Regina fissò il telefono, lo schermo che si spegneva lentamente a seguito della sua indecisione. Sapeva che avrebbe dovuto chiamarli, spiegargli cosa era successo. Farli venire a casa sua, permettergli di prendersi cura della loro figlia. Eppure qualcosa la fermava, impedendole di comporre il numero di Mary Margaret. Si chiese, per l'ennesima volta, cosa Emma volesse. Poteva davvero pensare che volesse che i suoi genitori sapessero cosa le avevano fatto? Il ricordo della vergogna nei suoi occhi la colpì come una pugnalata.
No. Non poteva farle questo. Non poteva chiamare i suoi genitori, o Hook, o nessun'altro. Si sarebbe presa lei cura di Emma, e avrebbe trovato un modo per giustificarlo. Emma avrebbe deciso per se stessa, non lei. Non ne aveva il diritto.
Premette il pulsante per riaccendere lo schermo del cellulare e aprì la schermata dei messaggi. Selezionata Mary Margaret come destinatario, digitò sulla tastiera: Emma è con me, stiamo elaborando un piano. Tenete Henry al sicuro e state attenti. Dillo a Hook, se interferite ci bruciate la copertura. Ci facciamo sentire appena abbiamo novità. Rilesse il messaggio, poi premette invio.
Guardò l'orologio appeso alla parete. Erano le dodici e un quarto, Emma si sarebbe svegliata entro mezz'ora. Si alzò dal divano, abbandonando il bicchiere di sidro sul tavolino di legno e vetro. Nel tragitto per arrivare in cucina controllò che le difese magiche fossero ben salde, quindi, soddisfatta, preparò il pranzo per lei ed Emma.
Con la lasagna nel forno quasi pronta, si pulì le mani e si tolse il grembiule bianco per apparecchiare, quindi tornò al piano di sopra.
Emma dormiva ancora, ma nel giro di cinque minuti avrebbe aperto gli occhi. Si sedette sul letto accanto a lei, scostandole una ciocca di capelli che, nei lievi movimenti del sonno, si era posata sul suo viso. Arrossì appena al suo stesso gesto. Non aveva mai toccato la donna in quel modo, sebbene una parte di lei avesse sempre avuto l'istinto di proteggerla, tenerla al sicuro. Ricordò la rabbia che aveva provato quando le sue guardie le avevano riferito che la neonata era svanita, il giorno in cui aveva lanciato il sortilegio, nella Foresta Incantata. Aveva detestato Snow e David per aver preferito abbandonarla piuttosto che lasciarla nelle sue mani. A mente fredda, ora, capiva che avevano temuto volesse farle del male, ma lei sapeva che mai e poi mai avrebbe fatto qualcosa alla bambina. L'avrebbe tenuta separata da loro, certo, ma l'avrebbe cresciuta come se fosse stata sua. Parte di quell'istinto era rimasto in lei. La Emma che conosceva era una donna adulta, forte, non la bambina che non aveva neanche mai avuto occasione di vedere. Provava ammirazione per lei, rispetto, non credeva davvero che avesse bisogno della sua protezione. Eppure, sebbene non la vedesse affatto come una nipote, sentiva il bisogno di proteggerla. Non nel senso di non esporla ad alcun rischio, ma di essere con lei nel correrli. Di agire nel caso non potesse affrontarli da sola. Non era istinto materno quello che provava. Lo sapeva, perché era ben diverso da quello che sentiva con Henry. Era solo affetto. Volerla aiutare, voler passare del tempo con lei, anche e soprattutto nei momenti più difficili. Probabilmente Emma lo avrebbe chiamato "amicizia". Sorrise al ricordo del discorso che la bionda le aveva fatto nella sua cripta, qualche mese prima. Quello che condividevano era speciale, aveva ragione. E ora che Emma aveva bisogno di lei, di certo non l'avrebbe delusa.
La bionda aprì lentamente gli occhi assonnati. La vide subito, ma non sobbalzò come Regina temeva. Le rivolse un sorriso breve, teso. Non era confusa, non aveva vuoti di memoria, glielo leggeva negli occhi. Se l'era chiesto, Regina, se non sarebbe stato meglio per lei che le cancellasse la memoria subito. Tutto sarebbe stato normale per Emma, non avrebbe mai ricordato quel dolore, quell'umiliazione. Sarebbe stata bene. Eppure, di nuovo, si era fermata. La rispettava troppo per toglierle la possibilità di scegliere. Emma era forte. Poteva farcela. Poteva superarlo, sapeva che poteva. Regina glielo avrebbe chiesto, tra qualche giorno, quando sarebbe stata più lucida, e avrebbe preparato la pozione per lei se Emma avesse voluto. Per ora, però, si sarebbe limitata a tenerla in piedi.
«Hey.» disse Emma, la voce roca, affaticata. Le sue urla risuonarono nella mente di Regina.
«Hey.» le rispose, sorridendo a forza. «È ora di pranzo, ti ho preparato da mangiare. Un po' di vino non guasterà.» continuò, senza darle il tempo di pensare. Emma incontrava il suo sguardo solo brevemente, si mordeva le labbra, nervosa, incerta.
«Okay.» disse soltanto.
Regina sorrise di nuovo e si alzò. Emma scivolò fuori dalle coperte e poggiò i piedi nudi sul parquet. Regina fece qualche passo e si chinò dietro al letto, portandole poi un paio di ciabatte che lasciò cadere ai suoi piedi. Emma borbottò un grazie e le infilò prima di alzarsi, sempre senza guardarla.
La vide esitare. Per un attimo si chiese se non volesse il suo aiuto, ma poi Emma fece il primo passo e Regina vide la tensione svanire, almeno in parte, dal suo corpo. La seguì fino alla sala da pranzo, dove le scostò la sedia per farla accomodare. Emma le indirizzò uno sguardo imbarazzato per una frazione di secondo, ma poi si sedette. Regina le disse di aspettare un istante ed andò in cucina. Spense il forno mentre il timer iniziava a suonare e, proteggendosi le dita con le presine, tirò fuori la teglia di lasagne. La portò in sala e la posò sul sottopentola d'argento, con il motivo intarsiato di un albero. Prese un mestolo e il piatto di Emma, e la guardò mentre le chiedeva: «Bordo o centro?»
Emma rialzò lo sguardo su di lei, poi lo riabbassò subito, le mani giunte in grembo.
«Centro.» sussurrò. Regina sorrise e preparò la sua porzione, mettendole il piatto fumante davanti al viso poi. Riempì il suo piatto e si sedette.
«Spero che ti piaccia. Ho aggiunto più formaggio, viste le tue insane abitudini alimentari…»
Emma la guardò, e Regina le rivolse un sorriso complice, divertito. Riuscì a far incurvare le labbra di Emma verso l'alto per un solo istante, ma fu abbastanza per rasserenarla.
«Grazie.» mormorò la bionda. Regina prese la bottiglia di vino rosso che aveva precedentemente stappato e posizionato al centro del tavolo e ne versò un po' nel bicchiere di Emma, poi nel suo.
«Non devi ringraziarmi. In fondo, le mie lasagne sono diventate famose grazie a te. Se non mi avessi invitata, quella sera, nessuno a parte Henry le avrebbe mai assaggiate.»
Di nuovo, Emma le lanciò un'occhiata fugace. Il piacevole ricordo sembrò avere il suo effetto, e il suo viso si distese appena. Bevve un sorso di vino e iniziò a mangiare, sotto lo sguardo discreto ma vigile di Regina.
Mangiarono in silenzio, ma senza imbarazzo. Emma prese un'altra porzione, facendo provare a Regina un moto di orgoglio.
«Henry.» disse improvvisamente la bionda a metà della seconda porzione. «Dov'è?»
Regina deglutì e bevve in fretta un sorso di vino prima di risponderle.
«Sta bene, è dai tuoi.» Al suo sguardo inaspettatamente insistente, Regina comprese. «Non sanno niente. Non ho detto niente a nessuno.» la rassicurò. La vide rilassarsi, appoggiarsi allo schienale della sedia. Vide anche i suoi occhi riempirsi di lacrime, e il suo sforzo per non piangere.
«Emma, sta' tranquilla…» aggiunse piano, più delicata. Allungò una mano sul tavolo e strinse delicatamente quella della Salvatrice. Al suo tocco, la bionda cedette. Come un palazzo che crolla su se stesso si incurvò tremando e scoppiò a piangere. Regina scattò in piedi e si precipitò dall'altro lato del tavolo, e si accovacciò accanto alla sedia per stringerla tra le braccia.
«Shhh, tranquilla, va tutto bene…» mormorò accarezzandole la schiena incurvata. Sentiva le costole contro le mani. Non si era mai resa conto di quanto fosse magra in effetti. Aveva sempre notato la forza nelle sue braccia, nelle sue gambe, mai la fragilità del suo corpo. «È finita, ti serve solo un po' di tempo.»
Emma si aggrappò alla sua camicia, stropicciandola nei pugni stretti al punto da far sbiancare le nocche. Continuò a piangere senza risponderle, il viso affondato nell'incavo del suo collo. Era disturbante vedere quella donna così forte e coraggiosa aggrapparsi a lei e piangere come una bambina. Odiava ciò che avevano osato farle. Odiava chi aveva osato farle questo.
Rimase accanto a lei finché non si calmò. Poi la portò in salotto, sul divano. La fece sdraiare e la coprì con una coperta di pile, e le passò il telecomando della tv.
«Rilassati un po', okay?» disse prima di raddrizzare la schiena. Stava per lasciarla sola quando la mano di Emma sul polpaccio la fermò. Emma la ritrasse subito, guardandola negli occhi. I suoi erano enormi, persi.
«Resta.» sussurrò.
Regina sbatté le palpebre, presa alla sprovvista. Aveva dato per scontato che volesse un po' di privacy. Lei ne aveva voluta molta, a suo tempo. Non che Leopold gliene avesse concessa.
«O-okay.» balbettò. La sua mente andò ai piatti sporchi, la teglia con le lasagne rimasta sul tavolo. «Volevo solo sparecchiare…» tentò, incapace di sopportare l'idea del disordine in casa.
Emma continuò a fissarla negli occhi. Vide altre lacrime fare capolino tra le palpebre arrossate. Si alzò a sedere di scatto, stupendo di nuovo la mora.
«Hai ragione. Ti aiuto.» disse, e un istante dopo era in piedi accanto a Regina. Lei pensò di protestare, ma lo sguardo di Emma la convinse a non farlo.
Tornarono in sala da pranzo e insieme svuotarono la tavola. In cucina, Regina rispose alle domande di Emma sul dove mettere il vino o il pane, poi asciugò le stoviglie che il sindaco stava lavando. Coprirono la lasagna e la misero in frigo, Emma piegò la tovaglia, ma era storta. Ridendo e, miracolosamente, coinvolgendola nella sua ilarità, Regina la sistemò e la ripose nel cassetto. Le si scaldò il cuore per quegli attimi di tranquillità domestica che non aveva condiviso mai con nessuno. Era sempre stata sola in quella cucina, mentre cucinava e mentre metteva a posto. Si asciugò meglio le mani su un canovaccio, lanciandolo poi ad Emma, che lo prese al volo ridendo. Non era la sua solita risata, non era piena e solare, ma raggiungeva gli occhi, e tanto bastava. In quel momento non stava pensando a quello che era successo, ed era importante, la cosa più importante per Regina ora.
Dopo essersi asciugata le mani Emma le restituì il canovaccio. Regina lo lasciò aperto ad asciugare sull'isola, quindi le indirizzò un cenno del capo.
«Guardiamo un film?» le chiese.
Emma annuì, il sorriso che si affievoliva piano piano.
«Certo.» rispose.
Tornarono in salotto, e si sedettero entrambe sul divano, l'una accanto all'altra, le spalle in contatto.
Emma accese la tv.
«Hai la pay-tv?»
«Ovviamente.» rispose la mora. La guardò poi. «Non sono così aliena a questo mondo, lo sai? Ci vivo da un po'.»
Si formarono le familiari fossette sulle sue guance quando Emma premette le labbra in un sorriso trattenuto.
«Non pensavo guardassi molta tv.» rispose, il tono un po' più alto di quello a cui si stava abituando, quasi normale. Regina le sorrise nonostante la bionda non la stesse guardando.
«Visto? Posso ancora stupirti, Swan.» esclamò, vittoriosa.
Emma ridacchiò brevemente mentre navigava tra la lista di film on demand.
«Ti…. Ti va un cartone?» chiese timidamente dopo qualche minuto. Regina sorrise, comprensiva. Non si aspettava altro da lei, in quel momento.
«Ma certo.» rispose dolcemente.
Emma le rivolse un'occhiata grata che durò un millisecondo, quindi tornò indietro e selezionò la sezione giusta. Scorrendo i titoli, si soffermò su La carica dei 101. Rimase immobile a fissare lo schermo per qualche secondo prima che Regina le prendesse il telecomando dalle mani e scorresse più in basso, levando l'immagine dalla vista di Emma.
«Questo magari no.» commentò a voce bassa, saltando anche La Bella Addormentata a velocità supersonica. Selezionò Hercules, poi ci ripensò e scese ancora di un click, aprendo Mulan.
«Che ne dici di questo?»
Emma annuì lentamente, pallida in volto, lo sguardo vacuo. Regina lo fece partire, ma la sua attenzione era tutta per la donna al suo fianco. Le passò un braccio intorno alle spalle, un po' impacciata nel movimento. Era la prima volta che la abbracciava senza che fosse Emma a chiederglielo, che fosse con lo sguardo o con un contatto. Eppure la bionda non sembrò turbata, anzi, portò il peso del corpo verso di lei e appoggiò la testa alla sua spalla. Aveva le braccia conserte, stretta contro lo stomaco. Regina le strinse piano il braccio, accarezzandolo poi. Sentì un paio di lacrime cadere dal viso di Emma e rintoccare contro la seta della sua camicia, insinuandosi nella trama del tessuto fino ad inumidire la sua pelle. Mentre la Mulan del cartone animato viveva la sua avventura, Emma ritrovò un pizzico di serenità, al sicuro tra le braccia di Regina.
