin De Rossi!"

Cercando di dominare proprio nervosismo, Erin fece il suo ingresso sul palco, accolta da un generoso battimani, ed andò a posizionarsi dietro il secondo microfono che era stato portato apposta per lei. Aveva le mani gelate ed il cuore le pulsava forte in gola, ma poi scorse Jarod che le sorrideva; vedere un volto amico tra il pubblico la tranquillizzò quanto bastava da permetterle di ringraziare i presenti senza che le tremasse la voce.

Poiché non era una professionista, aveva chiesto a Yvonne di farle un piccolo cenno quando doveva attaccare. L'orchestra cominciò a suonare e la sua amica partì con la prima strofa; al suo minuscolo segnale, Erin diede voce alla seconda, senza sbagliare una sola nota della difficile interpretazione. La canzone continuò in un crescendo, impegnando le due cantanti dapprima come soliste e poi insieme; sul finale dispiegarono le voci in un duetto d'incredibile pathos che fece venire i brividi a Jarod e a tutto il pubblico, che alla fine scoppiò in un'ovazione degna di un teatro.

Qualcuno chiese il bis, subito imitato da molti altri, compreso Jarod. Erin e Yvonne confabularono brevemente, ed alla fine ripartirono con un cavallo da battaglia di Aretha Franklin, Chain of Fools: fu un altro trionfo.

A quel punto Yvonne mise a segno il suo vero intento:

"Ora tocca a te, Erin", si limitò a dirle, strizzandole un occhio e piantandola in asso sul palco. Erin la guardò andar via a bocca aperta.

"Ma come diavolo faccio?!", le sillabò senza voce; Yvonne le indicò il direttore d'orchestra.

Ancora disorientata, Erin si girò verso il bell'uomo di colore e lo guardò ad occhi sgranati.

"Cosa desidera cantare, signorina?", le domandò lui, con un sorriso che esprimeva ammirazione. Erin pensò che voleva sprofondare e guardò Yvonne con occhi di fuoco, ma percepiva l'attesa del pubblico come una tensione sulla pelle e comprese che, se avesse lasciato il palco in quel momento, avrebbe fatto una pessima figura. Inoltre, l'avrebbe fatta fare anche alla sua amica.

Pensò rapidamente e scelse:

"Céline Dion, My Heart Will Go On. Ma la prego, mi faccia cenno quando devo attaccare."

Il direttore annuì, e qualche istante dopo si levarono le prime note della romantica canzone, colonna sonora di un film di grande successo di qualche anno prima.

Era un brano impegnativo che richiedeva una certa estensione vocale ed un alto volume, ma Erin non sbagliò una sola nota, affrontando il crescendo e portandolo al massimo con voce tanto potente da sovrastare gli strumenti musicali, per poi finire parlando al suo amore perduto con un pianissimo molto commovente. Ancora una volta, il pubblico scoppiò in un'ovazione assordante, condita con fischi e grida d'apprezzamento.

Emozionata e compiaciuta, Erin si congedò con un grazioso inchino e tornò al tavolo, mentre Yvonne riprendeva il suo posto sul palco.

"Meno male che se ne va", commentò la cantante, ammiccando al pubblico, "altrimenti c'è il caso che la proprietaria mi licenzi ed assuma lei al mio posto."

Tutti scoppiarono a ridere, tranne Jarod che guardò Erin preoccupato:

"Potrebbe farlo davvero?"

Erin rise:

"Guarda che la proprietaria del Red Cushion è proprio lei!"

Al che naturalmente lui comprese lo scherzo e rise di gusto.

Fu poi la volta di un gruppo di ballerine poco vestite ma molto brave, degne certamente di far concorrenza alle famose Blue Belles del Lido di Parigi, o alle celeberrime soubrette del Moulin Rouge. Yvonne venne nuovamente a far loro compagnia, e fu molto dispiaciuta nell'apprendere che Erin e Jarod non si sarebbero fermati ancora a San Francisco.

Era molto tardi quando presero congedo dal Red Cushion e tornarono in taxi al campeggio.

"Grazie per la magnifica serata, Erin", disse Jarod, prima di salire a bordo del motorhome, "Sono stato l'oggetto dell'invidia di tutti gli uomini che abbiamo incontrato."

Lei ridacchiò, lusingata:

"Grazie, ma se è per questo, anch'io sono certamente stata invidiata da tutte le donne."

"Se lo dici tu…", replicò lui, in tono perplesso, confermandole che aveva avuto ragione a pensare che non si rendeva pienamente conto dell'attrattiva che esercitava sull'altro sesso. Erin ne era lieta: non aveva mai potuto sopportare le persone belle che sapevano di esserlo e se ne approfittavano.

Domenica 26 maggio, ore 16.30

"Ti ringrazio ancora una volta", disse Jarod, rivolto a Erin, "Ho passato delle belle ore, con te."

"Anch'io sono stata bene", rispose lei, nascondendo la tristezza che provava dietro ad un sorriso luminoso, "Ti auguro buona fortuna."

"Altrettanto a te."

Poiché non c'era nient'altro da aggiungere, Erin si girò e si arrampicò sul sedile del motorhome. Aveva un peso sul cuore, come se si stesse congedando per sempre da una persona molto cara. Eppure, aveva incontrato Jarod meno di sessanta ore prima… com'era che le parevano sessanta giorni?

Mettendo in moto, le passò per la mente di chiedergli il numero di telefono, ma scartò l'idea. Non era il tipo di donna che si fa avanti per prima, non lo era mai stata né lo sarebbe stata mai, nonostante i profondi mutamenti sopravvenuti in lei nell'ultimo anno e mezzo. E comunque, avrebbe potuto pensarci Jarod, ma poiché non l'aveva fatto, era evidente che lei non gli interessava.

Con un ultimo sorriso di congedo, Erin inserì la prima ed avviò il motorhome, immettendosi sulla statale.

Jarod la guardò andar via con un senso di oppressione allo stomaco. Spesso, nei sei anni trascorsi in fuga dal Centro, aveva dovuto congedarsi da persone che gli erano diventate care, ma mai aveva provato una mestizia tanto profonda. La presenza di Erin era stata come un raggio di sole nella sua tetra esistenza, accanto a lei si era sentito sollevato, protetto dal male che lo inseguiva, implacabilmente, instancabilmente.

Si chiese smarrito come potesse già sentire la mancanza di Erin, che dopotutto aveva conosciuto per così poco tempo, e si vide pentito di non averle chiesto il numero di telefono, o l'indirizzo.

D'improvviso sorrise: la sua memoria fotografica aveva archiviato il numero di targa del motorhome, dal quale poteva risalire ad Erin… Ma poi il suo sorriso si spense: a che pro rintracciarla, se a causa del Centro non poteva stare con lei per tutto il tempo che avrebbe voluto? Certo, poteva evitare di farsi ancora vivo, ma per quanto tempo sarebbe riuscito a tenere lontani da sé i segugi? Sei mesi, un anno?

No, finché esisteva il Centro lui era condannato alla fuga eterna.

"Addio, dolce Erin", disse a fior di labbra, gli occhi umidi di lacrime.