Vi avviso prima così non vi prende un colpo a fine capitolo, questo è l'ultimo. Vi ringrazio immensamente per ogni like, commento e lettura. Questa storia non sarebbe mai andata avanti senza di voi «3 E scusate per l'attesa per questo aggiornamento!

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Emma si risvegliò tra gli alberi. Curioso, sorrise una voce nella sua mente. Era davanti allo stesso albero che l'aveva catapultata lì trent'anni prima. Si mise a sedere, poi si alzò. Si aspettava un capogiro, debolezza. Invece non si era mai sentita meglio. Si guardò le mani. Erano normali. Si toccò la faccia, ma non sembrava che qualcosa fosse cambiato. Tastò la giacca, era pulita. Della melma nera non c'era traccia. Solo… un sibilo nella sua testa, onnipresente, basso e acuto al contempo. La spingeva a camminare, così lo fece. E seppe, senza saperlo, che si stava dirigendo verso la città. Solo dopo lo razionalizzò notando la posizione del Sole nel cielo, tra le fitte fronde verdi. Poi, di colpo, proprio come se fosse accanto a lei, sentì Regina pronunciare il suo nome, e mentre faceva un passo si ritrovò nel suo studio. Rischiò di cadere, ma mantenne l'equilibrio, sebbene un po' goffamente. Si guardò intorno, spaesata. Vide la stessa espressione sul bel viso di Regina.

«Regina…» mormorò, confusa. Il brusio nella sua mente era aumentato, e ne comprese la causa un istante dopo: il pugnale. Sentiva che era quello a chiamarla. Si avvicinò di un passo alla scrivania, gli occhi fissi sulla lama. Regina si alzò in piedi e fece il giro della scrivania, ma lasciò l'arma sul ripiano. Quando si fermò davanti a lei, il pugnale era coperto dal suo corpo alla sua vista.

«Emma! Stai bene? Come ti senti?» le chiese, la preoccupazione che faceva vibrare la sua voce. La bionda alzò gli occhi su di lei, incontrando il suo sguardo. Era sincera, non fingeva. Eppure sentì un muro crearsi tra di loro, enorme e spesso sebbene ci fosse appena un passo di distanza tra i loro corpi.

«Dammi il pugnale.»

Regina spalancò gli occhi. Deglutì ed indietreggiò appena, poggiando natiche e palmi alla scrivania di legno lucido.

«Te lo darò.» disse, accondiscendente. «Ma prima voglio sapere se stai bene.»

Emma piantò gli occhi nei suoi.

«Sto bene. Ora dammi il pugnale.» replicò secca. Regina si umettò le labbra e si mordicchiò l'inferiore, evidentemente sul punto di operare una scelta. Infine, con un lieve sospiro, si voltò appena per prendere il pugnale. Gli lanciò un'occhiata, poi glielo porse, cercando il suo sguardo. Ma Emma fissava il pugnale. Glielo strappò dalle mani. Chiuse gli occhi e sospirò di sollievo quando l'insopportabile brusio nella sua mente si quietò.

«Grazie.» sospirò, rilassandosi. Quando riaprì gli occhi incrociò lo sguardo preoccupato di Regina. Fece spallucce.

«Lo sentivo. Era fastidioso.» spiegò brevemente. Il Sindaco sembrò sul punto di spezzarsi come un filo troppo teso.

«Emma troverò un modo di aiutarti. Fosse l'ultima cosa che faccio.»

L'Oscuro aggrottò la fronte. Lanciò un'occhiata al pugnale prima di incastrarlo tra la cintura ed i jeans. Risistemò la giacca rossa.

«Be', non lo sarà. Non c'è niente da fare e…» di nuovo, si strinse nelle spalle mentre tornava a guardarla. «… non c'è neanche motivo di farlo. Sto bene, davvero.» Si sforzò di sorriderle e le voltò le spalle, pronta ad andarsene. Non era in condizioni di affrontarla, non ora che si sentiva ancora addosso l'odore di quel cottage. Lo odiava. Voleva solo mettersi sotto la doccia e farlo andare via. Ma Regina la fermò afferrandole delicatamente il braccio destro. Emma si voltò a guardarla, stupita. E fu ancora più sorpresa di vedere i suoi occhi scuri così lucidi, umidi. Istintivamente pronunciò il suo nome, o pensò di farlo. Era così vicina che sentiva il suo respiro sulla pelle.

«Mi dispiace Emma. È colpa mia, della mia stupidità. Se non ti avessi allontanata…»

La Salvatrice, l'Oscuro, si corrucciò a quelle parole.

«Regina sto bene. Non mi sento diversa, davvero. A parte la storia del pugnale e… be', a volte so cose che non so ma… Sono solo stanca. Davvero, voglio solo andare a casa a fare una doccia. Sono stanca.»

La guardò mordicchiarsi nuovamente il labbro inferiore. Il rossetto se ne stava andando in quel punto. Era così vicina… Riusciva a vedere le striature di un castano più chiaro nelle sue iridi, e le ciglia, così lunghe, anche senza mascara. Sembravano piume di corvo. Un movimento riportò la sua attenzione alle sue labbra, ora dischiuse.

«Emma…» la sentì mormorare, quasi un sussurro. Emma deglutì. Il modo in cui pronunciava il suo nome le aveva sempre suscitato emozioni assurde, ma ora… come l'aveva detto ora, con quel pizzico di disperazione, e così tanto calore, la mandò fuori di testa. Le prese il viso tra le mani e la baciò, la mente vuota, puro istinto. La sentì irrigidirsi, ma fu solo un attimo. Proprio mentre il bacio stava facendosi più intenso entrambe, all'unisono, si divisero, facendo un passo indietro. Regina per poco non inciampò nel divano.

Si guardarono, stupite entrambe, sconvolte, i cuori che battevano come folli sotto le casse toraciche. Emma sentiva le guance in fiamme, così come il sangue che scorreva bollente nelle vene, accelerando il suo respiro. Regina sbatté le palpebre ripetutamente. Abbassò lo sguardo, si leccò le labbra mentre si sistemava, inutilmente, i capelli con un gesto nervoso della mano destra.

«Io… mi dispiace, non avrei dovuto…» disse, senza guardarla. Emma poteva vedere le sue gote arrossarsi gradualmente davanti ai suoi occhi. Cercò di ragionare, ma il cervello ancora era staccato. Quindi agì.

«Sta' zitta.» sussurrò saltandole praticamente addosso, prendendola di sorpresa. La spinse sul divano e le fu sopra. Le baciò il collo, poi di nuovo le labbra. Erano così morbide, e piene, e dal momento in cui le aveva assaggiate aveva saputo che non sarebbe stata più in grado di farne a meno. Ascoltò le sue deboli proteste tra i gemiti di piacere.

«Emma, non dovremmo… non è giusto.»

Tornò a baciarle il collo. Strappò i primi due bottoni della camicia bianca del Sindaco tirandola per scoprire quella pelle così calda.

«Zitta.» La voce di Emma raschiò l'aria, roca d'eccitazione.

«Non sei in te…»

La bionda alzò la testa per guardarla negli occhi.

«Non sono mai stata me stessa più di ora. E neanche tu.»

Rimasero un istante in silenzio, scambiandosi quegli sguardi, l'uno stupito e dubbioso, l'altro deciso. Poi Emma strappò il resto dei bottoni della camicia di Regina, si sfilò il pugnale dalla cinta e lo lanciò a terra insieme alla giacca e si tolse il maglione chiaro. Seduta su di lei, la guardò dall'alto.

«Dimmi che non è quello che vuoi veramente, e sparirò all'istante.» mormorò guardando l'altra donna negli occhi scuri, foschi di desiderio ma illuminati da una lieve ma indomabile paura. Lo sguardo di Regina cadde sul suo corpo seminudo. Lo sfiorò timidamente con le dita, gli occhi lucidi. La guardò negli occhi.

«Non c'è niente che io desideri, o abbia mai desiderato, più di te.» sussurrò, la voce che tremava appena. Emma sentì gli occhi farsi pesanti, umidi. Un sorriso e un moto di commozione si mescolarono. Sentì il cuore battere più vigoroso, pieno, illuminato e scaldato dal sentimento che vedeva riflesso negli occhi castani. Si chinò su di lei e la baciò dolcemente. Esistevano solo quelle labbra, solo quel profumo, quel calore. Né passato, né presente o futuro, nient'altro oltre loro. La baciò finché non furono entrambe affamate d'aria, poi finì di spogliarla e spogliarsi, e sfiorò delicatamente quel corpo che rasentava il perfetto. Regina seguiva i suoi movimenti, gli occhi nei suoi, e la tirò più vicina, finché non ci fu più nulla a separarle. La mano di Emma, stretta tra loro, si insinuò tra le sue gambe e accarezzò il calore liquido che bagnava le sue labbra. Si mosse lentamente su di lei, con pazienza, eppure l'orgasmo arrivò presto, riempendola e svuotandola al contempo. Ansimando, Regina le accarezzò il viso. Si baciarono ancora, facendo danzare le lingue, poi Regina si mosse e scivolò con cautela via da lei, in ginocchio sul tappeto. La guidò con le mani sui fianchi per farla sedere sul divano, le fece divaricare le gambe per immergersi tra di esse e leccarla e baciarla. Emma chiuse gli occhi e poggiò spalle e collo allo schienale in morbida pelle, gemendo, la testa all'indietro.

«Sicura di stare bene?»

Emma ridacchiò.

«Sarà la decima volta che me lo chiedi.»

Regina si sollevò sul gomito. Lo Sceriffo la guardò. Con i capelli scompigliati, nuda, la sua giacca a coprirle una spalla e la schiena, era la cosa più bella che avesse mai visto.

«Emma, abbiamo fatto l'amore, dopo… lo sai. E sei diventata la Signora Oscura. Ho motivo di essere preoccupata per il tuo stato mentale.»

Per tutta risposta, Emma le baciò la punta del naso, un sorriso sul volto.

«Sono seria Swan!» sbottò la mora. Emma rise.

«Lo so, lo so! Ma te l'ho detto, sto bene.» Afferrò delicatamente una ciocca di capelli scuri e se la rigirò tra le dita. «Non dico di non percepirlo. Il potere di Gold, dico. Ma sto bene. Non mi cambia niente, se non che ora so esattamente di cosa sono capace e sono in gradi di fare più cose. Tutto qua. Non me ne frega niente, sono sempre io. Ti è tanto difficile crederlo?» le chiese guardandola ora negli occhi, la fronte aggrottata. La preoccupazione sembrò svanire dal volto di Regina, scacciata da un sorriso.

«No. No, non è affatto difficile. Sapevo che ce l'avresti fatta a gestire l'oscurità. Volevo solo…»

Emma le rivolse un sorriso accusatore.

«Volevi solo esserne sicura.»

«No!» esclamò la mora, una bambina sorpresa a rubare caramelle «Io… non intendevo…» balbettò. Emma rise e si sollevò per baciarla, facendo scricchiolare appena il divano di pelle.

«Va tutto bene Regina. Avrei reagito allo stesso modo, se fosse stato il contrario.»

La mora la guardò negli occhi, un misto di rimprovero per averla messa in difficoltà e rimorso nei suoi.

«Sarebbe dovuto essere al contrario.» mormorò. Emma scosse la testa.

«No, invece.» replicò seria. Poi sorrise. «Tu non potresti gestirla.»

Regina spalancò occhi e bocca e le mollò uno schiaffetto sulla spalla. Nel gesto, la giacca scivolò dietro di lei, così, svelta, la riprese e si ricoprì il fianco esposto all'aria fresca della stanza.

«Miss Swan, sei offensiva nonché… presuntuosa!»

Emma non riusciva a trattenere le risa.

«Ma è la verità!» esclamò ridendo.

«Te la faccio vedere io la verità!» ringhiò giocosamente la mora prima di cercare di farle il solletico sui fianchi. Emma rideva già a crepapelle, perciò le fu difficile replicare.

«Vedi? Sei vendicativa e violenta!» ansimò. Questa volta, anche Regina scoppiò a ridere.

«Ho una reputazione da mantenere!»

Finirono a terra, e solo la magia di Regina evitò ad Emma una clavicola incrinata. Sopra di lei, il Sindaco sogghignò.

«Sono sempre più brava io con la magia.»

Emma sorrise appena e inarcò le sopracciglia.

«Bene, perché ho proprio voglia di scoprire in quanti modi possiamo usarla mentre siamo nude e sole.»

Il sorriso della mora si fece malizioso.

«Non ne hai idea.»