Capitolo XII: Arrivo Parte 2

Venerdì 19 luglio, ore 18.40

Seduta davanti al computer di Jarod, Erin osservò con trepidazione il mittente indicato nel messaggio di posta elettronica: proveniva da Lloyd Darnell in persona. Jarod non l'aveva letto, preferendo lasciarlo a lei, e ad ogni modo già sapeva quello che conteneva.

"Non lo apri?", la sollecitò, in piedi dietro di lei, pur comprendendo la sua esitazione.

Erin fece un profondo respiro, poi cliccò sul messaggio.

Caro Jarod, scriveva l'editore, devo dirti immediatamente che hai scoperto un vero talento. Leggo moltissimi manoscritti, come ben sai, ma raramente ho provato tanto coinvolgimento. Mi sono sentito letteralmente trasportato nel mondo fantastico inventato dal tuo amico – o è un'amica? Da come scrive, propenderei per una donna. E' assolutamente eccezionale. Dille che voglio pubblicarla quanto prima. Di solito, ad un autore alla prima pubblicazione offro un compenso di cinquemila dollari ed un dividendo dei proventi sulle vendite del dieci percento, ma in questo caso intendo raddoppiare tutto. Fammi sapere. Lloyd.

Erin fissava incredula le righe, ma Jarod scoppiò in una risata.

"Lloyd è impazzito per il tuo romanzo, Erin!", esclamò, chinandosi ad abbracciarla, "Non è assolutamente da lui offrire compensi così alti per un autore sconosciuto. L'hai steso, piccola!"

Per la contentezza e l'emozione, Erin scoppiò a ridere ed a piangere insieme.

"Oh mio Dio, Jarod…", mormorò, asciugandosi le lacrime, "E' un sogno che diventa realtà, un sogno che non credevo fosse possibile realizzare…"

"Mai smettere di credere nei propri sogni", affermò Jarod a bassa voce, baciandole una tempia e cullandola, "Senza di essi, la tua anima è morta."

Avevano tentato di farlo con lui, al Centro, ma fortunatamente non c'erano riusciti; purtroppo pareva che con Miss Parker, la sua dolce amica d'infanzia, avessero avuto invece pieno successo.

Distolse i pensieri da lei e li concentrò nuovamente su Erin.

"Allora, che ne dici?", le sorrise, "Dico a Lloyd di preparare un contratto?"

"Non so niente di contratti editoriali", osservò Erin, esitante, "So che è un tuo amico, ma come posso essere sicura di non avere brutte sorprese, in futuro?"

"Non preoccuparti di niente", la rassicurò lui, "Penserò a tutto io."

Era stato anche avvocato, ed inoltre conosceva il mondo dell'editoria: le avrebbe fatto firmare soltanto un contratto che comportasse il massimo vantaggio per lei.

Ad Erin venne in mente una cosa:

"Voglio conservare i diritti cinematografici… A questo punto, sono disposta a credere che ne trarranno perfino un film! Ed in questo caso, voglio scriverne la sceneggiatura. Ovviamente assieme ad un professionista."

Il sorriso di Jarod si ampliò:

"E magari hai già pensato agli interpreti, vero?"

Lei arrossì: sì, ci aveva pensato, ma non aveva mai preso sul serio la faccenda, persuasa che si trattasse del suo sogno più selvaggio.

"Angelina Jolie e David J. Elliott sarebbero proprio perfetti", dichiarò sghignazzando. Jarod inarcò un sopracciglio, poi tutti e due scoppiarono di nuovo a ridere.

Sabato 20 luglio, ore 20.20

"Sono pronta!", annunciò Erin, entrando in salotto dove Jarod la stava aspettando, abbigliato con una camicia di seta color cioccolato ed un paio di pantaloni di lino bianco. Erin pensò che era molto affascinante, e come al solito si sentì rimescolare alla sua sola vista.

Quella sera c'era la festa della palestra, dov'erano stati invitati tutti gli istruttori ed i clienti; sarebbero stati un'ottantina, ed avevano affittato una piccola discoteca con tanto di deejay, lo stesso della festa a casa dei genitori di Erin il 4 di luglio.

Jarod si voltò ad accoglierla, ed il suo sguardo si accese di ammirazione: Erin aveva scelto un top asimmetrico ad una spallina, in luccicante lurex color oro, ed un'aderente minigonna di jeans elasticizzato, nella cui trama brillavano fili pure dorati. Ai piedi calzava sandali dalla punta chiusa allacciati alla caviglia e con tacchi a spillo da otto centimetri.

Erin fece un lento giro su se stessa, e Jarod vide che aveva raccolto i capelli in un semplice nodo tenuto fermo da uno spillone di metallo dorato.

"Allora, sono passabile?", gli chiese, tornando a fronteggiarlo.

"Se ti dicessi di no, decideresti di non uscire e di passare una notte di fuoco col sottoscritto?", ritorse Jarod con una buffa smorfia. Lei si mise le mani sui fianchi e lo squadrò da capo a piedi.

"Potrei anche farlo", sospirò poi, "ma purtroppo sono la titolare della palestra e non posso tirare il pacco a clienti e dipendenti, non ti sembra?"

Jarod fece eco al suo sospiro:

"Eh già: noblesse oblige, si dice."

Una mezz'ora dopo arrivarono al Quake, dove furono cordialmente accolti da coloro che già erano entrati. Il deejay stava suonando della buona musica da discoteca, e diversa gente era già in pista a ballare. Jarod ed Erin li raggiunsero prontamente.

Ballarono per più di un'ora e mezzo senza interruzione; ai brani ritmati ogni tanto venivano contrapposti dei lenti, ed allora le coppie si allacciavano e ballavano languidamente nello spazio di una piastrella, guancia a guancia, in un morbido gioco di luci colorate ed ombre.

"Beviamo qualcosa?", propose Jarod. Erin annuì e, mano nella mano, andarono a sedersi ad un tavolino del bar, dove ordinarono dei cocktail alla frutta che sorbirono lentamente.

Ad un certo punto della serata era previsto il karaoke, ed i camerieri provvidero a distribuire i libretti per permettere agli astanti di scegliere un brano. Jean fu la prima a racimolare il coraggio per buttarsi; con la sua voce da contralto, piuttosto ben impostata, cantò un bel brano melodico di Mariah Carey intitolato Hero, raccogliendo un applauso entusiasta dal pubblico. Poi fu la volta di Pat e Nick Shoults, che insieme intonarono Welcome to Miami, un indiavolato rap di Will Smith. Seguirono altri, tra clienti ed istruttori della palestra, tutti più o meno bravi.

Erin osservava gli improvvisati artisti che si susseguivano sul palco, attendendo il suo turno; aveva prenotato una canzone, ma non aveva rivelato a Jarod quale, imitando il riserbo che aveva tenuto lui quella sera in cui era riuscito a farle confessare che lo amava.

Infine toccò a lei, ed Erin salì sul palco con le mani gelate per il nervosismo e chiedendosi se ce l'avrebbe fatta a tener ferma la voce fino in fondo, perché era sicura che si sarebbe molto emozionata durante l'esecuzione. Il brano che aveva scelto, intitolato You've got a way, era, manco a dirlo, di Shania Twain, e pareva esser stato scritto apposta per lei, e proprio per il momento che stava vivendo.

La musica attaccò ed Erin non ebbe più tempo per i ripensamenti.

You've got a way with me

Somehow you got me to believe

In everything I could be

I've gotta say – you really got a way

Jarod non faticò a comprendere che Erin stava parlando di loro due, ed il suo sguardo si fece molto attento.

Anche tutti gli altri capirono, in particolar modo Jean, che adorava quella canzone ed era al corrente di ogni cosa, compresi i recenti sviluppi riguardo al romanzo dell'amica, che lei era stata una delle poche a leggere.

Erin proseguì con la seconda strofa con voce più sicura:

You've got a way it seems

You gave me faith to find my dreams

You'll never know just what that means

Can't you see... you've got a way with me

Lacrime d'emozione punsero gli occhi di Jarod: era questo dunque quello che era riuscito a fare per Erin… le aveva restituito la capacità di credere nei suoi sogni, come era riuscito a renderle la fede nell'amore… La sua natura modesta gli aveva impedito di rendersene pienamente conto, finora, ma l'atteggiamento di Erin, il modo in cui stava cantando, il modo in cui lo stava guardando, non lasciavano adito a dubbi.

La sua evidente commozione turbò Erin, che cominciò a sentire una pressione alla gola laddove stava per formarsi un nodo; lo ricacciò giù inghiottendo a forza e proseguì:

It's in the way you want me

It's in the way you hold me

The way you show me

Just what love's made of

It's in the way we make love

Le lacrime colmarono gli occhi di Jarod, il quale non si curò di nasconderle, non davanti alla donna che amava, e degli altri non gli importava punto: che vedessero pure la sua commozione, che capissero pure la profondità del sentimento che provava per Erin.

Erin vide che era sull'orlo del pianto e per poco la voce non la tradì; si fece forza e continuò con fermezza:

You've got a way with words

You get me smiling even when it hurts

There's no way to measure

What your love is worth

I can't believe the way you get through to me

Jarod si coprì la bocca con la mano per trattenere un singhiozzo, commosso oltre ogni dire. Erin era ormai al limite delle proprie forze, e la sua voce tremolò lievemente mentre attaccava il crescendo:

Oh how I adore you

Like no other before you

I love you just the way you are

L'ultima strofa venne cantata con la certezza che ormai provava nel suo cuore, una certezza che trasparì dalla sua voce rendendola evidente a tutti i presenti:

It's in the way you want me

It's in the way you hold me

The way you show me

Just what love's made of

It's in the way we make love

E l'ultimo verso fu un'affermazione assoluta a cui non era possibile replicare:

It's just the way you are

Incapace di parlare, incurante della presenza di tante persone, per la maggior parte a lui estranee, Jarod si alzò ed andò da Erin con un'espressione che proclamava al mondo intero la natura dei sentimenti che nutriva per lei. Giunto sul palco, l'abbracciò e la baciò davanti a tutti.

I presenti scoppiarono in un'ovazione assordante mentre la coppia continuava a baciarsi perdutamente, e proseguirono finché non si staccarono e, ringraziando, scesero per tornare al loro tavolino. Jean piangeva senza freni, piena di gioia per l'amica come avrebbe potuto esserlo per una sorella carissima che, dopo aver tanto sofferto, aveva finalmente ritrovato la felicità.

Lunedì 22 luglio, ore 13.30

Quel giorno, come accadeva spesso, Jarod era andato a prendere Erin in palestra per uscire a pranzo insieme; mentre tornavano indietro, Erin gli domandò di fare una breve deviazione:

"Dovrei passare in banca, mi ci accompagni?"

"Ma certo."

L'istituto di credito era quasi vuoto, a quell'ora, così c'erano pochi sportelli attivi e dovettero mettersi in fila dietro ad un paio di persone. Mentre aspettavano tranquillamente il loro turno, tre tizi mascherati con passamontagna fecero improvvisamente irruzione con i fucili spianati; tutti i presenti, clienti, impiegati e la guardia armata, rimasero come paralizzati per la sorpresa e per il terrore. Un cassiere ebbe però la prontezza di spirito di premere col piede il pulsante dell'allarme silenzioso, che allertava direttamente la centrale di polizia.

Puntando il fucile contro la guardia, uno dei tre rapinatori ordinò:

"Prendi la pistola con due dita e buttala a terra, adesso!"

La guardia, che era un padre di famiglia, non pensò neppure di opporre resistenza. Era vero che sarebbe stato suo dovere, ma la possibilità concreta di lasciare orfani i suoi due figli non glielo permise. Fece come gli aveva detto il malvivente, e così probabilmente si salvò la vita.

"Tutti in quell'angolo!", sbraitò il secondo bandito, agitando la canna del fucile in direzione dei clienti, compresi Jarod ed Erin.

Non era la prima volta che Jarod si trovava nel bel mezzo di una rapina: alcuni anni prima, era rimasto intrappolato in una situazione del genere assieme alla sua cacciatrice, Miss Parker, e non era un ricordo piacevole.

Osservò cupamente i banditi.

Uno di loro gettò un sacco di juta ad ogni cassiere.

"Avanti, riempiteli!", ordinò loro, ringhiando, "Solo banconote di piccola taglia, e non quelle sul fondo!"

Normalmente, le ultime banconote di ogni mazzetta erano segnate proprio per l'eventualità di una rapina. Era evidente che questi malviventi sapevano il fatto loro, concluse Jarod.

Erin, dopo l'iniziale terrore, si sentiva ora pervasa da una strana calma. I lunghi anni trascorsi gomito a gomito con agenti della sicurezza della CIA e dell'FBI, a causa del lavoro di suo padre, le avevano insegnato che il panico è molto pericoloso in frangenti simili, ed in qualche modo l'avevano preparata ad affrontare una situazione come quella. Anche lei guatava i rapinatori con espressione fosca.

In lontananza si udirono le sirene della polizia, in veloce avvicinamento; di repente, uno dei rapinatori agguantò brutalmente una donna vistosamente incinta, che si trovava proprio accanto ad Erin, e le puntò la canna del fucile contro il fianco.

Jarod sussultò e non seppe trattenersi:

"Lascia stare quella poverina", intervenne, facendo un passo verso il rapinatore, "Grossa com'è, vi sarebbe solo d'intralcio. Prendete me al suo posto."

Il malvivente girò il fucile contro Jarod.

Non avrebbe potuto commettere errore più grande.

Vedere minacciato il suo uomo fu troppo per Erin: qualcosa scattò dentro di lei, come un interruttore, e l'adrenalina le andò alla testa. Ci vide letteralmente rosso; di botto, quel qualcosa che era scattato in lei la trasformò in un'arma vivente, priva di coscienza o cognizione del pericolo, la cui unica ragion d'essere era difendere la persona amata, ad ogni costo.

L'azione che seguì non durò più di una manciata di secondi, ma quando in seguito ci ripensarono, ad entrambi parve un'eternità.

Con un ruggito feroce, Erin fece un balzo in avanti, afferrò il fucile per la canna ed assestò un terribile calcio laterale spinto nello stomaco del rapinatore, che si piegò in due e mollò la presa sull'arma, consentendole di strappargliela di mano. Usandola come una clava, Erin colpì il malvivente in piena faccia, spaccandogli la mandibola e mandandolo gambe all'aria, svenuto. La donna presa in ostaggio urlò di terrore.

Jarod reagì con prontezza quasi sovrumana, per puro istinto: approfittando della confusione, si fiondò sul secondo rapinatore, lo gettò a terra con una spazzata da dietro e si impadronì del suo fucile. Nel contempo Erin si girò con l'arma imbracciata e fece fuoco sul terzo bandito, colpendolo ad una spalla; l'uomo fu scaraventato all'indietro dall'impatto della pallottola di grosso calibro e ricadde a terra come una marionetta rotta, privo di sensi. Il secondo rapinatore tentò di reagire, ma Jarod gli assestò un montante alla tempia che lo mandò dritto nel mondo dei sogni.

Jarod ed Erin si guardarono in faccia, pallidi ed ansimanti, gli occhi fuori dalle orbite, l'adrenalina alle stelle.

Poi dall'esterno giunse una voce, distorta dall'altoparlante:

"Qui è la polizia! Arrendetevi, siete circondati! Uscite con le mani alzate!"

Il direttore, un uomo distinto sulla sessantina che conosceva Erin da molti anni, si avvicinò; guardò i tre rapinatori stesi a terra, svenuti, e poi la giovane donna:

"Bel lavoro, ragazza mia!", dichiarò, poi si rivolse a Jarod, "Complimenti anche a lei, signore."

"Grazie a nome di tutti e due, signor Jordan", rispose Erin, abbassando il fucile, "Ma d'ora in avanti utilizzerò l'home banking!"

Suo malgrado, Jarod scoppiò a ridere: era davvero una donna formidabile, se riusciva a scherzare a quel modo dopo un'azione tanto pericolosa!

Anche il direttore fece una risatina, sebbene un po' incerta, non avendo compreso che quello era solo un modo come un altro di scaricare la tensione. Poi si avvicinò alla porta a vetri, con le mani bene in vista, e l'aprì, gridando ai poliziotti:

"Sono Francis Jordan, il direttore! E' tutto a posto, potete entrare senza pericolo!"

Intanto Erin si era avvicinata alla donna che i rapinatori avevano tentato di prendere in ostaggio.

"Sta bene, signora?", s'informò premurosamente. L'altra, molto pallida in viso, annuì:

"Spaventata, ma viva", rispose con voce sottile, "Grazie, signorina. Lei ed il suo amico avete salvato il mio bambino."

"E tutti noi", aggiunse un giovanotto poco lontano. Gli altri annuirono, e qualcuno cominciò a battere le mani; pochi istanti dopo, tutti gli presenti si erano uniti in un applauso scrosciante.

Quando i poliziotti fecero il loro ingresso, qualche secondo più tardi, trovarono una scena alquanto sorprendente: una dozzina di persone che applaudivano; un uomo ed una donna, fucili in mano, entrambi con un'aria molto imbarazzata; tre personaggi coi volti coperti da passamontagna stesi a terra, privi di sensi e sanguinanti. Per ogni evenienza, gli agenti puntarono le loro armi sia sulla coppia armata che su quelli che erano, probabilmente, i rapinatori.

Jarod ed Erin lasciarono subito cadere i fucili.

"Sergente Connor, sono Erin De Rossi", si fece riconoscere la giovane donna, chiamando uno dei poliziotti. Il sergente, un uomo alto e muscoloso sui quarant'anni che era stato cliente della palestra di Erin, abbassò la pistola.

"Signorina De Rossi!", esclamò, sorridendo, "Lei ed il signore avete sbaragliato i rapinatori? Come avete fatto?"

"Non me lo chieda!", rispose lei, scuotendo il capo, "Non lo so."

"Abbiamo avuto fortuna", affermò Jarod.

"Non dica stupidaggini!", lo contraddisse vivacemente uno dei cassieri, "Avete avuto un gran fegato, tutti e due. Agente, questi qui meritano una medaglia, sono due eroi, altroché!"

Il livello di adrenalina nel sangue di Jarod si stava abbassando, tornando verso valori normali. Come reazione, cominciò a tremare, e vide che anche Erin stava avendo gli stessi sintomi. Poiché sapeva che si poteva anche perdere i sensi, la prese per le spalle e l'accompagnò verso una delle panchine disposte lungo la vetrata dell'ingresso, sedendosi poi accanto a lei.

"Grazie", rispose al commento del bancario, "ma le assicuro che in questo momento mi sento tutt'altro che eroico."

"Anch'io", bisbigliò Erin con voce soffocata, gli occhi dilatati. Ora che l'effetto dell'adrenalina era scomparso, si rendeva conto del rischio corso, "Dio mio, Jarod, potevano spararci… potevano ucciderci!"

"Ma non è successo, quindi non pensarci più", la troncò lui, consapevole di quello che stava passando. Aveva visto quel tipo di reazione nei soldati e nei poliziotti di cui era stato collega durante qualche simulazione, e sapeva che l'unico modo per superarlo era accettare il fatto così com'era, senza pensare ai se o ai ma.

Il suo tono reciso, quasi brusco, ebbe l'effetto desiderato, ed Erin cominciò subito a respirare meglio.

Dovettero fermarsi per un po' per rilasciare le loro dichiarazioni preliminari, poi i poliziotti permisero a tutti di andare a casa. Prima di uscire dall'edificio, Erin telefonò a Jean per raccontarle quello che era successo e per dirle che si sarebbe presa un pomeriggio di libertà, troppo scossa dall'accaduto per poter pensare di lavorare. Jean comprese e l'esortò a rilassarsi.

"Rimani a casa anche domani, se ne hai bisogno", le raccomandò, "Posso cavarmela da sola, qui."

"Grazie, Jeanie, sei un tesoro", disse Erin, "Se non me la sento di venire, te lo farò sapere."

Quando fecero per uscire, videro che una folla di curiosi stazionava oltre il cordone di polizia; c'era anche una troupe televisiva che effettuava riprese e diversi giornalisti che urlavano domande.

"Maledizione!", imprecò Jarod sottovoce, "Non ci voleva!"

Non poteva rischiare di essere ripreso, per nessun motivo al mondo, perché ciò avrebbe comportato l'essere scoperto dal Centro e Miss Parker e la sua squadra sarebbero piombati a Santa Lorita come avvoltoi. No, non l'avrebbe permesso: lui aveva il diritto di starsene in santa pace, per Dio!

Con espressione truce, prese Erin per mano e la condusse indietro; se la batterono dalla porta posteriore e presero un taxi per tornare a casa, lasciando la macchina di Jarod parcheggiata davanti alla banca.

Durante il tragitto di una ventina di minuti, Jarod rimase in silenzio, la fronte aggrondata, ed Erin fu colta dallo stesso triste presagio che l'aveva turbata un mese prima, quando aveva intuito che lui aveva un segreto che lo angustiava.

Accorgendosi che il suo atteggiamento stava mettendo Erin in ansia, Jarod si sforzò di rasserenarsi: l'aveva scampata, perché preoccuparsi ancora? Le rivolse un sorriso rassicurante e le strinse le mani tra le sue, ed Erin, comprendendo che voleva tranquillizzarla, si obbligò a ricambiare sorriso e stretta, ma il turbamento che l'aveva presa rimase in fondo alla sua anima.

Quando giunsero a casa, Erin andò al mobile bar e, come aveva fatto la notte che si erano incontrati, versò ad entrambi un bicchiere di whiskey. Jarod lo accettò, sapendo che l'alcol era un buon calmante per i nervi scossi, sebbene fosse altamente sconsigliabile prenderlo come rimedio abituale.

Dopo, Erin andò in bagno e cominciò a riempire la vasca: un bel bagno caldo li avrebbe aiutati a rilassarsi. Scelse tra il suo nutrito assortimento di oli essenziali la camomilla e la rosa, note per i loro effetti sedativi, e quando la vasca fu piena si immerse nell'acqua profumata e spumeggiante dell'idromassaggio: era troppo piccola per ospitarli entrambi, così avrebbero fatto a turno.

Dopo una mezz'ora, passata ad ascoltare ad occhi chiusi la musica soft proveniente dallo stereo, Erin si alzò e si asciugò, infilando poi un leggero accappatoio sul corpo nudo. Fece scorrere via una parte dell'acqua, ormai tiepida, e ne fece scorrere di calda per ripristinare la temperatura. Quando fu tutto pronto, andò in salotto a chiamare Jarod.

Lo sorprese seduto su una poltrona, intento a fissare un punto indeterminato davanti a sé, lo sguardo vacuo, quasi vitreo. Le sovvenne prepotentemente il ricordo della sera in cui lui l'aveva colta in quello stesso atteggiamento e le aveva offerto il proprio conforto, e lei lo aveva accettato e si era sfogata raccontandogli l'infelice storia del suo matrimonio; di colpo, decise di mettere da parte gli scrupoli dettati dalla discrezione: era venuto il momento di farlo parlare, in modo da poterlo aiutare così com'era stata aiutata lei.

Gli si avvicinò senza far rumore e si sedette sul bracciolo. Senza parlare, memore di come aveva agito lui, gli circondò le spalle con un braccio.

"Jarod…", lo chiamò dolcemente, "Che cosa c'è?"

Così come aveva fatto lei quella prima sera, Jarod si voltò e la guardò, impiegando un attimo a mettere a fuoco lo sguardo. La vide intenta a scrutarlo con espressione preoccupata, partecipe, e comprese che gli stava offrendo la stessa consolazione che le aveva offerto lui un mese prima. Deglutì faticosamente e si accorse che un nodo gli serrava la gola, impedendogli di parlare.

"Sono settimane che ti osservo", proseguì Erin, con voce dolce, "Ogni tanto ti vedo così triste che sento che mi si spezza il cuore. Soprattutto dopo aver usato quel tuo computer portatile nella valigia metallica… sempre che sia davvero un computer portatile", fece una pausa, attendendo una conferma od un diniego che però non venne; allora proseguì, sempre in tono quieto, "Ho detto una volta che quando un segreto comincia a far male a noi stessi non deve più essere mantenuto. Qualche tempo fa, con il tuo aiuto, ho messo in pratica quanto predicavo. Hai un'idea di quanto sia stato liberatorio? Di quanto io ti sia grata? Di quanto adesso, grazie a te, io sia felice…?", le mancò brevemente la voce, "Ti prego, parlami", lo supplicò.

Jarod aveva cominciato a tremare; capiva che non poteva più tacerle la verità. Si era confidato solo con Nia, tanto tempo prima, ma non le aveva raccontato in tutti i suoi raccapriccianti particolari la sua lunga prigionia al Centro. Lei aveva accettato il poco che lui le aveva detto, senza giudicare e senza chiedere; Erin però meritava di conoscere ogni cosa, tuttavia Jarod si chiedeva se avrebbe retto quella conoscenza. Sì, decise: se era stata abbastanza forte da risollevarsi da sola dal fondo dell'abisso di disperazione che l'aveva inghiottita dopo l'infrangersi del suo sogno d'amore, sul quale aveva incentrato la propria vita, se era stata abbastanza forte da permettergli di entrare nel suo cuore, accettando di correre ancora una volta il rischio di rimanere ferita, allora era abbastanza forte anche per quello.

Le raccontò tutto: di come era stato rapito da bambino, strappato alla famiglia a soli quattro anni, e portato in un luogo oscuro chiamato il Centro, autentico museo degli orrori; di come era stato costretto ad addestrare le sue peculiari capacità di simulatore, sotto la guida di Sydney, al quale aveva finito per affezionarsi come ad un padre; del suo incontro con Miss Parker, la figlia del direttore del Centro; della loro amicizia, della loro solitudine, del loro innocente amore di fanciulli; di Kyle, che molti anni più tardi avrebbe scoperto essere suo fratello, addestrato dal malvagio signor Raines a diventare una macchina per uccidere e redento prima di essere spietatamente ammazzato; dell'empatico amico Angelo, che una volta si chiamava Timmy, prima che gli orribili esperimenti di Raines gli danneggiassero irreparabilmente il cervello; e poi di come, dopo oltre trent'anni di quella vita – l'unica vita che conoscesse – aveva scoperto che le sue simulazioni, fino ad allora credute finalizzate al bene dell'umanità, fossero state in realtà usate per scopi nefandi; della sua fuga dal Centro; della caccia che gli davano, principalmente nelle persone di Miss Parker, Sydney e Broots, geniale quanto timido tecnico di computer; della scoperta delle infinite piccole grandi cose che rendevano il mondo esterno vario in un modo che mai avrebbe potuto immaginare; del complesso rapporto di amore-odio che ora lo legava a Miss Parker; dell'aiuto che riceveva da Sydney, che lo amava come un figlio. Le parlò dei suoi successi nel risolvere casi disperati ed assicurare alla giustizia criminali che altrimenti sarebbero rimasti impuniti; della sua costante ricerca dei genitori, di cui ormai conosceva i nomi ed i volti ma a cui non riusciva a riunirsi definitivamente; di come avesse incontrato finalmente suo padre, il maggiore Charles Russell, tre anni prima, e di come con lui avesse fatto la sconvolgente scoperta di avere un clone di quattordici anni, creato dal Centro. Le raccontò di come, assieme, lo avessero strappato alle grinfie del Centro; Charles lo aveva portato via con sé per prendersene cura, scomparendo nel nulla per quasi un anno, fino a quando non lo aveva ricontattato perché era riuscito a rintracciare Emily, sua sorella. E poi le parlò di Ethan, fatto concepire a Catherine Parker, la madre di Miss Parker, a sua insaputa con il seme del maggiore Charles; del falso suicidio della donna, che era così riuscita a fuggire dal Centro per tentare di portare in salvo quel figlio imposto, ma che infine era stata brutalmente assassinata da Raines.

Alla fine del lungo racconto, Jarod piangeva a calde lacrime, sfogando il lancinante dolore per la solitudine che lo aveva accompagnato per tutta la vita fino al suo incontro con lei. Anche Erin piangeva, condividendo la sofferenza di un uomo particolarmente sensibile e tuttavia abbastanza forte da avere il coraggio necessario a mostrare i propri veri sentimenti senza vergognarsene.

Lo prese tra le braccia e gli fece appoggiare la testa sul seno, accarezzandogli teneramente i corti capelli bruni. Era sconvolta: mai avrebbe creduto che al mondo potesse esistere un simile orrore, un luogo dove i più elementari diritti umani venivano non solo ignorati, ma deliberatamente calpestati, e le persone venivano usate ed abusate e svilite in un modo che neppure gli animali meritavano.

Lo cullò come un bambino, comprendendo infine il motivo delle stranezze che aveva notato in lui nelle settimane che avevano trascorso insieme, il suo sottofondo di ingenuità che ogni tanto creava un inaspettato contrappunto alla sua acutezza mentale, l'ignoranza di certi particolari elementari della vita sociale che faceva uno stridente contrasto con la sua apparentemente sterminata cultura. Era cresciuto in una torre d'avorio che però, contrariamente alla favola, non era la sede del Regno delle Fate ma quella dell'inferno, ed era un miracolo del Cielo che non fosse impazzito.

Si chiese come poteva alleviare l'immensa angoscia che percepiva in Jarod, come poteva fargli dimenticare l'amarezza della solitudine e della mancanza d'amore che avevano caratterizzato tanta parte della sua vita. La risposta le suonò ovvia: coprendolo, circondandolo del proprio amore. Gli fece alzare il viso verso il suo e con i baci asciugò le sue lacrime; con una mano gli accarezzò il braccio, fino ad intrecciare le dita con le sue.

"Se tu sei qui per me", gli bisbigliò, le labbra vicinissime alle sue, "io sono qui per te. Fin quando avrò respiro, fin quando mi vorrai… anche fino alla fine del tempo."

Jarod le circondò la vita col braccio libero. Piangere era stato liberatorio quanto raccontarle tutto, ed il suo cuore adesso era leggero come una piuma. Erin gli lasciò la mano, si girò e, scivolando giù dal bracciolo, gli si sedette in grembo. Jarod la strinse a sé, cercandole la bocca con la bocca. Aveva sete di lei, aveva fame di lei, ne aveva bisogno come dell'aria che respirava. Sentirsi tanto dipendente da lei a volte lo spaventava, ma anche lo esaltava, perché era la conferma d'aver trovato davvero il completamento del proprio essere.

La baciò con un'intensità che non aveva finora mai sperimentato, e venne contraccambiato con pari intensità. Sentì impellente il bisogno di lei, non per l'appagamento fisico, quanto piuttosto per esprimere i propri sentimenti… per amarla col corpo quanto l'amava col cuore, la mente e l'anima.

La prese in braccio e la portò in camera da letto, dove fecero l'amore per tutto il pomeriggio, fino a sera, fino a perdere il conto. Quando furono troppo esausti per continuare, rimasero abbracciati ad accarezzarsi dolcemente; Erin appoggiò la testa sulla spalla di Jarod, le labbra premute alla base del suo collo, e lui le carezzò piano i capelli e la schiena. Poi Erin sollevò il capo, prese il volto di Jarod tra le mani e lo fissò profondamente negli occhi:

"Non sarai mai più solo, Jarod Russell", affermò con tenerezza, usando per la prima volta il suo vero nome. Udirlo pronunciare da lei gli diede un'emozione inesprimibile, che gli fece fremere il cuore; la strinse forte a sé.

"Lo so", confermò sottovoce, "Ma neppure tu sarai mai più sola, Erin De Rossi."

Con un groppo in gola, Erin ricambiò la sua stretta.

Traduzione della canzone:

Hai avuto un modo, a quanto pare

Mi hai dato la fede di trovare i miei sogni significa per me

Non riesci a rendertene conto… hai una possibilità con me

Hai avuto un modo con me

In qualche maniera mi hai indotta a credere

A qualsiasi cosa io possa essere

Devo dirlo – hai davvero una possibilità

E' nel modo in cui mi vuoi

E' nel modo in cui mi abbracci

Il modo in cui mi mostri

Semplicemente di cos'è fatto l'amore

E' nel modo in cui facciamo l'amore

Hai avuto un modo con le parole Riesci a farmi sorridere perfino quando fa male

Non c'è maniera di misurare

Quanto valga il tuo amore

Non riesco a credere al modo in cui sei arrivato dritto a me

Oh, quanto ti adoro

Come nessun altro prima di te

Ti amo semplicemente per come sei

E' nel modo in cui mi vuoi

E' nel modo in cui mi abbracci

Il modo in cui mi mostri

Semplicemente di cos'è fatto l'amore

E' nel modo in cui facciamo l'amore

E' semplicemente il modo in cui sei