Capitolo XI: Arrivo Parte 1
Mercoledì 10 luglio, ore 21.10
Jarod chiuse il fascicolo sull'ultima pagina e lo posò in grembo, lo sguardo perduto nel nulla.
Aveva appena finito di leggere il romanzo di Erin, e l'aveva trovato semplicemente eccezionale. I personaggi balzavano letteralmente fuori dalle pagine, l'ambiente veniva descritto in modo molto vivido, la trama era avvincente dall'inizio alla fine, sia nei momenti d'azione che in quelli riflessivi o descrittivi; inoltre, a differenza di qualsiasi altro romanzo fantasy che avesse letto, parlava d'amore e di sesso senza falsi pudori, trattandoli per ciò che erano in realtà, ossia aspetti fondamentali della vita.
Nel suo genere, era un'opera unica ed un capolavoro.
Jarod si alzò ed andò da Erin, che sapeva intenta a scrivere il seguito delle avventure della sua protagonista, la formidabile guaritrice/guerriera che aveva molto di lei stessa.
Si fermò sulla soglia, posandosi con una spalla contro la cornice, e la osservò mentre digitava velocemente sulla tastiera, l'espressione ansiosa dell'artista in piena fase creativa: gli occhi brillanti, le palpebre che quasi non battevano, la bocca leggermente schiusa, il respiro superficiale. In un momento simile, disturbare quella specie di trance significava compiere quasi un sacrilegio, così Jarod rimase fermo e silenzioso sulla porta, in attesa che Erin si accorgesse di lui, un lieve sorriso colmo d'amorevole orgoglio ad incurvagli le labbra.
Le ci volle qualche minuto, ma infine, attraverso i sensi ottusi dalla concentrazione, Erin percepì la presenza di Jarod e s'interruppe, girando verso di lui uno sguardo ancora perduto su orizzonti lontani.
"Non voglio disturbarti", dichiarò Jarod, "ma ho appena finito il tuo romanzo."
Gli occhi di Erin si misero a fuoco su di lui.
"Tu non mi disturbi mai", affermò, in perfetta sincerità, "sei la persona meno invadente del mondo."
Gli rivolse uno di quei suoi sorrisi luminosi che gli facevano diventare le ginocchia di gelatina e si alzò per andargli incontro.
"Vieni, ho bisogno di bere qualcosa di fresco", lo invitò, "Ti va del succo d'ananas?"
"Sì, grazie."
Andarono a sedersi fuori, sotto il gazebo, l'uno di fianco all'altra su un divano a dondolo.
"Allora", lo sollecitò Erin, inspirando profondamente, "qual è il tuo giudizio?"
"Assolutamente fantastico", dichiarò Jarod, sinceramente, "sia dal punto di vista del fruitore, sia da quello del critico letterario…"
Le espose la sua opinione, poi citò le scene che lo avevano particolarmente colpito e lodò la scelta di certe espressioni non banali che rendevano la lettura più stuzzicante.
Erin era rimasta ad ascoltarlo in silenzio, sentendosi sempre più lusingata ed arrossendo di piacere.
"Ti ringrazio, Jarod", disse alla fine, "Sono veramente contenta che ti sia piaciuto. Spero solo che la tua critica così positiva non sia frutto dei tuoi sentimenti per me…"
Ancora una volta, la sua natura modesta le impediva di accettare senza discutere lodi tanto sperticate.
"Ti posso assicurare che, se non mi fosse piaciuto, avrei trovato il modo di dirtelo senza ferirti", affermò Jarod, con gravità. Quando assumeva quel tono, Erin non poteva che credergli senza condizioni.
"D'accordo", concesse, con un sorriso lievemente imbarazzato.
"Bene", annuì lui, "Un'altra cosa: trovo che sia talmente buono che lo vorrei sottoporre ad un mio amico editore."
Alcuni anni prima, sotto pseudonimo, aveva pubblicato un romanzo sentimentale dedicato a Miss Parker, che era stato un successo del quale l'editore ancora lo ringraziava. In quella stessa occasione, aveva avuto modo di toglierlo dai guai con un ex socio, pertanto era in credito di ben due favori.
Erin si irrigidì e scosse la testa:
"Non voglio fare la raccomandata", disse, con una smorfia: quella era una cosa che odiava veramente.
"Né io ti raccomanderò", spiegò Jarod, "Gli chiederò soltanto di leggerlo e di darmi il suo parere. Lloyd è un tipo abbastanza onesto da dire apertamente quello che pensa: se non gli piace, anche se è mio amico me lo farà sapere."
Lei lo sogguardò, valutando la cosa. Non aveva motivo di credere che Jarod la volesse in qualche modo ingannare, si fidava troppo di lui; inoltre, il pensiero di far leggere il suo manoscritto ad un perfetto sconosciuto le dava meno ansia che farlo leggere a qualcuno della cui opinione le importava, come nel caso di Jarod. Pertanto, alla fine annuì.
"Va bene", accettò, "Ma non desidero che compaia il mio nome, né adesso, né tantomeno nell'ipotesi di una pubblicazione."
Fece un gesto come a dire questa è un'eventualità remota come le lune di Saturno.
"Userai uno pseudonimo, allora", sorrise Jarod, ricordando il proprio – Heart – "Qualcosa mi induce a pensare che tu ne abbia già in mente uno."
Erin ricambiò il sorriso: Jarod la conosceva davvero bene. Incredibile, non era ancora un mese che stavano insieme… D'altronde, lei aveva la stessa sensazione, sebbene non sapesse ancora quasi nulla di lui.
"Hai ragione", ammise, "Che ne dici di Deirdre O'Brian? Era il nome da ragazza della mia nonna materna, una donna formidabile a quanto mi hanno raccontato, e mi è sempre piaciuto moltissimo."
"Direi che è perfetto", concordò Jarod, alzandosi, "Vado a prendere il cellulare e chiamo subito Lloyd."
Erin lo guardò allontanarsi, stentando ancora a credere alla piega che aveva preso la faccenda. Nonostante le sue remore a farlo leggere a qualcuno, la pubblicazione del suo romanzo era sempre stata il suo sogno nel cassetto: possibile che fosse – forse! si sforzò di ricordarsi – sul punto di realizzarlo? Scosse la testa: la vita le aveva riservato troppe delusioni perché si sentisse molto propensa ad illudersi. Non aveva più abbastanza fede per ritrovare i suoi sogni. Ed in fondo, sebbene Jarod le avesse assicurato il contrario, era certa che, almeno in parte, il suo entusiasmo derivasse dal fatto che era innamorato di lei.
Poco dopo Jarod era di ritorno col suo satellitare e le si sedette nuovamente a fianco. Attingendo alla sua formidabile memoria, compose il numero diretto di Lloyd presso la sua casa editrice. Lanciando un'occhiata all'orologio, vide che a New York erano le sei e mezzo di sera: certamente era ancora in ufficio, di solito lavorava fino a tardi.
Gli venne risposto al terzo squillo:
"Lloyd Darnell."
Riconobbe subito la profonda voce di basso del suo amico.
"Ciao, Lloyd, sono Jarod", esordì, "Ti ricordi ancora di me?"
"Jarod, vecchia canaglia!", esclamò l'uomo dall'altra parte della linea, "E come potrei dimenticarti? Senza di te, a quest'ora sarei mangime per pesci! Come stai?"
"Magnificamente, grazie. E tu che mi dici?"
"Va benissimo anche a me, ed il merito è in gran parte tuo. Aspetta che Bobbie sappia che ti sei rifatto vivo… Dove ti trovi?"
"Sono molto lontano dalla Grande Mela, Lloyd", rispose Jarod ridendo, "Ma dà a tua moglie un abbraccio da parte mia, e dille che mi ricordo ancora il suo tacchino ripieno."
"Sarà fatto", gli assicurò Lloyd, ridendo a sua volta nel ricordare il pantagruelico pranzo del Ringraziamento che avevano condiviso, "Dimmi, cosa posso fare per te?"
"Ho letto il manoscritto di una persona di mia conoscenza", rispose Jarod, "Volevo chiederti di dargli un'occhiata e di farmi avere una critica obiettiva."
"Ma certo, Jarod. Che cos'è, un saggio, un romanzo, un trattato…?"
"Un romanzo fantasy."
"Beh, è un genere che attualmente va molto forte, tra Harry Potter e Il Signore degli Anelli, solo per citare i maggiori successi."
"Sì, lo so, ma questo è qualcosa di decisamente più forte."
"Ho capito. Beh, se me lo sottoponi, ne deduco che lo ritieni abbastanza buono. Che mi dici dell'autore?"
"Per il momento non desidera farsi conoscere", rispose Jarod, "E non voglio neppure darti la mia opinione, in modo che il tuo parere sia del tutto spassionato."
"D'accordo, allora. Come me lo vuoi mandare?"
"Va bene via mail? Ti avverto che è un file piuttosto ponderoso."
"Se credi, zippalo. Comunque ho una casella di posta senza limite di capacità, quindi puoi anche farne a meno."
"Okay, te lo spedisco entro un'ora."
"Comincerò a leggerlo appena lo ricevo. Come farò a ricontattarti?"
"All'indirizzo mail che userò. Ora ti devo salutare, Lloyd. E grazie."
"Per così poco? Ci sentiamo presto."
Jarod chiuse lo sportellino del cellulare e guardò Erin.
"Tutto fatto", disse, "Lloyd aspetta il manoscritto."
"Mi è venuto in mente una cosa", osservò Erin, aggrottando la fronte, "La mia mail riporta il mio vero nome come mittente."
"Nessun problema, usiamo il mio computer."
Meno di mezz'ora dopo, il file con il romanzo di Erin era stato inoltrato.
La giovane donna osservò lo schermo del computer portatile di Jarod, su cui compariva l'annuncio dell'avvenuta spedizione, con sguardo fosco.
"Ed ora attendiamo il risultato", disse sottovoce. Jarod capì che non nutriva alcuna fiducia che il suo scritto fosse apprezzato anche dall'editore. Sorrise dentro di sé: sapeva che Lloyd ne sarebbe stato entusiasta quanto lui. Non poteva sbagliarsi.
Quella sera, come quasi tutte le sere dalla prima volta, fecero l'amore col consueto trasporto, poi giacquero abbracciati, accarezzandosi teneramente. Una sensazione indistinta disturbava Jarod già da qualche giorno, ed infine ne comprese la ragione.
"Erin…non vuoi proprio lasciarmi entrare nel tuo cuore?"
Costernata, Erin si ritrasse dal suo abbraccio per guardarlo negli occhi:
"Ma che dici, Jarod?", protestò, "Tu sei già nel mio cuore!"
"Non del tutto", la contraddisse lui, senza far mistero del proprio dispiacere, "Non come fa la tua eroina… che sei tu. Sento con chiarezza che c'è una parte di te che si ritrae da me… Hai ancora paura, non è vero?"
Erin non sapeva che dire, spiazzata. Jarod le leggeva dentro come in un libro aperto, e lei si sentiva indifesa davanti al suo sguardo inquisitore e pur tuttavia gentile.
"Cosa te lo fa credere?"
"Non ti abbandoni mai completamente… Per esempio, non dici mai il mio nome mentre facciamo l'amore."
Era vero: chiamando il suo nome, le pareva in qualche modo di esporsi, di rendersi vulnerabile in un modo dal quale non c'era ritorno. Non voleva fargli del male, ma aveva ragione lui: aveva ancora paura.
Abbassò gli occhi con aria colpevole.
"Mi… dispiace, Jarod. Non riesco a liberarmene. Stai… stai perdendo la pazienza…?"
Il suo tono colmo d'ambascia lo sconvolse:
"Neanche per idea! Ti ho detto che avrei fatto in modo di far passare la tua paura, senza por limiti di tempo. Ma ho bisogno che tu collabori. Forse non basta che tu aspetti che se ne vada via da sola…Forse devi fare qualcosa per combatterla."
"Se solo sapessi cosa fare, lo farei", dichiarò Erin, sconsolata. Jarod le accarezzò un braccio, con tenerezza.
"Forse potresti fare qualcosa con me o per me che non ti sei mai azzardata a fare con o per nessun altro", le suggerì.
Lei lo guardò con espressione smarrita:
"E che cosa, per esempio?"
Jarod scosse la testa:
"Solo tu puoi saperlo. Pensaci, ma non farti venire il mal di testa per questo", concluse, riprendendola tra le braccia, "Io ti amo, e ti amerò comunque, anche se tu non arrivassi mai a liberarti delle tue riserve", la rassicurò.
Erin lo strinse, mordendosi le labbra: oh, perché non riusciva ad aprirgli interamente la sua anima? Era stata ferita molto profondamente, ma lui non meritava di essere tenuto a distanza. Il suo istinto le diceva a gran voce che di lui poteva fidarsi, ma la ragione le ricordava che si era fidata anche del suo ex marito, e guarda com'è finita…
"Grazie", mormorò, "Sei così buono con me… "
"Non sono buono", la contraddisse lui a bassa voce, "Sono innamorato."
Giovedì 11 luglio, ore 18.30
Per tutto il giorno, Erin era stata assai distratta. Le parole di Jarod l'avevano profondamente colpita, e la sua mente continuava a mulinare attorno al suo suggerimento. Fare qualcosa con lui o per lui che non aveva mai osato fare. Qualcosa le diceva che la soluzione era proprio quella, ma non le veniva in mente niente che potesse fare al caso suo.
Quando arrivò a casa, trovò la cena pronta, come quasi sempre: fare il consulente software on line permetteva a Jarod di lavorare quando, dove e quanto gli pareva, e poiché gli piaceva cucinare si era preso quell'incarico. Erin pensava che era assai piacevole metter piede in casa e sentire il profumo del cibo preparato, una sensazione che non provava da quando era ragazza ed abitava ancora con i suoi.
"Spaghetti alle vongole", annunciò Jarod con un largo sorriso, vedendola comparire sulla soglia; con gran piacere di Erin, si stava specializzando nella cucina italiana, la sua preferita.
"Mmmhhh…", fece la giovane donna, "Ho già l'acquolina in bocca."
"Vuoi stappare il vino?", le chiese lui, mentre faceva saltare la pasta nella padella, "E' in frigo."
Manco a dirlo, si trattava del verduzzo prodotto dall'azienda del nonno di Erin, ora diretta da suo fratello Sean, la Charini Vineyards.
Cenarono conversando piacevolmente; Erin raccontò un paio di succosi aneddoti successi in palestra che fecero ridere Jarod, il quale li commentò molto scherzosamente suscitando l'ilarità di Erin. Ridevano spesso, quand'erano insieme, consapevoli che la risata è un toccasana per lo spirito e fa bene anche al corpo.
Poi rigovernarono e successivamente Erin andò a farsi una doccia.
Mentre si stava insaponando, si fece di nuovo pensierosa e la sua mente riprese a rimuginare, così come aveva fatto, in pratica ininterrottamente, fin dalla mattina.
Ma stavolta le si accese una lampadina nel cervello; tirò bruscamente il fiato: all'improvviso, aveva capito cosa doveva fare per infrangere l'ultima barriera che ancora circondava il suo cuore, separandolo da quello di Jarod. Inghiottì a vuoto: non era certa di riuscire a portare a termine il suo proposito, ma era fermamente decisa a tentare.
Uscì dal bagno con addosso solo un asciugamano avvolto attorno al corpo, ed andò in sala. Jarod era seduto al tavolo, intento a sorbire un tè freddo mentre navigava in internet con il suo portatile; la guardò con apprezzamento e lei, sentendosi improvvisamente più sicura di sé, gli sorrise.
"Fai la doccia anche tu?", gli domandò oziosamente. Jarod annuì, poi accennò al computer:
"Lo lascio acceso?"
"No, pensavo di fare qualcos'altro", dichiarò lei, con aria di mistero. Jarod inarcò un sopracciglio, poi chiuse il computer e si alzò; lanciandole un'occhiata incuriosita, si diresse in bagno, e poco dopo si udì lo scroscio della doccia.
Erin andò in camera e gettò da parte l'asciugamano. Prese i cuscini e li sistemò contro la testiera, appoggiandovisi con le spalle ed assumendo una posizione semisdraiata. Si girò leggermente su di un fianco, le gambe ripiegate di lato, il busto di tre quarti, le mani sotto la nuca, in una posa che ricordava un famoso ritratto di Marilyn Monroe, ed attese, lo sguardo fisso sulla porta del bagno di fronte al letto.
Qualche minuto più tardi, la doccia smise di scrosciare e poco dopo Jarod uscì, un piccolo asciugamano attorno ai fianchi. Vide subito Erin sul letto e si fermò a contemplarla. Con lo sguardo, la percorse dalla punta delle dita dei piedi, su lungo le gambe ripiegate, la curva del fianco, le rotondità del seno, fino al viso incorniciato dai lunghi capelli scuri sparsi sui cuscini. Stordito, pensò che era bella da mozzare il fiato.
Lei gli fece un sorriso invitante; Jarod le sorrise di rimando, sentendo il desiderio divampare dentro di lui ed infiammarlo come una torcia. In tre passi fu ai piedi del letto e si tolse l'asciugamano, pronto ad iniziare il gioco amoroso, ma prima che potesse chinarsi su di lei, Erin gli fece segno di fermarsi. Sorpreso, obbedì; lei si girò completamente supina ed aprì le gambe.
"Guardami", lo invitò, con voce così bassa che stentò ad udirla. Abbassò lo sguardo sulla rosea fessura ombreggiata dai riccioli scuri e vide che lei si stava toccando. La sua virilità prese a pulsare e la bocca gli s'inaridì: era la fantasia di ogni uomo, quella di osservare la propria donna mentre si dà piacere.
Poi, di colpo, comprese l'intento di Erin: per la stragrande maggioranza delle persone, la masturbazione è una faccenda strettamente privata, quasi un tabù. Sapeva che era così anche per lei: se aveva scelto di infrangerlo per lui, doveva essere per forzarsi a superare l'ultima barriera che la separava da lui. La guardò negli occhi e vi lesse la conferma delle sue supposizioni: Erin si stava costringendo ad una prova assai severa per amor suo. Fu tentato di dirle che non era necessario, che bastava l'intenzione… ma capiva che non era così, che Erin doveva arrivare fino in fondo se davvero voleva sbarazzarsi dell'ultimo velo di diffidenza ed essere finalmente libera dalla sua paura. Tuttavia, gli era chiaro quanto le costasse, ed allora, per incoraggiarla, per farle capire che aveva capito, le mormorò:
"Grazie."
Erin comprese; la consapevolezza che lui aveva capito la tranquillizzò e la fece rilassare. Le sue dita si mossero con maggior sicurezza, distendendo le pieghe della sua femminilità davanti agli occhi famelici di Jarod. Cominciò a sfiorare il clitoride con la punta delle dita e si sentì inumidire dal piacere che stava procurando a se stessa.
Jarod si inginocchiò tra le sue gambe divaricate, le mani che gli prudevano dalla voglia di toccarla, di accarezzarla lui stesso; dovette usare tutta la sua forza di volontà per rimanere spettatore passivo. Per impedir loro di agire indipendentemente, posò le mani tremanti sulle ginocchia di lei.
Il suo sguardo divorante eccitò Erin, che sentì le viscere prender fuoco. Immerse un dito nella vagina, muovendolo su e giù, strofinando contemporaneamente il clitoride col palmo della mano, e sentì i muscoli interni fremere per il piacere crescente. Accorgendosi di avere le labbra secche, vi passò lentamente la lingua. Quel gesto per poco non fece perdere il controllo a Jarod: non si era mai sentito tanto eccitato in vita sua, e spasimava dalla voglia di immergersi nel corpo caldo ed invitante di lei, ma nuovamente riuscì a frenarsi. Inghiottì a vuoto.
Erin lo guardava e notò la sua bramosia, che trovò molto lusinghiera. Lasciò vagare gli occhi sul suo corpo muscoloso fino a soffermarli sul membro, eretto e gonfio per il desiderio. Quella vista aumentò la sua eccitazione. Aggiunse un altro dito, affrettando il ritmo. Dopo poco cominciò a tendersi nei prodromi dell'orgasmo, e Jarod sentì la propria brama crescere assieme a quella di lei. Poi, dalle profondità della gola di Erin scaturì un lamento prolungato, che crebbe di volume di pari passo con l'approssimarsi del punto culminante, ed infine si trasformò in un'alta esclamazione:
"Ooohh Jarod… Jarod!"
Il suo corpo s'inarcò, scosso dalle ondate del godimento; udirla chiamare il suo nome all'acme fu troppo per Jarod: pochi istanti dopo, inaspettatamente, anche lui raggiunse il climax. Senza fiato per la sorpresa, gettò la testa all'indietro ed emise un rantolo di stupefatto piacere, stringendo spasmodicamente le dita sulle ginocchia di Erin mentre il suo seme le zampillava sulle gambe e sul ventre.
Quando il maremoto dei sensi si fu leggermente placato, ancora ansimanti, si guardarono negli occhi. Erin si sentiva girare la testa per un incontenibile senso di trionfo: sapeva di aver infranto la barriera, ed era fiera di aver fatto eccitare Jarod, pur senza nemmeno toccarlo, al punto da farlo venire. Dal canto suo, Jarod si sentiva scoppiare il cuore per la felicità di vedere Erin finalmente libera dalle sue stesse catene, ed era strabiliato dall'effetto che lei aveva dimostrato di avere su di lui, un effetto che, ora lo sapeva, anche lui aveva su di lei. Le sorrise, ed Erin lo ricambiò. La coscienza che il loro rapporto era giunto alla massima profondità illuminò i loro occhi, che si fissarono amorevolmente gli uni negli altri.
Poi Jarod si sporse indietro, raccolse l'asciugamano e deterse Erin dal proprio fluido, con movimenti lenti e sensuali simili a carezze; quand'ebbe finito, gettò via il piccolo telo e si sdraiò accanto a lei, prendendola tra le braccia.
"Ti amo, Erin", le disse, con voce bassa ed intensa, "Per il dono che mi hai appena fatto, ti amo anche più di prima."
Lei si accoccolò nel cerchio delle sue braccia, ancora euforica.
"Anch'io ti amo, Jarod", dichiarò, "ed ora, grazie a te, so di dirlo dal più profondo del cuore, senza riserve."
Lunedì 15 luglio, ore 07.20
Nelle quattro settimane passate insieme, Jarod ed Erin avevano trovato sempre più conferme, giorno per giorno, che erano fatti l'uno per l'altra. Inoltre, la misteriosa sensazione di conoscersi da sempre continuava a rafforzarsi, supportata in particolare dalla capacità che ognuno dei due aveva di prevedere i desideri dell'altro e che, più di una volta, li lasciò letteralmente frastornati. In special modo, accadde il giorno in cui festeggiavano il loro primo mese insieme.
Erin aveva pensato di fare un regalo a Jarod, ed aveva scelto un cronografo ad alta precisione, d'oro con rubini; sul retro della cassa aveva fatto incidere il claddagh, due mani che reggono un cuore incoronato, il simbolo irlandese dell'amore.
Quel mattino si svegliarono come al solito l'uno tra le braccia dell'altra, una tenera abitudine che esigeva però un tributo, consistente in arti aggranchiti e colonne vertebrali anchilosate; ma nonostante questo non riuscivano proprio a farne a meno: sembrava che si cercassero anche nel sonno.
Con una smorfia, Jarod si stiracchiò, poi rise nel vedere Erin atteggiare il viso nella stessa smorfia facendo lo stesso movimento.
"Buongiorno, amor mio", le disse, dandole un bacio, "Ho un regalo per te."
Le presentò un piccolo pacchetto, avvolto da una carta metallizzata verde, il colore da lei preferito; Erin sbatté le palpebre, e poi ridacchiò, constatando che non era affatto sorpresa. Sapeva che Jarod avrebbe avuto la sua stessa idea.
Senza parlare, si girò e prese dal cassetto del comodino il pacchetto che aveva preparato, porgendolo a Jarod. Anche lui sbatté le palpebre in una mimica che rispecchiava perfettamente quella di Erin, mentre senza saperlo faceva le stesse considerazioni. Sorrise; per un lungo momento, si guardarono negli occhi, perdendosi nelle profondità dei loro sguardi innamorati.
"Non vuoi aprirlo?", domandò infine Jarod, sottovoce. Erin abbassò lo sguardo sul pacchettino e, sentendosi commossa come un'adolescente, lo aprì con dita tremanti.
Se non era stata sorpresa che Jarod avesse pensato di farle un regalo per il loro primo mesiversario, il dono di per sé la lasciò a bocca aperta: si trattava di un braccialetto d'oro bianco a forma di claddagh, con il cuore decorato da piccoli brillanti. Si sentì pungere gli occhi dalle lacrime, e lo sguardo che rivolse a Jarod fu più espressivo di mille parole.
"Oh, tesoro", mormorò, usando la dolce parola italiana, "è meraviglioso."
Gli porse il braccialetto perché glielo allacciasse al polso, poi ne rimirò l'effetto.
"L'oro bianco è quello che mi piace di più", gli confidò.
"Lo so", le sorrise Jarod, "Avevo notato che i tuoi gioielli sono quasi tutti così."
Ancora una volta si era dimostrato attento alle sue preferenze, notò Erin. Si sporse verso di lui e gli mise le braccia al collo, poi lo baciò con trasporto.
"Accidenti…", borbottò Jarod, "Sei sicura che stamattina devi andare in palestra?"
Lei sghignazzò in modo impudente e si scostò.
"Tocca a te", lo esortò, indicando il pacchetto che gli aveva dato. Jarod scartò il proprio dono con mani malferme, emozionato. Aprì la scatoletta ed ammirò l'elegante cronografo.
"E' bellissimo", affermò, prendendolo in mano e rigirandolo per guardarlo da tutti i lati. Lo sguardo gli cadde sull'incisione e gli occhi gli si dilatarono per la meraviglia, e per qualche secondo fu incapace di parlare.
"Straordinario…", mormorò infine, "Anzi, se non lo vedessi con i miei occhi non ci crederei."
"Davvero", concordò lei, annuendo lentamente, "Telepatia?"
"Oppure… reincarnazione?", ipotizzò Jarod, "Se fosse stata provata scientificamente, allora sarei certo che, in un'altra vita, e forse in più d'una, ci siamo incontrati e siamo stati insieme…"
Si allacciò il cronografo al polso, poi la prese tra le braccia.
Con gran divertimento di Jean, quella mattina Erin arrivò al lavoro con notevole e del tutto inusuale ritardo.
