Quella sera mangiarono presto, poi si misero sul divano, Regina con un libro aperto, sdraiata a pancia in su, i piedi, come la stessa Salvatrice l'aveva incitata a fare, appoggiati sulle cosce di Emma, che guardava la tv. O almeno, fingeva di guardarla. Il suo sguardo fuggiva spesso dallo schermo per andare a posarsi sulla donna, una mano poggiata casualmente sulle caviglie sottili di lei.
«Che leggi?» le chiese, incapace di concentrarsi sul film proiettato sullo schermo. Regina alzò per una frazione di secondo lo sguardo su di lei, poi riportò gli occhi sul libro.
«George Orwell, 1984.» rispose. Lanciò un'altra occhiata alla Salvatrice poi, la fronte aggrottata. «Lo conosci?»
Emma esitò, poi annuì.
«Certo! Chi non lo conosce? Lo hanno letto tutti, no?» rispose, senza guardarla.
Regina inarcò il sopracciglio sinistro in un'espressione scettica e rimase in silenzio. Emma si arrese dopo meno di un minuto.
«Oh, okay, va bene? Non ho idea di cosa parli, ma l'ho sentito nominare! Giuro!» sbottò. Regina sorrise, compiaciuta.
«Non vergognarti mai di non sapere qualcosa, Emma. Per imparare c'è sempre tempo. È la prima volta che lo leggo, e non so neanche io cosa stia per succedere. Sono solo a pagina trenta, dopotutto.»
Emma sembrò rasserenarsi a quelle parole. La fissò con serietà tuttavia, e il suo prolungato silenzio attirò di nuovo lo sguardo del sindaco.
«Che c'è?» Emma continuò a fissarla. Regina notò le lacrime agli angoli delle palpebre, e mise giù il libro. «Emma, se ho detto qualcosa che ti ha offeso…»
La bionda si asciugò in fretta le lacrime, distogliendo lo sguardo.
«No, no.» rispose «Non è colpa tua. Scusa. Non so che mi sia preso.» provò a dire, ma la voce le si spezzò di colpo. Scoppiò in singhiozzi senza preavviso. Regina rimase ferma solo un'istante, il tempo di realizzare cosa stesse succedendo. Poi tirò su e abbracciò la donna, che si abbandonò alla sua stretta.
«Perché?» le chiese tra i singhiozzi. Regina non ebbe il tempo di cercare di capire a cosa si riferisse che Emma continuò, fugando i suoi dubbi. «Perché lo hanno fatto?»
La mora rabbrividì di disgusto e rabbia al ricordo. Strinse Emma più forte contro il suo corpo.
«Non lo so.» rispose, sincera. «Ma pagheranno, te l'assicuro.»
Emma si staccò di colpo da lei e la guardò in viso, i grandi occhi grigi spalancati.
«No! Regina, non farlo, hai già….» cercò di trattenere un singhiozzo, inutilmente. «Hai già fatto abbastanza. Non arrenderti all'oscurità per me, io non voglio…»
«Emma, sono pericolose.» ribatté la mora ricambiando il suo sguardo. «Non si erano mai spinte a tanto, e se le lasciassi impunite lo farebbero di nuovo, a questo punto. Non le ucciderò, se non sarà necessario, ma non posso di certo lasciare che gironzolino per la città come cani rabbiosi! Non con Gold ad aiutarle!»
Emma strabuzzò gli occhi.
«Credi che lui sapesse…?» chiese in un sussurro sconvolto. Regina inspirò scuotendo il capo.
«Non lo so.» rispose espirando «Ma lo avrà saputo dopo. Non si scandalizzerebbe. E neanche io lo farei, se venissimo a scoprire che sapeva tutto.»
Emma sbiancò. Si ammutolì, lo sguardo vacuo fisso sul nulla.
«Emma…» mormorò dolcemente Regina, accarezzandole una spalla. La Salvatrice volse lentamente lo sguardo verso di lei.
«Credi che avrebbe veramente lasciato che mi facessero una cosa del genere?» sussurrò. Regina premette le labbra in una linea sottile.
«Non lo so, Emma. Quell'uomo è capace di tutto, se c'è di mezzo il potere. O Belle.» rispose dopo qualche secondo di riflessione. Altre lacrime caddero sulle gote dello sceriffo. Regina la fece lentamente appoggiare a lei.
«Non pensarci ora. Riposati. Sei al sicuro qui.»
Emma chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal respiro di Regina, le voci basse della tv in sottofondo, finché non si addormentò piangendo silenziosamente.
Regina si mosse appena, attenta a non svegliarla. Sfilò il braccio addormentato da sotto di lei, imprecando sottovoce. Emma mugugnò qualcosa nel sonno, ma per il resto non sembrò fare molto caso ai suoi movimenti.
«Accidenti, Swan, pesi più di quanto sembri…» sussurrò tra sé la mora muovendo la mano praticamente insensibile. Spostò lo sguardo irritato sullo sceriffo, che dormiva ancora profondamente, ignara. L'espressione di Regina si addolcì. Emma dormiva su un fianco, rannicchiata, la fronte aggrottata e la bocca semiaperta. Il sindaco sorrise. Fece apparire una coperta su di lei, quindi le voltò le spalle e si avviò verso la porta. Preparò un incantesimo di protezione per la casa e solo dopo averlo completato uscì, richiudendosi la porta alle spalle, uno sguardo assassino negli occhi.
«Sei ancora viva solo perché devi dirmi dove si trova Malefica, seppia.» ringhiò contro la donna che la fissava dal marciapiede, appena fuori dal basso cancelletto di ferro battuto. Ursula sorrise.
«Sarai tu a morire.» rispose prima di divellere il cancello e lanciare i suoi tentacoli contro di lei. Regina li incenerì all'istante solo grazie all'intensità dell'ira che aveva represso in quei giorni per prendersi cura di Emma, alimentandola con la falsa serenità mostrata di fronte alla Salvatrice. Ursula urlò di dolore.
«Ssshhh… sveglierai Emma.» la rimproverò la regina, mandandola poi a schiantarsi oltre la siepe e contro il grande albero cresciuto accanto all'abitazione. La strega cadde a terra, priva di sensi. A passi lenti e misurati, Regina la raggiunse, senza fretta alcuna. La guardò dall'alto e parlò solo quando Ursula riaprì lentamente gli occhi, cercando di metterla a fuoco.
«Stavi per dirmi dove si nasconde Malefica.»
Emma si svegliò percependo una sorta di vuoto accanto a sé. Aprì lentamente gli occhi e capì: Regina non era più accanto a lei. Grugnì mentre si alzava, cercando di dimenticare il sogno, se così lo si poteva chiamare, che aveva appena fatto. Rabbrividì e si strinse la coperta addosso, sorridendo al pensiero di Regina che la posava delicatamente sulle sue spalle. Si alzò guardandosi intorno, in ascolto. Dalle finestre entrava una bella luce calda. Era mattino, le dieci, più o meno. Di Regina non c'era traccia, e non sentiva rumori né dalla cucina, né dal piano di sopra. Che fosse uscita? Non appena quel pensiero sfiorò la sua mente sentì una lieve ondata di panico invaderla. Si mosse verso lo studio, ma anche quello era desolatamente vuoto. Con il cuore che accelerava pericolosamente nel petto, Emma si avvicinò all'ingresso, e si fermò lì, ad un passo dall'uscio. La porta bianca sembrava enorme, impossibile da oltrepassare. Le sembravano passati mesi dall'ultima volta che aveva mosso un passo fuori da quella casa. Si rese conto, e se ne stupì, di avere paura. Paura di uscire, di rivedere qualcuno, chiunque non fosse Regina. E soprattutto, paura di non trovare lei. Se non fosse stata nel giardino? Dove avrebbe potuto essere? Quando sarebbe tornata? Col cuore che batteva sempre più veloce nel petto, il panico ad un passo dall'assalirla, Emma posò la mano tremante sul pomello dorato. Era freddo, solido. Sentì il potere di Regina vibrare ad un soffio dalla sua mano. Un incantesimo di protezione, riconobbe tra sé. Si accigliò. Regina doveva aver paura che qualcuno arrivasse lì. Tremò al pensiero, rabbrividendo mentre cercava di arginare i ricordi. Respirò profondamente come le aveva insegnato la mora, concentrandosi su cose migliori di quella notte, rassicuranti, familiari: cioccolata calda, il suo maggiolino, la giacca di pelle, la voce di Henry, il calore di Regina. Arrossì a quell'ultimo pensiero, ma si rese conto all'improvviso che la calma era tornata. Guardò il pomello. Con uno sforzo disumano, e una lieve pressione, la serratura scattò mentre lo girava. Non successe nulla. Le arrivò, lontana, la voce di Regina, e subito quel suono la rilassò, facendole abbassare le spalle contratte. C'era qualcosa che stonava, tuttavia. Qualcosa che fece rizzare i capelli sulla sua nuca. Con il cuore di nuovo agitato, aprì di più la porta e guardò fuori. Regina era sul prato, davanti all'albero, di spalle rispetto a lei. Stava parlando con qualcuno, ma Emma non riusciva a vedere chi fosse. La sensazione che provava tuttavia era orrenda, come se un serpente le si stese attorcigliando intorno allo stomaco. Fece mezzo passo fuori dalla casa, la mano sinistra ancora sul pomello.
«Regina…» mormorò sporgendosi appena in avanti. La donna non diede segno di averla sentita. Non che ci fosse da stupirsi, dato che Emma aveva parlato come se fosse stata di fronte a lei, non a cinque metri di distanza come invece era. Si schiarì la voce e aprì la bocca per parlare di nuovo, ma prima che potesse farlo Regina si voltò di scatto verso di lei. Spalancò gli occhi scuri e, per un istante, la rabbia che Emma aveva visto riflessa nel suo sguardo lasciò il posto allo stupore, poi al timore, e in un attimo Regina le stava dicendo di tornare in casa. Emma aggrottò al fronte, confusa.
«Che… che succede?»
«Emma, torna in casa, ti prego…»
Il modo, l'intensità con cui pronunciò le ultime due parole, e il fatto stesso che le avesse pronunciate, lasciarono Emma totalmente interdetta.
«Ma…»
In un attimo, la pazienza di Regina svanì.
«Vai dentro casa Swan!»
Una risata frammentò l'anima di Emma. Riconobbe all'istante quella voce. Spalancò gli occhi, ancora fissi in quelli di Regina, ma non ebbe il tempo di reagire mentre sbiancava perché la mora le voltò di colpo le spalle e sollevò la mano destra, scaraventando Ursula contro il largo tronco dell'albero e soffocandola al contempo. Regina disse qualcosa alla strega, ma Emma non riuscì a capirlo, sebbene i suoi timpani avessero captato il suono. Rimase immobile, in tralice, a fissare la strega del mare che annaspava in cerca d'aria.
«Torna dentro, Emma!»
La voce di Regina la riscosse. Fu come se in un solo secondo la consapevolezza di tutto ciò che era successo e stava accadendo le si fosse riversata addosso. Spalancò gli occhi e lasciò andare il pomello.
«Regina no! Fermati!» urlò.
Fece per raggiungerla ma il suo potere la spinse dentro casa e chiuse la porta ad un millimetro dal suo naso. Emma si scaraventò contro il legno cercando di riaprirla, inutilmente. Tentò anche di usare la magia, ma era instabile, come le sue emozioni. Picchiò ancora contro il legno laccato di bianco, ma non riuscì ad aprire la porta in nessun modo. Alla fine si accasciò accanto all'ingresso, la testa stretta tra le mani che cercavano di arginare il fiume di immagini violente che laceravano la sua memoria.
Regina riaprì la porta dopo quella che le parve un'eternità. Emma si alzò in piedi di scatto e le urlò contro tutte le sue emozioni.
«Che cazzo ti è venuto in mente?! Non puoi tenermi fuori da questa cosa per sempre! È un problema mio, non tuo! Dovevo occuparmene io, bisogna arrestarle, portarle in prigione! Non devi usare la magia per questo, lo sai benissimo cazzo! Come ti sei permessa di chiudermi dentro casa?!» sciorinò rapidamente, il viso rosso di rabbia. Regina rimase in silenzio per tutto il tempo, mentre le gridava contro, assorbendo con assoluta calma le sue parole, uno sguardo cupo ma triste al contempo negli occhi scuri, molto, molto scuri in quel momento. Attese, con pazienza, che Emma si sfogasse, che buttasse via tutto ciò che la vicinanza di Ursula poteva aver tirato fuori dalla sua memoria. Quando la Salvatrice smise di urlare, esausta, il viso rigato di lacrime, non fece altro che abbracciarla e sostenerla quando, appena la strinse tra le braccia, le sue gambe cedettero.
«Non farlo mai più.» sussurrò Emma, accoccolata tra le sue braccia, sul divano. La TV accesa riempiva di un docile sottofondo la casa di Regina, scaldandola. La mora trattenne un sospiro, e abbassò gli occhi dallo schermo alla testa di Emma, appena sotto il suo mento. Aveva smesso di urlare da quasi un'ora ormai, di piangere da appena dieci minuti, spesi nell'assoluto silenzio, non fosse per il quieto chiacchiericcio dello schermo. L'aveva portata quasi di peso sul divano, e lì Emma si era subito raggomitolata addosso a lei, fragile come un pulcino. Ma era solo momentaneo, Regina lo sapeva. Emma era forte, l'avrebbe superato. Lei avrebbe fatto di tutto perché lo superasse, il più in fretta possibile. Annuì piano.
«Emma, non la sono andata a cercare io, era venuta qui.» "Per te", omise, mordendosi il labbro inferiore per trattenersi.
«Non avresti dovuto…» bisbigliò di nuovo la Salvatrice. Regina inspirò, inalando inevitabilmente il suo profumo al quale, a causa della continua vicinanza fisica, si era ormai abituata come se lo avesse sempre conosciuto.
«Non avevo scelta, Emma.»
«Non puoi proteggermi per sempre.»
Regina cercò di guardarla in viso, ma Emma rimase immobile, rendendoglielo impossibile.
«Non hai bisogno della mia protezione. Ti sto solo… dando una mano.»
Fu Emma stessa a muoversi per guardarla a quel punto, spostandosi appena per mettere un po' di distanza tra i loro visi. Nei suoi occhi arrossati Regina non vide paura o rabbia, come pensava, ma solo preoccupazione. Preoccupazione per lei.
«Se ti succedesse qualcosa a causa mia, non potrei perdonarmelo. Quindi vedi di smetterla di fare il giustiziere. Non voglio che tu corra altri rischi per me. Stai già facendo abbastanza.»
Regina rimase interdetta per qualche istante. La voce di Emma si era alzata all'improvviso, sicura, determinata, come era sempre stata. In quello sguardo aveva rivisto la vecchia Emma Swan, quella con cui aveva meravigliosamente lottato sin dal primo giorno in cui si erano viste. Per questo le sfuggì un piccolo sorriso.
«Non sto facendo niente. Ho solo schiacciato un insetto.» le rispose, una bella sensazione nel petto finalmente, nonostante avesse ucciso una persona da appena un'ora. Non che Ursula potesse essere considerata tale, visto quello che aveva fatto. E con lei Crudelia, e Malefica. No, non meritavano il suo rimorso. Non loro.
«Regina…»
Il Sindaco si riscosse. I suoi occhi tornarono più chiari mentre lo sguardo si addolciva, scaldandosi di affetto. Sorrise alla Salvatrice.
«Preparo il pranzo.»
«No!» esclamò l'altra di colpo, facendola sobbalzare e bloccandola a metà movimento mentre cercava di alzarsi dal divano. Rimasero in silenzio a fissarsi per qualche secondo prima che Emma parlasse di nuovo. «Ehm… potremmo… andare al Granny's. Ho… credo che un po' d'aria mi aiuterebbe.» disse timidamente.
Le sopracciglia di Regina scattarono verso l'alto, ma dopo una breve riflessione annuì. D'altro canto, era mezzogiorno ormai, e il locale doveva essere pieno. Nessuno avrebbe fatto caso a loro, anzi, avrebbero dato meno nell'occhio stando lì che non andandoci. In più, se Emma se la sentiva di uscire, non l'avrebbe di certo ostacolata rischiando di scoraggiarla. Le avrebbe fatto bene. Certo…
«Sei sicura? Voglio dire, potremmo incontrare Hook, o David e Mary Margaret con Henry. Te la senti?»
Emma, notò con soddisfazione Regina, rifletté prima di rispondere. Lo vide chiaramente nella sue fronte corrucciata, nello sguardo distante.
«Sì.» mormorò dopo poco. «Sì, se…»
Regina si accigliò.
«"Se"?» la incitò. Emma le indirizzò uno sguardo timido.
«Se resti sempre con me.» rispose arrossendo, dandole un'impressione di attaccamento che in qualche modo la imbarazzò. La Salvatrice si schiarì la voce. «Puoi… puoi rispondere tu alle domande, sei più…»
«Abituata a mentire?» sorrise amaramente la mora. Lo aveva fatto per ventotto anni, in fondo. Emma non aveva torto a pensarlo, eppure scosse subito la testa, gli occhi grandi.
«No!» esclamò in fretta. «No, stavo per dire più lucida!»
Regina sentì le gote scaldarsi.
«Oh…» commentò abbassando per un istante lo sguardo. «Be'… certo.» le sorrise. «Non ti perderò di vista per un solo istante, non temere.»
Entrarono al Granny's in silenzio, guardandosi intorno, Emma con gli occhi spalancati, Regina con nonchalance. Spostò una ciocca di capelli che stava per ostruirle la vista con un elegante, lieve scatto della testa mentre si avvicinava al bancone e ordinava toast al formaggio fuso, anelli di cipolla e waffle al caramello per Emma e una porzione di maccheroni al formaggio per lei. Emma la guardò con sconcerto mentre si sedevano al tavolo.
«Credevo mangiassi solo insalata…»
Regina le lanciò un'occhiataccia, ma già sorrideva.
«Se mangiassi solo insalata non mi reggerei in piedi Emma. Sono umana, lo sai, vero?»
Emma sorrise e sembrò sul punto di scoppiare a ridere.
«Ma davvero?» esclamò in tono magnificamente allegro. Regina sorrise, più per la soddisfazione e il sollievo nel vederla così che per altro.
«Ebbene sì, Miss Swan. Henry può confermarlo.»
L'espressione di Emma cambiò radicalmente a quelle parole. Sul suo viso si dipinse un velo di malinconia.
«Penserà che non mi importa di lui…» mormorò, lo sguardo rivolto fuori dalla finestra. Regina allungò istintivamente la mano sul tavolo a cercare la sua. Ormai le sembrava più naturale avere un contatto con lei che non averlo, ma quando si rese conto che erano in pubblico, e sarebbe sembrato strano agli occhi di Granny o di chiunque altro lì dentro, ritirò la mano prima che toccasse quella di Emma. La Salvatrice non sembrò accorgersene.
«Manca anche a me, Emma. Potremmo chiamarlo, farlo venire qui…»
La cameriera portò gli anelli di cipolla ad Emma. Regina le fece segno di iniziare, e la donna vi si fiondò sopra come se non mangiasse da mesi, facendole scuotere leggermente il capo con un sorriso lieve sul volto. Mangiava come una bambina.
«Davvero?» le chiese Emma, una cipolla mezza infilata in bocca e gli occhi più grandi di quelli di un cucciolo.
«Ma certo.» la rassicurò con un sorriso. «Scommetto che ne sarebbe più che felice.»
Emma continuò a guardarla, gli occhi che mano a mano si aprivano di più. Stava per chiederle se qualcosa la preoccupasse quando la donna parlò.
«Credi che sarebbe una buona idea bere una birra?»
Regina aggrottò la fronte, stupita dalla domanda inaspettata.
«Ehm… credo di sì. Non ti ho mai vista ubriacarti con una pinta soltanto.»
Esplose un sorriso sul volto di Emma che lasciò Regina totalmente senza fiato. Mentre la bionda si alzava abbassò lo sguardo fingendo di sistemare il tovagliolo sul tavolo pur di riprendere il controllo di sé e razionalizzare quella scarica di emozioni che la stava facendo arrossire come una ragazzina. Sapeva che in parte si trattava di orgoglio: Emma si stava riprendendo in maniera sorprendentemente veloce, e il Sindaco non poteva non pensare che in parte fosse anche grazie a lei. Alzò lo sguardo sullo Sceriffo, appoggiata al bancone con le braccia per aggiungere la birra all'ordinazione. Sembrava essere tornata la Emma di sempre, sicura di sé almeno all'apparenza, un po' mascolina nelle posture che la facevano sempre sorridere, almeno internamente. Il bisogno della Salvatrice di mostrare sempre quanto fosse in grado di affrontare qualsiasi situazione, di mostrarlo a lei, era sempre stato evidente ai suoi occhi. Per questo era stato così semplice manipolarla nei primi mesi della loro conoscenza, quando Regina non voleva altro che buttarla fuori a calci da Storybrooke. Ora, realizzò, non avrebbe sopportato di perderla di nuovo. Arrossì di nuovo a quel pensiero, così abbassò lo sguardo ancora, nascondendo il viso. Sentì la porta del diner aprirsi, l'aria fredda entrare per qualche istante. La sua pelle si accapponò, così, senza preavviso. Conosceva quella sensazione. Ancora prima di voltarsi verso l'ingresso, Regina si alzò in piedi, preparandosi ad usare la magia, se necessario.
«Malefica.» la salutò, un sorriso freddo sul volto, gli occhi pieni di disprezzo fissi in quelli azzurri e pieni di divertimento del drago. Regina camminò con noncuranza fino ad Emma, che fissava la nuova arrivata con gli occhi spalancati, il viso smorto, bianco. Si posizionò di fronte a lei, coprendola alla vista della strega. «Sentivo puzza di marcio…» continuò la mora, facendo ghignare Malefica.
«Oh, suvvia Regina, sappiamo entrambe che non è nel tuo stile difendere gli innocenti…»
Il sorriso del Sindaco divenne feroce, pericoloso.
«Sai cos'è nel mio stile, Mal? Rinchiuderti in un buco sottoterra per trent'anni.» ringhiò in risposta.
Il drago rise di nuovo. Si avvicinò di un passo, senza mai smettere di guardarla negli occhi. Regina si irrigidì, i muscoli pronti a scattare, a lanciare fuoco e tutti i tavoli e i coltelli del diner contro di lei. Il suo potere si addensò silente nell'aria.
«Ti sei indebolita, Regina, lo sappiamo tutti.» Puro disgusto si riflesse negli occhi del drago. «Neghi la tua natura mentre cerchi disperatamente di assomigliare a Snow, e di non assomigliare troppo a tua madre…»
Nel diner era calato il silenzio più totale. Regina fece un passo avanti, ritrovandosi così a pochi centimetri da Malefica. La differenza di altezza non la intimidiva. C'era il fuoco nei suoi occhi scuri, neri.
«Andiamo a parlarne fuori di qui, ti va?»
La bionda sorrise e stava per replicare quando qualcosa la scaraventò contro la vetrata all'ingresso del locale, frantumandola. Regina si guardò le mani, ma non aveva scagliato lei quell'incantesimo. Si voltò allora verso l'unica persona capace di farlo lì dentro. Emma aveva le mani ancora protese verso di lei, il fiato corto, gli occhi sbarrati. Intercettò il suo sguardo.
«Insieme.» disse soltanto, gli occhi lucidi, la voce che tremava. Ma era forte, lo era adesso più che mai. Regina sorrise, intrigata ed eccitata come sempre dal coraggio della Salvatrice. Annuì e trasportò entrambe fuori dal locale. Una macchina inchiodò a pochi metri di distanza e sbandò, andando a schiantarsi contro un palo della luce che cadde mandando scintille tra loro e Malefica, la quale si stava rialzando a fatica da terra. Il potere di Emma era esploso, focalizzandosi unicamente su di lei in un colpo devastante, a quanto pareva.
Malefica sorrise.
«Come desiderate.»
La trasformazione in drago durò appena qualche secondo. Quando il fumo verde scuro si dissolse, un'enorme fiammata rischiò di investirle. Solo la barriera eretta da Regina lo impedì. Lei ed Emma si guardarono, in simbiosi, poi annuirono e, non appena il fuoco si fu estinto, scagliarono un getto di magia combinata contro il drago. Malefica indietreggiò, ferita. Urlò in un ringhio assordante, che fece fuggire molti degli abitanti di Storybrooke. In lontananza, tuttavia, Emma vide i suoi genitori correre verso di loro con Henry e Killian al seguito.
«Tornate indietro!» urlò loro, facendo voltare Regina dalla loro parte. Le due si guardarono di nuovo.
«Proteggili. A lei penso io.» le disse Regina, rassicurante e determinata. Ma Emma scosse la testa.
«Non lasceremo che arrivi a loro.» ribatté prima di deviare il letale fuoco del drago con la sua magia. Nel frattempo, Mary Margaret ed Henry si erano fermati a debita distanza mentre David e Hook stavano correndo da loro. Le raggiunsero e si ripararono dal fuoco dietro ai loro incantesimi.
«Cosa non è chiaro di "tornate indietro"?» sbraitò Emma.
«Non vi lasceremo combatterla da sole.» replicò David guardando la figlia negli occhi.
«L'ho già uccisa, posso farlo di nuovo.» sorrise il pirata. Regina gli indirizzò un'occhiata scettica.
«Sì? La ricoprirai di rum e le darai fuoco?» lo canzonò mentre lanciava contro il drago il palo della luce caduto, tentando di colpirla. Malefica tuttavia lo prese al volo tra le zanne e lo disintegrò in pochi morsi e rompendolo con le zampe.
«Potrebbe essere un'idea…»
«È un drago, David. È ignifuga.» sospirò esasperata.
«Oh.»
Emma, rimasta in silenzio, fissava ostinatamente un punto sull'asfalto a poca distanza dal drago. Regina non tardò a notarlo, soprattutto perché la Salvatrice aveva smesso di aiutarla con gli incantesimi.
«Ti sembra il momento di metterti a fare meditazione, Swan?»
Emma si riscosse di colpo. I suoi occhi sorridevano quando la guardò.
«Hai presente Dragonheart e La spada nella roccia?» le chiese. Regina pensò seriamente che avesse qualche danno neurologico di cui non si era accorta, a quel punto.
«Swan, non è il momento di testare la mia conoscenza della cinematografia moderna…»
«Devi farle scoprire il petto, finché sta a terra non possiamo farle niente!» urlò per sovrastare il rumore del fuoco che li avvolgeva, senza ferirli grazie a Regina. Emma si voltò verso Killian e David.
«Correte ai lati opposti, distraetela. Mi serve un diversivo.»
«Emma…»
Lo Salvatrice si voltò verso il Sindaco. Vide la preoccupazione, il timore nel suo sguardo. La rassicurò con un sorriso.
«Tranquilla. Tu falla solo alzare.»
Rimasero ferme a guardarsi per un istante, poi Emma parlò di nuovo.
«Al mio tre.» disse a tutti.
Al segnale, proprio mentre il drago stava riprendendo fiato, i due scattarono verso lati opposti. Malefica esitò, Emma e Regina sorrisero. La mora si alzò in piedi e urlò contro di lei.
«Ricordi quando ti ho aiutata a riprenderti il tuo potere, Mal?»
Il drago ringhiò contro di lei, la testa bassa come un serpente, lontana appena una decina di metri.
«Bene.» sorrise l'ex regina. «Usalo per non cadere.»
Alzò di scatto le mani, scaraventando il drago nel cielo con un urlo. Cadde in ginocchio poi, esausta per lo sforzo, di quello e tutti gli incantesimi che aveva lanciato, e si voltò verso Emma.
«Ora.» le disse, fiduciosa. Emma vinse la preoccupazione che provava per lei e agì.
La scheggia di metallo si librò in aria, luccicando nella luce del sole. Era grande quanto la mano di Emma, minuscola, rispetto al drago. La Salvatrice attese finché Malefica aprì le ali, arrestando la caduta, scoprendo il torace. Fu allora che, gli occhi lucidi di pianto, scagliò il pezzo di metallo con tutta la sua forza tra le squame del drago, a trafiggere il suo cuore.
