Capitolo XIV: Gran Finale Parte 2

La seconda volta che Jarod entrò in camera, Erin non gli lanciò addosso niente; invece balzò a sedere sul letto, la schiena contro la testiera, e gli lanciò uno sguardo inceneritore.

"In quale lingua devo dirtelo?", domandò, a denti stretti, "Lasciami sola!"

Sotto la rabbia, Jarod percepì chiaramente il suo dolore e si sentì il cuore pesante di pena.

"Mi puoi chiedere tutto, Erin", disse, quieto, "ma non questo. Né ora, né mai."

Le spalle di Erin si afflosciarono.

"Perché vuoi tormentarmi?", domandò, riuscendo a stento a mantenere ferma la voce, "E' evidente che ami Miss Parker molto più di quanto ami me, quindi perché non torni da lei? Ti do la mia benedizione…"

La voce le si spense e Jarod la vide lottare caparbiamente contro le lacrime. L'immensità del suo amore per lui gli tolse il respiro: sarebbe stata disposta a rinunciare a lui purché fosse felice.

Solo che evidentemente non aveva ancora capito dov'era la sua felicità.

Si avvicinò al letto e si sedette sull'orlo. Lei si ritrasse il più lontano possibile.

"No, Erin, tesoro mio…", mormorò, "Ti ho detto che Parker è per me molto più di un'amica, molto più di una sorella… ma è e sempre sarà molto meno di te."

Erin non rispose e si limitò a guardarlo con un'espressione corrucciata che indicava chiaramente la sua diffidenza.

"Amore", ritentò, in tono dolce, "come puoi pensare, dopo quello che finora c'è stato tra noi, che io non ti ami più di lei? Parker significa molto per me, è vero, ma tu sei tutto! E' solo grazie a te che ho trovato la forza di liberarmi definitivamente del Centro… "

"Vuoi dire grazie a mio padre!", ritorse lei, in tono acido.

"Lui mi ha solo fornito i mezzi", replicò Jarod, con calma, "ma come ho già detto a tuo padre, sei tu il motivo per cui infine ho deciso di distruggere il Centro."

Erin scosse la testa, con ostinazione. Jarod comprese che quella testardaggine nasceva dalla paura, la paura che era riuscita a vincere grazie a lui, ma che era rimasta sempre in agguato in un angolo nascosto della sua mente, pronta a saltarle addosso al primo accenno di cedimento.

Allora Jarod comprese che ragionare logicamente era inutile: come gli aveva suggerito Miss Parker, non doveva parlare alla mente di Erin attraverso le parole, ma al suo cuore attraverso il suo corpo.

Si tese attraverso il letto per toccarla, ma lei si ritrasse. Cercò di raggiungerla, ma nuovamente lei indietreggiò finché addirittura cadde dal letto sulla moquette che ricopriva il pavimento.

In un attimo le fu sopra.

"Lasciami!", gridò Erin, divincolandosi. Non volendo farle male, Jarod si limitò ad afferrarla per i polsi, inchiodandola a terra con il proprio peso.

"Maledizione, Erin, non sono tuo nemico!", esclamò, disperato, "Amo te e lei in modi diversi! Se vi trovaste entrambe in pericolo di vita, ed io potessi salvare solo una di voi due, è lei che salverei… per poi tornare indietro a morire con te."

Erin lo fissò con occhi sbarrati, come se non credesse alle proprie orecchie, e di colpo smise di agitarsi. Allora lui chinò la testa e si impadronì della sua bocca con la bocca. Dapprima Erin non rispose, limitandosi a subire il bacio; ma il suo corpo già reagiva, sentendo su di sé il famigliare, gradito peso di quello di Jarod: le sue labbra si schiusero, permettendogli di esplorare con la lingua i caldi anfratti della sua bocca, e le sue gambe si aprirono, in modo da poter sentire la forza del suo desiderio contro il grembo. Con un sospiro, il corpo di Erin si arrese a quello di Jarod.

Ma la sua mente era in aperto conflitto con il corpo.

"Cosa stai tentando di fare…?", ansimò, quando lui le lasciò la bocca. Jarod le baciò il lato del collo, sotto l'orecchio, vellicando delicatamente con la lingua la pelle sensibile.

"Sto cercando di farti capire quanto ti amo", le mormorò, alitandole nell'orecchio e facendola rabbrividire, "Il tuo corpo già lo sa: accettalo anche tu…"

Erin si agitò debolmente, cercando di ribellarsi alle ondate di desiderio che la sommergevano di prepotenza. I capezzoli induriti premevano contro gli indumenti, chiaramente visibili attraverso il reggiseno e la leggera stoffa dell'abito. Gemette sentendo le labbra di Jarod chiudersi attorno ad uno di essi e mordicchiarlo gentilmente.

"E' una reazione automatica", tentò di protestare, "E' un traditore…!"

Con i denti, Jarod aveva aperto i primi due bottoni che chiudevano il vestito sul davanti.

"Non è un traditore", mormorò, sfiorandole con le labbra le morbide rotondità del seno, "Lui conosce la verità."

Fu quell'ultima frase a provocare la sua improvvisa capitolazione: Jarod aveva ragione, tutto il suo essere glielo urlava, e lei non poteva far altro che arrendersi alla forza dei sentimenti.

Jarod intuì la sua resa e le lasciò i polsi, tirandosi indietro per guardarla negli occhi. Prontamente lei gli circondò il collo con le braccia e lo attirò di nuovo su di sé, premendogli le labbra sulle labbra in un bacio ingordo. Aveva bisogno di rassicurazioni, aveva bisogno dell'espressione fisica per sentirsi certa del suo amore per lei, e desiderava che lui la prendesse, lì e subito.

A Jarod non furono necessari ulteriori incoraggiamenti: in pochi secondi, le aprì completamente il vestito, quasi strappando i bottoni, e le sollevò il reggiseno. Chiuse le mani a coppa attorno alle soffici curve, premette i seni l'uno contro l'altro e leccò avidamente i capezzoli inturgiditi. Erin ansimò per il piacere, artigliandogli le spalle mentre andava a fuoco. Un istante dopo sentì le dita di lui nelle mutandine, che cominciarono a frugarla ed a stuzzicarla, e gemendo spinse vogliosamente il bacino in avanti per consentirgli di toccarla meglio. Le viscere le pulsavano per la smania, mentre ondate di calore la percorrevano tutta.

Jarod era preda di una frenesia mai provata prima in vita sua. Senza pensare, la mente obnubilata dal desiderio, strappò via le mutandine di Erin, si calò pantaloni e boxer insieme e con un unico movimento fluido si tuffò nelle sue calde profondità.

In balia della stessa incontenibile bramosia, Erin lo accolse dentro di sé con un ansito di sollievo, godendo della sensazione della dura verga mascolina che colmava la sua umida cavità femminile. Bastarono pochi minuti perché entrambi venissero, in un orgasmo quasi brutale che strappò loro alte grida di piacere e che poi li lasciò privi di energie, il respiro mozzo, l'uno tra le braccia dell'altra.

Dopo, Erin rise. Una risata argentina che scaldava il cuore e che contagiò anche Jarod, facendolo ridere con lei fino alle lacrime. I movimenti sussultanti dei loro corpi suscitarono altri spasmi di piacere, così le risate furono inframmezzate da alcuni gemiti.

"Abbiamo scopato come due conigli in calore", ridacchiò Erin. Jarod sghignazzò brevemente, poi tornò serio e la baciò profondamente, a lungo.

"Noi due non scopiamo", le disse piano, "Facciamo l'amore: con frenesia, con fretta, anche con furia, ma faremo sempre e solo l'amore, perché ci amiamo."

Lei si sentì riempire gli occhi di lacrime.

"Dio, quanto sono stata stupida!", bisbigliò, "Come posso farmi perdonare?"

Lui si sollevò leggermente e guardò i loro corpi ancora uniti, avvoltolati negli abiti in disordine.

"Direi che hai cominciato bene…", disse maliziosamente. Erin gli mostrò la lingua, e Jarod cercò subito di impadronirsene con la bocca. Scoppiarono di nuovo a ridere, ma in breve le risa si spensero, sostituite dai lievi suoni dei baci. Ricominciarono a fare l'amore, stavolta con calma e tenerezza infinita.

OOO

Scesero per l'ora di cena. Le loro espressioni radiose erano talmente eloquenti che Sydney dovette reprimere un largo sorriso, ed anche Miss Parker, ora che non era più costretta nel suo ruolo di Regina di Ghiaccio, com'era soprannominata al Centro, lasciò trapelare il suo divertimento. Broots invece, tutto preso dall'imminente arrivo della figlia, non si accorse di niente.

Poco dopo udirono il suono di un elicottero in avvicinamento ed uscirono per assistere all'atterraggio. L'apparecchio prese terra ad alcune decine di metri dall'edificio che li ospitava e fermò il rotore; ne discese una graziosa ragazzina di circa quattordici anni, che si precipitò tra le braccia tese di Broots, seguita con maggiore calma da due sorridenti agenti donna della CIA.

"E' stato fantastico, papà!", esclamò la bambina, tutta eccitata, "Voglio imparare a guidare gli elicotteri!"

"Si dice pilotare, Debbie", la corresse sorridendo il padre, abbracciandola forte, "E se lo vorrai veramente, quando sarai più grande ti farò fare il brevetto di pilota, va bene?"

Debbie abbracciò anche Miss Parker, che con somma meraviglia di Erin ricambiò amorevolmente l'abbraccio. Vedendo nella sua espressione un autentico affetto per la ragazzina, in un attimo cambiò opinione sulla donna che aveva creduto una rivale: non era affatto fredda e spietata come le era sembrata, bensì piena di calore umano e di compassione. Improvvisamente desiderò che diventassero amiche.

Dopo cena, tornarono in salotto a chiacchierare: nessuno aveva sonno, erano tutti troppo eccitati dalle novità che continuavano ad arrivare dal Centro: il signor Raines aveva confessato, Lyle si era ribellato ed aveva ricevuto una dura lezione, e nella rete informatica gli agenti della CIA stavano trovando tante di quelle prove che non avrebbero neanche avuto bisogno delle ammissioni di Raines per incriminarli tutti.

"Spero che li rinchiudano nelle celle del Centro", commentò Jarod, con una certa ferocia, "Sarebbe davvero un'ironia."

In quella, il suo cellulare squillò e lui si allontanò per rispondere senza disturbare gli altri.

Stette via piuttosto a lungo, e quando tornò la sua faccia aveva un'espressione incredula.

"Parker", chiamò.

Miss Parker, che stava sostenendo un'interessante conversazione con Erin, si voltò a guardarlo leggermente seccata.

"Cosa?", abbaiò, poi ridacchiò, ricordandosi che non doveva più fare la parte della dura ad ogni costo, "Volevo dire… che cosa c'è, Jarod?"

"Non crederai a quello che sto per dirti", esordì Jarod, andando a sedersi accanto a lei sul divano, "L'agente che sta dirigendo le operazioni al Centro ha l'incarico di informarmi se trovano un qualunque file classificato che faccia riferimento a te, Sydney, Broots e Angelo. Ebbene, ne hanno trovato uno che riguarda te… e Thomas Gates."

Miss Parker impallidì. Tommy era stato ucciso più di quattro anni prima, ma il dolore per la sua morte era ancora insopportabile.

"Che cosa dice?", domandò con un filo di voce. Erin si chiese come avesse fatto a giudicarla senza cuore. Cielo, quanto può ingannare, l'apparenza!

"Parker… Thomas non è morto. E' vivo…"

"Che cosa?!", esclamò lei, portandosi una mano alla gola come se stesse soffocando, "Com'è possibile? Non può essere vero… l'ho trovato morto assassinato davanti a casa mia…"

"Lo so, lo so", la interruppe Jarod, prendendole l'altra mano tra le sue per tranquillizzarla, "La verità è che non potevano ucciderlo impunemente. Come credi siano riusciti a mettere tutto a tacere tanto in fretta? Solo eliminando i pochi testimoni? Neanche loro sono realmente morti, è stata tutta un'enorme montatura…"

"Ma… ma non respirava, il cuore non batteva... Cristo, gli avevano sparato alla testa!"

Credici, bambina mia, disse la voce di Catherine Parker nella sua testa, Credici, perché è vero.

"Sai anche tu che esistono sostanze che simulano perfettamente la morte", controbatté Jarod, "Il colpo alla testa era brutto, ma non mortale, e lui è sopravvissuto, come nei loro piani. Poi hanno pagato il coroner per fargli firmare il certificato di morte."

Miss Parker era ormai convinta, tuttavia domandò ugualmente:

"Ma perché avrebbero dovuto fare una cosa del genere?"

"Se tu ti fossi nuovamente ribellata, ti avrebbero rivelato che era ancora vivo ed avrebbero minacciato di ucciderlo veramente, stavolta, se non facevi quello che volevano loro…"

Miss Parker annuì lentamente:

"Sì, sarebbe stato nel loro stile… ed io avrei accettato, purché non gli facessero del male… Che Dio li maledica!"

Trasse un respiro profondo per calmarsi e chiese:

"Dov'è, adesso?"

"E' in un ospedale psichiatrico controllato dal Centro, in California."

"Un ospedale psichiatrico…?"

"Sì, a causa del colpo alla testa ha perso la memoria", spiegò Jarod, "Tutte le sue funzioni sono normali, ma non ricorda niente di se stesso, neppure il suo nome. Lì lo chiamano John Doe."

"E… c'è speranza che guarisca dall'amnesia?"

"I medici pensano che forse uno shock potrebbe aiutarlo a ricordare. Chissà, forse vedendoti…"

"Devo andare subito da lui!", esclamò Miss Parker, con urgenza.

"Vedo di organizzare la cosa", disse Jarod, alzandosi ed uscendo dalla stanza.

Se mai Erin avesse ancora avuto dei dubbi sulla reale natura del rapporto tra quei due, ora sarebbero stati spazzati via: l'affetto tra loro era assolutamente fraterno.

"Sono felice che tu abbia ritrovato il tuo compagno", le disse a bassa voce, "So come ci si sente a perdere l'uomo che si ama."

Era infatti fermamente convinta che la sofferenza per una separazione imposta non fosse affatto diversa da quella per la morte della persona amata: in entrambi i casi, il cuore si spezza e ci si sente schiantati, finiti.

Miss Parker la guardò con un pallido sorriso:

"Grazie, sei gentile."

La sua reazione convinse Erin che sarebbero diventate amiche.

Agosto

Nelle settimane e nei mesi che seguirono, ogni cosa trovò la sua conclusione migliore.

Con l'aiuto dell'Interpol e di tutti gli organi di polizia degli Stati interessati, anche le altre sedi del Centro, che operavano in Europa, Africa ed Asia, vennero spazzate via, nella più massiccia operazione congiunta della storia; i responsabili del Centro vennero tutti condannati all'ergastolo, tranne Raines che, con grande dispetto di Miss Parker, morì per una leucemia fulminante durante il processo; le notevoli risorse dell'organizzazione vennero poste sotto il controllo di un ente governativo creato appositamente dal Presidente, che ne sarebbe stato formalmente a capo e ne avrebbe fatto periodicamente verificare le attività.

Il signor Parker venne individuato alle Isole Vergini, arrestato e portato negli Stati Uniti, dove confessò ogni cosa e venne condannato con tutti gli altri.

Jarod ed Erin andarono a vivere nella casa di lei a Santa Lorita.

Miss Parker raggiunse Thomas che, come auspicato dai medici, grazie al suo amore per lei, mai sopito, cominciò a ricordare il proprio passato. Quando fu dimesso, andarono a vivere in una bella casa a Sausalito, nei dintorni di San Francisco, e presero con loro il piccolo Parker, che ben presto si affezionò a Thomas come ad un padre.

Broots seguì l'esempio delle due coppie ed acquistò un villino a Berkley, a nord della metropoli, dove andò a vivere con la figlia.

A quel punto Sydney pensò di trasferirsi in quei paraggi con Michelle e Nicholas, ed optò anche lui per Berkley, dove Nicholas poteva prendere il dottorato e magari aspirare ad una cattedra in quella prestigiosa università. Portò con sé anche Angelo, che andò a vivere nella dépendance sopra il garage, in modo che avesse la propria indipendenza ma allo stesso tempo fosse tenuto affettuosamente d'occhio dallo psichiatra. Un infermiere andava a trovarlo tutti i giorni, e ben presto i due divennero amici.

Intanto Jarod si era rimesso in contatto col padre, il maggiore Charles, che in poco tempo arrivò a Santa Lorita con Jay ed Emily, dove trovarono ed acquistarono una bella casa. Al clone di Jarod venne riconosciuta una regolare identità, così com'era già stato fatto per Jarod: entrambi risultavano figli di Charles e Margaret Russell.

Con l'aiuto della CIA, nel giro di poche settimane venne rintracciata anche Margaret, e così una famiglia distrutta dal Centro venne finalmente riunita.

Ed infine, quando ormai stavano per deporre le speranze, rintracciarono anche Ethan, che per parte di padre era fratello di Jarod e per parte di madre era fratello di Miss Parker; una ben strana parentela, ma poiché al Centro erano successe cose ancor più strane, nessuno di loro si stupiva più di tanto, né tantomeno si scandalizzava. Ethan fu accolto nella famiglia Russell, che lo adottò formalmente, ma il giovane preferì andare a vivere per conto suo in un appartamento a poca distanza dal villino del padre: ci sarebbe voluto molto tempo perché potessero costruire quella confidenza che caratterizza i rapporti famigliari, e forse non sarebbe bastata una vita, ma c'era la buona volontà da parte di tutti, e quindi c'era speranza.

Sabato 31 agosto, ore 13.15

Quel mattino, Jarod ed Erin avevano ricevuto due notizie davvero eccellenti. La prima era di Lloyd Darnell, l'editore amico di Jarod, che aveva comunicato loro la data di pubblicazione del libro di Erin e li aveva invitati al gala per la sua presentazione ufficiale, a New York, ai primi di ottobre. La seconda era un invito a nozze: Thomas Gates e Miss Parker annunciavano il loro matrimonio, fissato per la fine di settembre. Erano stati ben lieti di accettare, soprattutto quando Miss Parker aveva loro detto che li voleva come suoi testimoni.

Avevano appena finito di pranzare in giardino, sotto al gazebo, e stavano sorbendo gli ultimi sorsi di caffè. Entrambi erano in costume da bagno, avendo trascorso la mattina a nuotare e prendere il sole.

"Non posso ancora crederci", disse Erin, lo sguardo acceso, "Vedrò davvero pubblicare il mio romanzo!"

"So che odi questa frase, ma stavolta te la dico lo stesso", fece Jarod ridendo, "Te l'avevo detto!"

Lei emise un brontolio minaccioso, ma stava ridacchiando e non fu affatto convincente.

"Okay, ammetto di meritarmelo", dichiarò, poi prese la tazza di Jarod, ormai vuota, si alzò e finì di riporre le ultime stoviglie nel cesto che usava per portarle avanti ed indietro dalla cucina.

"Sono veramente felice per Parker", affermò, cambiando discorso, "A causa del Centro, la sua vita non è stata meno triste ed avara d'amore della tua, e merita tutta la felicità del mondo."

Jarod si alzò a sua volta, la prese per le spalle e la fece girare dolcemente verso di sé. Poi le sue mani le scivolarono carezzevolmente lungo le braccia fino ad afferrarle i polsi; gli occhi negli occhi di lei, si mise le sue braccia attorno al collo.

" Anche tu la meriti", le disse a bassa voce, "Sei felice, Erin?"

Lei guardò nelle profondità dei suoi occhi scuri e vi lesse tutto il suo amore per lei.

"Come non credevo più di poter essere", rispose sommessamente, accarezzandogli la nuca, "E tu, Jarod?"

Il suo tocco, lieve come quello di una farfalla, lo fece rabbrividire.

"Come non sapevo che si potesse essere", dichiarò sottovoce.

Le sue parole, così come spesso accadeva, le giunsero dritte al cuore; Erin si strinse a lui e lo baciò. Jarod la ricambiò con trasporto, ed immancabilmente lei sentì avvampare dentro di sé la fiamma del desiderio. Con la punta della lingua, gli accarezzò le labbra, che lui prontamente aprì, ed Erin si tuffò nei caldi recessi della sua bocca in un bacio rovente.

Jarod ansimò; ogni volta che Erin rispondeva così alle sue sollecitazioni, si sentiva girare la testa. Le sue mani cominciarono a vagare sul corpo di lei, percorrendo le curve della sua schiena elegante giù fino in fondo. Le strizzò gentilmente le natiche sode e poi, preso da un impeto improvviso, l'afferrò e la sollevò, mettendola a sedere sul bordo del tavolino ormai vuoto e schiacciandosi tra le sue gambe aperte.

Fecero l'amore appassionatamente; avvinghiati, si mossero assieme, ondeggiando nell'eterna, primigenia danza dell'amore, spingendo e ritraendosi ad un ritmo ancestrale, ascendendo insieme alle vette più elevate del piacere, donando e prendendo contemporaneamente, esprimendo attraverso il corpo ciò che le loro anime provavano, nel modo più completo che sia concesso agli esseri umani. Quando infine giunsero al culmine, il godimento fu il più profondo e prolungato che avessero mai sperimentato in vita loro, tanto che li fece quasi venir meno e li obbligò ad aggrapparsi l'uno all'altra per non stramazzare.

Tremebondi e come intontiti, si sorressero a vicenda fino a ritrovare le forze, poi si guardarono negli occhi con meraviglia e stupore.

"Io… credo di essere appena andato e tornato dal Paradiso", dichiarò Jarod sommessamente. Erin assentì:

"Anch'io…", sussurrò, ancora stordita.

Jarod le cercò la bocca con la bocca; si baciarono perdutamente, e poi si tennero stretti ancora a lungo, scambiandosi lievi carezze piene di tenerezza.

Infine, obbligati dai loro corpi aggranchiti, con riluttanza si staccarono e si rivestirono.

"E' venuto il momento di stappare quella bottiglia che abbiamo in frigo, non sei d'accordo?", se ne uscì Jarod inaspettatamente; vedendo che Erin lo guardava con espressione vagamente interrogativa, le spiegò sorridendo, "Tutto si è risolto per il meglio: il Centro è stato distrutto, la mia famiglia vive a pochi isolati di distanza, i miei migliori amici abitano nel raggio di poche decine di chilometri, anche loro riuniti alle persone che amano, e, sopra ogni cosa, io ho te… Non c'è niente al mondo, niente, che io possa ancora desiderare. Tutto questo merita di essere festeggiato, non credi?"

Erin annuì, mentre un sorriso luminoso, quel sorriso che sempre lo emozionava, le curvava le belle labbra:

"Hai perfettamente ragione."

Mentre Jarod andava a prendere la bottiglia di champagne in cucina, Erin prese due calici di cristallo dalla vetrina in salotto e li pose su un vassoio d'argento. Jarod la raggiunse con il secchiello del ghiaccio, dentro al quale aveva messo la bottiglia, ed insieme tornarono sotto il gazebo. Qui Jarod stappò lo champagne e lo versò nei bicchieri, inclinandoli per non far troppa schiuma; ne porse uno ad Erin.

"Slàinte mhath!" (pron.: slonge vaa), esclamò la giovane donna, nel tipico brindisi gaelico,"Alla fine di un incubo."

"E all'inizio di un sogno", ribatté lui con un sorriso tenero, che lei ricambiò.

Bevvero un sorso; poi Erin lo guardò negli occhi, solennemente, e disse:

"Ti amo, Jarod."

Come ogni volta che lo diceva, lui si sentì commosso fin nelle più recondite profondità della sua anima; si chinò in avanti e la baciò lievemente, con dolcezza.

"Anch'io ti amo, Erin", le mormorò sulle labbra, prima di baciarla ancora, "Mi rendi l'uomo più felice della Terra."

Erin gli circondò il collo con il braccio che non reggeva il bicchiere.

"Credo proprio che, d'ora in avanti, renderti felice sarà la mia occupazione preferita", gli annunciò, l'espressione seria smentita dagli occhi ridenti.

"Non dovrai far molta fatica", le confidò Jarod, abbracciandola, "Basterà che mi ami per sempre."

"Per sempre è un tempo molto lungo", osservò Erin, e sorrise, "Chissà se basterà…"

I loro occhi si tuffarono gli uni negli altri; nel luminoso pomeriggio californiano di fine estate, entrambi riconobbero nello sguardo dell'altro la consapevolezza che i sentimenti che li univano avrebbero avuto la forza di resistere al trascorrere del tempo, fino alla fine delle loro vite, ed ancora oltre, nell'eternità.

Fine