C'era qualcosa di strano in Regina negli ultimi giorni. Era distante, distaccata, fredda, come non era da anni. Erano insieme, nella stessa casa, anche nella stessa stanza, eppure il Sindaco non era veramente lì. Da un paio di giorni neanche la guardava più in faccia. Emma era confusa, ferita. Aveva fatto qualcosa di sbagliato? Certo che lo aveva fatto, lo faceva sempre, soprattutto con lei. Forse l'aveva offesa in qualche modo.

«Regina...»

Il sindaco alzò appena lo sguardo dalle carte che stava firmando seduta alla scrivania del suo studio, notando la metà del corpo della Salvatrice che spuntava da dietro lo stipite della porta aperta, le mani aggrappate al legno come se fosse l'unico appiglio sul vuoto.

«Dimmi.» rispose fredda, disinteressata. Emma sentì il cuore raggelarsi, ma fece comunque un passo all'interno dello studio.

«Ehm... ho... ho fatto qualcosa?»

La mora portò finalmente gli occhi su di lei. C'era una sincera confusione nelle sue iridi color mogano.

«Non capisco cosa tu voglia dire Emma.»

La salvatrice fece un altro passo verso di lei, esitante. A quel tentennamento, Regina le fece cenno di sedersi sulla sedia davanti a lei, al lato opposto del tavolo di legno laccato.

«Ecco vedi mi chiedevo...» balbettò la bionda sedendosi, la schiena rigida. «… sei arrabbiata con me?»

Gli occhi del Sindaco si spalancarono per un attimo.

«Emma perché mai dovrei essere arrabbiata con te?» L'assoluto stupore con cui glielo chiese non fu comunque abbastanza per tranquillizzare lo Sceriffo.

«Perché sai... ho...» esitò. Infilò le mani nelle tasche dei jeans, le tirò fuori, ce le mise di nuovo. Strinse le spalle intorno al collo come se volesse nascondersi dentro se stessa, e allontanò lo sguardo da lei. « …ho ucciso Malefica.» sussurrò infine. Regia impallidì mentre Emma arrossiva. Dirlo ad alta voce era… assurdo. Aveva ucciso qualcuno. Lo aveva fatto davvero. Certo era stata legittima difesa, però…

«Emma.»

Regina era davanti a lei, di colpo. O meglio, Emma se era accorta all'improvviso, tanto che sobbalzò. La mora le aveva posato le mani sulle spalle e lei neanche se ne era resa conto. Il suo tocco era fermo, calmo, come la sua voce, ma non come il suo sguardo: gli occhi di Regina erano di fuoco, un incendio divampante, che alimentava e si nutriva di emozioni forti, incontrastabili. «… se non l'avessi fatto tu, l'avrei fatto io. Avrei preferito essere stata io a farlo.» precisò. Lo sguardo della Salvatrice cadde di nuovo sulle sue labbra nude, rosee; ne seguì i movimenti mentre la donna continuava: « Malefica ha avuto ciò che si meritava, come le altre. Io… non sono arrabbiata con te.»

Quell'ultima frase era così intima, il tono così sincero e fragile che indusse la Salvatrice ad alzare lo sguardo di nuovo verso gli occhi del Sindaco. Non c'era più quel fuoco violento ad animarli, ma una miriade di emozioni che vorticavano come faville trasportate dal vento nella notte, brillanti scintille nell'oscurità, un'impercettibile tristezza onnipresente in quello sguardo. L'aveva sempre vista. Sin dal primo istante.

«E allora cos'è?» le chiese Emma in un sussurro. Erano vicine, molto vicine. Non c'era bisogno di disturbare il silenzio. «Cos'è che ti fa comportate così? Fino alla settimana scorsa eri diversa con me, devo aver fatto qualcosa…»

L'indice del Sindaco si posò lieve sulle sue labbra, ammutolendola. Emma spalancò gli occhi. Non c'era mai stato un contatto del genere con lei, mai. La guardò, ma l'attenzione di Regina era più in basso dei suoi occhi, puntata sulle sue labbra, uno sguardo strano, quasi… Le si seccò la bocca, deglutì percependo una sensazione ben nota, ma che non pensava sarebbe più stata in grado di sentire, farsi strada tra le sue gambe.

Regina si avvicinò di un passo a lei, lenta ma decisa. La mano che le aveva impedito di parlare con quel semplice, lieve gesto, la destra, si spostò accarezzandole le labbra con il pollice e la guancia con le altre dita. Emma rabbrividì, sentì la tensione crescere nel suo basso ventre, dentro di sé, il cuore accelerare.

«Non hai fatto niente.» mormorò l'ex sovrana ad un soffio dal suo viso proprio quando ormai era certa che non le avrebbe mai risposto. Sentì il suo respiro sulla pelle. Sapeva vagamente di menta, si mescolava con il profumo dei suoi capelli, e con quello unico della sua pelle. L'aveva sentito milioni di volte in quelle settimane. Si rese conto solo in quel momento di quanto la eccitasse quel profumo. Deglutì di nuovo, le pupille dilatate. Si guardarono, finalmente. Rimasero immobili, gli sguardi incatenati tra loro, incapaci di allontanarsi, di avvicinarsi, di muoversi, o anche solo di respirare. Emma lo fece di nuovo solo quando Regina si allontanò di scatto da lei, voltandole le spalle. Ebbe un capogiro per quanto intenso era stato quel momento, e dovette prendere respiri profondi per cercare di calmare il battito del suo cuore, totalmente fuori controllo. Guardò Regina lisciare pieghe assolutamente inesistenti del vestito blu e tornare alla scrivania. Come l'aveva vista fare almeno mille volte, con gesti ormai automatici si sistemò i capelli intorno al viso e riprese la penna in mano, un'espressione assorta in viso. Emma rimase ferma lì dov'era, a pochi passi dalla porta, per almeno venti minuti. Non era in grado di pensare, tantomeno di capire cosa diavolo fosse appena accaduto. Quando finalmente due neuroni ebbero di nuovo un qualche tipo di connessione, la Salvatrice si riscosse da quello stato di trance. Stava per andarsene quando la voce vibrante del Sindaco la fermò.

«Credo che tu sia pronta a lasciare questa casa, Miss Swan. Non ti sono più di alcun aiuto.»

Fredda, distaccata. Emma la osservò, incredula.

«Regina…» mormorò. La donna la liquidò con un'occhiata fugace.

«Dovresti anche parlare con i tuoi genitori. Sono preoccupati per te, non fanno altro che infastidirmi con i loro continui messaggi.»

«Ma…»

Lo sguardo che Regina le rivolse improvvisamente, mentre posava di nuovo la pesante penna sul tavolo, fu forse il più gelidi che le avesse mai indirizzato, tanto che lo Sceriffo trasalì.

«Non sono la tua balia, Emma. Sei adulta, hai una casa, e altre persone su cui contare. Il mio lavoro con te è finito.»

La bionda impallidì, barcollò all'indietro come se l'avesse colpita. Lavoro. Era stata un lavoro per lei. Qualcosa da dover fare, un obbligo morale, nulla di più.

Rabbia, delusione e un dolore che non si aspettava di provare si agitarono dentro di lei, mescolandosi, sovrastandola. Uscì dalla stanza senza una parola, gli occhi pieni di lacrime che non voleva affrontare. Regina si era presa cura di lei. Afferrò la giacca di pelle rossa. Regina l'aveva curata. Si infilò una manica mentre apriva la porta con l'altra mano. Regina l'aveva fatta sentire forte, in grado di affrontare qualsiasi cosa, anche quello che le avevano fatto. Uscì dalla casa senza richiudere la porta, non era in grado di pensarci, non ora. L'aria era fredda, la giacca non era abbastanza. Se la strinse addosso con entrambe le mani, solo in parte per la temperatura. Regina l'aveva fatta sentire al sicuro. L'aveva fatta sentire a casa. L'aveva fatta sentire amata. Percorse a grandi passi il vialetto d'ingresso ed oltrepassò il cancelletto in ferro battuto lasciato aperto da Henry quella mattina, mentre correva per arrivare in orario a scuola. Regina l'aveva illusa e poi l'aveva cacciata di casa. Come tutti gli altri. Mentre le lacrime scendevano sul suo viso ormai inarrestabili, incontrollate, Emma partì in uno scatto, una corsa sfrenata, disperata, lontana da tutti, verso il cimitero.

Se n'era andata. Regina aveva sentito chiaramente la porta aprirsi, ma non richiudersi. Aveva sentito anche i singhiozzi della Salvatrice mentre si allontanava, di corsa, a giudicare dal rumore degli stivali sull'asfalto. Richiuse la finestra che le aveva donato la possibilità di sentirla ma non vederla, dato che si affacciava sul lato della casa, non sull'ingresso. Non l'avrebbe mai sopportato. Sapeva di averla ferita. Non aveva idea di quanto a fondo quella ferita stesse scavando.

Si alzò dalla sedia come se tutti gli anni che aveva vissuto pesassero veramente sulle sue ossa. Il dolore che provava era reale, diffuso in tutto il corpo. Ma allontanarla, cacciarla, fare in modo che se ne andasse a costo di farsi odiare, era l'unico modo per proteggerla. Come poteva chiederle di concedersi a lei dopo quello che aveva dovuto affrontare? E come poteva lei stessa resistere ancora, fingere ogni giorno di non provare niente nei confronti della Salvatrice? Resistere dallo sfiorare quel viso, quelle labbra, baciare quel collo? Come avrebbe mai potuto andare avanti con quella farsa, soprattutto ora che il cuore di Emma era libero da ogni legame, da Hook? No. Non avrebbe mai potuto.

Esitò, davanti alla porta di casa ancora aperta. Sfiorò il pomello dorato con le dita. Le sembrava di sentire il calore del tocco di Emma su di esso permanere ancora sul metallo freddo. No, non avrebbe potuto. Emma era forte, incredibilmente forte, ma fragile. Si era appoggiata a lei, si era fidata di lei. Forse, se l'avesse baciata come desiderava da anni, nello stato mentale in cui era, avrebbe anche ricambiato. E poi? Un mese massimo, e avrebbe recuperato totalmente la lucidità. E l'avrebbe respinta. Perché lei era come loro. Era peggio di loro. E le aveva fatte entrare. No. Regina richiuse lentamente la porta di casa. No. Non avrebbe mai potuto, e allo stesso tempo non avrebbe mai potuto impedirselo. Era ad un soffio dal farlo. Aveva quasi distrutto tutto. Ed era stanca di distruggere tutto. Doveva proteggerla, non pensare a sé stessa. Aveva giurato a se stessa di proteggerla. Tornò nello studio e si versò da bere. Sidro, mezzo bicchiere, non di più. Aveva bisogno di pensare, di essere lucida. Doveva anticipare le mosse della Salvatrice e dei due idioti. Perché sarebbero venuti a cercarla. Ne era sicura.