«Forse è meglio che vi sediate.»
Emma lanciò un'occhiata a Regina la quale, dopo aver parlato, fissava ostinatamente Mary Margaret, pallida in viso e allarmata tanto dal tono della donna quanto dall'espressione della figlia.
«Che succede?» chiese David, avvicinandosi di un passo ad Emma. La bionda sospirò.
«Sedetevi. Davvero, è meglio. Sediamoci tutti.» disse prima di accomodarsi al tavolo. Regina rimase in piedi al suo fianco, una mano discretamente posata sulla sua schiena, nascosta agli occhi degli altri. Emma gliene fu più che grata. Aveva davvero bisogno di quel contatto per riuscire a sciogliere il nodo che sentiva in gola e parlare ai suoi genitori. Henry si sedette sulla sedia accanto alla sua, Mary Margaret davanti a lei e David all'altro lato del tavolo.
«È per quello che è successo con Malefica mamma, vero?» le chiese il figlio, facendole quasi prendere un infarto. Sentì Regina irrigidirsi alle sue spalle. «Perché hai dovuto ucciderla.» continuò il ragazzo. Emma tirò un breve quanto teso sospiro di sollievo.
«No, Henry, non è per questo.» gli rispose con un piccolo sorriso forzato. «Ma ha a che fare con Malefica.»
Regina guardò con preoccupazione il figlio. Ne avevano parlato, durante il tragitto per raggiungere l'appartamento dei Charming. Nonostante le sue proteste, Emma era stata irremovibile: Henry doveva conoscere la verità, per quanto orrenda fosse. Era grande ormai, poteva capire. E lei non sarebbe mai stata in grado di mentirgli per il resto della vita. Quelle parole l'avevano fatta riflettere: lei aveva mentito ad Henry per dieci anni. Un decennio a nascondergli la verità su se stessa, su quello che aveva fatto, su chi fosse. Posò lo sguardo sulla donna seduta a mezzo passo da lei. La guardò veramente: la linea dritta delle spalle tese, coperte da un maglione nero e bianco. Le mani giunte sul tavolo di legno di Snow, strette l'una nell'altra, tanto che la pelle era bianca sulla nocche e sui polpastrelli. La curva della mandibola, serrata, i piccoli, quasi invisibili orecchini sui lobi, lasciati scoperti dai capelli, ammassati dietro alle orecchie da un precedente gesto di nervosismo. Le lunghe ciglia scure proiettavano la loro ombra sugli zigomi alti, eleganti. Non poteva vedere i suoi occhi, ma sapeva che le sue pupille erano dilatate dall'agitazione e schiacciavano contro i bordi leggermente più scuri di quel colore che virava dal grigio al verde all'azzurro, sempre diverso. Senza pensarci, le accarezzò distrattamente la schiena con il pollice. Sentì i muscoli tendersi e poi rilassarsi sotto il suo tocco. Fu quel movimento a distoglierla dai propri pensieri; rialzò lo sguardo, incontrando così quello di David, che la fissava con un'espressione strana in viso, quasi sospettosa. Accigliata, Regina scostò con discrezione la mano dalla schiena della Salvatrice mentre sperava che l'attenzione dell'uomo si focalizzasse sulle parole che stava pronunciando Mary Margaret, e non sul rossore che sentiva affiorare sulle sue gote. Sperò che il trucco bastasse a coprirlo e maledisse il battito accelerato nel suo petto.
«…Emma ci stai facendo preoccupare. Una di voi vuole spiegarci che cosa è successo?» stava dicendo Snow, ansiosa. Regina sentì Emma muoversi e guardò in basso, verso di lei, incontrando così il suo sguardo teso. Le sorrise nonostante l'agitazione che sentiva ella stessa nel cuore. Con un cenno d'incoraggiamento la spinse a continuare. Emma prese un respiro e si voltò verso i suoi genitori. Prese nel frattempo la mano di Henry tra le sue. Il ragazzo stava per aprire bocca quando la madre iniziò a parlare.
«Vi ho mentito. Vi ho mentito per troppo tempo…» mormorò, lo sguardo basso, le guance rosse. Regina se ne infischiò di quello che David pensava e posò di nuovo la mano sulla sua schiena. Emma sospirò e rialzò lentamente lo sguardo su di loro, focalizzandosi su Henry. «Mi dispiace, ma avevo bisogno di tempo.»
«Tempo per cosa?» le chiese il figlio. Regina strinse i denti. Al di là della sua reazione, che fosse rabbia, disgusto o tristezza, o tutte, sapeva che saperlo lo avrebbe fatto soffrire. Per questo aveva cercato di impedire ad Emma di raccontare tutto anche a lui. Perché se c'era una persona che avrebbe protetto più strenuamente di quanto non stava cercando di fare con Emma, be', era sicuramente Henry. Ma la Salvatrice l'aveva convinta con una semplice frase: "Henry non ha mai avuto bisogno di essere protetto, Regina.". E lei, improvvisamente, si era resa conto che era vero. Mentalmente, ovvio, non fisicamente. Henry era adulto. Lo era sempre stato, in un certo senso.
«Per riprendermi. E senza Regina non ce l'avrei mai fatta.» continuò lo Sceriffo, strappandola ai suoi pensieri con un sorriso colmo di gratitudine che minacciò la sua capacità di restare impassibile. Si voltò di nuovo verso i suoi genitori. «Mi ha salvato la vita, e mi ha aiutata a riprenderla in mano. Non sarei qui se non fosse stato per lei.» ribadì. I tre volsero gli sguardi confusi su di lei.
«Ma… di che stai parlando mamma?» le chiese poi Henry, riabbassando lo sguardo sulla bionda. Emma dovette prendere un respiro profondo. Regina la sentì rabbrividire. La guardò: aveva la bocca aperta, ma non parlava, come se le parole si fossero bloccate poco prima di uscire. Si chinò con la fronte aggrottata per riuscire a guardarla negli occhi: erano lucidi. Emma richiuse la bocca e la guardò, chiedendole aiuto con quell'occhiata. Non ce l'avrebbe fatta, non ancora, non in quel momento.
«Posso farlo io.» le mormorò, sentendo la propria voce vibrare nella sua cassa toracica per quanto era basso il tono. Emma deglutì. Voleva farlo, glielo leggeva negli occhi pieni di lacrime. Vide il senso di impotenza e la frustrazione farsi largo nel suo sguardo. Intervenne prima che crollasse.
«Emma, io non sarei riuscita neanche ad arrivare fin qui. Hai già fatto tanto. Lascia fare a me ora.» le sorrise, sincera, rassicurante.
«Ma…» mormorò la bionda, la voce roca di pianto. Non riuscì a dire altro, la parole le morirono di nuovo tra le labbra. Regina, consapevole ma incurante degli sguardi di tutti, le accarezzò il viso.
«Tranquilla, Miss Swan. Lascia che rimedi ai miei sbagli.»
Emma spalancò gli occhi e scattò in piedi.
«Sbagli?! Tu mi hai salvata!» quasi urlò. Regina deglutì il groppo che le occludeva la gola. Sentì il senso di colpa schiacciarle il cuore.
«Ho insistito io perché entrassero in città…»
Emma rimase immobile, come se quelle parole fossero un fulmine che l'avesse colpita nel bel mezzo di una giornata d'estate. Il Sindaco abbassò lo sguardo. Era come se fino a quel momento avesse rifiutato quella consapevolezza che, silente, si era acquattata in un angolo della sua mente, in attesa di essere liberata per devastarla. Si schiarì piano la voce e si allontanò di un passo da lei. «Forse vuoi del tempo per riflettere…» mormorò, ma non fece in tempo a finire la frase perché la presa ferrea della Salvatrice si strinse attorno al suo braccio destro, stupendola. Rialzò lo sguardo su di lei.
«Non è colpa tua, Regina. Non potevi saperlo. Hanno ingannato entrambe.»
La mora si sentì annegare nell'assoluta convinzione che gli occhi di Emma esprimevano. Annuì lentamente, trascinata dai sentimenti che quello sguardo sembrava trasmettere. Il senso di colpa si quietò piano piano.
«Scusate…» David si schiarì la voce. «… vorreste far capire anche a noi?» chiese, tra l'esasperato e l'angosciato. Si voltarono. I tre le guardavano con gli occhi spalancati, pieni di paura.
Emma e Regina si scambiarono un'ultima occhiata, poi lo Sceriffo si umettò le labbra e, dopo un momento ancora di esitazione, spiegò loro cosa fosse successo.
«Malefica, Ursula e Crudelia mi hanno aggredita diciassette giorni fa.» esordì, e mentre lo diceva realizzò quanto poco tempo fosse passato. Rabbrividì.
«Aggredita?!» esclamò David scattando in piedi.
«Come "aggredita"?» rincarò Mary Margaret. Emma guardò loro, poi il figlio e di nuovo i genitori, cercando le parole.
«S-sì…» mormorò, arrossendo. Non era vergogna. Non aveva niente di cui vergognarsi. Era solo imbarazzo. Non riusciva a trovare le parole per spiegare una cosa del genere, non con loro. «… ehm…» Guardò nuovamente Regina, che allungò la mano a stringere il suo polso per un istante per rassicurarla. «Quella notte sono…» sospirò. Dirlo avrebbe cambiato tutto. I suoi ne sarebbero stati devastati, e non l'avrebbero mai più guardata nello stesso modo. Henry sarebbe dovuto crescere ancora un po' di più, e avrebbe dovuto convivere con quella consapevolezza. Presto o tardi, tutta Storybrooke l'avrebbe saputo. La sua vita sarebbe cambiata per sempre. Ma non dirlo… tacere avrebbe significato mentire, nasconderlo, tenersi tutto dentro. Per sempre. L'avrebbe consumata, lo sapeva. Non ce l'avrebbe fatta, neanche con l'aiuto di Regina. Non voleva essere compatita da nessuno, non voleva che lo sapessero. Ma non voleva essere costretta a mentire. Doveva liberarsi di quel peso, e l'unico modo per farlo era accettarlo. E per accettarlo doveva dirlo ad alta voce. «Quella notte sono stata vittima di violenza sessuale. Ma ora non lo sono più.» aggiunse subito dopo raddrizzando le spalle e lo sguardo. «Non sono una vittima.» ribadì mentre sosteneva i loro sguardi scioccati. Mary Margaret si portò le mani davanti alla bocca spalancata mentre realizzava lentamente cosa sua figlia le avesse appena detto. David barcollò come se lo avesse colpito in testa con una mazza da baseball.
«Emma…» mormorò, gli occhi spalancati. Henry rimase in silenzio, un'espressione di assoluto shock in viso.
Si voltò a guardare Regina. Lo sguardo del Sindaco esprimeva nient'altro se non puro orgoglio. Le sorrise, ed Emma ricambiò, gli occhi lucidi. Si sentiva ancora fragile, tremava, anche se tentava di dissimularlo, ma lo sapeva: era un passo avanti, un enorme, gigantesco passo avanti.
«Sto bene.» continuò, a beneficio degli altri. Regina si voltò verso Henry e gli diede un buffetto sul mento per attirare la sua attenzione. Il ragazzo la guardò con un'espressione smarrita. La mora lo abbracciò forte sussurrandogli qualcosa all'orecchio che la Salvatrice non riuscì a sentire. «Mi ci vorrà ancora un po' per riprendermi del tutto ma sto bene. Regina è intervenuta e mi ha salvato la vita, poi mi ha aiutata a superarlo. Lo sta ancora facendo.»
David fece mezzo passo verso di lei. Mary Margaret invece, tra i singhiozzi, aggirò il tavolo di corsa e la abbracciò stretta. Emma si tese appena a quel contatto ma poi si forzò a ricambiare. Non voleva respingerla. Respirò per ricordarsi che era sua madre, e nessun'altro. Vide con la coda dell'occhio Regina rivolgerle un'occhiata preoccupata, poi la figura di David la coprì alla sua vista.
«Posso?» le chiese sottovoce il padre, gli occhi azzurri lucidi di lacrime. Emma esitò per un istante, poi annuì. L'uomo strinse lei e Snow tra le braccia forti, ma con delicatezza. «Mi dispiace così tanto…» mormorò. Emma sfilò un braccio dalla stretta dei corpi dei genitori e lo passò intorno alla vita del padre.
«Sto bene, papà. Non è colpa tua, nessuno poteva prevederlo…» Strinse a sé più forte la madre, che ormai piangeva a dirotto.
Regina diede una stretta alle spalle del figlio, il quale osservava la scena in un silenzio scioccato. Nonostante gli avesse appena detto che era tutto a posto, che Emma era la più forte di tutti loro e che stava andando benissimo, Henry sembrava devastato da quello che era successo alla madre. Era proprio questo che Regina temeva. Henry era troppo empatico per sopportarlo.
«Tesoro…» provò a chiamarlo dolcemente. L'adolescente si voltò lentamente verso di lei, gli occhi verdi spalancati, vacui. Il cuore di Regina perse un battito. Vedere quell'espressione sul suo viso la straziava. Provò a sorridergli, ma sospettò di non esserci riuscita tanto bene. «Emma sta bene.» gli ripeté. «E loro non sono più una minaccia.»
Lo sguardo del ragazzo si indurì.
«Le hai uccise?»
Regina esitò. Abbassò lo sguardo per un istante, annuì. Quando lo rialzò, c'era un fuoco che conosceva bene nello sguardo del figlio. Sentì le lacrime salirle agli occhi.
«Bene.» sibilò lui. Regina sentì la terra crollarle sotto i piedi.
«Henry non dire così…»
Il ragazzo la zittì con un gesto stizzito.
«Gold?» chiese, secco. Regina sentì gli sguardi di tutti su di sé.
«Ehm… non sappiamo dove sia…» rispose, esitante, alternando lo sguardo tra Henry e David. Ma fu Mary Margaret ad esplodere.
«Il tuo unico compito era quello di scoprire i loro piani!» le urlò contro, avvicinandosi a grandi passi furiosi a lei fino ad arrivare ad un palmo dal suo viso. «Emma non sarebbe mai dovuta entrare in questa storia!»
«Mamma…» tentò di intervenire la Salvatrice, ma David le si piazzò davanti e prese a sbraitare insieme alla moglie.
«Come hai potuto lasciare che accadesse?»
«È impossibile che non te ne abbiano parlato!»
A quelle parole, l'ex sovrana smise di ragionare. Sentì la furia invaderla come un'onda gigantesca che si abbatte su una conchiglia vuota, riempendola e trascinandola nell'abisso.
«Come osi insinuare una cosa del genere su di me? Chi credi che si sia presa cura di tua figlia per tutto questo tempo? Come cazzo credi che avrebbe mai potuto superare una cosa del genere senza di me? Nessuno di voi l'avrebbe mai potuta aiutare! E pensi davvero che avrei mai lasciato che le facessero questo se lo avessi saputo?!» gridò, furiosa, delusa.
«Certo che lo penso! O ti sei dimenticata tutto quello che hai fatto al resto del regno?!» continuò ad urlare Snow. Regina dovette reprimere l'ondata di potere che rischiava di sprigionarsi da lei da un momento all'altro.
«Non ho mai stuprato nessuno a differenza di tuo padre, razza di imbecille!»
La donna ammutolì per un istante. Sbiancò, tanto che il suo vero nome risultò particolarmente azzeccato per qualche momento. Poi riprese, più rabbiosa di prima.
«Questo è quello che dici tu, ma Malefica era tua amica, non voglio neanche immaginare di cosa siate state capaci insieme!»
Lo schiaffo le partì istintivo, improvviso. Neanche lei si rese conto di averglielo dato finché non sentì la mano bruciare. Guardò il palmo, poi Snow, che indietreggiava, una mano sulla guancia colpita. Rimasero in silenzio a fissarsi per qualche secondo. Poi Regina fece un passo verso di lei, e Mary Margaret indietreggiò ancora, gli occhi grandi di paura per l'espressione di rabbia e disprezzo dipinta sul suo volto, che ben conosceva.
«Preferirei morire piuttosto che fare del male ad Emma. Credevo lo sapessi.» ringhiò a voce bassa, vibrante. Snow spalancò gli occhi verdi mentre cercava di sostenere il suo sguardo, troppo intenso, troppo cupo. «Ora smettila di fare l'idiota e concentrati su tua figlia. Io non ho fatto niente se non aiutarla, che tu ci creda o no, e sinceramente Snow, a questo punto non me ne frega proprio niente di quello che pensi di me.» chiosò prima di allontanarsi di un passo da lei. Si voltò a fatica verso Emma. L'impulso di colpire di nuovo Mary Margaret, con la magia o con un pugno, era ancora molto, molto forte. Lo Sceriffo la fissava con gli occhi spalancati, ma privi di paura. Sembrava solo sorpresa da qualcosa. «Credo sia meglio che io torni a casa. Prenditi pure il tuo tempo per parlare con i tuoi genitori dalla mente ristretta, ti passo a prendere quando hai finito.» disse, la rabbia che traspariva ancora dal suo tono di voce. «Sempre che tu voglia tornare a casa mia.» aggiunse un attimo dopo. Non voleva certo che i due idioti pensassero che la stesse costringendo a stare con lei. «Henry.» disse poi voltandosi verso il figlio. Il ragazzo le rivolse uno sguardo tranquillo, come se nulla fosse accaduto. Regina strinse appena le palpebre. «Io e te dobbiamo parlare. Puoi venire con me se vuoi, ora o più tardi, insieme a tua madre.»
«Veniamo entrambi ora.» rispose Emma al suo posto, mandando a puttane il suo battito cardiaco. La guardò con un'espressione di puro stupore in viso. La Salvatrice le sorrise, poi rivolse uno sguardo truce ai suoi genitori. «Loro hanno bisogno di calmarsi. Non avreste mai dovuto dirle una cosa del genere. Vi ho detto e ripetuto che Regina mi ha salvato la vita. Vedete di darvi una regolata, non ha fatto niente di male da un bel pezzo.» disse rivolta a loro poi, la rabbia a tendere i suoi muscoli. Si concentrò poi di nuovo su Regina dopo aver guardato il figlio di sbieco. «Andiamo a casa. Dobbiamo parlare.»
Ancora rallentata dallo stupore, Regina annuì e aprì l'uscio. Emma fece passare Henry. Li seguì sbattendosi la porta alle spalle.
