Capitolo VIII: Allegro Parte 2

Domenica 30 giugno, ore 02.20

Erin stava sognando. Qualcuno – lei non vedeva chi era, ma sapeva di chi si trattava – le stava mordicchiando un capezzolo inturgidito, mentre con una mano tentava le umide pieghe tra le sue cosce. Le dita esperte trovarono il duro nodo del suo piacere e cominciarono a massaggiarlo squisitamente, suscitandole ben presto spasmi di godimento che la fecero gemere ad alta voce…

Con un sussulto, Erin si svegliò al suono della sua stessa voce. Anche Jarod si destò.

"Cosa c'è, amore?", le mormorò, in tono tranquillizzante, credendo che lei avesse avuto un incubo, "Sono qui con te…"

Erin si rigirò tra le sue braccia; al buio non lo vedeva, ma non sentì il bisogno di accendere la luce.

"Sognavo di te", gli sussurrò, con voce carica di un tale desiderio che Jarod sentì un lento brivido di aspettativa serpeggiargli lungo la spina dorsale. Poi le mani di Erin gli sfiorarono il petto in una carezza sensuale, ma titubante. La incoraggiò con un brontolio di approvazione, e la ricambiò cominciando ad accarezzarle la schiena. Allora lei scostò il lenzuolo e posò le labbra dove un attimo prima stava una delle sue mani, deponendo una serie di baci sul deltoide fino a trovare il capezzolo. Qui si soffermò, titillandolo con la lingua ed i denti, mentre con le dita tracciava circoli sul suo ventre, sempre più in basso; quando arrivò ai boxer, vi infilò dentro la mano, afferrando delicatamente la sua virilità che già andava inturgidendosi.

Sentendosi toccare, Jarod emise un gemito di piacere. Armeggiò con la cintura dell'accappatoio di Erin e l'aprì, infilandovi sotto una mano per sfiorarle la curva della natica. Lei sospirò e gli si fece più vicina, insinuando una gamba tra le sue e posandosi per tutta la lunghezza sul suo fianco. Contro la coscia, Jarod sentì il calore umido della sua femminilità e quel contatto lo eccitò terribilmente: dovette trattenersi a forza dall'arrovesciarla sul letto e prenderla all'istante.

La mano dentro ai boxer lo stava stimolando impietosamente e gli strappò un altro gemito. Erin si spostò e lo liberò dell'indumento, poi si sdraiò sopra di lui. Ora i loro occhi si erano abituati al lievissimo chiarore proveniente dalle tende illuminate dalla luna e riuscivano a vedere i contorni dei loro corpi.

Erin si ritrasse dal suo abbraccio; con la bocca aperta percorse la distanza tra il suo petto ed il basso ventre, facendo dardeggiare la lingua e mordicchiandolo deliziosamente. Al tempo stesso si liberò dall'accappatoio, che gettò via, alla cieca.

Poi Jarod sentì la lingua di Erin percorrerlo per tutta la sua lunghezza, fino ai testicoli, ed ansimò di piacere.

Sorridendo segretamente tra sé, lei lo leccò lentamente, sottoponendolo ad una tortura deliziosa almeno quanto quella a cui era stata sottoposta lei nel sogno. Era così eccitata che sentiva vampate di calore lambirle l'interno delle cosce; quando capì che non avrebbe resistito oltre, né lo avrebbe potuto Jarod, gli si sedette sopra. Gli sfiorò il glande con le grandi labbra, tormentando squisitamente lui e se stessa ancora per qualche istante; poi si sollevò un poco, ed aiutandosi con una mano lo fece scivolare dentro di sé.

"Oh, Erin…", gemette Jarod, afferrandola per il fianchi e sollevando il bacino per colmarla, "Mia Erin…"

Lei gettò la testa all'indietro, inarcando la schiena per variare l'angolo di penetrazione fino a trovare la posizione più soddisfacente; poi cominciò a muoversi ritmicamente, in su fino a trattenere solo il glande, poi in giù per tutta la sua lunghezza finché con le natiche non toccava lo scroto, in un movimento che provocava ad entrambi incontrollabili tremiti di piacere.

Jarod non osava quasi muoversi, nel timore di spezzare quella sensuale cadenza. Sollevò le mani fino a chiuderle attorno ai suoi seni, stringendo delicatamente la morbida carne e vellicando i capezzoli con i pollici. Erin emise un lamento basso e vibrante che gli fece rizzare i capelli sulla nuca, un lamento che crebbe d'intensità man mano che aumentava il piacere. Sentendo approssimarsi l'orgasmo, Jarod emise un suono d'avvertimento per invitarla a diminuire il ritmo, ma Erin non si fermò; la prese allora per i fianchi tentando di bloccarla, ma lei bisbigliò:

"Lasciami fare."

Allora si arrese, e pochi istanti dopo il climax lo travolse irresistibilmente

"Oooohhh, Erin…!", gridò, il fiato mozzo, schizzando dentro di lei. I suoi spasmi portarono Erin oltre il limite; gli occhi chiusi, il respiro ridotto ad un rantolo, la giovane donna artigliò le spalle di Jarod in una stretta quasi dolorosa ed emise un acuto gemito di godimento che fece eco a quello di lui. Poi, sopraffatta dal piacere, gli si afflosciò tra le braccia, il viso contro il suo petto.

Lentamente, i loro respiri si acquietarono ed il battito cardiaco tornò normale. Erin distese le gambe lungo quelle di Jarod e si accoccolò meglio nel cerchio delle sue braccia. Lui le accarezzò i folti capelli, scostandoli dal suo viso accaldato e baciandole una tempia.

"Sono sbalordito", le mormorò all'orecchio. Lei emise un tono interrogativo:

"In che senso?", volle sapere. La sua voce assonnata lo fece sorridere.

"Perché ogni volta che faccio l'amore con te mi sembra più bella della precedente", spiegò, "Ma come fai?"

Le ci volle un momento per realizzare che aveva ricevuto un complimento per le sue qualità amatorie. Spalancò gli occhi, incredula: non aveva mai ritenuto di essere un granché, a letto. Ma in effetti, a ben pensarci, in due settimane aveva fatto con Jarod cose che non aveva mai fatto in dieci anni con il suo ex… incluso svegliarsi nel cuore della notte con una pazza voglia di far l'amore, girarsi e sedurre il proprio compagno in quattro e quattr'otto. Con Jarod si sentiva bramosa e disinibita come non era mai stata… come non aveva mai creduto di poter essere. Il motivo era molto semplice: si fidava di lui. Perché allora aveva ancora paura, quando le capitava di pensare al futuro del loro rapporto? Gli avrebbe affidato la propria vita… perché non riusciva ad affidargli la propria felicità? Dopotutto, lui l'aveva fatto…

Con un sospiro, rinunciò a capire e scivolò giù da lui, al suo fianco.

"Non faccio niente", mormorò, non sapendo cosa rispondere, "Cerco solo di dimostrarti quanto ti amo."

Jarod le prese una mano e se la portò alle labbra, deponendovi lievi baci dito per dito.

"Grazie, amor mio", le disse piano, emozionato, "Spero di dimostrarti altrettanto."

"Lo fai, Jarod", gli assicurò, "Lo fai…"

Dolcemente, si addormentarono così, abbracciati.

Domenica 30 giugno, ore 08.15

Il mattino seguente Jarod si svegliò al chiarore del sole che batteva sulle tende accostate. Con un sorriso, guardò Erin che dormiva, rannicchiata contro di lui, e si chinò a baciarle i capelli. Poi si alzò, attento a non svegliarla, ed andò alla finestra per guardar fuori, nello scenografico giardino irlandese, perso nei suoi pensieri.

Era innamorato di Erin De Rossi. Innamorato come non sapeva che fosse possibile essere. Voleva trascorrere con lei il resto della sua esistenza… ma come poteva fare, con il Centro che lo braccava? La sua mente, per quanto geniale, mulinava senza posa ma non trovava una soluzione.

"Sembra che il panorama ti piaccia."

La voce di Erin, bassa e dolce, lo strappò alle sue riflessioni. Jarod si voltò; la vide seduta sul bordo del letto, nuda e bellissima, i lunghi capelli che le ricadevano scomposti sulle spalle e sulla schiena.

"Molto meglio quello che vedo adesso", disse, ammiccando maliziosamente.

Erin sorrise, e pur arrossendo lievemente per l'audacia del complimento non accennò a coprirsi. Con Jarod si sentiva perfettamente a suo agio anche senza vestiti addosso, cosa che trovava insolita, perché, non essendosi mai ritenuta particolarmente attraente, era sempre stata alquanto pudica. Era lui, comprese; era lui che la faceva sentire diversa.

Il suo sguardo si spostò dal viso dell'uomo alle sue spalle ampie, al petto muscoloso coperto dalla giusta quantità di peluria, giù fino al ventre piatto ed alle lunghe gambe, per poi tornare indietro e fissarsi sfacciatamente sulla sua virilità esposta.

Erin s'accorse di volerlo, ed il desiderio le si rifletté negli occhi. Senza rendersene conto, si inumidì le labbra improvvisamente secche con la punta della lingua, inconsapevole del potere erotico di quel gesto.

Jarod fu percorso da un brivido di aspettativa e s'accorse che essere guardato così da Erin lo eccitava terribilmente. Il suo membro cominciò ad inturgidirsi.

Notando la sua reazione, Erin deglutì e sentì un gran calore sprigionarsi dal suo grembo. Man mano che la virilità di Jarod progrediva verso l'alto, aprì lentamente le gambe, offrendogli il provocante spettacolo della sua femminilità fremente.

Posando gli occhi sulla rosea fessura, Jarod sentì il fiato fuoriuscirgli dai polmoni come per un colpo. In due passi coprì la distanza che lo separava da Erin con l'intenzione di inginocchiarsi tra le sue gambe, ma lei lo fermò afferrandolo per i fianchi, il viso all'altezza del suo bacino, e gli catturò il membro con la bocca. Jarod emise un rantolo di piacere mentre lei lo succhiava golosamente; per poco le ginocchia non gli cedettero, e fu costretto ad appoggiarsi alle spalle di lei per sostenersi. Erin portò le mani davanti, posandone una alla base del pene e l'altra sui testicoli; cominciò a massaggiarlo, infliggendogli il supplizio più delizioso che avesse mai sperimentato.

Jarod riuscì a sopportarlo solo per poco; poi si ritrasse e, voglioso di donarle altrettanto piacere, si inginocchiò e calò la bocca sul suo fiore di donna. Erin ansimò forte sentendolo farle l'amore con la lingua; si sostenne con le braccia, spingendo il bacino in avanti, smaniosamente. Il piacere salì in ondate successive, sempre più alte, finché non resistette oltre e supplicò:

"Prendimi, Jarod… prendimi adesso!"

Jarod si sollevò su di lei, sostenendosi sulle braccia, ed Erin si lasciò cadere lentamente sulla schiena. Sentì le grandi labbra che si aprivano sotto la spinta, decisa e gentile allo stesso tempo, della verga maschile, che un istante dopo entrò completamente in lei. Erin l'accolse con un gemito soffocato.

Era così eccitata che bastarono poche spinte perché raggiungesse il climax. Jarod la vide inarcarsi e gettare il capo all'indietro, mentre un lungo gemito straziante le prorompeva dalla gola. Le sue contrazioni lo portarono in pochi istanti all'orgasmo, strappandogli bassi lamenti di piacere.

Quando l'ondata del godimento si fu ritratta, Jarod si abbassò su di lei e l'abbracciò, ricoprendole il viso di baci. Erin lo ricambiò, tentando di rimettere ordine nelle impetuose sensazioni, fisiche e spirituali, che sempre lui sapeva suscitare in lei.

Rimasero così per qualche minuto, aspettando che i loro cuori tornassero ad un battito normale. Poi Jarod le disse a bassa voce, sorridendo:

"Lo sai che hai appena soddisfatto una delle mie fantasie erotiche preferite?"

Erin lo guardò sbalordita:

"Che cosa?"

"Sì", confermò lui, annuendo, "L'unica differenza è che dovevo essere vestito."

Adesso lei era divertita:

"Eh? E perché mai?"

"Oh, beh… Lo scenario sarebbe che io sono un ladro, o forse una spia, ed entro nottetempo, di soppiatto, nella camera di lei per frugare nella cassaforte. Lei si sveglia e mi sorprende, ma si limita a guardarmi. Io ricambio lo sguardo e mi accorgo di volerla. Lei capisce che anche lei mi vuole, così scosta le lenzuola e si alza a sedere sul bordo del letto; è nuda, e lentamente allarga le gambe per invitarmi a fare l'amore con lei. Io mi avvicino, lei mi sbottona i pantaloni… il resto è esattamente com'è successo."

Erin aveva la bocca arida: la descrizione aveva nuovamente acceso in lei il desiderio.

"Intrigante", mormorò con voce roca. Jarod s'accorse della sua eccitazione:

"Trovi davvero?", bisbigliò, sollevando una mano per posarla sul lato di un seno, "E… posso chiederti qual è la tua fantasia erotica preferita?"

Erin arrossì fino alla radice dei capelli: in tutta la sua vita, l'aveva confidata solo alla sua amica del cuore, Jean, parlando liberamente come solo le donne tra loro riescono a fare. Con il suo ex marito non ne aveva mai parlato, in qualche modo timorosa di essere mal giudicata. Stranamente, però, nonostante il momentaneo senso d'imbarazzo, non ebbe esitazioni a descriverla a Jarod:

"Sto aspettando l'ascensore nel garage di un grattacielo. Si avvicina uno sconosciuto. Ci scambiamo uno sguardo ed io prendo fuoco. Arriva l'ascensore, ne discende della gente; saliamo, ed io premo il pulsante dell'ultimo piano. Siamo soli. Lui continua a guardarmi ed io sono sempre più eccitata. Si avvicina, mi prende per le spalle, gentilmente, ma con fermezza, e mi bacia appassionatamente. Io ricambio. Lui ferma l'ascensore, mi preme in un angolo, mi solleva la gonna e mi fa sedere sul corrimano a gambe aperte… "

Erin s'interruppe: dentro di lei, Jarod stava tornando ad ingrossarsi. Lusingata, lo guardò negli occhi, mentre un lento sorriso le incurvava gli angoli della bocca.

"Intrigante…", alitò Jarod, prima di chinare la testa e posare le labbra su quelle di lei. Erin aprì la bocca e cercò la sua lingua con la propria, intrecciando un gioco provocante e sensuale che non fece che acuire la loro bramosia. Ricominciarono a fare l'amore, lentamente, senza fretta. Durò molto a lungo, e quando infine sopraggiunse l'acme del piacere, furono scossi fin nel più profondo dei loro corpi, non meno che delle loro anime.

Il sole era ormai molto alto allorché si alzarono ed andarono a fare la doccia insieme. Quando tornarono in camera per vestirsi, Erin guardò il letto e pensò che era sconvolto come un campo da battaglia. Non ricordava di aver mai ridotto un letto in quello stato, e guardò il corresponsabile di quel fatto, che si stava rivestendo.

"Quando sorridi così stai pensando a qualcosa di molto, molto spudorato", osservò Jarod, con un sogghigno. Lei rise:

"E hai ragione, perché stavo considerando che forse dovremmo rinforzare il letto!"

Jarod si girò a guardarlo.

"Oooops!", fece, poi scoppiò anche lui a ridere.

Era molto tardi, le undici passate, così decisero di fare il brunch, l'incrocio tra colazione e pranzo tipicamente statunitense. Prepararono uova sode, cereali, succo di frutta, pane tostato, prosciutto, formaggio e caffè, poi si sedettero sotto il gazebo a mangiare con l'accompagnamento musicale dello stereo portatile.

Chiacchierarono, come ormai era diventato loro costume, degli argomenti più disparati, dal futile all'impegnato, trovando ciascuno una corrispondenza nell'altro, corrispondenza che non sempre era perfetta, ma che proprio per questo spesso aiutava ciascuno dei due a chiarirsi meglio le idee.

Entrambi si sentivano la persona più fortunata della Terra.

Lunedì 1° luglio, ore 10.25

Miss Parker entrò nell'ufficio di suo fratello col suo solito passo di carica.

"Volevi vedermi, Lyle?", domandò con un tono che avrebbe gelato un vulcano in eruzione. Quando il signor Parker, il loro padre, si era letteralmente volatilizzato alcuni mesi prima, dopo gli avvenimenti in Scozia, avrebbe dovuto essere lei a prenderne il posto, ma il Triumvirato, grazie ai maneggi di Lyle e Raines, aveva deciso altrimenti.

Il bell'uomo castano seduto dietro l'elegante scrivania finse di non accorgersene e le fece un sorriso, che però non arrivò ad illuminargli gli occhi:

"Sì, sorellina, vieni."

Miss Parker odiava quando la chiamava così. Non c'era al mondo nessuno che aborrisse come aborriva Lyle. Il fatto che fosse suo fratello gemello, come aveva scoperto alcuni anni addietro, veniva da lei considerato un mero incidente genetico: non aveva niente in comune con quell'essere esecrabile, dall'animo freddo e spietato e divorato da un'ambizione senza limiti.

"Vieni al punto", disse, con insofferenza.

"Il Triumvirato voleva sapere se avevi notizie di Jarod", spiegò Lyle.

Miss Parker avanzò nella stanza e piantò le mani sulla scrivania del fratello.

"Nessuna, finora", rispose, freddamente.

"Com'è possibile?!", esclamò Lyle, tradendo la sua collera, "Sono più di quattro settimane che tu e quegli altri due perdigiorno non muovete un passo per trovarlo!"

"Non abbiamo alcun indizio su dove cercarlo", ribatté Miss Parker, battagliera, "Neanche su dove cominciare a cercarlo! Dovremmo forse metterci a setacciare tutti e cinquanta gli Stati, Lyle?"

Lyle tacque un momento, obbligato a riconoscere che una simile ipotesi non era realistica. Fece un gesto conciliante con la mano, guantata per nascondere la mancanza del pollice che gli era stato amputato dalla yakuza giapponese per un torto che le aveva fatto qualche anno prima.

"D'accordo, allora. Siete sicuri che nell'ultimo posto dov'è stato non abbia lasciato alcun indizio?", volle sapere poi, "Non avete trascurato niente?"

"Ci siamo tornati due giorni fa", rispose Miss Parker, "ed abbiamo passato ore a cercare una traccia. Il risultato è stato: niente."

Il fratello posò i gomiti sulla scrivania, aggrottando la fronte.

"E' molto strano, mi pare", commentò. Miss Parker annuì:

"Difatti lo è. Ma ancor più strano è che non ha più contattato neppure Sydney. E' semplicemente svanito nel nulla."

Lyle emise un sibilo simile a quello di un serpente, nuovamente in collera.

"E' ridicolo!", ringhiò, "Da quando è scappato non era mai successo! Non è che per caso tu e quei due avete deciso di arrendervi?"

"Ridicolo sei tu, Lyle!", reagì Miss Parker, gli occhi lampeggianti di rabbia, "Io non mi arrendo mai, e se insinuerai di nuovo una cosa di questo genere, ti piazzerò una pallottola tra quei tuoi occhi da crotalo!"

Non era la prima volta che lo minacciava di far qualcosa del genere, e Lyle sapeva che lei lo odiava abbastanza da finire col mettere in atto le sue parole, se lui l'avesse provocata oltre il limite. Così, anche stavolta batté in ritirata:

"Va bene, come non detto. Ma esigo che tu e la tua squadra torniate di nuovo nell'ultima tana di Jarod e buttiate tutto all'aria fino a trovare un indizio, intesi?"

Lei lo trapassò con lo sguardo.

"Puoi esigere quello che ti pare, Lyle, ma se gli indizi non ci sono, non possiamo inventarceli io, Sydney e Broots. Per il momento, non possiamo far altro che aspettare che Jarod tradisca la sua presenza in qualche posto e precipitarci laggiù non appena ne abbiamo notizia."

Se gli sguardi avessero potuto uccidere, l'occhiata che si scambiarono Miss Parker e Lyle li avrebbe ridotti entrambi in cenere.

"Per ora è tutto, allora: puoi andare", disse Lyle. Lei girò sui tacchi e, con passo sicuro, lasciò la stanza senza neppure curarsi di salutarlo.

Martedì 2 luglio, ore 19.55

Quella sera a casa di Erin squillò il telefono.

"De Rossi", rispose.

"Ciao, tesoro, sono la mamma", sentì una voce all'altro capo della linea, "Volevo solo sapere se pensavi di arrivare domani sera o giovedì mattina."

Erin sbatté le palpebre due volte, prima di ricordare a cosa si stava riferendo: giovedì era il 4 luglio, ed ogni anno trascorreva alcuni giorni di vacanza con la sua famiglia. Non poteva assolutamente mancare, anche perché due giorni dopo era il sessantacinquesimo compleanno di suo padre Frank.

"Ehm! Potrei portare una persona, eventualmente?", domandò.

"Ma certo, cara, i tuoi amici sono i nostri!", esclamò Maureen De Rossi, confermando la proverbiale ospitalità irlandese, poi fece una pausa, "Un momento, il tuo tono mi suggerisce qualcosa… è un uomo?"

Erin le sorrise attraverso il telefono: a sua madre non poteva proprio nascondere niente.

"Sì, il mio ragazzo."

"Hai un ragazzo… meraviglioso! Non vedo l'ora di conoscerlo. Come si chiama?"

"Jarod. Ma prima devo chiedergli se vuole venire… Sai, stiamo insieme da poco più di due settimane..."

"Capisco, potrebbe pensare che è un po' troppo presto per essere presentato alla famiglia… Senti, fammi sapere, va bene?"

"Grazie. Ciao, mamma."

"Ciao, mia piccola sidhe (pron. scii)", la salutò Maureen, usando il nomignolo, che significava fata in gaelico, che le aveva attribuito da piccola. Erin depose la cornetta sorridendo e tornò in salotto, dove con Jarod stava guardando un documentario alla tv.

"Era mia madre", esordì, sedendogli accanto, "La mia famiglia si riunisce sempre per il 4 luglio, anche perché papà compie gli anni il 6. Sabato ne farà sessantacinque. Ti andrebbe di partecipare? Non considerarlo un obbligo, però", aggiunse in fretta. Jarod capì che lei non voleva imporgli nulla, che non gli avrebbe mai imposto nulla, e sorrise per tranquillizzarla:

"Se la tua famiglia è fantastica come te, sarò felice di venire", rispose. Erin ricambiò il suo sorriso:

"Sì, credo che ti piaceranno…"

Gli elencò quindi i membri della sua famiglia: il patriarca, Giovanni De Rossi, suo nonno venuto dall'Italia nella seconda metà degli Anni Trenta con la giovanissima moglie Francesca, in cerca di fortuna; Frank, il padre di Erin e loro unico figlio; Maureen, sua moglie e madre di Erin, nata O'Leary e proveniente dalla contea di Connemara, nell'Irlanda occidentale, emigrata bambina con la famiglia nei primi Anni Cinquanta; Sean, il fratello maggiore di Erin, che da qualche anno conduceva l'azienda vinicola fondata dal nonno; sua moglie Dolores ed i loro figli Christopher e Carmen.

Jarod si ritrovò ad invidiare Erin; da come gliene parlava, era una famiglia unita ed affiatata, i cui membri si amavano e si sostenevano gli uni con gli altri senza condizioni, aiutandosi nel momento del bisogno, ma conservando ciascuno la propria indipendenza. Lui non aveva mai conosciuto quel tipo di rapporto, e ne sentiva profondamente la mancanza.

Erin vide la tristezza riaffiorare nei suoi occhi; in quei giorni passati insieme, l'aveva vista sempre più raramente, e ne era stata felice, ma ora ne intuì la ragione: qualcuno doveva averlo privato della sua famiglia, per questo non ne parlava mai, e sentì di odiare con tutte le sue forze coloro che gli avevano fatto questo. Se si fossero presentati alla sua porta, in quel momento non avrebbe esitato a sparargli, per il male che gli avevano fatto, per la vita che gli avevano rubato…

Intanto, avrebbe fatto ciò che poteva per scacciare la mestizia dallo sguardo di Jarod.

"Torno subito", gli disse, alzandosi; andò in camera da letto, dove si mise a rovistare nel cassetto della biancheria intima. Trovò quasi subito quello che cercava e si cambiò rapidamente.

Alcuni minuti dopo era di ritorno, e Jarod s'accorse che aveva indossato un paio di scarpe di vernice dal tacco a spillo. Mentre se ne chiedeva il motivo, Erin allungò la mano verso il telecomando e spense il televisore. Senza una parola, lo abbracciò e lo fece adagiare supino sul divano, sdraiandosi sopra di lui. Gli prese il volto tra le mani e posò la bocca sulla sua, baciandolo dolcemente; poi gli fece schiudere le labbra per un bacio più profondo, comunicandogli silenziosamente il suo desiderio per lui.

Jarod le accarezzò la schiena, lentamente; capiva che il suo intento era quello di dargli il conforto di cui aveva bisogno, senza neppure chiedergli per che cosa, e ne era profondamente commosso e riconoscente. Pensò che era proprio così che doveva essere, tra un uomo ed una donna: darsi sostegno e conforto a vicenda, per tutta la vita, attraverso debolezza e forza, felicità e preoccupazione, nella buona, nella cattiva sorte…

Erin si scostò da lui e si alzò, prendendolo per mano per farlo alzare a sua volta. Poi fece due passi indietro ed allontanò il tavolino, creando uno spazio vuoto tra di esso ed il divano. Jarod la guardò senza capire, ma il secondo successivo comprese: lentamente, Erin cominciò a spogliarsi sotto i suoi occhi, lo sguardo fisso nel suo, un'espressione seducente sul bel volto.

Dapprima sciolse il nodo che chiudeva la sua blusa color prugna, poi gli voltò le spalle e si fece scivolare l'indumento lungo le braccia, per poi lasciarlo cadere a terra. Quando tornò a voltarsi, Jarod vide che portava un reggiseno di seta bordeaux, e quando qualche attimo dopo la gonna raggiunse la camicetta sul pavimento constatò che gli slip erano abbinati. Indossava anche un reggicalze di tulle dello stesso colore, a cui erano allacciate sottilissime calze trasparenti di seta dall'alto bordo di pizzo pure bordeaux.

Era bella come una dea, pensò Jarod, la gola riarsa, percorrendola tutta con lo sguardo. Ed era sexy da mozzare il fiato.

Erin vide il suo sguardo offuscarsi dal desiderio e si sentì incoraggiata. Mai in vita sua aveva fatto uno spogliarello, e quindi era partita insicura dell'effetto che avrebbe ottenuto, ma Jarod la stava letteralmente divorando con lo sguardo con un atteggiamento inequivocabile.

Fece una lenta piroetta per farsi guardare da ogni parte, e Jarod trattenne il fiato quando s'accorse che gli slip erano in realtà un perizoma che le lasciava scoperte le belle natiche. Poi Erin tornò a girarsi verso di lui, allungò una mano dietro la schiena e slacciò il reggiseno; tenendolo fermo con una mano, sfilò un braccio dalla bretella, poi ripeté il procedimento dall'altra parte, ed infine gettò via l'indumento.

Jarod non riuscì più a trattenersi ed allungò le mani, ma lei si allontanò sorridendo sorniona e lo invitò con un gesto a star fermo dove si trovava. Ancora una volta gli voltò le spalle, agganciò il perizoma con i pollici e cominciò ad abbassarlo sui fianchi, tirandolo di qua e di là; Jarod notò che lo aveva indossato sopra al reggicalze. Di nuovo Erin tornò a fronteggiare Jarod, ed allora si accosciò rapidamente, tirando giù il minuscolo indumento fino alle caviglie; poi si rialzò, e con due rapidi movimenti si liberò completamente.

Non le rimanevano addosso che calze, reggicalze e scarpe, e guardandola Jarod inghiottì a vuoto.

Era… da urlo.

Ma il meglio doveva ancora venire.

Erin gli si avvicinò e gli sbottonò la camicia, aprendogliela sul petto. Ancora una volta lui tentò di abbracciarla e lei lo ammonì di non muoversi, arricciando le labbra e scuotendo la testa. Si chinò e gli prese un capezzolo in bocca, titillandolo con i denti e la lingua; Jarod mandò un gemito, mentre il membro irrigidito gli pulsava dolorosamente dentro la costrizione dei jeans. Lasciò cadere la camicia sul pavimento.

Erin mise un ginocchio a terra e gli slacciò la cintura, poi gli aprì la patta. Lentamente, gli sfilò i calzoni, poi fece altrettanto con gli slip. Gli afferrò il pene alla base, con delicata fermezza, e cominciò ad accarezzarlo. Pochi istanti dopo avvicinò la testa e lo leccò pian piano dalla base alla punta, strappandogli una serie di rantoli irregolari.

Jarod stava per perdere la testa: era il sogno di ogni uomo, una bellissima donna seminuda inginocchiata davanti a lui con la sua virilità in bocca…

Incapace di trattenersi, emise un alto lamento; Erin comprese che non ne poteva più e si allontanò, guardandolo da sotto in su con uno sguardo colmo della sua stessa smania. Jarod fece per chinarsi, ma lei gli sgusciò via e gli voltò le terga, lasciandosi cadere carponi, le gambe leggermente divaricate, poi girò la testa, i lunghi capelli bruni che ricadevano come una tenda da un lato, e gli lanciò uno sguardo invitante.

Jarod per poco non soffocò: quella era una vista che avrebbe fatto venire un'erezione ad un morto!

Tenendo gli occhi fissi sulle magnifiche rotondità del suo fondoschiena, Jarod si inginocchiò dietro Erin.

"Ti prego, sii gentile", mormorò lei. Non le era mai piaciuta quella posizione, ma era consapevole che gli uomini ne andavano pazzi ed aveva deciso di assumerla per amor suo.

Jarod comprese tutto questo dal suo tono, e sentì il cuore gonfio d'amore per lei.

La toccò da dietro, accarezzandole con le dita la calda fessura tra le cosce e sfiorandole il clitoride. Erin rabbrividì per il piacere ed allargò ulteriormente le gambe per dargli un accesso migliore. Jarod continuò a toccarla, tormentandola deliziosamente per portarla al culmine dell'eccitazione. Gentilmente, le inserì prima un dito, poi un altro, per abituarla alla sensazione, e quando sentì un fiotto di calore umido investirgli la mano, capì che era pronta. Si posizionò allora contro la sua morbida apertura femminile e spinse, piano, perché non sentisse il minimo fastidio ma solo piacere.

Erin emise un ansito di sorpresa: la penetrazione da tergo era sempre stata spiacevole, per lei, ma non con Jarod… al contrario.

Jarod si chinò su di lei fino a toccarle la schiena col petto, sostenendosi con una mano ed usando l'altra per accarezzarle il seno, pendulo per la posizione. Lentamente, cominciò a muoversi dentro di lei, dapprima con movimenti piccoli, aumentandone poi l'ampiezza man mano che la sentiva pronta. Gli era difficile mantenere il controllo di se stesso, perché quella posizione lo stimolava in modo intollerabile, minacciando di mandarlo in orbita, ma per amore di lei si concentrò e resistette, deciso a portarla con sé al vertice del godimento.

Fu più facile del previsto: incessantemente stuzzicata dalle abili dita di Jarod, che le accarezzavano alternativamente i capezzoli ed il clitoride, Erin sentì sopraggiungere un piacere che non si era aspettata e su cui, dati i deludenti precedenti, non aveva minimamente contato. Un orgasmo incandescente le esplose nelle viscere, facendole cacciare un grido strabiliato, cui un istante dopo si unì Jarod mentre sprizzava dentro di lei in un irresistibile vortice di voluttà.

Mentre lentamente l'ondata del climax si ritraeva, rimasero per qualche istante quasi senza respirare, accaldati, tremanti, quasi fuori si sé per l'estasi appena sperimentata, un'estasi che era tanto fisica quanto spirituale, come può esserlo solo quando non si fa sesso, ma l'amore.

Erin non riusciva a capacitarsi del piacere che aveva appena provato; non dell'intensità, anche se era stata una delle più acute mai provate, ma del modo in cui l'aveva ottenuto, ovvero per mezzo di una posizione che per lei aveva sempre rappresentato più un fastidio che altro. Gli occhi le si riempirono di lacrime: Jarod era l'uomo più meraviglioso, l'amante più attento e generoso che potesse desiderare, il suo compagno perfetto… la sua anima gemella.

Le spiacque quando lui scivolò fuori dal suo corpo, ma fu compensata dal fatto che Jarod si sdraiò supino sul tappeto e la prese tra le braccia, facendole appoggiare la testa sul suo petto, i lunghi capelli sparsi come un velo sulla sua spalla; la strinse teneramente tra le braccia e le baciò la tempia.

"Sei meravigliosa", le mormorò, "Proprio non so cosa ho fatto per meritarti…"

Lei si mosse, sollevò il capo e lo guardò amorevolmente:

"Io mi chiedo che cosa ho fatto io per meritare te", sussurrò, "Ma qualunque sia la ragione, ringrazio Dio ogni giorno per averti posto sul mio cammino."

Con gli occhi lucidi di lacrime di commozione, Jarod le fece appoggiare nuovamente la testa sul suo petto e la strinse forte.

"Per me è lo stesso", sussurrò, "Per me è lo stesso."

Nell'animo di Erin fece capolino uno sgradito senso di colpa. Era vero, amava Jarod con tutta se stessa, come aveva tanto sperato di essere ancora capace di amare… Nonostante la paura, nonostante il rischio…

Perché allora continuava a sentire quel freddo nucleo di ghiaccio in fondo al cuore?