Emma dormiva profondamente. Era distrutta, si vedeva chiaramente: stesa su un fianco, rannicchiata su se stessa, nascosta nella cripta dei Mills. Tremava ed era pallida in viso, ancora rigato di lacrime: quella ridicola giacca di pelle non era certo abbastanza per proteggerla dall'inverno. I capelli scarmigliati, pieni di nodi, erano una massa dorata attorno a lei. Gli stivali marroni erano pieni di fango.
Il bastone picchiettò piano sul pavimento di marmo. La mano che lo stringeva allentò appena la presa, l'anello dorato scintillò alla luce che entrava dall'ingresso lasciato aperto.
«Povera ragazza…» mormorò l'uomo tra sé. Poi un sorriso curvò le sue labbra sottili.
«Tua madre ed io abbiamo avuto un alterco, Henry.» Regina guardò suo figlio negli occhi. «Ha deciso di andarsene. Non so dove sia.»
Il ragazzo la guardò con un misto di preoccupazione, sospetto e delusione negli occhi chiari; le si strinse il cuore.
«Dobbiamo trovarla allora. Non può stare da sola, è pericoloso…»
Regina, in effetti, condivideva le stesse preoccupazioni. Certo, Crudelia, Ursula e Malefica non erano più un problema ma Gold, presumibilmente, era ancora lì da qualche parte. Dubitava tuttavia che avrebbe mai davvero fatto del male ad Emma di persona. Di occasioni ne aveva avute, dopotutto, e non aveva mai agito. Perché farlo ora? Soprattutto se voleva riconquistare Belle…
«Sono preoccupata anch'io Henry, so che Storybrooke può essere pericolosa ma… È pieno giorno, e tua madre sa difendersi da sola. Per di più, suppongo sia semplicemente andata dai tuoi nonni.»
L'adolescente strinse appena le palpebre.
«Mamma, è impossibile che tu stia qui senza fare niente dopo quello che le è successo. Dimmi la verità.» replicò duramente, serio in viso. In quel momento, con quell'espressione severa, le ricordò molto David quando si infuriava con lei. Aveva lo stesso identico sguardo. Dovette trattenere un sorriso al pensiero. Si avvicinò a lui e gli diede un buffetto sul mento.
«Abbiamo litigato, nulla di più. Doveva succedere prima o poi.» tentò di sdrammatizzare con un mezzo sorriso. Henry, tuttavia, sembrava aver ereditato dalla madre il suo sesto senso per le bugie, perché non se la bevve.
«Mamma…»
Regina sbuffò.
«Henry avanti! Cosa vuoi che ti dica? È così, abbiamo discusso e lei se n'è…»
«Dimmi cosa provi per lei.»
La domanda, se così si poteva definire, spiazzò completamente la donna. Guardò il figlio con gli occhi spalancati. Henry era rosso in viso, evidentemente in imbarazzo, ma non distolse lo sguardo.
«Henry, di cosa diavolo…?» Regina tentò di ribattere, ormai rossa in viso anche lei, ma il ragazzo la interruppe.
«Non sono cieco, Ma'. Lo vedo come la guardi. Come vi guardate.»
Regina divenne ancora più rossa. Fortuna il trucco, che copriva in parte l'imbarazzo dovuto a quelle insinuazioni.
«Henry Daniel Mills, smettila immediatamente di dire assurdità! Io non amo tua madre, e lei di certo non ama me!» quasi urlò. Henry sorrise di colpo, e le ci volle del tempo per capire il perché. Esattamente il tempo che ci mise il ragazzo a pronunciare la frase successiva: «Non ho mai parlato di amore.»
Regina, a quel punto, era un peperone infuriato. Sentiva una vena pulsare sulla sua fronte.
«Vattene in camera tua!» gli urlò. L'unico risultato che ottenne fu quello di vedere il suo sorriso crescere.
«No, vado a cercare mamma. A dopo.» disse velocemente prima di darle un bacio sulla guancia e uscire di corsa di casa, zaino ancora in spalla, senza darle il tempo di reagire.
«Che cosa vuoi da me?»
L'uomo continuò ad osservarla. Emma tentò nuovamente di liberarsi, ma era impossibile. La sua magia era troppo potente. Lanciò un grido di frustrazione, gli occhi pieni di lacrime, scossa da brividi. Cercava di trattenere i singhiozzi, ma i ricordi continuavano a susseguirsi ad ondate davanti ai suoi occhi.
«Sono mortificato, Emma.» ripeté Gold. Emma lo fulminò con gli occhi nonostante le lacrime. «Tra poco sarà tutto finito.»
La Salvatrice cercò nuovamente di prendere un respiro profondo nel vano tentativo di arginare il panico. Era di nuovo lì, in quella dannata casa. Il camino era di nuovo acceso, gli odori, maledizione, erano esattamente gli stessi. E lei era immobilizzata da una magia che non poteva contrastare. Di nuovo. Il cuore le scoppiava nel petto.
«Liberami!» urlò contro di lui mentre l'Oscuro tracciava con un ramoscello sporco di sangue e di una strana, vischiosa sostanza nera simboli arcani sul pavimento.
«Non appena avrò terminato.»
«Cosa? Che stai facendo?» gli chiese, la rabbia data dalla frustrazione che nascondeva a stento la paura.
Gold le lanciò appena un'occhiata mentre si avvicinava al camino e lanciava il ramoscello nel fuoco. Ci fu un lampo bluastro, un piccolo scoppio che la fece sussultare. L'Oscuro voltò le spalle alle fiamme e prese il pugnale dalla tasca interna della giacca nera del completo firmato.
«Quello che devo. Non temere, non ti ucciderà, né ti danneggerà in alcun modo. Sto solo accelerando un po' i tempi, prima che sia troppo tardi.»
Emma aggrottò la fronte, confusa più che mai dalle sue parole.
«Ma di che diavolo stai parlando?» mormorò. Poggiò la schiena al muro di legno, esausta. Gold si fermò al centro della spirale di simboli che aveva creato. Si accovacciò e accese una candela rossa con uno sguardo, ponendola esattamente sul primo simbolo.
«Del tuo destino.» chiosò lanciandole uno sguardo cupo. «Del nostro destino.»
Emma strabuzzò gli occhi. Cercò di alzarsi, di liberarsi, ma era inutile. Nonostante il fuoco acceso, la temperatura nella stanza stava diminuendo drasticamente.
«Che stai facendo?» gli chiese, spaventata. Gold posizionò il pugnale sopra la fiamma della candela. Rimase fermo così per qualche istante, in assoluto silenzio, gli occhi chiusi. Poi lasciò andare l'arma, che rimase così, sospesa, come se l'aria calda che si sollevava dalla fiammella fosse bastevole a tenerla a mezzaria. L'Oscuro riaprì gli occhi e li portò su Emma, un sorriso sul volto.
«Sei sempre stata necessaria, Emma.» disse rialzandosi. Con un cenno la costrinse ad alzarsi in piedi e la spostò là sull'ultimo dei simboli vergati a terra. Emma rabbrividì, il fiato mozzo.
«Gold…»
«Fin dall'inizio, sapevo che senza di te non mi sarebbe stato possibile fare ciò di cui avevo bisogno. Mi dispiace che tu abbia dovuto soffrire da… be', da sempre.» disse con una lieve scrollata di spalle «Prima con il sortilegio, poi con Baelfire… e ultimamente qui. Ma sappi che era tutto già prestabilito. Era tutto necessario.»
«Necessario a cosa?» chiese lo Sceriffo, la voce roca, gli occhi in fiamme. Il fumo della candela, sebbene l'oggetto fosse abbastanza distante, arrivava fino a lei facendole bruciare gli occhi. Aveva un odore strano, acre.
«Per questo. Questo, Emma, è il tuo destino.»
La Salvatrice ci mise qualche secondo per capire perché, invece che guardare lei, Gold stesse fissando il pugnale. Le scritte nere incise sulla lama si stavano muovendo, fluide come olio nell'acqua, allontanandosi e coagulandosi in forme sempre diverse. La lama era incandescente, di un arancio acceso, luminoso. La fiamma della candela era nera.
Emma spalancò gli occhi. Le venne la pelle d'oca mentre una sensazione di pericolo si faceva strada sotto la sua pelle.
«Gold che cazzo stai facendo?!»
«Ciò che è necessario, Emma.» rispose velocemente l'uomo mentre riprendeva il pugnale dalla lama ardente. Si avvicinò ad Emma con l'arma in mano, e la donna cercò futilmente di allontanarsi da lui.
«Gold smettila!» urlò, ma l'uomo era impassibile, anzi, quasi allegro.
«E perché mai? Sto agendo per il bene di tutti, per una volta. Farò quello che Belle ha sempre desiderato. Sarò l'uomo che merita.» sorrise. Poi si strappò il cuore dal petto.
Henry non poteva davvero pensare che Regina l'avrebbe lasciato andare in giro per Storybrooke con il Signore Oscuro a piede libero, non ora che non conosceva i suoi piani. Infatti non fu sorpreso di ritrovarsela accanto, dopo che la donna fu apparsa da una vorticante nuvola di fumo viola. Le sorrise tranquillo mentre proseguiva lungo la strada che portava al cimitero. Se conosceva sua madre, e la conosceva, sarebbe andata dove nessuno l'avrebbe cercata. Nessuno tranne lui, ovviamente.
«Ciao Ma'.»
«Henry, torna a casa. Cerco io Emma.» gli disse lei mentre allungava il passo per stargli dietro. Era abbastanza alto da metterla in difficoltà ormai, soprattutto se portava i tacchi. E li portava sempre.
«Se avete litigato non vorrà vederti. Meglio che ci parli io.»
«Henry non farmelo ripetere.»
Quel tono e quella frase lo avrebbero mandato nel panico fino a pochi anni prima. Ma ora conosceva anche lei, e sapeva che non gli avrebbe mai e poi mai fatto del male.
«Mamma.» disse, fermandosi per fronteggiarla. «Voi due non sapete comunicare. Lascia provare me, questa volta.»
Regina strinse appena le palpebre, il che significava che l'aveva irritata. Niente di nuovo. Henry sorrise tra sé.
«Abbiamo passato molto tempo insieme ultimamente, abbiamo imparato a comunicare l'una con l'altra…»
Il ragazzo aggrottò la fronte.
«Davvero? Per questo è scappata da casa?»
Regina incassò il colpo. Premette le labbra tra loro e abbassò momentaneamente lo sguardo. Si abbracciò i fianchi, evidentemente a disagio.
«È complicato…»
Henry posò una mano sulla spalla della madre, inducendola a guardarlo di nuovo.
«Ma', non devi spiegarmi niente, ho capito. Ma ora dobbiamo ritrovarla. È pericoloso.»
Regina guardò a lungo il figlio negli occhi, un sospiro a scuoterla leggermente. Annuì.
«Sì. Ma non così. Perderemmo solo tempo.»
Henry le rivolse uno sguardo confuso.
«E come?»
Un piccolo sorriso curvò le labbra del Sindaco.
«Così.» disse prima di muovere una mano in aria e far apparire la copertina di Emma con il suo nome ricamato nella sua mano sinistra. Henry le sorrise mentre la madre passava la mano destra sull'oggetto, lanciando un incantesimo di localizzazione. La copertina si sollevò in aria e si spostò alle loro spalle, dal lato opposto rispetto alla cripta di Regina. Henry ignorò la delusione di aver sbagliato e seguì la coperta e la madre, concentrandosi sulla missione.
Il cuore di Gold era una piccola massa globosa nera come pece. A differenza degli altri cuori che aveva visto, non riluceva minimamente. Sembrava fatto d'ombra.
Emma lo guardò negli occhi, ora neri, completamente, come il cuore. L'uomo pronunciava strane parole in una lingua che Emma non aveva mai udito. Le sussurrava all'aria ora bollente che li circondava. Il pugnale, al contrario del cuore, splendeva tra le sue dita come un faro nella tempesta.
«Gold! Smettila!» tentò di nuovo di urlargli, ma lui non sembrò udirla. Poi qualcosa accadde: dalle linee fluide che si contorcevano sulla lama incandescente scaturì un rivolo nero che colò sul cuore di pece, ricoprendolo. Gold cadde in ginocchio, ma non smise di pronunciare quelle strane, inquietanti parole.
«Gold!»
Il rivolo nero cadde lento e vischioso a terra, e quando sfiorò i simboli vergati dall'Oscuro essi si illuminarono di un colorito violaceo e ammonitore. Emma cercò di spostarsi, di fuggire da quella melma che sembrava dotata di vita propria ora che seguiva la spirale, dirigendosi verso di lei. Mentre seguiva quell'ineluttabile quanto lento percorso notò con la coda dell'occhio un lucore, seppur lieve, provenire dalla mano dello stregone. Quando la poltiglia fu completamente colata dal pugnale e poi dal cuore, vide che quest'ultimo era, incredibilmente, puro e luminoso. Ma Emma non ebbe il tempo di vedere altro, perché la vischiosa sostanza del colore delle ombre la raggiunse. La Salvatrice urlò di orrore mentre il suo tocco gelido le attraversava la pelle, fondendosi col suo spirito.
