Capitolo XIII: Gran finale Parte 1
Martedì 23 luglio, ore 06.55
Il mattino seguente, Jarod si svegliò prima di Erin. Come faceva spesso in quei casi, si puntellò su un gomito e si mise a contemplarla nel sonno, beandosi della sua bellezza, che era interiore prima ancora che esteriore, e della meravigliosa sensazione che gli dava la consapevolezza del loro amore condiviso.
Ora a quella sensazione si aggiungeva anche il fatto di non avere più segreti con lei, e ciò lo rendeva euforico: finalmente non doveva più fingere, o inventarsi sui due piedi scuse plausibili.
Come sarebbe stato bello poter passare il resto della vita con lei… ma Jarod era amaramente consapevole che, finché esisteva il Centro, ciò non sarebbe stato possibile. Con un improvviso, penoso senso di colpa, si rese conto d'essere stato profondamente egoista: pur sapendo quanta paura lei avesse di rimettersi in gioco, dopo la terribile delusione patita, lui aveva fatto di tutto per conquistare completamente il suo cuore, nonostante fosse perfettamente cosciente che per loro non c'era futuro…
No, no! Jarod fermò bruscamente quel treno di pensieri: doveva esserci una soluzione, anche se finora non l'aveva trovata. Aveva semplicemente bisogno di pensarci in modo più lucido, ed ora che non doveva più nascondere nulla sarebbe stato più facile.
Senza che lui se ne accorgesse, Erin si era svegliata e lo stava osservando. Le bastò un'unica occhiata alla sua espressione per comprendere il suo stato d'animo: fin dall'inizio era stata molto sensibile al suo tormento, ed ora che lui gliene aveva confidato il motivo, la sua percezione era diventata ancor più acuta. Il cuore le si gonfiò di una pena intollerabile: non sopportava di vederlo soffrire così.
Si rizzò a sedere.
"Basta, Jarod", lo esortò, accoratamente, "Basta."
Jarod trasalì e tornò di botto al presente. Anche lui si mise a sedere, guardandola confuso:
"Cosa?"
"Devi smetterla di farti angosciare dal passato", spiegò Erin, afferrandogli le mani e stringendole tra le sue, "Quel che è stato è stato. Non puoi continuare a pensare al Centro, alle cose terribili che ti hanno fatto… è finita! Ora sei libero, libero di vivere la tua vita, di utilizzare il tuo straordinario talento per il bene del prossimo, di godere il presente, di progettare il futuro… ma non potrai farlo, se non spezzerai le catene del passato!"
Jarod aggrottò la fronte:
"Non puoi capire… Come faccio a progettare il mio futuro se non conosco il mio passato?"
Per un momento Erin lo fissò senza comprendere:
"Come sarebbe a dire? Certo che lo conosci!", lo contraddisse, accalorandosi, "Sai chi sono i tuoi genitori, che hai una sorella, un fratellastro, che sei stato rapito all'età di quattro anni e che hai passato tutta la tua vita al Centro, fin quando sei scappato…"
"Hanno cancellato la mia identità!", esclamò Jarod, interrompendola con una sorta di disperazione nella voce, "Ti rendi conto che non c'è neppure un certificato di nascita ad attestare la mia esistenza?"
"Non è un pezzo di carta che può definirti come individuo", ribatté lei, appassionatamente, "bensì l'insieme delle tue azioni, buone e cattive, gli atti eroici come le vigliaccherie, ed i pensieri, i sogni, le aspirazioni, i desideri! Questo ci rende delle persone, non uno stupido certificato!"
Prese un respiro per calmarsi, per tentare di tradurre in parole i suoi pensieri disordinati, per far capire a Jarod quale sbaglio stava facendo, lasciandosi ossessionare dal passato… uno sbaglio che anche lei aveva commesso, e che era riuscita a superare proprio grazie al suo aiuto.
"Lascia il Centro alle tue spalle, dimenticalo… oppure distruggilo!", concluse, in un tono tagliente che era raro sentire nella sua voce, un tono che non ammetteva repliche.
"Se lo facessi, andrebbe perduta tutta la documentazione su come individuare ed addestrare un simulatore…", tentò ugualmente Jarod, aggrottando la fronte: sapeva già che nessun argomento le avrebbe fatto cambiare idea. E sapeva anche che Erin aveva ragione.
"Significa forse che vorresti vedere altri bambini rapiti, sfruttati ed abusati come sei stato tu?", domandò lei, con dolcezza, "Non ci credo."
"No, infatti! Negli anni passati lontano dal Centro, penso d'aver ampiamente dimostrato come il mio talento possa essere usato a vantaggio dell'umanità…"
"Certamente, Jarod. Il problema è un altro: credi che una qualsiasi organizzazione potrebbe rimanere incorrotta, con un simile potere a sua disposizione? Mi hai detto che anche il Centro una volta era votato a fini benefici, eppure è finito così. Ormai conoscerai abbastanza l'umanità per giudicare se è sufficientemente matura per gestire capacità come le tue senza abusarne."
"Senza un severo controllo, probabilmente no", ammise Jarod, con riluttanza, "tuttavia, con un'adeguata supervisione, forse potrebbe esserlo, e sarebbe un delitto vanificare i decenni di lavoro del Progetto Simulatore."
Erin rifletté un istante.
"Beh, parlando di distruggere il Centro non intendevo necessariamente in senso fisico", disse poi, lentamente, "Mio padre ha ancora abbastanza contatti nella CIA…"
Jarod la guardò, corrugando la fronte:
"Cosa vuoi dire?"
Erin sorrise con aria feroce:
"Non te l'ho detto finora", spiegò, "perché ovviamente non è una cosa da pubblicizzare: era vicedirettore dell'Agenzia. E attraverso la CIA, può arrivare all'NSA. I DSA che mi hai mostrato ieri basteranno ed avanzeranno. Dopotutto, il Centro è una potenziale minaccia anche per il governo degli Stati Uniti."
Negli occhi di Jarod si era accesa una luce di speranza.
"Ci sono però persone che non meritano di essere prese nel mezzo", obiettò poi, "Miss Parker, Sydney, Broots, Angelo…"
"Non saranno coinvolti", gli assicurò lei, "Li attireremo lontani dal Centro, mentre faremo in modo che siano presenti tutti gli altri. Ma la prima cosa da fare è mettere al corrente mio padre di tutto quanto."
Jarod rifletteva. Il suo cervello geniale, messo in moto dall'imbeccata giusta, lavorava con una rapidità incredibile ed in breve lo portò ad una conclusione.
"Va bene", disse, guardandola negli occhi, "Voglio liberare me stesso ed il mondo da quel cancro che è il Centro, e farò tutto quello che sarà necessario per riuscirci."
OOO
Erin telefonò a Jean, dicendole che c'era un'emergenza in famiglia; la pregò di pensare lei a tutto per i prossimi giorni, così come aveva fatto all'epoca in cui, per due mesi, si era lasciata tutto alle spalle e l'amica aveva mandato avanti la palestra da sola – ragion per cui l'aveva poi resa sua socia.
Poi chiamò il padre per assicurarsi che fosse in casa; per forza di cose dovette rimanere sul vago, e lui l'esortò a raggiungerlo quanto prima, qualsiasi fosse il motivo per cui aveva bisogno di parlargli.
Quando arrivarono al ranch dei coniugi De Rossi, quaranta minuti più tardi, trovarono ad attenderli un'abbondante colazione irlandese.
"Mai fare discorsi seri a stomaco vuoto", decretò Maureen, invitandoli imperiosamente a sedersi ed a servirsi di quanto c'era in tavola, "altrimenti si rischia di non avere la forza di affrontarli."
Non aveva tutti i torti, pensò Jarod, senza riuscire ad evitare di sentirsi divertito: apprezzò molto il modo in cui la madre di Erin, con il suo senso pratico, era così riuscita a sdrammatizzare la situazione.
Fecero colazione tutti assieme, poi si trasferirono in salotto.
"Bene, figlioli", esordì Frank, senza ulteriori indugi, "Qual è la questione?"
Ci vollero quasi due ore perché si facesse un quadro sufficientemente dettagliato da consentirgli di prendere una decisione, ma Erin conosceva bene suo padre e non dubitò un solo istante di quale sarebbe stata.
Dopo aver udito lo spaventoso racconto di Jarod sulle attività del Centro ed aver visionato diversi DSA, Frank De Rossi sollevò la cornetta del telefono e compose un numero ultrasegreto che conosceva a memoria.
"Sono Thunderhorse", disse a chi gli rispose, "Devo parlare subito con Black Rock, ma mi serve una linea sicura."
Ascoltò alcuni istanti, poi riattaccò.
"Ci richiameranno non appena resa sicura la linea telefonica", spiegò a Jarod, "Il direttore della CIA è un mio vecchio amico – siamo stati buddies nella guerra di Corea, e poi siamo entrati assieme all'Agenzia – e mi deve non so quanti favori. Ma se anche così non fosse, quello che mi hai raccontato sarebbe sufficiente a farli entrare in azione: il Centro è una minaccia per il governo degli Stati Uniti e deve essere fermato. Anzi, mi domando come mai non ti sei rivolto prima a noi, Jarod."
Jarod passò lo sguardo da Frank ad Erin.
"Perché prima non avevo una motivazione sufficiente", rispose. Frank notò lo scambio di occhiate ed annuì, soddisfatto.
"Come faremo per Miss Parker e gli altri?", domandò Erin, rivolta a Jarod.
"Farò avere loro degli indizi che li indurranno a venirmi a cercare", rispose subito lui, "Non sarà difficile. In quanto ad Angelo, chiederò a Sydney di portarlo al sicuro prima di lasciare il Centro per darmi la caccia con Miss Parker e Broots."
"Potrebbero però dover testimoniare", obiettò Frank, "Il Presidente farà delle indagini per verificare che non si sia trattato di un abuso, e non è detto che gli basti vedere i DSA."
"Testimonieranno", disse Jarod, sicuro, "Forse Miss Parker farà delle difficoltà, ma basterà darle il tempo di digerire i fatti."
Il telefono squillò e Frank rispose: era Black Rock. Frank gli espose per sommi capi la situazione, ed il risultato fu che tre ore dopo lui, Jarod ed Erin erano in volo per Langley, Virginia, dov'era situata la sede della CIA. In realtà non ci sarebbe stato bisogno che Erin venisse, ma aveva insistito perché non voleva lasciare Jarod neanche per un istante, e di questo lui era felice e grato.
Poi le cose procedettero ad una velocità che parve crescere esponenzialmente: Bill Thompson, ovvero Black Rock, il direttore dell'Agenzia, ascoltò la storia di Jarod, visionò tutti i DSA – operazione che richiese alcuni giorni – che fece analizzare da degli esperti, mandò agenti sul campo a verificare le possibilità d'intervento, elaborò un piano con Jarod e Frank, e poi fece scattare l'azione.
Martedì 30 luglio, ore 15.25
Miss Parker fermò la macchina presa a noleggio davanti ad una piccola e modesta pensione sperduta nella campagna dell'Arkansas, nei pressi di Hot Springs. Entrò nel piccolo atrio a passo di carica, i tacchi altissimi che risuonavano sul pavimento piastrellato, seguita con più calma da Sydney e da Broots.
Un ragazzone dall'aria stolida era seduto dietro il bancone; Miss Parker lo apostrofò senza neppure salutarlo:
"Ha visto quest'uomo?", gli domandò, mostrandogli una foto. Il giovanotto, in realtà un agente altamente addestrato dell'FBI, la guardò un momento e sorrise:
"Ma certo, questo è Jarod! Lo troverà in giardino, sul retro."
Miss Parker scambiò un'occhiata perplessa con Sydney: tanta fortuna era a dir poco sospetta. Stringendosi mentalmente nelle spalle, si diresse alla porta-finestra che si affacciava sul retro ed uscì; adocchiò subito la figura inginocchiata nel roseto che voltava loro la schiena, un cappello di paglia in testa per difendersi dal sole estivo, un paio di forbici per potare nella mano guantata. Estrasse la pistola e la puntò:
" Non ti muovere, Jarod, ti ho nel mirino."
Udì un suono soffocato alle proprie spalle, ma non si voltò, intenta a fissare la figura inginocchiata che si stava lentamente girando verso di lei. Sotto il cappello, riconobbe la faccia sogghignante di Jarod.
E' una trappola, piccola mia, le sussurrò la voce di sua madre nella testa, ma non aver paura.
Miss Parker trasalì: dopo due anni da che aveva scoperto di averlo, non era ancora riuscita ad abituarsi al Senso Interiore, il dono che Catherine Parker aveva trasmesso a lei e ad Ethan. Udire la sua voce, le pur rare volte che ci riusciva, era ancora sconvolgente, ed anche se pian piano cominciava ad acquisire fiducia in quella strana facoltà che le consentiva di vedere persone e situazioni con un acume raddoppiato, dubitava fortemente che sarebbe mai riuscita ad abituarvisi.
"Bene arrivata, Miss Parker", la salutò Jarod allegramente, "Ti aspettavo."
"Butta la pistola, Parker", disse una gelida voce femminile alle sue spalle; nello stesso momento, da dietro i tronchi di due alberi spuntarono altrettanti uomini che imbracciavano fucili con mirino laser, puntati su di lei. Riconoscendo all'istante di non avere alcuna possibilità, Miss Parker sollevò subito le mani in segno di resa. La sua faccia esprimeva sorpresa e furore in pari misura.
"Ho detto di buttarla!", ripeté la voce, in un tono aspro che non prometteva niente di buono. Miss Parker obbedì, lasciando cadere l'arma e tornando ad alzare le mani. Lentamente, si voltò: Sydney e Broots erano tenuti fermi da due energumeni armati. Il tecnico aveva un'aria molto spaventata, ma lo psichiatra appariva invece tutto sommato tranquillo, il che la rese perplessa. Non ebbe però il tempo di arrivare ad una qualsiasi conclusione, perché la sua attenzione fu attirata dalla giovane donna dai lunghi capelli bruni che avanzava verso di lei. Era più bassa di lei di almeno quindici centimetri ed indossava un abito verde dal taglio semplice ed elegante, abbottonato sul davanti; la sua espressione era di un gelo polare, e molto insolitamente Miss Parker sentì vacillare la sua sicurezza. Neppure Brigitte, la spietata killer del Centro, era mai riuscita a tanto, eppure gliene aveva fatte passare di cotte e di crude: perché mai questa donna, che incontrava per la prima volta, doveva intimidirla?
Seccata con se stessa, Miss Parker la squadrò dall'alto in basso, cosa che data la sua statura non le fu affatto difficile, ma prima che potesse aprir bocca la sconosciuta si girò verso l'energumeno che teneva fermo Sydney.
"Può lasciarlo andare, agente Johnson."
Non ti è veramente ostile, bambina mia, mormorò Catherine Parker, potrebbe anzi esserti amica.
Intanto Jarod si era alzato ed aveva gettato in terra il cappello, le forbici ed i guanti da giardinaggio. Si affiancò a Miss Parker, rimanendo a debita distanza ed attento a non passare sulla linea di tiro degli agenti armati di fucile, che la tenevano ancora sotto mira; si rivolse a Sydney, che si stava rassettando la giacca:
"Angelo è al sicuro?"
"Sì, Jarod", rispose il suo antico mentore, "L'ho fatto uscire stanotte ed ora è all'istituto che mi hai indicato."
"Cos'è questa storia?!", abbaiò Miss Parker, passando uno sguardo di fuoco da Sydney a Jarod e viceversa. In realtà, sospettava già quale fosse la risposta, così non si stupì veramente quando Jarod gliela diede:
"Il Centro è finito, Miss Parker."
Era tuttavia troppo, per poterlo credere così, su due piedi.
"Cosa significa?!", ringhiò.
"In questo preciso momento", le rispose la donna sconosciuta, "agenti dell'FBI e dell'NSA stanno facendo irruzione al Centro. Butteranno per aria ogni centimetro quadrato ed arresteranno tutti. Puoi star certa che nessuno sfuggirà alla rete: l'operazione è stata preparata con la massima cura e nessuna eventualità è stata trascurata."
Per una qualche strana ragione, Miss Parker non dubitò un solo istante della veridicità di quelle parole. Volse lo sguardo fiammeggiante su Sydney:
"Sydney, tu lo sapevi!"
Lo psichiatra non tentò neppure di negare:
"Sì, Jarod me l'ha detto quando mi ha pregato di portare via Angelo."
"Come hai potuto?!", lo aggredì lei: si sentiva tradita… ma stranamente la sensazione durò soltanto pochi istanti, sostituita da un altro sentimento che non seppe però identificare.
Sollievo, suggerì Catherine.
Abbassò lo sguardo a terra, colpita da un altro pensiero:
"Che ne sarà del mio fratellino?"
Il figlio che suo padre aveva avuto da Brigitte, che era morta nel darlo alla luce. Lui era suo fratello, non quello scellerato di Lyle… E lei era ben felice se riusciva a sottrarlo al Centro.
" Nei giorni scorsi, la sua tata è stata sostituita da un'agente dell'FBI. E' al sicuro con lei, adesso", le rispose Jarod.
"Cosa faranno ai membri del Triumvirato?", insistette.
"Saranno processati, naturalmente", disse Jarod, "Devono pagare per i loro crimini, così come Lyle e Raines. E pure tuo padre, quando lo troveranno. Perché puoi star certa che lo troveranno."
Broots, a sua volta lasciato libero, aveva le sue proprie preoccupazioni:
"Mia figlia…?"
"Un'assistente sociale ed un'agente dell'FBI andranno a prendere Debbie quando sarà tornata a casa dalla scuola", gli rispose Jarod con un sorriso rassicurante, "Anzi, quand'è ora telefonale e dille che le signore che si presenteranno la porteranno da te e che non deve aver paura."
Broots non aveva con Jarod la stessa confidenza di Miss Parker o di Sydney, ma era giunto al punto di fidarsi di lui, così si limitò ad annuire. Dopotutto, era ben lieto di liberarsi dal Centro.
Sydney sorrise al suo antico allievo:
"E' lei?", domandò, accennando con lo sguardo alla giovane donna bruna che aveva ordinato di lasciarlo libero. Jarod comprese al volo ed annuì, poi si avvicinò:
"Erin, voglio presentarti il dottor Sydney Green; Sydney, questa è Erin De Rossi. E' per merito suo che siamo arrivati a questo punto."
Sydney afferrò gentilmente la mano che gli veniva tesa e se la portò alle labbra in un galante baciamano.
"Enchanté", le disse. Erin pensò che l'anziano psichiatra possedeva tutto lo charme dei suoi connazionali belgi, e provò subito per lui una stima istintiva.
"Sono lieta d'incontrarla, dottore", dichiarò con un sorriso, "So che ha fatto tutto quello che le era possibile per proteggere Jarod durante la sua permanenza al Centro, ed anche dopo la sua fuga."
"L'ho sempre saputo", disse Miss Parker, avvicinandosi e fulminando Sydney con lo sguardo; poi, sorprendentemente, fece una smorfia assai simile ad un sorriso, "Ora ne sono felice", si girò verso Jarod, "Non mi presenti la tua amica?"
"Erin De Rossi, Miss Parker", si affrettò a dire Jarod. Le due donne si studiarono per lunghi istanti. Erin pensò che Miss Parker era davvero incredibilmente bella, con quei lineamenti classici, il naso greco, gli occhi d'un azzurro straordinario, e soprattutto la figura da modella, alta, slanciata e con gambe stupefacenti. Paragonata a lei si sentiva piccola e grossa, e non poté fare a meno di provare una dolorosa fitta di gelosia.
Sydney le guardava con aria vagamente divertita, intuendo il confronto in atto tra le due donne. Fisicamente non avrebbero potuto essere più diverse, a parte il colore dei capelli, che entrambe avevano d'un bruno scuro quasi corvino. In passato aveva spesso pensato che Jarod e Miss Parker fossero destinati ad innamorarsi, ed a volte certi atteggiamenti, soprattutto da parte di Jarod, lo avevano convinto che sarebbe stato così. Invece, ora vedeva chiaramente che non poteva essere, che non avrebbe potuto esserlo: i due figli del suo cuore, Jarod e Miss Parker, si amavano, certo, ma come amici fraterni. Mai avrebbero potuto essere qualcosa di diverso.
"Sei una dirigente della CIA?", s'informò Miss Parker, rivolta ad Erin.
"In un certo senso", fu l'enigmatica risposta, "Diciamo che ho del potere all'interno dell'Agenzia."
Jarod represse un sogghigno divertito e s'intromise:
"Vogliamo accomodarci dentro? Tra poco dovremmo avere notizie dal Centro."
Entrarono e si sedettero tutti in salotto, dove alcuni agenti servirono loro dei rinfreschi. Erin si ritrovò accanto a Sydney, che s'informò con affettuoso interesse sulle circostanze che l'avevano portata ad incontrare Jarod. Mentre gli raccontava dell'incidente in California, Erin notò che Jarod e Miss Parker conversavano fittamente, seduti sul divano di fronte. Fece del suo meglio per ignorare la gelosia che l'attanagliava, ma non ci riuscì: Parker era tanto più bella di lei, e conosceva Jarod da tanto più tempo! Sentiva che le sue possibilità in una competizione erano miserabili, e poco a poco cadde in uno scoramento profondo, quale non aveva più conosciuto da quando il suo ex marito l'aveva piantata. Tuttavia, trovò dentro di sé la forza di riuscire a mascherare il suo stato d'animo e di portare a termine il racconto.
Una mezz'ora dopo, il cellulare di Jarod squillò e lui rispose, scusandosi con i presenti.
"Il Centro è sotto il controllo dei federali", annunciò poi, riponendo il telefonino, "Tutti i dirigenti sono stati arrestati, nessuno escluso. L'Agenzia ha già messo al lavoro i suoi migliori hacker per penetrare nella rete informatica."
"Potrei essere loro utile", si offrì impulsivamente Broots. Jarod valutò brevemente la sua proposta, poi annuì:
"E' vero, nessuno conosce meglio di te i computer del Centro. Agente Palmer, accompagni il signor Broots ad un terminale e lo colleghi."
Broots si alzò e lasciò la stanza, accompagnato da un agente.
Sydney sorrideva incontenibilmente: l'incubo era finito, adesso poteva finalmente andare da Michelle e da Nicholas e costruire insieme a loro la famiglia che il Centro aveva loro impedito di essere, venticinque anni prima… Il cuore pareva scoppiargli nel petto per la felicità.
Miss Parker domandò:
"Cosa sarebbe successo se qualcuno di loro fosse sfuggito alla retata?"
"Ci saremmo subito spostati in una residenza sicura", le rispose Jarod, "Angelo, Debbie, Michelle e Nicholas sarebbero stati prelevati e ci avrebbero raggiunto. Ci saremmo nascosti in luoghi diversi finché la caccia all'uomo non si fosse conclusa. Come vedi, non avevo trascurato niente."
Miss Parker chiuse gli occhi; era pallida, ma i suoi lineamenti lentamente si distesero, come se un grande peso le fosse stato tolto dalle spalle. Con tenerezza, Jarod le accarezzò i capelli, ignaro che quel gesto amichevole rappresentava una pugnalata nel cuore di Erin.
"Sono libera…", mormorò Miss Parker, in tono incredulo, "Sono libera…E senza dover barattare la tua libertà per la mia."
"Lo avresti fatto davvero?", le chiese Jarod, gentilmente. Miss Parker aprì gli occhi e lo fissò con la consueta aria battagliera:
"Sì… e poi avrei dovuto farmene una ragione. Non so se ci sarei riuscita."
Sai bene che non ce l'avresti mai fatta, mormorò Catherine.
"Ora non sarai più costretta a scoprirlo", commentò lui, con un sorriso. Ed infine, anche Miss Parker sorrise apertamente, ed il suo volto si trasfigurò, diventando ancora più bello.
"Non puoi sapere come ne sono felice", dichiarò, accarezzandogli una guancia.
Erin comprese che aveva perso e si sentì morire dentro. Si sarebbe accasciata su se stessa, annientata dal dolore atroce che le stava riducendo a brandelli il cuore, ma l'ultimo residuo di orgoglio glielo impedì: se non era crollata di fronte all'ex marito, di sicuro non sarebbe crollata neppure di fronte all'amante.
Si alzò di scatto e disse rigidamente:
"Sono stanca, vado a riposare."
Ignorando lo sguardo sorpreso di Jarod, uscì precipitosamente e salì di sopra, dove si rifugiò a caso in una delle camere. Qui si gettò sul letto e scoppiò in un terribile pianto senza lacrime, con forti singulti che le squassavano il petto come crudeli artigli.
OOO
Da basso, Jarod fissava ancora perplesso la porta da cui Erin era uscita.
"C'è qualcosa che non va", mormorò, preoccupato.
"Sì", confermò Sydney, con l'acume dell'esperto psichiatra, "Non ha compreso la natura dell'intimità che tu e Parker dividete, e crede di averti perso."
Improvvisamente, Miss Parker capì quale fosse il rapporto tra Jarod ed Erin: quei due si amavano. Un velo di tristezza le offuscò lo sguardo al pensiero di Thomas, l'unico uomo che era riuscito a penetrare nella sua corazza, facendola innamorare veramente per la prima ed unica volta nella sua vita; ma il Centro glielo aveva portato via, facendolo assassinare, perché non le avrebbero mai permesso di lasciarli, né per lui, né per nessun altro.
Un'altra cosa per cui adesso avrebbero infine pagato.
"Non è possibile!", negò Jarod, "Quando le ho raccontato del mio passato, le ho spiegato quello che provo per Parker…"
"La mente ed il cuore ragionano diversamente", spiegò lo psichiatra, "La comprensione che Erin poteva avere a livello intellettuale del vostro rapporto è crollata, adesso che vi ha visti insieme. Ha bisogno che tu la rassicuri, Jarod. Ed è probabile che ci metta un bel po' ad accettare emotivamente i sentimenti che ti uniscono a Parker, quindi devi armarti di pazienza."
"Sì, va da lei, Jarod", lo esortò Miss Parker, dandogli buffetti affettuosi sulla mano, "Non permettere che l'incomprensione mini il vostro amore."
Jarod seguì prontamente il loro consiglio; salì le scale a due a due e guardò la fila di porte lungo i lati del corridoio: dove poteva essere Erin? L'intuizione lo portò alla stanza più lontana, e difatti attraverso la porta udì i suoi singhiozzi penosi. Un nodo gli strinse la gola.
Aprì e mise dentro la testa:
"Erin, non fare così, amore…"
"Vattene!", urlò lei, "Torna da lei e non farti più vedere!"
Sbalordito, Jarod vide volargli incontro una scarpa e si affrettò a chiudere la porta per non essere colpito. Si udì il rumore secco dell'oggetto che sbatteva contro il pannello di legno.
Accidenti, pensò Jarod, scuotendo la testa, certo che Erin a volte è proprio terribile!
"Non arrenderti", lo esortò una voce femminile, e voltandosi Jarod vide Miss Parker, che lo aveva seguito, "Torna dentro e falla ragionare. E se non ascolta le tue parole, allora falle fare l'amore fino a convincerla: se non è disposta a credere alla sua mente, dovrà credere al suo cuore, ai suoi sentimenti, che il suo corpo esprimerà suo malgrado."
Jarod guardò la sua vecchia amica d'infanzia e provò per lei una grande gratitudine.
"Grazie", mormorò, prima di voltarsi e di entrare con decisione nella camera.
Nel corridoio, Miss Parker sorrise alla porta chiusa e mormorò di rimando:
"Non c'è di che, amico mio."
Poi girò sui tacchi e tornò da basso.
