Capitolo III: Crescendo Parte 1

Venerdì 31 maggio, ore 09.00

Erin De Rossi arrivò col suo solito piglio deciso nell'atrio della palestra. Jean Reynolds, sua vecchia amica, segretaria, nonché da più d'un anno socia nella palestra, sollevò lo sguardo dalla scrivania e l'accolse con un sorriso:

"Ciao, Erin, come va stamattina?"

"Meno bene del solito", rispose l'altra, scostandosi una lunga ciocca bruna dal viso, "Stanotte non ho dormito molto."

Il sorriso di Jean si fece malizioso:

"Oh? E lui chi era, lo conosco?"

Era un vecchio scherzo tra di loro, ed Erin fece un gesto vago:

"Non me lo ricordo, credo fosse Tom… oppure Craig… o era Larry?"

"Se dopo il tuo rientro dalle ferie hai ripreso la solita tabella, ieri sera toccava a Mark", sghignazzò Jean. Ridendo, Erin entrò nel proprio ufficio, dove il suo sorriso si spense di colpo. A volte le pesava scherzare così, perché dopo la fine del suo matrimonio non era più stata capace di provare più che un fuggevole interesse per un uomo. Eppure, in palestra ne passavano, di fusti! Oltretutto, era una bella donna che dimostrava, e si sentiva, tranquillamente dieci anni in meno della sua età anagrafica, e le occasioni non le mancavano. Ma finora, tutti coloro con i quali era uscita non le avevano fatto agitare un solo ormone, così da circa due anni la sua vita sessuale si era ridotta a qualche bacio che l'aveva lasciata completamente indifferente. L'unico che era stato capace di suscitare in lei un vero interesse era stato Jarod O'Donnell, un uomo bello quanto misterioso, ma il loro incontro era stato troppo breve e non aveva avuto seguito alcuno. Avrebbe voluto parlarne con Jean, ma in quei giorni non erano mai riuscite a fare una chiacchierata in santa pace.

Scosse la testa: era ora di mettersi al lavoro.

Due ore dopo rinunciò: niente da fare, non riusciva a concentrarsi. Quella mattina non era proprio capace di smetterla di pensare a Jarod. Con un sospiro, mise via le scartoffie che avrebbe dovuto riordinare e si alzò: dato che non poteva lavorare, tanto valeva fare un po' d'esercizio. Si cambiò nel suo bagno privato, indossando un aderente completo da fitness dai colori vivaci, e si rimirò nello specchio: non era mai stata vanitosa, ma negli ultimi mesi aveva seguito una leggera dieta, che l'aveva portata a ritrovare la forma di quindici anni prima. Sorrise alla sua immagine riflessa: dieci chili in meno si vedevano, decisamente! La vita assottigliata faceva sembrare il suo seno di una misura più grande, e le gambe più magre parevano più lunghe. Sì, era davvero contenta del suo aspetto… Ripensò allo sguardo che Jarod le aveva rivolto quando si era presentata in costume da bagno: cosa le aveva detto, che pareva una sirena? Nessuno le aveva mai fatto un complimento simile… Beh, suo padre non contava. E poi aveva rivisto quello sguardo la sera successiva, quando aveva indossato l'abito-sottoveste nero con la giacca di pizzo. Al termine della serata, Jarod le aveva detto che era stato l'oggetto dell'invidia di tutti gli uomini presenti. Ancora una volta, Erin non ricordava che qualcuno le avesse mai detto qualcosa di simile.

Con un sospiro, distolse i propri pensieri da Jarod: non l'avrebbe rivisto mai più, e poiché i rimpianti sono inutili, come aveva dolorosamente imparato, si riscosse e si avviò in una delle sale della palestra, dove nel successivo paio d'ore si dedicò ad esercizi di aerobica e di spinning.

Ma in fondo alla sua mente il pensiero di Jarod permaneva, ostinato.

Domenica 2 giugno, ore 17.45

Jarod guidava la Chevrolet Corvette blu che aveva acquistato alcuni giorni prima, percorrendo la statale diretto a nord. Non aveva resistito a lungo a San Francisco: era una bella città, ma non gli piaceva il caos delle metropoli. Così, aveva rimesso le sue poche cose in valigia, era montato in macchina ed aveva imboccato la strada diretta alla Napa Valley. Era un luogo di cui aveva sentito molto parlare, famoso per i suoi vigneti che producevano vini pregiati, e pensava che fosse un posto abbastanza tranquillo per lui. Non che volesse rifugiarsi in un paesino, dove l'arrivo di uno straniero viene sempre notato, giacché essere notato era proprio l'ultima cosa che voleva, ma cercava una cittadina di medie proporzioni dove stabilirsi per qualche tempo senza dare nell'occhio e ritemprare le proprie forze, psicologiche prima ancora che fisiche, logorate dall'interminabile fuga dal Centro.

Il motore della Corvette ronfava sotto il cofano, trasmettendogli una piacevole sensazione di potenza ben controllata, ma pronta ad esplodere se sollecitata.

"Provate a prendermi", mormorò tra sé con un sorrisetto malefico, rivolto con l'immaginazione ai mastini del Centro: con le loro berline, non potevano neanche lontanamente competere con la velocità della Corvette.

Un'ora dopo, giunse in vista di una cittadina dal cui aspetto si sentì subito attratto: aveva un'aria ordinata e tranquilla, ed era circondata da ettari ed ettari di vigneti. Cartelli d'ogni misura e foggia reclamizzavano, lungo la strada, il nome dei vari produttori: Barnes, Johnson, Alonzo, Chiarini… Nomi inglesi, spagnoli, italiani, nella tipica mescolanza nata dall'immigrazione di gente proveniente da ogni angolo del mondo. Jarod non dedicò loro più che un'occhiata distratta, guidando la Corvette lungo la statale, diretto alla città, che ad occhio e croce poteva contare cinquantamila abitanti.

Entrò a Santa Lorita che era ormai buio, e decise di pernottare in motel. L'indomani, pensò, avrebbe fatto un giro, e se la prima impressione fosse stata confermata, avrebbe trascorso lì qualche tempo.

Tutto il tempo che il Centro avrebbe impiegato a scovarlo di nuovo.

OOO

Scorse l'insegna all'ultimo momento e dovette frenare alquanto bruscamente. Summerdale Motel, recitava il cartello; un'occhiata indagatrice disse a Jarod che doveva trattarsi di un posto pulito e ben tenuto, così parcheggiò ed entrò nell'atrio. L'uomo dietro il bancone, sulla sessantina e dall'aspetto curato come l'ambiente che lo circondava, lo accolse con un cortese cenno del capo. Sul petto era appuntato un cartellino plastificato con un nome: Mike.

"Buonasera, signore, posso aiutarla?"

"Vorrei una stanza per tre giorni, forse di più", rispose Jarod, provando un'istintiva simpatia per il suo interlocutore. Ne comprese subito la ragione: gli ricordava Sydney, il suo mentore al Centro, che lo aveva cresciuto ed istruito e per il quale nutriva un affetto filiale, che sapeva ricambiato. Non tutti al Centro erano malvagi, pensò in un lampo.

Compilò il modulo che Mike gli porgeva, vergando i propri dati con una scrittura vagamente infantile; dovette dare generalità false, come sempre, e mantenne il cognome irlandese O'Donnell che giorni addietro aveva dato ad Erin. Nella settimana che era trascorsa dal loro breve incontro aveva pensato molto a lei, ed usare ancora quel nome in qualche modo gli faceva pesare meno il fatto di essere destinato a non vederla mai più.

Jarod porse la carta di credito a Mike e lo vide sgranare gli occhi: di certo non vedeva spesso, se mai l'aveva vista, la Titanium Card. Erano infatti ben pochi coloro che potevano permettersela.

Portò il borsone e la valigetta metallica che costituivano tutto il suo bagaglio nella camera assegnatagli, dove si spogliò e fece una doccia. Indossò un paio di pantaloni scuri ed una maglietta bianca, poi, accorgendosi d'aver fame, decise di uscire e cenare da qualche parte. Alla reception non c'era più Mike, ma una donna sulla trentina, bionda ed alquanto attraente, che il cartellino sul petto identificava come Ellen. Sentendolo arrivare, Ellen alzò lo sguardo dalla rivista che stava sfogliando. I suoi occhi azzurri espressero aperto apprezzamento per quel che vedevano.

"Buonasera", la salutò lui, educatamente.

"Buonasera", venne ricambiato in tono enfatico, "Posso esserle utile?"

Dall'espressione della donna, Jarod capì che si stava dichiarando disponibile per lui. Avendo vissuto il novantacinque percento della sua vita tra quattro mura, al Centro, non si poteva certamente definire un esperto in quel genere di approcci, ma ormai aveva conosciuto abbastanza dell'altra metà del cielo per comprendere certe cose.

"Cercavo un posto dove mangiar bene", rispose pertanto in tono volutamente neutro, non avendo intenzione di incoraggiarla. Lo sguardo di lei non perse il suo languore:

"Qualche preferenza: italiano, messicano, cinese, giapponese, greco…?"

"Italiano", decise Jarod, ripensando ancora una volta ad Erin. Accidenti, doveva togliersela dalla mente, o rischiava di farsene un'ossessione, e Dio solo sapeva se non ne aveva già abbastanza, di ossessioni.

Ellen prese da sotto il banco una fotocopia della piantina della città e, dopo averla guardata brevemente, gli indicò un punto.

"Qui troverà La fattoria. Conosco il proprietario, Mario Ballardin: gli dica che la manda Ellen Fontaine."

"La ringrazio, Ellen", disse Jarod con educazione, prendendo la cartina che lei gli porgeva, "Arrivederci."

Uscì e montò sulla Corvette, immettendosi sulla statale; poco dopo parcheggiò a breve distanza dal locale che gli era stato indicato e completò il tragitto a piedi. Passando davanti ad una grande porta a vetri, notò distrattamente che era una palestra, poi un poster attirò la sua attenzione; si fermò a guardare meglio: sotto una serie di ideogrammi per lui illeggibili, c'era la foto di un anziano cinese in una posa che riconobbe per kung fu stile tang lang. Più sotto, alcune scritte decantavano le virtù della pratica di quell'arte marziale, antica di almeno cinquemila anni. Ancora una volta pensò ad Erin.

Molti anni prima, al Centro, aveva avuto un Maestro che gli aveva insegnato il kung fu. Gli era stato concesso perché era diventato irrequieto e non riusciva più a concentrarsi nei difficili esercizi mentali a cui lo sottoponevano, così Sydney aveva proposto la pratica di un'arte marziale che lo aiutasse a trovare un equilibrio psicofisico, indispensabile alla riuscita delle simulazioni. La cosa aveva funzionato, e Jarod aveva continuato a praticare il kung fu per diversi anni, alternandolo alla pesistica ed al nuoto.

Qualcosa scattò nel suo cervello e capì di colpo che si sarebbe fermato a Santa Lorita.

Lunedì 3 giugno, ore 09.00

Erin De Rossi pose piede nell'atrio della sua palestra e Jean, come al solito, l'accolse con un sorriso.

"Buongiorno, Erin, tutto bene?"

"Sì, grazie, anche tu?", al cenno affermativo dell'amica, proseguì, "Le foto del Messico saranno pronte prima di mezzogiorno: che ne dici, pranziamo insieme, così le vedi? Offro io. E finalmente ti racconterò di quel ragazzo bello e misterioso che ho incontrato tornando a casa…"

"Ma certo, molto volentieri", accettò Jean, annuendo, "Ma solo se permetti che offra io."

Erin roteò gli occhi, fingendo esasperazione:

"Ancora?! E va bene, tanto so che non riuscirei a farti cambiare idea, sai essere più testarda di un mulo!"

Le due donne risero, ricordando un episodio di alcuni anni addietro che a Jean era costato una tremenda figuraccia e le aveva insegnato che la testardaggine non sempre paga.

Un paio d'ore più tardi, Jean si affacciò alla porta dell'ufficio di Erin; la donna più anziana notò che l'amica sorrideva con aria vagamente ebete e che gli occhi verdi le brillavano in modo insolito.

"Che cos'hai, Jeanie?", le domandò, incuriosita. L'altra entrò e si chiuse la porta alle spalle.

"C'è di là il più bell'uomo che io abbia mai visto!" esclamò eccitata. Erin la sogguardò, perplessa: in palestra circolavano dozzine di ragazzi stupendi, alcuni dei quali potevano far tranquillamente concorrenza ai famosi California Dream Men, ed era insolito che Jean si agitasse per qualcuno.

"E chi sarebbe, Brad Pitt?", scherzò quindi, "Invitalo a cena!"

Jean buttò indietro un ricciolo di capelli color rame che le era sceso sugli occhi.

"Puoi scommetterci che lo farò!", sbuffò, "Ma intanto è qui per chiedere informazioni sul corso di kung fu. Come sai, io so poco di arti marziali, così volevo farlo parlare con te."

"Va bene, allora fallo entrare."

Jean tornò di là ed un attimo dopo Erin la vide introdurre un uomo alto ed aitante. I loro sguardi s'incrociarono, e gli occhi di entrambi si dilatarono per lo sbalordimento.

"Erin, questo è Jarod O'Donnell", lo presentò Jean, ma l'altra donna non la sentì neppure, così come non s'accorse che usciva. Se ne rimase lì a fissare imbambolata l'uomo che le stava di fronte, mentre lui la fissava altrettanto imbambolato.

"Che mi venga un colpo", alitò infine Jarod, "Questa, poi…"

"Non posso crederci", bisbigliò Erin, quasi contemporaneamente, "E' incredibile…"

Più smaliziata di lui, ed avvezza a trattare con le persone più disparate, nel giro di qualche secondo riuscì a ricomporsi e si alzò, andandogli incontro con la mano tesa ed un ampio sorriso:

"Questa sì che è una sorpresa! Lieta di rivederti, Jarod."

"Il piacere è mio", riuscì a replicare Jarod con voce abbastanza normale, troppo scosso perfino per sorridere. Le strinse la mano un attimo più a lungo di quello che sarebbe stato strettamente indispensabile… esattamente come la prima volta che l'aveva incontrata; e come allora, Erin sentì un formicolio risalirle il braccio, una sensazione che non mancò di turbarla, tanto che ritrasse la mano un po' bruscamente. Dallo sguardo di Jarod comprese che ci era rimasto male, così addolcì il gesto con un altro sorriso, al cui calore Jarod si sentì sciogliere.

Rimasero a guardarsi ancora un attimo con espressione leggermente trasognata, poi Erin tornò nuovamente in sé e si girò per andare a sedersi. Fece cenno a Jarod di accomodarsi su una delle poltrone davanti alla scrivania e disse:

"Allora, qual ventura ti porta qui a Santa Lorita?"

"Ventura è proprio la parola giusta", rispose Jarod, ma mentre lo diceva una voce nel suo cervello sussurrava insistentemente la parola destino, "Non ero entusiasta di fermarmi in una grande città, cercavo qualcosa di più tranquillo, così ho preso la macchina… ed eccomi qui."

"Hai comprato una macchina?"

"Sì, una Chevy Corvette."

"Ehi, adoro la Corvette!", sorrise Erin, ricordandogli della sua passione per le auto e le moto sportive, "Così ti fermerai a Santa Lorita?", indagò, sforzandosi di ignorare la speranza che le era sorta con prepotenza nelle profondità del cuore.

"Sì, almeno per qualche tempo", rispose Jarod, rimanendo per forza di cose sul vago, "ed intanto mi piacerebbe rispolverare il mio kung fu."

"Non mi avevi detto di essere un praticante di kung fu", osservò lei, inarcando interrogativamente le sopracciglia. Jarod sorrise con aria di scusa:

"Non sono molto portato a parlare di me stesso."

Erin ricambiò il suo sorriso, pensando che la riservatezza che lo caratterizzava era parte integrante del suo fascino, come lo era la tristezza che spesso indugiava nei suoi occhi e che le faceva venire un'incontenibile voglia di consolarlo.

"Me n'ero accorta", disse quindi, in tono di leggera presa in giro, "Quale stile pratichi, e qual è il tuo grado?"

"Tang lang, shaolin e tai chi", le rispose, "E sono cintura nera."

Erin annuì:

"Il nostro Maestro, Chung, insegna tang lang e tai chi. Sarà lieto di avere un allievo di così alto grado, in tutta la scuola siamo solo in cinque, sei con te."

Seguì un istante di silenzio, in cui entrambi non sapevano cosa dire; lo interruppe Jarod:

"Quando posso cominciare?"

"Oh!", trasalì Erin, come se le avessero gettato addosso una secchiata d'acqua gelata, "Stasera stessa, se vuoi: alle otto c'è la lezione di tang lang delle cinture nere."

"D'accordo, ci sarò", disse Jarod, alzandosi, "Ci vediamo stasera."

Le porse la mano, che lei strinse attenta a non lasciar trapelare il suo turbamento, poi lo guardò uscire pensando che Jean aveva perfettamente ragione: era davvero l'uomo più bello che avesse mai messo piede nella sua palestra.

L'amica la trovò poco dopo che stava ancora fissando la porta.

"Terra a Erin!", la chiamò, scherzosa, "Non vuoi ridiscendere sul pianeta?"

Erin si riscosse dalle proprie fantasticherie; la sua reazione non sfuggì agli occhi attenti di Jean, che ricollegò la sensazione avuta mentre presentava il bel fusto all'altra:

"Ehi, non mi dire che lo conoscevi già!"

Erin annuì, sentendosi sommergere ancora una volta da un'ondata di incredulità.

"E' proprio così, Jeanie", confermò, "Ti ricordi che ho accennato ad un tipo incontrato di rientro dal mio viaggio? Beh, era lui!"

"Che cosa?", si sbalordì Jean, sbarrando gli occhi meravigliata, "Ma non si era fermato a San Francisco?"

"Già, ma mi ha detto che non gli piace la grande città, così ha preso e, gironzolando a casaccio, è finito qui… E proprio nella mia palestra! Non è pazzesco?"

"Direi!", confermò Jean, con enfasi, "Allora, verrà al corso di kung fu? Non ha compilato il modulo…"

"Colpa mia, mi sono dimenticata di dirgli di passare da te per l'iscrizione", confessò Erin. L'altra ridacchiò:

"Se ha avuto quest'effetto su di te, ne deduco che ti ha fatto impazzire gli ormoni!"

Erin si sentì arrossire come una scolaretta, ma si sforzò a ridere a sua volta per nascondere il proprio imbarazzo:

"Può darsi, Jean, può darsi…"

OOO

Jarod era assolutamente sbigottito; risalì in macchina sapendo di dover cercare un negozio di articoli sportivi e procurarsi l'abbigliamento necessario per la sua nuova attività, ma aveva la mente altrove e guidò per un po' senza meta.

Per giorni non aveva fatto che pensare ad Erin De Rossi, nella convinzione che non l'avrebbe rivista mai più e rimpiangendo amaramente la cosa. E poi d'un tratto, del tutto inaspettatamente, il caso lo portava ad incontrarla nuovamente.

Il caso?

…O il destino?

La voce che aveva sentito prima, nell'ufficio di Erin, continuava a sussurrargli che non era affatto un caso, che lui ed Erin dovevano ritrovarsi, dovevano stare insieme. In che modo, ancora non gli era dato sapere, ma aveva la certezza che lo avrebbe scoperto presto.

Di sicuro poteva dire che, quando l'aveva vista, aveva dominato a stento l'impulso di prenderla tra le braccia e baciarla.

Accantonando quei pensieri sconcertanti, Jarod si fermò ad una stazione di rifornimento, fece il pieno e chiese dove avrebbe potuto trovare un negozio di articoli sportivi; fu indirizzato ad un centro commerciale appena fuori città, dove trovò il tipico kimono nero da kung fu – corta tunica con collo alla coreana, chiusa sul davanti da alcuni alamari, ed ampi pantaloni con elastico alla caviglia – e la tenuta da tai chi, che differiva da quella del kung fu per la parte superiore, composta da una camicia bianca e da una giacca nera aperta, e per l'assenza di cintura. Acquistò inoltre anche scarpe da ginnastica adeguate ed un borsone sportivo.

Essendo ormai ora di pranzo, si fermò al Burger King del centro commerciale, dove divorò un hamburger con patatine fritte, accompagnato da una Sprite, e poi, soddisfatto, rientrò al motel e si preparò ad aspettare la sera con impazienza.

OOO

Era ormai mezzogiorno e Jean non aveva ancora visto Erin, così si decise ad andare a bussare alla porta del suo ufficio, poi l'aprì e si affacciò sulla soglia. L'amica alzò uno sguardo interrogativo su di lei.

"Ti volevo ricordare il nostro appuntamento per il pranzo", disse Jean.

"E' già ora?", trasecolò Erin, "Cielo come passa il tempo, a volte…"

Si alzò, afferrò la borsetta e si avviò frettolosamente. Jean la guardò di sghimbescio mentre le passava accanto, ma non fece commenti.

Passarono dal fotografo, dove Erin ritirò le istantanee del Messico, poi Jean condusse l'amica al Fujiyama, un ristorante giapponese in cui entrambe andavano volentieri per via delle eccellenti pietanze, sushi e sashimi in particolare.

Erin era un'ottima fotografa dilettante, ed infatti aveva immortalato alcuni paesaggi molto suggestivi e degli avvenimenti pittoreschi, come una fiesta di un paesino affacciato sul Mar di Cortèz ed un coloratissimo mercatino all'aperto.

"Non ho resistito ed ho comprato un vestito di sangallo bianco", raccontò Erin all'amica, "con la gonna lunga fin quasi alla caviglia, la scollatura che lascia scoperte le spalle, il corpetto aderente con le stringhe ed una fusciacca rossa in vita, un modello romantico ed insieme sexy."

"Adoro come ti vesti da quanto sei dimagrita", dichiarò Jean, "Hai finalmente cominciato a valorizzare la tua figura."

"Con dieci chili di troppo c'era poco da valorizzare!", rise Erin, con l'autoironia che le era propria; era vero, da quando era finalmente soddisfatta del suo fisico aveva cominciato ad osare minigonne, spacchi e scollature che non aveva osato neppure da ragazza, "Comunque ti ringrazio."

Jean bevve un sorso di tè verde freddo.

"Allora, non vuoi parlarmi di Jarod?", le chiese.

"In realtà non so molto di lui", rispose Erin, "Mi ha detto che fa il consulente software on line, ma non so né da dove viene, né se ha una famiglia, se è sposato o fidanzato… Anche se un bell'uomo come lui non può non avere una donna, da qualche parte", concluse sospirando.

Jean le fece eco:

"E' vero, i più interessanti sono quasi sempre già occupati."

Arrivò il sushi, e per qualche minuto entrambe si dedicarono a gustare i bocconcini di riso cotto al vapore farciti con pezzetti di pesce crudo, da intingere in una salsa verde piccantissima chiamata wasabi.

"Raccontami del vostro primo incontro", incalzò poi Jean. Erin allora si inoltrò in un dettagliato resoconto degli avvenimenti di quel giovedì notte: l'incidente, i soccorsi prestati ai feriti, la polizia, ed infine l'invito a proseguire il viaggio con lei.

"Non so cosa mi sia preso, Jean", le confidò, ancora confusa, "So benissimo quali rischi corre una donna sola, sulla strada, in compagnia di uno sconosciuto… Ma c'era un non so che nel suo sguardo… onestà, bontà, gentilezza, vulnerabilità… insomma, mi ha ispirato fiducia."

Jean ripensò all'impressione che aveva avuto lei di Jarod quel mattino e non poté che dichiararsi d'accordo con l'amica.

"Non solo ispira fiducia", disse, a bassa voce ed in tono impudente, "ma anche pensieri peccaminosi. Se non mi fosse evidente che Jarod ti piace da morire, gli salterei addosso", aggiunse senza mezzi termini, "Allora, cosa aspetti a farlo tu?"

Erin fece una smorfia.

"Non so se mi piace davvero…", tentò, debolmente, ma Jean la troncò con un gesto reciso della mano:

"Non raccontarmi storie, Erin! Ne parli come se fosse l'arcangelo Gabriele. E se finalmente un uomo è riuscito a suscitare il tuo interesse, non sarò certo io a rovinarti la piazza!"

Erin chiuse la bocca: quando Jean tirava fuori il suo temperamento da rossa, non c'era altra scelta. Ma naturalmente sapeva anche che l'amica aveva perfettamente ragione: Jarod le interessava, eccome. Si chiese se avrebbe avuto il coraggio di farglielo capire.

"Vorrei essere capace di farmi avanti", disse, "Oh, Jean, ma perché devo essere così… antiquata? Perché devo sempre aspettare che sia lui a fare il primo passo?", scosse la testa, "Ma non è solo quello, lo sai…"

Jean non insistette: sapeva che quello era un argomento delicato, che poteva rattristare o far infuriare l'amica a seconda dello stato d'animo del momento.

Finirono di pranzare chiacchierando d'altro, poi rientrarono in palestra. Forse per il fatto di essersi confidata, Erin riuscì a concentrarsi abbastanza per lavorare tutto il pomeriggio.

OOO

Sullo schermo del lettore DSA, un ragazzino sui tredici anni stava immobile davanti al suo istruttore. In basso a sinistra appariva una scritta con una data: Jarod, 16.05.1972, Per uso esclusivo del Centro.

"Le mosse del kung fu traggono origine dal regno animale", stava dicendo l'istruttore, un cinese di circa quarant'anni, "Le zampate dell'orso, le movenze della tigre, lo scatto del serpente, la danza della mantide religiosa, la potenza del drago. Inoltre, ciascuno di noi appartiene ad uno dei cinque elementi in cui dividiamo l'universo: aria, acqua, fuoco, metallo, legno. L'appartenenza ad uno di questi elementi determina il modo in cui ognuno di noi combatte: turbinoso come l'aria, travolgente come l'acqua, guizzante come il fuoco, stabile come il metallo, essenziale come il legno. Da quanto ho visto, Jarod, tu sei dell'elemento aria…"

Il Jarod adulto che stava visionando quel DSA sorrise tra sé: il Maestro Fong gli aveva insegnato assai di più delle semplici mosse da eseguire. Grazie a lui, infatti, aveva conosciuto il Tao, la grande filosofia orientale che si fonda sull'equilibrio di tutte le cose dell'universo.

"Dentro ogni principio c'è una parte del suo opposto", diceva Fong, "Nella malvagità più profonda c'è un minimo di bontà, e nella bontà più luminosa un minimo di malvagità; nel buio più pesto c'è un raggio di luce, e nella luce più pura un raggio di tenebra. Ogni cosa nell'universo esiste perché esiste il suo opposto: l'amore e l'odio, la compassione e la spietatezza, la generosità e l'egoismo. Per questo il nostro simbolo è composto di due parti di colore opposto che si compenetrano, e dentro ognuna c'è un frammento dell'altra…"

Jarod pensò a Miss Parker, la sua amica d'infanzia, colei che gli aveva dato il suo primo bacio, l'innocente bacio di due bambini disperatamente soli. Adesso era diventata fredda e spietata, ma lui sapeva che dentro di lei c'era ancora quella dolce fanciulla, che dentro la sua apparenza nera c'era un punto bianco. Così come sapeva che dentro di lui, che si riteneva bianco, c'era un punto nero, quello da cui attingeva quando puniva gli scellerati che avevano perpetrato le loro malefatte su di un innocente che lui aveva scelto di difendere. Sì, Fong aveva ragione affermando che niente è completamente buono, e niente è completamente cattivo.

Lentamente, Jarod spense il lettore DSA e chiuse la valigetta metallica che lo conteneva; aveva visionato tutti i dischetti che riguardavano le lezioni di Fong, nell'intento di ricordare ogni minimo particolare che potesse servirgli per presentarsi come cintura nera in modo credibile. Erano molti anni che non praticava, a parte occasionalmente per difendersi da qualche aggressore, ed in realtà non aveva mai conseguito ufficialmente quel grado, ma sapeva di esserne all'altezza. Doveva esserlo, se voleva avere l'opportunità di stare vicino ad Erin…

OOO

Erano le otto meno dieci quando Erin pose piede nella grande stanza dal pavimento di legno lucidato che ospitava i corsi di arti marziali: oltre al kung fu, si tenevano anche lezioni di karatè, judo e kendo, che si alternavano in giorni ed orari diversi, a ruota continua, suddivisi per anzianità di età e grado.

Erano presenti già quasi tutti gli allievi del corso avanzato; in attesa dell'arrivo del Maestro Chung, gli allievi avevano già cominciato gli esercizi di riscaldamento, cui si unì anche Erin. Cinque minuti dopo, Jarod fece il suo ingresso ed Erin, che forse non del tutto casualmente stava guardando in direzione della porta, sentì il cuore balzarle in gola. Sta' calma!, s'impose, irritata, Non sbavare come una ragazzina in preda ad una tempesta ormonale!

Jarod diede un'occhiata circolare nella stanza, ed il suo sguardo incontrò quello di Erin. Pensando che stava benissimo con la morbida treccia bassa sulla nuca almeno quanto con i capelli sciolti, le scoccò un sorriso, che lei ricambiò con calore. Jarod sentì che le ginocchia minacciavano di diventargli gelatina.

Erin richiamò l'attenzione dei propri compagni di corso:

"Ragazzi, vorrei presentarvi un nuovo allievo", lo indicò sorridendo, "Jarod O'Donnell. Jarod, ti presento John Aquila della Notte Dorner"

John era un Nativo Americano sul metro e settanta, dall'aspetto mingherlino che ben presto Jarod avrebbe appreso essere assai fuorviante. Poi c'era Bill MacKinley, detto Mac, un armadio formato quattro stagioni sorprendentemente agile, e due giovanotti di colore, Pat e Nick Shoults. Ognuno di loro rivolse a Jarod il tradizionale saluto del kung fu: piccolo inchino a schiena dritta, sguardo sollevato verso l'interlocutore, mano destra a pugno racchiusa nella mano sinistra, poste all'altezza del mento.

Il Maestro Chung, puntualissimo come sempre, fece il suo ingresso nella stanza. Tutti si misero in riga di fronte a lui e s'inchinarono solennemente, ricambiati con uguale solennità.

Erin, sia in quanto proprietaria della palestra che come praticante con la maggiore anzianità, si fece avanti:

"Maestro, desidero presentarti un nuovo allievo: Jarod O'Donnell."

Il piccolo cinese volse uno sguardo penetrante ma gentile sul nuovo arrivato e gli sorrise:

"Benvenuto, Jarod."

Jarod s'inchinò nuovamente, sentendo un'immediata simpatia per quell'omino dalla pelle scura e segnata come una pergamena:

"Grazie, Maestro. E' un onore incontrarti."

Per valutare il suo stile ed il suo livello, nella mezz'ora successiva Chung affidò gli allievi ad Erin ed esaminò Jarod, che sfoggiò svariate forme, ovvero combattimenti immaginari che nel karatè vengono chiamati katà, di tang lang, suscitando l'approvazione del Maestro.

"Suppongo che ora vorrai vedere qualcosa dello stile della mia scuola", concluse Chung, ed al cenno affermativo di Jarod chiamò Pat Shoults e Mac, che su sua richiesta si esibirono in un combattimento promesso, ovvero con movimenti preordinati, di grande destrezza e spettacolarità, usando il primo una spada ed il secondo un'alabarda, ovviamente dai fili smussati e le punte protette. Poi John Aquila della Notte eseguì una difficile forma con il martello-meteora, un peso d'acciaio legato ad un lungo nastro di seta, maneggiandolo con l'eleganza di un'atleta di ginnastica jazz. Infine Chung chiese ad Erin e Nick Shoults di mostrare a Jarod un combattimento promesso decisamente insolito: spada contro ventagli. Ovviamente i ventagli avevano un segreto: stecche d'acciaio, che in origine sarebbero state affilate come rasoi, un'arma insospettata e perfetta per una falsa cortigiana.

Osservando attentamente il suo modo di muoversi, Jarod attribuì ad Erin l'elemento acqua: adattabile e duttile, si infila ovunque ci sia un varco e va per la sua strada, lenta o veloce a seconda delle circostanze, ma sempre inarrestabile.

Nella mezz'ora finale della lezione di novanta minuti, Chung cominciò ad insegnare a Jarod una forma avanzata che il nuovo arrivato non conosceva, mentre gli altri, sotto la direzione di Erin, proseguivano con un allenamento di ripasso.

A lezione conclusa, gli allievi salutarono il Maestro con l'inchino di rito e Chung li congedò. Tutti andarono a cambiarsi negli spogliatoi comuni, tranne Erin che utilizzò il proprio. Quando uscì in atrio, Jean l'interrogò subito:

"Allora, com'è andato Jarod?"

"Vuoi dire, al di là che è davvero l'uomo più bello che sia mai entrato qui dentro?", la canzonò Erin. Jean assunse un'aria fintamente offesa, e la donna più anziana ridacchiò:

"A parte questo, devo ammettere che è molto bravo. Contenta?"

Jean la sogguardò attentamente: c'era qualcosa nella sua amica che non vedeva da lungo, lunghissimo tempo. Aprì bocca per parlare, ma prima che potesse farlo sopraggiunse il soggetto della loro conversazione.

"Allora, spero di piacerti", disse sorridendo, rivolto a Erin. Jean sogguardò anche lui, con occhi diversi rispetto al mattino quando, troppo affascinata dalla sua prestanza fisica, non aveva notato altro. Riscontrò anche in lui quel nonsoché che aveva individuato in Erin, ed una lampadina si accese nel suo cervello sveglio.

Erin sentì il cuore sobbalzarle in petto alle parole spero di piacerti, e per un attimo si sentì perduta: che lui avesse capito tutto? Poi si diede dell'idiota: cosa le pigliava, a trasalire così per una frase, pronunciata da uno che, oltretutto, era ancora un perfetto sconosciuto? Ma il punto era proprio quello: Jarod O'Donnell non le sembrava affatto uno sconosciuto, e la sensazione le pareva oltremodo bizzarra, quasi inquietante. Ad ogni modo, si disse fermamente, lui aveva sicuramente inteso parlare in senso atletico.

"Direi di sì", dichiarò, senza sbilanciarsi troppo ma addolcendo la frase con un sorriso, "Forse però la prova più impegnativa sarà domani sera con il tai chi, se vorrai cimentarti anche in quello stile."

"Non ci rinuncerei per niente al mondo", dichiarò Jarod, "E' lo stile che preferisco, per la sua apparenza così dolce che nasconde una realtà assolutamente micidiale."

"Sono d'accordo…"

Jean assunse di colpo un'espressione totalmente neutra per non rischiare di scoppiare a ridere: era molto tempo che non vedeva un colpo di fulmine, e quei due sembravano proprio adolescenti alla prima cotta!

"Sei molto brava", proseguì Jarod, "Quella forma coi ventagli era eccezionale."

Erin si sentì arrossire come una scolaretta, e provò l'impulso di scappare a gambe levate.

"Grazie, ma è tutto merito del Maestro Chung. Ehm, ora devo andare. Jean, per favore, chiudi tu stasera. Jarod, allora ci vediamo domani sera alle otto", concluse Erin, congedandosi, "Buona notte."

Con un cenno di saluto ad entrambi, girò sui tacchi e si diede letteralmente alla fuga, facendo ricorso a tutto il suo autocontrollo per non mettersi a correre.

Jarod rimase lì impalato a guardarla andar via, con un'espressione totalmente smarrita sul bel volto. Erin aveva reagito come se fuggisse davanti ad una schiera di demoni, e si chiese mortificato cosa mai le avesse fatto. Decise di rivolgersi a Jean:

"Pensa che non le piaccio?"

La ragazza mise a posto un ricciolo ribelle color del rame, che come al solito le era caduto sulla fronte.

"Oh, in quanto a questo, credo che le piaccia più di quanto non si renda conto lei stessa", rispose, in tono tagliente, "ma stia attento: ha sofferto orribilmente, e se intende prenderla in giro dovrà fare i conti con me, esperto di kung fu o no."

Jarod rimase a bocca aperta. Non aveva creduto che l'attrazione che sentiva per Erin fosse tanto evidente, e di certo non si aspettava quella reazione da parte di Jean, che dopotutto non conosceva affatto; ma comprese che era dettata da un sincero sentimento d'amicizia, così decise di giocare a carte scoperte:

"Non ho nessuna intenzione di prenderla in giro. Non so perché, ma sento che Erin è molto importante per me", spiegò, con sincerità, "E' molto fortunata ad avere un'amica come lei", aggiunse.

"Io sono fortunata ad avere un'amica come lei", ribatté Jean, ancora diffidente, "L'ho avvertita."

"Ed io ho recepito l'avvertimento", le assicurò lui, solennemente.

Jean gli credette.

Martedì 4 giugno, ore 20.00

Puntualissimi, tutti gli allievi del corso di tai chi chuan erano schierati di fronte al Maestro Chung. Erano solo in quattro, perché i due fratelli Shoults non avevano ancora superato l'esame per il grado di cintura nera di quello stile.

Ancora una volta, Chung volle esaminare Jarod per verificare il suo grado di conoscenza e di nuovo ne fu favorevolmente impressionato. Dato che gli mancava una forma, lo affidò ad Erin perché gliela insegnasse, mentre lui si dedicava agli altri due allievi, John e Mac.

Jarod fu entusiasta delle capacità di insegnante di Erin: era molto attenta ed esauriente nelle spiegazioni, ed era evidente che le piaceva moltissimo quello che faceva. Dal canto suo, Erin trovò in Jarod un allievo eccezionalmente dotato, dall'estrema facilità di apprendimento, tanto che raramente doveva ripetere un movimento più di una volta perché lui lo riproducesse alla perfezione. Alla fine dei novanta minuti di lezione, gli aveva potuto insegnare quasi metà della forma, che normalmente richiedeva almeno otto lezioni complete.

"Hai un talento incredibile", gli disse, con sincerità, "Non ho mai trovato nessuno che imparasse tanto velocemente e tanto bene."

"Grazie", replicò Jarod, che ovviamente non poteva parlarle delle sue capacità di simulatore, "Però il merito è dell'insegnante."

Lei sorrise, lusingata, ma fece un gesto come a schermirsi, dettato dalla sua naturale modestia. Però Jarod non si fece ingannare: Erin era una persona dotata di capacità eccezionali, ed era certo che il suo quoziente d'intelligenza dovesse essere altissimo. Per non parlare del suo quoziente di sex-appeal… Perfino nell'ampia divisa da tai chi, che nascondeva le sue belle forme, era attraente e femminile come poche donne da lui incontrate. Doveva proprio ammetterlo: Erin gli piaceva da impazzire.