Giovedì 13 giugno, ore 20.10
M iss Parker entrò nell'ufficio di Broots senza bussare, come del resto faceva sempre.
"Novità su Jarod?", domandò bruscamente. L'uomo seduto davanti al computer, magro e calvo, alzò lo sguardo degli occhi scuri su di lei, poi rapidamente tornò ad abbassarlo, intimidito.
"Nessuna, finora", rispose, scuotendo la testa, "Sembra sparito nel nulla."
Miss Parker si passò una mano tra i lucidi capelli bruni, lunghi fino alle spalle, ed aggrottò la fronte spaziosa.
"E' oltremodo insolito", commentò, irritata, "Stavolta non ha lasciato indizi su dove stava andando, e neppure si è fatto vivo per farmi fare uno dei suoi soliti giochetti."
Si riferiva agli enigmi che lui, negli anni passati, le aveva frequentemente proposto, enigmi che l'avevano portata suo malgrado a riflettere su se stessa e su ciò che era diventata; ma si riferiva anche agli indizi che le aveva spesso fornito per far luce su quello che era stato a lungo ritenuto il suicidio di sua madre, Catherine Parker, che invece aveva finto la sua morte per mettere al mondo Ethan – figlio suo e del padre di Jarod, concepito senza il consenso dei genitori ad opera del Centro – nella speranza di sottrarlo alle loro grinfie.
"Sai se si è fatto vivo con Sydney?", chiese. Broots si strinse nelle spalle:
"Non ne ho idea, è meglio che tu lo chieda direttamente a lui."
Gli occhi di Miss Parker, azzurri e gelidi come un ghiacciaio, lo trapassarono:
"E' esattamente quello che farò, Broots", disse freddamente.
Due minuti dopo, entrava nell'ufficio di Sydney, anche stavolta senza bussare. L'anziano psichiatra era seduto alla scrivania e stava stilando un rapporto per il Triumvirato, l'organo di comando del Centro.
"Hai notizie di Jarod?", lo interrogò Miss Parker, in tono lievemente più rispettoso di quello che usava abitualmente con Broots. Sydney la guardò; per un attimo, rivide nella giovane, affascinante donna in piedi davanti a lui, fasciata in un aderente tailleur color panna dalla gonna cortissima, la dolce bambina che era stata, e che lui aveva amato come una figlia, esattamente come aveva amato Jarod. Al diavolo, si disse, li amava ancora entrambi.
"No, niente", rispose. Miss Parker incrociò le braccia, stringendo le belle labbra in una smorfia indispettita.
"Con oggi sono ventiquattro giorni", osservò, in tono teso, "Non era mai successo prima", guardò l'uomo che le stava di fronte, "Com'era, l'ultima volta che lo hai sentito? Era in qualche modo diverso dal solito?"
Sydney corrugò la fronte nel tentativo di ricordare.
"Mi è sembrato stanco", rispose, lentamente, "Intendo dire, da un punto di vista psicologico."
"Ah, significa che la pressione ha finalmente cominciato a logorarlo?", domandò lei, speranzosa, "Si avvicina un crollo che gli farà commettere un'imprudenza tale da consentirci di catturarlo?"
Sydney scosse la testa di capelli grigi:
"Jarod? No. Non si spingerebbe mai oltre il limite. Probabilmente si è accorto anche lui di essere stanco, ed ha deciso di sparire dalla scena per un po'. Si rifarà vivo quando si sarà ripreso, e ci farà impazzire come e forse più di prima."
"Ma bene, dottor Freud", lo canzonò Miss Parker, beffarda, "E' proprio quello che speri, non è vero?"
Senza attendere la sua replica, uscì dalla stanza come una furia, facendo risuonare i tacchi alti sul pavimento di marmo. Sydney si chiese tristemente per quanto tempo ancora avrebbe insistito a rimanere arrabbiata col mondo intero.
Venerdì 14 giugno, ore 18.20
In quelle due settimane, Jarod aveva frequentato regolarmente e con assiduità la palestra, dimostrandosi un artista marziale davvero eccellente. Il venerdì precedente, come spesso accadeva, il Maestro Chung aveva invitato i suoi allievi a bere il tè a casa sua, dove erano rimasti fino a tarda ora a parlare di filosofia, ma anche a ridere ed a scherzare. Erin era come al solito l'unica donna presente, perché non c'era nessun'altra con il suo stesso grado in tutta la scuola, e Jarod aveva ammirato la sua grande disinvoltura: trattava i propri compagni, e ne era di conseguenza trattata, da pari a pari. Era così riuscita ad instaurare con loro un rapporto cameratesco che andava oltre la differenza di genere, un rapporto che Jarod aveva spesso riscontrato negli ambienti militari, in particolare tra i Marines, dove uomini e donne, svolgendo un lavoro duro e pericoloso, avevano superato ogni pregiudizio sessuale.
Jarod non riusciva assolutamente a capire cosa Erin provasse per lui. Era certo di piacerle, come uomo oltre che come persona, ma lei non gli dava corda, trattandolo né più né meno come tutti gli altri. Non capire era per lui una cosa oltremodo insolita, perché il suo talento di simulatore normalmente gli permetteva di sapere con esattezza quello che le persone provavano nei suoi confronti. Infine ne comprese il motivo: le sue capacità erano offuscate dall'attrazione che sentiva verso di lei. A volte gli era capitato di sbagliarsi, di credere nella sincerità di qualcuno che invece lo stava ingannando, ma mai si era trovato del tutto spiazzato come con Erin, e la cosa lo metteva alquanto a disagio.
Dal canto suo, Erin non riusciva a risolvere la situazione: Jarod le piaceva la impazzire, ma ogni volta che pensava di farglielo capire si bloccava. La faccenda cominciava lentamente a logorarla, e sapeva che presto o tardi avrebbe dovuto affrontarla e trovare una soluzione. Accidenti, a volte desiderava essere una donna di facili costumi: sarebbe stato così semplice prenderlo e sbatterlo su di un letto! Tuttavia Erin sapeva che non era quella la soluzione: non voleva sesso, da lui. O meglio, non solo. La verità era che voleva lui: il suo cuore, la sua mente, la sua anima, oltre che il suo corpo… Ma non era sicura di potergli dare altrettanto in cambio, ed era proprio questo ciò che la dissuadeva dal farsi avanti, perché non riteneva giusto né corretto pretendere tanto senza essere disposta a dare altrettanto.
Alla fine della seconda settimana, passata tra fantasticherie ed aspri auto-rimproveri, Erin stava transitando per l'atrio quando fu apostrofata da Jean:
"Insomma, lo inviti a cena o no?"
Erin non ebbe bisogno di chiederle a chi si stava riferendo: avevano parlato di Jarod fin troppe volte, in quei dodici giorni dacché era arrivato.
"Ma che dici…!", sbottò, "Sai che non sono il tipo da fare un'avance ad un uomo."
"Beh, forse è ora di fare un'eccezione", replicò Jean, "Ho visto come lo guardi, ed ho anche visto come lui guarda te."
Erin piantò gli occhi bruni in quelli verdi dell'amica:
"Che diavolo vorresti dire?", domandò in tono inavvertitamente brusco. L'altra non batté ciglio, abituata a vederla inalberarsi – un tratto caratteriale con ogni evidenza ereditato dalla madre, autentica rossa irlandese.
"Senti, è da quando quello stupido di tuo marito ti ha piantata che non guardi un uomo in quel modo", disse, aggrottando la fronte e parlando con grande serietà, "All'inizio era normale che non t'interessasse nessuno, ma sono passati ormai due anni ed è ora che ti lasci andare con qualcuno. Jarod è il tipo giusto, e lo sai anche tu: te lo leggo in faccia ogni volta che ti capita di mettergli gli occhi addosso."
Erin distolse lo sguardo con un'espressione improvvisamente intimorita.
"E' vero", confessò a bassa voce, parlando forse più con se stessa che con Jean, "Jarod mi piace da morire, ma ho una paura del diavolo… Paura di rimettermi in gioco. Mi conosco: se mai mi innamorerò di nuovo sarà come con il mio ex marito, in modo totale, senza riserve… Ma non so proprio se sarei in grado di sopportare un'altra delusione…"
Un groppo alla gola la costrinse ad interrompersi, e Jean provò compassione per l'amica. Erin era una persona di sentimenti profondi, e quindi la sua sofferenza era stata grande quanto l'amore che aveva provato per l'ex marito. Il suo timore era comprensibile, però qualcosa le diceva che in quel caso – nel caso di Jarod – era infondato. Ma come convincerla?
"Solo tu puoi sapere se e quando sarai pronta a correre di nuovo il rischio", disse piano, "ma se ti lasci scappare Jarod, sono sicura che te ne pentirai per sempre."
Erin aveva gli occhi umidi di lacrime trattenute, e non sopportando di farle vedere, si precipitò nel suo ufficio. Jean si trattenne dal seguirla, intuendo che l'amica voleva star da sola.
OOO
Non visto, Jarod aveva seguito l'intera conversazione da dietro la porta socchiusa dello spogliatoio, dove si stava cambiando dopo un'ora di nuoto. Non era stata sua intenzione origliare, ma quando aveva sentito che stavano parlando di lui non era riuscito ad impedirselo. La piega imprevista che aveva preso la conversazione lo aveva poi pietrificato.
Dunque Erin provava i suoi stessi sentimenti… ma era troppo terrorizzata per esprimerli. Anche lui era stato innamorato e poi tradito, e quindi poteva comprenderla, ma per lui si era trattato di una storia molto breve, mentre Erin era stata addirittura sposata. Sentire la sofferenza nella sua voce lo aveva commosso oltre ogni dire. La conosceva da pochi giorni, eppure gli parevano mesi, se non anni…
C'era un'unica spiegazione: lei era la donna della sua vita, ne era certo di quella certezza che, tante volte in passato, aveva salvato la vita a coloro che gli si erano affidati, ed anche la sua propria.
Costringendosi ad assumere un'espressione normale, Jarod aprì la porta ed attraversò l'atrio, fermandosi davanti al bancone della recéption. Jean gli sorrise con simpatia: dopo quella prima sera, aveva capito che poteva fidarsi di lui.
"Vorrei vedere Erin", disse Jarod, senza preamboli. Jean corrugò la fronte:
"Non so se può riceverti", rispose, ma naturalmente non poteva decidere per la sua amica, "Aspetta che glielo dico", premette il pulsante del citofono, "Erin, Jarod vorrebbe parlarti."
Passò qualche secondo prima che Erin rispondesse:
"Solo un attimo, sono al telefono."
Jean vide che era una scusa, perché nessuna spia del suo centralino era illuminata ad indicare che una linea era occupata. D'altra parte, se Erin stava piangendo, doveva avere il tempo di cancellarsi dal viso le tracce delle lacrime.
"Fallo entrare", giunse poi la voce, leggermente distorta dall'apparecchiatura elettronica, dell'altra donna. Jean fece un cenno affermativo a Jarod, che andò alla porta dell'ufficio di Erin, bussò ed entrò.
Erin era seduta dietro la scrivania, ma quando Jarod entrò si alzò per andargli incontro.
"Posso far qualcosa per te?", s'informò con un sorriso tirato.
"Sì", rispose lui, fingendo di non notare il suo nervosismo, "Sarei molto felice se tu accettassi di venire a bere qualcosa con me", buttò fuori d'un fiato, sorridendo per nascondere la propria ansia.
L'espressione di Erin si rilassò visibilmente:
"Verrò volentieri."
Si rese conto di quanto aveva detto solo dopo aver aperto bocca, cosa davvero insolita per lei che era abituata a pensare prima di parlare. Dopo un attimo di smarrimento, che Jarod le lesse chiaramente in faccia, concluse che era stato il destino a decidere per lei: che accadesse quello che doveva accadere. Ma dopotutto, cosa poteva mai succedere, ad uscire con un bell'uomo per un aperitivo?
Jean li guardò andarsene insieme con grande soddisfazione, e scambiò con Erin uno sguardo eloquente che Jarod finse accuratamente di non vedere.
C'era un caffè molto carino all'angolo dell'isolato, distante solo poche decine di metri, dove si recavano spesso i frequentatori della palestra, compresa Erin. Quando entrò, accompagnata da Jarod, furono in molti a salutarla; qualcuno li guardò con aria incuriosita perché solitamente Erin non arrivava in compagnia di un uomo, ma in gruppo, tuttavia la giovane donna non se ne curò punto.
Si sedettero ad un tavolino appartato e la cameriera venne a prendere le ordinazioni.
"Un succo d'arancia", chiese Erin.
"Anche per me", disse Jarod, ed al suo sguardo interrogativo spiegò, "Non bevo mai alcolici fuori pasto, men che meno dopo un allenamento."
"Infatti fa molto male al fisico", concordò Erin, "Ma un buon bicchiere di vino rosso mangiando è un autentico toccasana, dice sempre mio nonno."
"S'intende di vino?"
"Viene dal Veneto, una regione italiana dove se ne produce di ottimo", spiegò lei, "Più precisamente da Verona, la città di Giulietta e Romeo. Era un viticoltore, ed una volta arrivato in California ha fondato una piccola azienda vinicola, la Chiarini Vineyards – il nome è quello da ragazza di mia nonna. Si è specializzato nel cabernet e nel chardonnay, due tipi di vigna che è riuscito a coltivare con successo anche qui, ma da qualche anno producono anche un ottimo verduzzo dorato ed un buon pinot nero. Mio fratello Sean ha ereditato la sua passione per la viticoltura e da cinque anni è lui che dirige l'azienda, mentre mio padre non ha mai voluto saperne, e neanch'io, se è per questo", concluse sorridendo.
"E' importante fare quello per cui ci si sente maggiormente portati", osservò Jarod, mentre la cameriera posava loro davanti due grandi bicchieri di succo d'arancia, "altrimenti si finisce con lo sprecare una parte importante della propria vita."
Lo disse con un tono che fece capire ad Erin che stava parlando di se stesso. Prese il bicchiere e bevve un sorso.
"E tu? Fai quello per cui ti senti maggiormente portato?", indagò. Jarod assentì:
"Adesso sì. Per anni ho fatto quello che volevano gli altri, ma alla fine mi sono ribellato… ed ora eccomi qui."
"Capisco quello che vuoi dire. Anch'io ho dovuto ribellarmi alla mia famiglia, che non vedeva affatto di buon occhio che mi dedicassi ad una professione che loro ritenevano inadatta. Sai come sono i genitori: avrebbero voluto vedermi avvocato, o medico, oppure che mi dedicassi all'azienda di famiglia, ma non ero portata per nessuna di queste cose, così dopo la laurea mi sono iscritta alla scuola di formazione per istruttori sportivi. Fortunatamente, dopo qualche tempo, vedendo la mia determinazione i miei hanno finito con l'accettare il fatto, ed alla fine, il giorno del diploma, erano più orgogliosi loro di me!", sorrise al ricordo, "Se li avessi lasciati fare, avrebbero dato un ricevimento addirittura più sontuoso di quello per la laurea…", scosse il capo, ed una ciocca di capelli le ricadde sul viso, "Non ho mai amato troppo le mondanità, così li ho convinti a desistere e ci siamo limitati ad una cena… ovviamente da Rocheford's!", concluse ridendo.
Jarod rise con lei, lieto che volesse condividere con lui un ricordo felice.
Chiacchierarono piacevolmente per un po'; ad un certo punto Jarod, sentendo istintivamente che era il momento adatto, le domandò:
"Che ne diresti di andare a cena insieme?"
L'invito colse Erin alla sprovvista, facendola esitare.
"Dovrei chiudere la palestra, alle nove…", cominciò, poi si morse un labbro: ma quanto era stupida?! Erano due settimane che sperava, che pregava per una mossa di Jarod, ed ora che lui la faceva lei la buttava? Doveva proprio essere rimbecillita! Tanto più che l'espressione delusa di Jarod non poteva essere equivocata.
"Avviserò Jean di farlo lei, dopotutto ha le chiavi", disse allora, e l'espressione del giovane uomo si rischiarò. Sorridendogli, Erin pescò il cellulare dalla borsetta e chiamò Jean, pregandola di chiudere lei. Dall'altro capo della linea, sentì l'amica ridacchiare:
"Andate fuori a cena insieme?"
Erin non vide perché avrebbe dovuto mentire.
"Esatto", confermò.
"Allora lunedì voglio un resoconto completo!", concluse Jean, ridendo e riattaccando. Erin chiuse il cellulare con un sorriso divertito: Jean era proprio incorreggibile!
"Dovrai consigliarmi tu", disse Jarod, alzandosi, "Non conosco ancora bene la città."
"Ti piace la cucina greca?", domandò lei. Jarod sorrise:
"Mai assaggiata, ma adorerei provarla!"
"Allora andiamo a La Plaka", decise Erin, "E' un locale senza grandi pretese, adatto al nostro abbigliamento informale, ma si mangia molto bene ed è anche qui vicino."
La cena si aprì con il tipico aperitivo greco, l'ouzo, dal sapore di mandorle; poi ordinarono dolmades, ovvero degli involtini di riso, assolutamente deliziosi, accompagnati dal Santorini,un leggero vino bianco; come piatto forte, scelsero souvlaki, gustosi spiedini di carne bovina, con una coloratissima insalata mista di lattuga, olive, peperoni, cipolla e feta, un formaggio caprino dal gusto salato, il tutto annaffiato con del robusto Goumenissa rosso. Per finire, un dolce a sfoglie chiamato baklava, che venne servito con il Samos, un vino bianco liquoroso.
Durante la cena parlarono a ruota libera degli argomenti più disparati; come avevano già avuto modo di constatare, nel corso del breve viaggio fino a San Francisco, avevano un mucchio di interessi e di convinzioni in comune. Oltre alle arti marziali, condividevano la passione per la musica, in particolare il pop-rock, ed il ballo, specialmente il caraibico come salsa, merengue e bachata; per la letteratura fantasy e per i film di fantascienza – entrambi adoravano Tolkien e la Zimmer Bradley, e si confermarono fan di Star Trek e di Star Wars; ed a tutti e due piacevano le auto e le moto potenti. Erin ricordò ridendo che al corso di guida veloce, a Monza, aveva ampiamente dato la paglia ai compagni di corso, tutti maschi, e che di questo doveva ringraziare il padre, che in gioventù aveva disputato diversi campionati di Nascar e le aveva insegnato tutti i trucchi e le tecniche.
Inoltre, se l'hobby principale di Erin era scrivere, quello di Jarod era disegnare con i colori a cera; sapeva anche modellare e scolpire, ma tra le forme d'arte espressive il disegno era quella a lui più congeniale.
Via via che parlavano, Jarod trovava sempre più conferme della sua prima impressione: Erin era un vulcano di interessi e di attività, una persona con la quale non ci si poteva proprio annoiare.
Al momento di pagare, Jarod insistette per offrire lui, ed uscendo dal locale commentò:
"Non credo d'aver mai mangiato meglio in vita mia!"
"La cuoca è greca come il proprietario, ed entrambi insistono ad usare esclusivamente prodotti importati direttamente dalla Grecia", spiegò Erin, "Per questo sono un po' cari, ma il sapore è inimitabile."
Tornarono quindi verso la palestra, ormai chiusa e buia a parte l'atrio.
"Posso accompagnarti a casa?", domandò Jarod. Erin stava per dire che aveva la macchina, poi pensò che era un'opportunità per rimanere ancora un poco con lui. Poteva recuperare l'auto il giorno seguente.
"Volentieri", rispose quindi.
Giunsero fin troppo presto davanti alla casa di Erin, una villetta con davanti un giardino molto ben curato, situata appena fuori città. Jarod l'accompagnò fin sulla porta, che si affacciava su un patio ombroso decorato con una grande campana a vento di legno; nella brezza serale, produceva un suono basso e vibrante, molto piacevole. Vedendo che Jarod la osservava, Erin spiegò:
"L'ho comprata in Thailandia sei mesi fa. Il vecchietto che me l'ha venduta mi ha assicurato che scaccia gli spiriti malvagi, e nello stesso tempo dona serenità alla casa che la ospita."
"E tu ci credi?", volle sapere il giovane uomo, sorridendo.
"Beh, non sono una fanatica del soprannaturale, ma sono sicura che ci deve essere qualcosa, nell'universo, che va oltre la nostra percezione", affermò lei. Jarod annuì:
"Lo penso anch'io."
Un'altra cosa su cui concordavano, rilevò Erin, lieta. Ricambiò il suo sorriso, poi si voltò ed aprì la porta.
"Buonanotte", disse, con riluttanza, "Grazie per la compagnia, sono stata molto bene."
Poiché Jarod non rispondeva, alzò gli occhi su di lui, scoprendo che la stava fissando; l'intensità del suo sguardo le strozzò il fiato in gola e, senza rendersene conto, lo ricambiò con uguale intensità.
Jarod fece un passo avanti e si chinò su di lei; evitò di proposito di abbracciarla, temendo che potesse spaventarsi, e si limitò a sfiorarle le labbra con le proprie in quello che voleva essere un innocente bacio della buonanotte.
Ma aveva sottovalutato la reale forza dell'attrazione che esisteva tra loro.
Non appena le loro bocche si toccarono, scoccò una scintilla che li attraversò entrambi come una scarica elettrica ad alto voltaggio. Con un ansito, si avvinghiarono l'uno all'altra; Erin schiuse le labbra, e Jarod vi insinuò la lingua, incapace di controllarsi, cercando quella di lei in un bacio famelico. Lungi dall'esserne intimorita, la giovane donna lo ricambiò appassionatamente. La bocca di Jarod era morbida, calda e sapeva di buono, e lei si abbandonò tra le sue braccia.
La sua reazione infiammò Jarod ancor di più. Con un gemito d'incontrollabile desiderio, la premette contro il proprio corpo, e lei poté sentire chiaramente contro il ventre tutta la sua bramosia. Senza pensare, mosse il bacino contro quello di lui, e Jarod ansimò; curvò la schiena per poter insinuare una mano tra i loro corpi e gliela posò su un seno. Lasciandole la bocca, le baciò il lato del collo; Erin gettò indietro la testa, e lui appoggiò le labbra sulla sua gola pulsante, vellicandone la pelle delicata con la punta della lingua, scendendo fino alla morbida attaccatura del seno, che la camicetta parzialmente sbottonata lasciava intravedere.
Erin aveva il fiato mozzo, ed i capezzoli inturgiditi le dolevano, protestando contro la costrizione degli indumenti; aveva le viscere annodate, e sentiva un calore insopportabile tra le gambe. Rabbrividì di un desiderio quale le sembrava di non aver mai provato in vita sua.
Jarod la sentì tremare, ed improvvisamente fu preso dal timore d'averla impaurita. Si fermò, poi si costrinse a ritrarsi.
"Perdonami", mormorò, la voce rauca, "Non volevo spaventarti… il fatto è che ti desidero da impazzire."
Sul momento Erin rimase disorientata dalla sua defezione, ma subito dopo si sentì sommergere da un'ondata d'emozione: con quel gesto, Jarod le faceva capire che lei era importante per lui, veramente importante, o non si sarebbe preoccupato di rassicurarla.
"Non…", cominciò, ma dovette bloccarsi per schiarirsi la voce, "Non sono affatto spaventata", si passò una mano sulla fronte, constatando sorpresa che non era febbricitante come si era, invece, aspettata, "Però…", esitò, incerta su quello che voleva veramente dire, "Non ho l'abitudine di invitare un uomo nel mio letto dopo appena pochi giorni che lo conosco…", dichiarò, guardandolo dritto negli occhi con la franchezza che era una delle caratteristiche che Jarod apprezzava di più in lei, "ma con te sono sul punto di farlo."
Jarod deglutì, comprendendo quello che stava cercando di dirgli: che non era una donna leggera, ma che con lui si sentiva diversa.
"Non voglio farti fare qualcosa di cui domattina potresti essere pentita", disse a bassa voce, "Forse stiamo correndo troppo…", sospirò, "E' meglio che me ne vada."
"No!", eruppe lei, d'impulso. Trasse un respiro per calmare il tumulto del suo cuore e proseguì, "E' vero, forse stiamo correndo troppo… ma non voglio che tu te ne vada adesso. Vorresti… vorresti dormire da me?", arrossì, "Intendo proprio dormire. Ho una camera in più, sempre pronta per gli ospiti…"
Jarod capì che gli stava dicendo che aveva fiducia in lui, una fiducia ingiustificata, perché dopotutto lo conosceva appena. Lui sapeva che era ben riposta: piuttosto di tradire quella fiducia, avrebbe preferito morire. Era semplicemente straordinario che lei sentisse la stessa cosa.
"Va bene", accettò quindi, con molta semplicità. Erin gli rivolse un timido sorriso, poi si voltò ed aprì la porta.
La casa rifletteva bene la sua personalità: spaziosa, con mobili semplici ma di fattura pregiata, di legno chiaro, tappeti dai colori caldi, quadri vivaci. Attraversarono un salotto-biblioteca, con un divano ad angolo dall'aria molto comoda e scaffali stracolmi di libri; un grande televisore, completo di videoregistratore e lettore dvd, ed un impianto stereo con una ricca collezione di dischi in vinile e cd completava l'arredamento. In un angolo c'era un piccolo caminetto, davanti al quale, nelle sere d'inverno, doveva essere assai piacevole sedersi a fissare il fuoco.
Erin lo condusse in giardino, che per le sue dimensioni poteva essere tranquillamente definito un piccolo parco, curato da un giardiniere che veniva una volta alla settimana.
Alla luce dei piccolo lampioni dalla luce gialla che non attirava gli insetti, Jarod vide alberi ombrosi, tassi, ontani, pioppi ed altri, ed aiuole fiorite, tra cui riconobbe rose, lillà, rododendri, fucsie; in un angolo c'era una grande piscina dalla forma irregolare, circondata da sassi e piccoli cespugli d'erica e caprifoglio che le conferivano quasi l'aria di un laghetto naturale. Un gazebo di legno bianco, costruito di fianco alla piscina, copriva tre divani a dondolo, disposti a ferro di cavallo attorno ad un tavolo quadrato di pietra. Un leprichaun (pron. lèprikon), il tipico folletto irlandese dalla giubba verde, i pantaloni rossi, l'alto cappello a cilindro e la grande barba bianca sotto il nasone, faceva capolino da dietro un cespuglio di pungitopo, mentre alcune fate ballavano la giga poco lontano nella luce della luna ormai al primo quarto.
"Che meraviglia!", esclamò Jarod, deliziato. Erin sorrise:
"Un angolo d'Irlanda in piena California", spiegò, "Ho fatto impazzire i giardinieri perché volevo esattamente quegli alberi e quei fiori. Bevi qualcosa?", gli chiese poi, "Acqua, succo di frutta… oppure del vino?"
"Niente vino", decise Jarod, "Non sono sicuro che riuscirei a mantenere il mio autocontrollo, se bevessi altro alcol", spiegò, in tono sommesso. Leggermente imbarazzata, ma anche lusingata, Erin andò a prendere acqua e del succo di papaya e maracuja , e solo dopo averlo servito si rese conto che quei due frutti erano considerati afrodisiaci. Sperò che Jarod non rilevasse la cosa, o che, in caso contrario, non la prendesse nel modo sbagliato.
Si sedettero su uno dei divani a dondolo con i bicchieri in mano. Per stare più comoda, Erin si liberò delle scarpe, ed invitò Jarod a fare altrettanto; entrambi rimasero quindi a piedi nudi, confortevolmente sprofondati nel divano a conversare di tutto e di niente.
Poi pian piano, senza causa apparente, la tristezza calò come un macigno su di lei, opprimendo il suo cuore, schiacciandolo come sotto un peso immane; Erin si fece silenziosa.
Jarod si accorse immediatamente che i suoi occhi si erano fatti vacui. Percepì la sua mestizia come un abisso spalancato dentro di lei e la gola gli si chiuse per l'ambascia. Posò il bicchiere sul tavolo di pietra, si spostò vicino a lei e, senza parlare, le circondò le spalle con un braccio. Lei non si mosse.
"Erin…", la chiamò, con gentilezza, "Che cosa c'è, Erin?"
E rin sentì la presa salda del suo braccio attorno alle proprie spalle, la solidità del suo corpo che le premeva contro il fianco, il calore nella sua voce, e si sentì come sollevar fuori dal precipizio in cui era inaspettatamente caduta. Si girò a guardarlo, ma non riuscì a parlare. Il dolore nel suo sguardo turbò Jarod profondamente: sebbene ne conoscesse la causa, non ne aveva sospettato la reale vastità.
"Non vuoi confidarti con me, Erin?", le domandò, pacatamente, "L'hai detto tu che quando un segreto comincia a far del male non deve più esser taciuto…"
Erano passati quasi due anni da quando il suo matrimonio era finito. In tutto quel tempo, Erin si era occasionalmente sfogata con un'amica, o con la madre, ma mai fino in fondo. C'era una cosa che non aveva mai confidato a nessuno; ora comprese che a Jarod l'avrebbe infine detto. Ma prima doveva raccontargli tutta la sua vicenda.
"C'era una volta una ragazza romantica che sognava il suo principe azzurro", cominciò, in tono monocorde, guardando altrove, "ed un giorno lo incontrò. Era alto, affascinante, divertente, interessante, intelligente, e bello. Se ne innamorò perdutamente. Gli si donò completamente, mente, anima, corpo e cuore. Dopo un anno di fidanzamento, si sposarono con una cerimonia da sogno. Per lei fu il giorno più bello della sua vita. Per i successivi dieci anni, i due formarono una coppia perfetta: stessi pensieri, stessi interessi, stessi sentimenti, stessi ideali; erano solidali, leali, sempre pronti a sostenersi ed a confortarsi l'un l'altra. Gli amici dicevano che parlare con l'uno o con l'altra era lo stesso, erano veramente l'incarnazione del detto due corpi ed un'anima sola…"
Erin fece una lunga pausa, cercando le parole più adatte ad esprimere tutta la sua amarezza. Proseguì:
"Poi, un orribile giorno, senza preavviso alcuno, il principe azzurro decise che ne aveva abbastanza e disse alla ragazza che mollava tutto. Lei credette che ci fosse un'altra donna, ma non era così. Semplicemente, lui non riusciva più a reggere le responsabilità del matrimonio e voleva essere libero, tornare ragazzino, senza preoccupazioni, senza vincoli, senza impegni. Per sei lunghi mesi lei rifiutò di arrendersi e provò ogni strada per rimettere insieme i cocci del loro matrimonio, ma lui non collaborò affatto. Semplicemente, non voleva più stare con lei. Poiché lo amava davvero, alla fine lei gli restituì la sua libertà: gli aveva messo un anello al dito, e non una catena al collo. Vendette la casa in cui avevano abitato, fece metà di tutto il loro patrimonio comune, e poi, distrutta, schiantata, annientata, fuggì dalle macerie della sua vita. Affidò la sua attività ad un'amica leale, comprò un motorhome, un carrello, vi mise sopra la sua moto e per due mesi girò senza meta, cercando di scappare dal dolore, senza rendersi conto che non poteva farlo, perché il dolore era lì, dentro di lei, e non poteva essere lasciato indietro, ed avrebbe continuato a tormentarla. Quando infine lo comprese, pianse tutte le sue lacrime in uno sfogo che le dilaniò il petto e le straziò l'anima, al punto che credette di morire col cuore spaccato; poi, inaspettatamente, trovò dentro di sé una barlume di forza che la salvò dal baratro. Venne a patti col suo dolore e giurò che non avrebbe pianto mai più…"
S'interruppe udendo un singulto soffocato. Si girò a guardare il suo inaspettato confidente: Jarod era molto pallido e si premeva una mano sulla bocca, gli occhi lucidi di lacrime. La sua profonda partecipazione la lasciò senza parole.
"Hai sofferto orribilmente", mormorò Jarod, con voce traballante. Le sue capacità di simulatore gli avevano fatto vivere in prima persona la terribile pena che le parole di Erin avevano evocato, ed ora si sentiva sanguinare il cuore per lei.
"Sì", confermò Erin, ritrovando faticosamente la favella, "ma per fortuna è passato. Il tempo, in questi casi, è un grande medico."
"Ma io vedo ancora molto dolore in te", obiettò Jarod, guardandola negli occhi. Erin, dopo un'esitazione, annuì:
"E' vero", confermò, "però non è lo stesso dolore di prima. Quello era dovuto in prevalenza al fatto che ero ancora innamorata del mio ex, o credevo di esserlo. Alla fine, le sue azioni hanno ucciso il mio amore per lui. No…", s'interruppe, incerta: ecco, era infine venuto il momento di confessare quello che non aveva mai confessato ad anima viva; prese un respiro profondo e continuò, il pianto nella voce, "Adesso il mio dolore è dovuto alla paura di non riuscire più ad amare di nuovo. Io… temo che il mio cuore… sia morto…"
La voce le si spezzò. Ecco, infine era riuscita a dirlo. Le lacrime, trattenute dentro di lei per così tanto tempo, ruppero gli argini che vi aveva caparbiamente costruito attorno e presero a scorrerle sul viso.
"Eppure, sento d'avere… ancora tanto amore da dare…", singhiozzò, "Vorrei solo qualcuno a cui poterlo donare… senza riserve… senza il timore di rimanere di nuovo ferita… Qualcuno che mi ami altrettanto… Sono una stupida romantica?… Forse chiedo troppo… e forse non sono neppure più in grado di amare in quel modo… Ma desidero tanto… sentire di nuovo le farfalle nello stomaco… Oh, Dio, quanto lo desidero…"
Jarod la prese tra le braccia e la strinse amorevolmente; provava una volontà quasi feroce di proteggerla contro tutti i dolori del mondo. La cullò come una bambina. Erin era molto forte, lo aveva appena dimostrato affrontando e guardando in faccia ancora una volta il suo dolore, ed in realtà non aveva bisogno di protezione, ma lui sapeva che tutti necessitano, ogni tanto, di un sostegno, di un appoggio, e che nessuno è incrollabile. Era commosso di constatare che Erin aveva avuto tanta fiducia in lui da mostrargli la propria vulnerabilità, e giurò a se stesso che, da parte sua, lei non avrebbe mai dovuto temere di essere ferita, per nessuna ragione al mondo.
"Un giorno scoprirai che la paura se n'è andata", mormorò, "Anche in questo caso, il tempo è il migliore dei medici."
Lei continuò a piangere con forti singulti che lo sconvolgevano fin nel più profondo dell'animo; si sentiva impotente, e tutte le sue conoscenze sulla psicologia improvvisamente gli parevano inadeguate e banali. Così, si limitò a tenerla stretta.
Tra le sue braccia, Erin pianse fino allo sfinimento, bagnandogli la camicia di un fiume di lacrime. Poi, pian piano, s'acquietò, ed infine, esausta, stordita, si addormentò, cercando nel sonno un rifugio, un sollievo dal dolore.
Quando Jarod se n'accorse, le baciò teneramente i capelli, poi la sollevò delicatamente sulle braccia e la portò in casa; trovò la sua camera ed andò a deporla sul letto. Le sfilò le scarpe, poi la avvolse nel leggero copriletto. Stava per uscire quando Erin riemerse qualche istante dal sonno e sussurrò:
"Non lasciarmi sola, Jarod…"
Il suo tono di supplica lo inchiodò. Era una richiesta d'aiuto, e lui non poteva, non voleva rifiutarglielo.
Si liberò delle scarpe e si infilò sotto il copriletto, accanto a lei; le prese una mano e gliela strinse lievemente.
"Sono qui", disse a bassa voce, "Non ti lascerò sola."
Mai, aggiunse tra sé, senza bene capire perché.
Erin emise un lieve sospiro, poi tornò ad addormentarsi. Poco dopo, anche Jarod scivolò nel sonno.
