La coperta si fermò a venti metri dallo chalet, quando Regina interruppe l'incantesimo e trattenne Henry dall'avanzare. Il ragazzo si voltò stupito verso la madre.
«Che aspettiamo? È lì dentro!» esclamò, ma la madre fissava quel cottage come se volesse dargli fuoco seduta stante. «Mamma?»
«Torna a casa. Ci penso io.» gli rispose lei, cupa e minacciosa come non la vedeva da anni, gli occhi scuri fissi sullo chalet. Sentì i capelli drizzarglisi sulla nuca. Non protestò.
«Okay. Vado ad avvisare i nonni.»
Regina annuì appena e avanzò decisa verso il cottage. Dopo un ultimo sguardo preoccupato, Henry corse verso la città.
Le varie modalità in cui avrebbe potuto uccidere lentamente Gold erano l'unico pensiero nella mente di Regina mentre avanzava verso lo chalet nel bosco. Poteva percepire la sua magia permeare l'aria come tanfo di cadavere. L'odio accendeva i suoi occhi, faceva crepitare la sua mano destra. Buttò giù la porta con un gesto del dito indice.
Voleva gridare il suo cognome con tutta la rabbia che aveva, ma ciò che si ritrovò davanti fu troppo sconvolgente per permetterglielo. Emma non c'era, non in quella stanza. Rumple, invece, sorrideva come un imbecille, un cuore perfettamente puro in mano. Era seduto a terra, una gamba, quella sana, piegata, l'altra stesa.
«Dov'è Emma?» gli chiese, un ringhio. Gold continuò a sorriderle. Si rialzò a fatica.
«Era qui un minuto fa. Se n'è appena andata.» rispose prima di mettersi il cuore nel petto. Regina sussultò.
«Che le hai fatto?» urlò, la voce che le tremava. Se quel cuore…
Ma Gold sorrideva, anzi, aveva gli occhi lucidi ora.
«Nulla per cui non fosse destinata. Mi ha salvato. Lei può farcela.»
Regina si accigliò.
«Di chi è quel cuore Gold?»
Lui la guardò come se la risposta fosse più che ovvia.
«Mio.»
Le labbra del Sindaco si dischiusero. Solo allora notò i simboli che sembravano aver bruciato le assi di legno del pavimento, la cera rossa al centro della spirale, il pugnale abbandonato a terra. Era cambiato, lo vedeva, ma non riusciva a capire perché da quella distanza. Si avvicinò di qualche passo, quanto bastava per leggere la scritta sulla lama, per abitudine più che altro. Impallidì quando, invece che Rumplestiltskin, lesse Emma Swan.
Fece due passi indietro, barcollando. Guardò Gold, gli occhi spalancati, poi di nuovo il pugnale, e ancora l'uomo.
«Che le hai fatto?» sussurrò, sconvolta. Non era possibile. L'unico modo per diventare un Signore Oscuro era uccidere il precedente con il pugnale. Non era…
«So cosa stai pensando, Regina.» replicò lui, tranquillo. Recuperò il bastone che aveva poggiato contro la poltrona e si voltò di nuovo verso di lei, avvicinandosi a passo lento e claudicante. «Ma morire non era un'opzione per me. Non così. Emma era destinata a diventarlo, prima o poi. Meglio per un rituale che per omicidio, non trovi?»
Regina ci mise qualche secondo a metabolizzarlo. Emma era la Salvatrice, e la Signora Oscura. Emma. La sua Emma. Sentì la rabbia montarle dentro come un tornado. Alzò di scatto la mano destra e mozzò il respiro di Gold con una scarica di potere, sollevandolo da terra. Il bastone gli cadde di mano e urtò il pugnale.
«Tu ripeterai il rituale e ti riprenderai la tua oscurità. Non farai di Emma un mostro.» ringhiò. Gold, sebbene faticasse a respirare, sorrise.
«Non è possibile ripetere il rituale…» tossì «… esiste una sola candela di Ghartas. Esisteva.» si corresse, indicando la cera sciolta e bruciacchiata a terra con un movimento degli occhi. Regina urlò di frustrazione e lo scagliò contro il muro. Gold rovinò a terra tossendo.
«Trova un modo di farla tornare quella che era o ti giuro, Gold, che tu, Belle e chiunque tu abbia a cuore ne pagherete le conseguenze.» latrò fulminandolo con lo sguardo. Afferrò poi il pugnale da terra e uscì come una furia da quella maledetta casa. Mentre se ne andava, diede fuoco alle pareti con un gesto rabbioso della mano, senza curarsi se Gold stesse uscendo o meno.
Regina fissava il pugnale da almeno un'ora. I suoi occhi erano avviluppati dagli intricati intarsi neri sulla lama lucida, e il nome scritto su di essa la tormentava come se fosse il suo. Emma Swan. Ne sfiorò la forma concava e netta con i polpastrelli. Le lacrime premettero sugli occhi. Emma. Si soffermò sulla E, accarezzandone i bordi.
«Mi dispiace.» sussurrò alla casa vuota. Henry era dai nonni. Non aveva ancora spiegato loro cosa fosse successo, solo che Gold aveva fatto qualcosa ad Emma, ma nulla che la Salvatrice non potesse gestire. Ed era così. Era così? Lo sperava, ci credeva. Emma era forte, non avrebbe mai ceduto all'oscurità, non l'aveva fatto neanche… ma questo era diverso. Diventare l'Oscuro…
Regina raddrizzò la schiena. Era ora di scoprirlo.
«Emma Swan.» disse, la voce arrochita dal pianto inespresso. Se la schiarì un istante dopo. Attese, seduta nel suo studio, dove avevano passato tante ore insieme, scambiandosi nient'altro che qualche sguardo sfuggente, il sorriso sulle labbra.
La Signora Oscura apparve davanti a lei da un vortice di fumo nero.
