Capitolo I: Il ritorno di una vecchia amica

Scott Summers, alias Ciclope, era seduto immobile nel laboratorio medico sotterraneo.

Il regno di Jean Grey.

I l giorno prima, uscendo dallo studio di Xavier, Logan gli aveva detto che Jean aveva fatto anche un'altra scelta, oltre a quella di sacrificare la propria vita per salvare quella di tutti loro: aveva scelto lui, Scott. Bastardo arrogante!, aveva pensato in un impeto di rabbia, voltandogli le spalle senza rispondere. Come se Jean avesse mai potuto prendere realmente in considerazione Wolverine… L'ira era poi rapidamente svaporata, lasciando il vuoto dietro di sé. No, forse il bastardo arrogante era lui, Scott: chi era lui per pensare che Jean non avrebbe mai volto lo sguardo su qualcun altro? Certo, tra Logan e lei c'era un abisso di differenza, l'orso e la libellula, il lupo e la colomba… eppure, anche Ciclope doveva ammettere che il rivale aveva un suo fascino. E soprattutto era un brav'uomo: nonostante tutte le sue riserve, i suoi modi rozzi, il suo cinismo e l'apparente egoismo, Wolverine si era rivelato una persona su cui si poteva contare. Sì, ci aveva provato con la sua donna, ma la decisione ultima era spettata a Jean. E lei aveva scelto Scott.

Peccato che non fosse vissuta per concretizzare quella scelta negli anni a venire…

Perché non riusciva a piangere? Il petto gli doleva in modo intollerabile, faticava a respirare, si sentiva vuoto, vuoto… e non una lacrima solcava il suo volto impietrito.

Non riusciva a credere che lei fosse morta, maciullata dalla forza immane delle acque furibonde provenienti dalla diga crollata di Alkali Lake. Era riuscita a controllare quelle acque col suo potere telecinetico, allo stesso tempo sollevando il jet i cui motori non volevano saperne di accendersi, e quando finalmente Tempesta era riuscita a farli partire, si era lasciata andare.

Perché?

Perché non aveva permesso a Nightcrawler di teleportarla dentro il jet in partenza?

Perché non aveva usato il suo enorme potere per salvare anche se stessa?

Scott il fine stratega, comandante degli X-Men, vagliava senza posa le opzioni per trovare una spiegazione, ma Scott l'amante addolorato non gli permetteva di pensare con la chiarezza necessaria e la sua mente turbinava inutilmente attorno alla stessa domanda, ora dopo ora.

Il tempo trascorse; fuori nel mondo, il pomeriggio s'incupì nella sera, la sera divenne notte. Le stelle sorsero e tramontarono. E Ciclope continuava a rimanere immoto come una statua di marmo nel laboratorio che era stato il regno di Jean Grey, il suo amore, la sua vita.

OOO

Nella fredda ora che precede l'alba, nel vialetto d'accesso della scuola si fermò un taxi, dal quale discese una giovane donna non molto alta, ma assai ben fatta, con lunghi capelli bruni che le scendevano sulla schiena ed occhi d'un vellutato color marrone.

Il taxista, un uomo robusto di mezza età, si affrettò a scendere a sua volta dal veicolo per aprire il baule.

"L'aiuto a portare dentro il bagaglio", si offrì mentre scaricava, parlando con il tipico accento strascicato di New York.

"Grazie", accettò la donna con distratta gratitudine. Mentre l'autista la seguiva su per la gradinata che conduceva all'ingresso, portando la valigia grande ed il trolley, frugò nella borsetta e pescò le chiavi con cui aprì il portone. Entrò, precedendo il taxista e, mentre questi posava le valigie sul pavimento di marmo lucido, estrasse il portafogli.

"È stato di parola", commentò, allungandogli l'importo della corsa ed una generosa mancia, "Non ci ho mai messo così poco ad arrivare dall'aeroporto a qui."

"Quando m'impegno, m'impegno", affermò l'uomo, toccandosi il frontino del berretto da baseball che indossava, "Grazie, signorina."

"Grazie a lei. Arrivederci", lo congedò la giovane donna, riponendo il portafogli. Il taxista uscì, salì sul suo veicolo e ripartì; la donna usò il telecomando per assicurarsi che il grande cancello di ferro battuto si aprisse per permettergli di uscire, poi lo richiuse. Tirando un profondo respiro misurato, si voltò, chiuse la porta e, prese le valigie, fortunatamente entrambe dotate di rotelle, si avviò verso l'ascensore, il cui accesso era nascosto da pannelli di legno del tutto simili a quelli che rivestivano le pareti dell'atrio: era stato installato per agevolare il padrone di casa, Charles Xavier, che viveva su una sedia a rotelle da quasi vent'anni, ma tornava utile in circostanze come quella anche a chi aveva la fortuna di camminare con le proprie gambe, come lei.

Salì al secondo piano, dove si trovavano le camere da letto del personale docente e degli eventuali ospiti; uscendo dall'ascensore, voltò alla propria sinistra e procedette il più silenziosamente possibile, non volendo svegliare chi stava ancora dormendo a quell'ora antelucana. All'incrocio con un altro corridoio svoltò a destra: la sua camera era in fondo a quel passaggio. Entrò: la porta non era chiusa a chiave – nessuno si sarebbe sognato di rubare qualcosa, con due telepati a portata di mano. Uno solo, adesso; il pensiero colpì la donna come una mazzata in testa, e gli occhi scuri le si riempirono di lacrime. Serrò le palpebre ed un singulto le sfuggì dalla gola, poi scoppiò in un pianto dirotto. Si era controllata per tutto il lungo viaggio da Hong Kong, e prima della partenza non ne aveva avuto il tempo, dovendo impegnare tutte le sue energie per trovare un mezzo di trasporto dopo i disastri causati dal Blackout, ma adesso era tornata a casa e poteva sfogare il suo dolore per la perdita della migliore amica che avesse mai avuto. Lasciò cadere le valigie e si gettò sul letto, emettendo lamenti strazianti: lì nessuno poteva udirla, essendo la sua camera abbastanza isolata dalle altre occupate. Alti singhiozzi riempirono la stanza.

OOO

Quasi dall'altro lato di quella stessa ala della magione, Logan si svegliò di soprassalto. Si guardò intorno freneticamente: non era stato uno dei suoi soliti incubi a strapparlo dal sonno, bensì un suono; si mise in ascolto, e subito il suo udito, acuto come quello dell'animale che gli dava il nome di battaglia, colse di nuovo il rumore che lo aveva allarmato: qualcuno stava piangendo, così forte da spezzare il cuore. Pensando preoccupato che poteva trattarsi di Rogue, la sua protetta, si alzò e si infilò rapidamente un paio di jeans ed una camicia felpata, poi uscì dalla stanza. Gli fu subito chiaro che quel suono penoso non proveniva dalla stanza di Marie, che era situata al piano inferiore, proprio sotto alla sua, bensì da una camera che aveva sempre visto vuota durante i suoi brevi soggiorni alla scuola, ubicata all'estremità opposta del corridoio che incrociava quello su cui era posta la sua stanza. Poiché non credeva ai fantasmi, Logan pensò che durante la notte doveva essere arrivato qualcuno che aveva occupato quella camera; forse questo qualcuno conosceva Jean e ne stava piangendo la morte, così come stava facendo lui, sebbene in modo assai meno drammatico.

Chiedendosi chi mai poteva essere questa persona giunta nel cuore della notte, Wolverine tornò a ritirarsi in camera sua, ma oramai il sonno se n'era andato, così pensò di mettersi una tuta e di andare a correre nel parco finché non veniva ora di colazione.

OOO

Lo sfogo della giovane donna durò a lungo, poi pian piano cominciò a quietarsi, ed infine non ebbe più lacrime; allora si alzò, prese il beauty case dal trolley ed andò a fare una doccia bollente.

Q uando giudicò tornato accettabile il proprio aspetto, si vestì, scegliendo una maglia scollata color fucsia ed un paio di jeans neri attillati; guardandosi nello specchio a figura intera dell'armadio, i capelli bruni raccolti in una lunga coda di cavallo, pensò che nessuno le avrebbe dato più di venticinque o ventisei anni, se si fosse soffermato al fisico, ma i suoi occhi in quel momento esprimevano un'età parecchio maggiore; infatti, sentiva i suoi molti anni pesarle sulle spalle come un enorme macigno. Raddrizzò la schiena con un improvviso moto di sfida: maledizione, non era la prima volta che perdeva qualcuno che amava, e non sarebbe stata neppure l'ultima; la vita le aveva riservato molte prove amare ed avrebbe continuato a farlo, ma mai si era lasciata spezzare e non lo avrebbe permesso nemmeno ora. Lei era la più forte, emotivamente parlando, tra tutti coloro che abitavano in quella casa, ed era suo dovere sostenerli in quell'ora di sconforto.

Nascose la propria disperazione sotto una patina di quieto dolore ed uscì.

OOO

Edna McCoy era come al solito indaffarata dietro ai fornelli: era la cuoca della scuola e, sebbene addolorata come gli altri per la morte di Jean, era consapevole che i ragazzi avevano bisogno di mangiare. Inoltre, tenersi occupata le impediva di pensare troppo.

"Ciao, Edna", udì una voce nota provenire dalla porta. Si girò e vide la bella donna bruna sulla soglia della cucina.

"Miriam!", esclamò, posando il mestolo, "Sei tornata!"

Le andò incontro e l'abbracciò come una figlia, sebbene sapesse perfettamente che l'altra era in realtà molto più vecchia di lei.

"Sì", confermò Miriam, ricambiando l'abbraccio, "Sono tornata appena mi è stato possibile, il traffico aereo è impazzito dopo il Blackout."

"Povera Jean…", mormorò Edna, torcendosi le mani e tornando a girarsi per abitudine verso i fornelli, "Non riesco ancora a crederci… è terribile, terribile."

Ricacciò le lacrime mentre rimestava il composto per le frittelle.

"L'unica cosa che mi consola", disse piano Miriam, "è che so che un giorno ci incontreremo di nuovo e cammineremo ancora insieme su questa Terra: coloro che si sono molto amati si ritrovano sempre."

"Invidio la tua fede", dichiarò la donna con un sospiro, "Sebbene la mia dica che la ritroverò in paradiso, dove non dubito che una persona buona come lei debba andare, non riesco a crederci davvero. Forse perché penso che io non ci andrò, in paradiso", sbottò con cupo umorismo, "O forse perché penso che la vita che conosciamo è tutto quello che c'è, ed in realtà dopo la morte non andiamo proprio da nessuna parte."

"Ognuno è libero di credere ciò che ritiene la verità", ribatté Miriam pacatamente.

"Oh, basta con questi discorsi metafisici!", esclamò Edna, che era una persona molto pragmatica e si sentiva a disagio con quel tipo di argomenti, "Vuoi fare colazione?"

"Aspetterò gli altri", rispose Miriam, senza stupirsi del brusco cambio di soggetto, un atteggiamento tipico della donna, "Ma grazie lo stesso."

In quella sopraggiunse Peter Rasputin, detto Colosso, uno degli allievi più anziani della scuola, un diciannovenne col fisico di un culturista e l'anima di un poeta; la sua mutazione gli permetteva di trasformare la pelle in una corazza d'acciaio, impenetrabile perfino alle pallottole più potenti.

"Miriam! Bentornata", l'accolse, stringendole la mano con una delicatezza inaspettata dato il suo aspetto imponente. A differenza degli altri X-Men, che erano anche insegnanti di quei ragazzi e che perciò dovevano mantenere una certa distanza, lei permetteva loro di chiamarla per nome.

"Spaziba, Piotr", disse in russo, una delle tante lingue che padroneggiava alla perfezione, "Come stai?", domandò, tornando all'inglese per riguardo a Edna.

"Bene, date le circostanze", rispose il ragazzo, mentre un'espressione rattristata sostituiva la pur sincera gioia per il ritorno di Miriam, "La dottoressa Grey era…", s'interruppe, schiarendosi la gola, "Le volevo molto bene", concluse, abbassando lo sguardo ed arrossendo per l'imbarazzo.

"Sei in ritardo", intervenne Edna, con quello che era solo all'apparenza un rimprovero, in realtà una manovra per toglierlo dall'impaccio, "Le uova strapazzate sono già pronte."

Tutti i ragazzi della scuola, a turno, dovevano aiutare in cucina; non a preparare le pietanze – Edna non lo avrebbe permesso a nessuno, neppure agli adulti – ma a portarle in sala e posizionarle sul buffet nei portavivande coperti e riscaldati.

"Le porto subito fuori", si affrettò a dichiarare Peter, afferrando il vassoio tenuto fino ad allora in caldo nel forno a microonde.

"Poi c'è il bacon!", gli lanciò dietro Edna mentre usciva. Miriam si affrettò a lasciare la cucina per non intralciare e seguì il ragazzo nella sala da pranzo ancora vuota, dove voleva aspettare Xavier e gli altri.

I primi ad arrivare furono tuttavia alcuni ragazzi; tra di loro c'erano Rogue e Bobby Drake, detto Iceman, l'uomo di ghiaccio, per la sua capacità di manipolare il freddo. Non appena la vide, Marie le corse incontro.

"Oh, Miriam, mi dispiace tanto…", mormorò. Nell'abbracciarla, fece attenzione a non toccare la sua pelle con la propria; sebbene stesse tentando di imparare a controllare la sua mutazione, che consisteva principalmente nel rubare l'energia vitale – donde il suo soprannome, ladra – attraverso il contatto epidermico, era ancora ben lungi dal poter toccare qualcuno senza pericolo per la sua incolumità.

"Grazie, cara", disse Miriam commossa: Rogue sapeva quanto lei e Jean fossero amiche e desiderava offrirle il proprio conforto. A lei, che era venuta per confortare gli altri. Ebbene, ne avrebbe avuto bisogno.

A nche Bobby si avvicinò e le strinse il braccio con fare consolatorio, seppure impacciato nel mostrare le proprie emozioni, come tutti i maschi adolescenti

Poco dopo giunse Ro, in compagnia di un essere dalla pelle di un blu così scuro da parere quasi nero e dall'aspetto assai inquietante. Miriam ebbe un sussulto involontario nonostante avesse visto mutanti dalle sembianze ancor più strane di questo, ma nessuno di loro era così simile ad un gargoyle, i guardiani delle cattedrali dalle fattezze demoniache. Lo sconosciuto notò il suo trasalimento ed abbassò gli occhi gialli, dalla pupilla verticale, assumendo un'espressione addolorata. Miriam provò un inaspettato moto di pietà per lui.

"Darkarrow!", esclamò Ro, chiamandola col suo nome da battaglia, freccia scura, e correndo ad abbracciarla come avevano già fatto Edna e Marie, "Grazie alla Dea sei tornata…"

Se Jean era stata la sua migliore amica, tra lei e Ro c'era un'amicizia d'altro tipo, costruita su basi differenti, principalmente la condivisione di una fede diversa e più antica di quella cristiana. Quando quindici anni prima si erano incontrate, a Lagos in Nigeria, era stata soprattutto Miriam a convincere Ororo, allora sedicenne assai spaventata dai propri poteri, a venire negli Stati Uniti, e ciò grazie al fatto che erano entrambe seguaci della Dea. Certo, la conoscevano con nomi e caratteristiche diversi, Miriam come Reitia, divinità taumaturga delle genti che anticamente abitavano il suo luogo natio, e Ro come Oya, divinità orisha della tempesta; ma entrambe erano materne protettrici del loro popolo, e spietate avversarie dei loro nemici. Inoltre, tutte e due le donne erano abili con i rimedi naturali, che si trattasse di piante officinali, oli essenziali o cristalli. Tutto ciò aveva creato tra di loro un legame unico, non condiviso né condivisibile con altri alla scuola di Xavier, neppure con i Nativi Americani, che credevano in un Dio maschile. Alla scuola, Ro aveva completato i suoi studi classici, aveva imparato a dominare il suo terrificante potere sui fenomeni atmosferici ed era diventata adulta.

Rogue e Bobby si fecero da parte, recandosi al buffet per prendere quanto desideravano per colazione.

Dopo aver ricambiato l'abbraccio, Miriam si girò verso il bizzarro accompagnatore di Tempesta.

"Sono Miriam Angelini, o Darkarrow", si presentò, porgendogli la mano. Un po' sorpreso dal suo gesto, inaspettato dopo la reazione che aveva colto in lei precedentemente, l'altro esitò un istante prima di stringergliela; la donna notò che aveva due grosse dita dotate di possenti artigli ed un pollice opponibile. Vista più di vicino, la sua pelle appariva ricoperta di bellissimi tatuaggi geometrici dalle linee sottili, perfino sul viso.

"Kurt Wagner, detto Nightcrawler", disse, parlando con un marcato accento tedesco.

"Schön dich kennen zu lernen. Kommst du von Deutschland?" (Piacere di conoscerti. Vieni dalla Germania?), indagò Miriam incuriosita. Kurt si illuminò nel sentir parlare la propria lingua, e la donna pensò che non si poteva aver paura di due occhi così buoni, sebbene fossero strani.

"Ja, genau ", rispose, ma prima che potesse continuare intervenne Ro:

"Kurt si è unito a noi dieci giorni fa", raccontò, "Ci ha aiutati contro Magneto. Ha salvato la vita prima a me, e poi anche a Rogue."

Miriam nascose la propria perplessità: nel tono di Tempesta aveva colto una nota possessiva che non le aveva mai sentito usare.

"Sono un teleporter", dichiarò Nightcrawler a bassa voce, come se questo bastasse a spiegare tutto. Darkarrow pensò che aveva molto da farsi raccontare.

In quella arrivò Xavier, il quale, fedele al suo self-control di stampo britannico, mostrò il proprio piacere per il ritorno della sua vecchia amica in modo più contenuto degli altri, un piacere che Miriam però sapeva bene non essere meno sentito.

"Bentornata, mia cara", le disse, stringendole entrambe le mani con calore.

"Grazie", disse lei, ricambiando la stretta con altrettanto calore. Evitò di chiedergli come stava: avevano parlato a lungo, al telefono via internet, il giorno prima, e già sapeva come si sentiva l'uomo anziano che le stava davanti: affranto, distrutto, disperato come un padre che ha perso la figlia. Perché era così che considerava Jean: la figlia che non aveva mai avuto.

"Non ti aspettavo prima di stasera", continuò Charles in tono vagamente interrogativo.

"A Los Angeles ho trovato un volo con orario più favorevole", spiegò Darkarrow, "ma qui era notte fonda, così ho preferito non disturbarti per avvisarti del cambiamento. Al JFK ho preso un taxi; sono arrivata due ore fa."

Xavier annuì, poi accennò al buffet:

"Facciamo colazione? Possiamo parlare più tardi, non ho lezione fino alle nove e mezzo."

Poco dopo si sedettero ad uno dei tavoli, i vassoi carichi di ciò che preferivano; Miriam, nonostante abitasse negli Stati Uniti da molti decenni, amava la classica colazione italiana a base di pane, burro e marmellata, e di quella statunitense aveva adottato i soli cereali, mentre Xavier, da buon anglosassone, aveva uova strapazzate con bacon, porridge e fette di pane tostato. Ro e Kurt vennero invitati ad unirsi a loro.

D urante il pasto parlarono di tutto e di niente: il tempo, l'andamento della scuola, i progressi di questo o quel ragazzo in un particolare campo, gli esperimenti botanici di Ro, il progetto di Kurt di insegnare educazione fisica per rendersi utile nella scuola. Evitarono accuratamente di parlare dei fatti di Alkali Lake, rimandando quanto più possibile l'inevitabile pena che ciò comportava.

Mentre mangiavano, in sala mensa arrivarono alla spicciolata anche altri allievi; tutti salutarono Miriam con entusiasmo, in particolare Jubilation Lee, detta Jubilee, un'eurasiatica di diciassette anni, e la coetanea Kitty Pride, per le quali Darkarrow era un po' il mito da imitare.

Finita la colazione, Ro si affrettò verso la biblioteca, dove doveva recuperare dei testi di storia per la sua lezione di quel giorno, mentre Kurt si recò in una delle palestre, dove stava controllando tutte le attrezzature.

"Vado un momento da Edna", disse il Professor X, rivolto a Miriam, "Ci vediamo nel mio studio, diciamo tra dieci minuti?"

"Va bene", accettò Miriam, deponendo la tazza del caffelatte. Xavier la vide sollevare di scatto gli occhi verso l'ingresso della mensa e volse il capo a guardare che cosa avesse catturato così all'improvviso la sua attenzione: sulla soglia era comparso Logan, come al solito in jeans e camicia di flanella. L'uomo aveva gli occhi fissi su Miriam, la fronte ancor più aggrondata del solito, come se si stesse sforzando di ricordare qualcosa.

Tornando a guardare Darkarrow, Charles scorse sul suo volto un'espressione speculare a quella di Wolverine; perplesso, estese istintivamente la sua percezione telepatica – non per leggere loro nel pensiero, il suo senso etico glielo impediva – e colse una sensazione come di riconoscimento reciproco. Incuriosito, Xavier invitò Logan con un cenno; distratto dal movimento, l'altro distolse lo sguardo da Miriam ed obbedì, avviandosi a grandi passi nella loro direzione e fermandosi di fronte alla donna.

"Miriam, desidero presentarti Logan, detto Wolverine", disse Charles, osservando attentamente la reazione dell'amica, "Ti ho già parlato di lui, ricordi?"

"Certamente", confermò lei, senza lasciar trasparire particolari emozioni. Deluso, Xavier si girò verso Wolverine, sperando di cogliere qualcosa in lui:

"Logan, questa è Miriam Angelini, colei che mi ha aiutato a fondare la scuola."

L'espressione dell'altro si fece ancor più accigliata, ma dopo un attimo le porse la mano:

"Lieto di fare la tua conoscenza, Miriam", dichiarò, col suo solito modo di fare diretto e sbrigativo.

"Piacere mio, Logan", replicò lei senza scomporsi, afferrandogli la mano e scuotendola una volta, con decisione, "Allora ci vediamo dopo, Charles", continuò, alzandosi. Si congedò da entrambi gli uomini con un cenno del capo e si allontanò.

Wolverine la guardò uscire dalla mensa, ammirando il suo incedere armonioso, fluido come quello di una ballerina o di una ginnasta; trovò assai intrigante il modo in cui la lunga coda di cavallo di capelli bruni ballonzolava sulla sua schiena. E che figura! Una perfetta clessidra… probabilmente aveva la canoniche misure 90-60-90.

"L'avevi già incontrata, Logan?", indagò Xavier, frustrato di non essere riuscito a scoprire nulla.

"Eh?", fece l'altro, come tornando in sé, "No, mai vista prima… Perché?"

"Dalla tua espressione mentre la guardavi sembrava che la conoscessi", spiegò Charles.

"Uhm… in effetti, per un momento mi è sembrata una faccia famigliare", ammise Logan, grattandosi dubbioso una delle lunghe basette scure che gli incorniciavano il volto, "ma poi la sensazione è svanita. Magari assomiglia a qualcuna che ho conosciuto, chissà", aggiunse, stringendosi nelle spalle con un'aria indifferente che però non ingannò Xavier: no, Wolverine non aveva già liquidato la faccenda e si stava ancora chiedendo il motivo di quell'impressione. Tuttavia, dato che per il momento non avrebbe cavato un ragno dal buco, il professore lasciò perdere.

"D'accordo", disse, "Ci vediamo. Buon appetito."

Annuendo a mo' di ringraziamento, Logan si mosse in direzione del buffet, mentre Charles si spostava verso la cucina per parlare con Edna.

Wolverine andò a sedersi da solo e mangiò in silenzio, con un cipiglio che, più accentuato del solito, scoraggiò anche il più intraprendente degli studenti dall'avvicinarsi. Nonostante i suoi modi burberi ed impazienti, l'uomo era molto popolare tra i ragazzi: molti di loro lo avevano visto lottare furiosamente contro gli uomini di Stryker, venuti per rapirli, e coloro che erano stati portati via erano stati successivamente salvati dagli X-Men ed avevano constatato che oramai Logan era uno di loro.

Logan era davvero disorientato: scorgendo Miriam, per un lunghissimo momento era stato assolutamente certo di conoscerla. Poi la sensazione era svanita nelle nebbie della sua amnesia, che coprivano il suo passato con una cortina impenetrabile fino a quindici anni prima e che soltanto nei suoi incubi riusciva, a tratti, a superare. Non sapeva quando era nato né dove; non conosceva il suo nome completo, e neppure se Logan fosse il suo nome di battesimo oppure il cognome; non aveva cognizione alcuna di una famiglia, di legami di parentela, di amicizie. Le uniche cose relativamente certe che sapeva era che doveva essere originario del Canada e che era stato un militare, probabilmente appartenente a qualche reparto speciale, equivalente ai Ranger o ai Navy Seals statunitensi.

Chi era dunque Miriam Angelini? Il cognome era italiano, ma parlava senza alcuna inflessione straniera. Sembrava molto giovane, venticinque anni al massimo. Se l'avesse incontrata prima della sua amnesia sarebbe stata una bambina, non avrebbe potuto ricordarsela donna fatta. Logan scosse il capo, frustrato, e decise di lasciar perdere, altrimenti si sarebbe ritrovato con un gran mal di testa che neppure la sua straordinaria capacità di autoguarigione avrebbe saputo curare.

OOO

Miriam salì lentamente al piano superiore, diretta allo studio di Xavier. La sua mente era occupata da Logan, in particolare dai suoi occhi bruni, luccicanti come quelli di una fiera. Era molto alto ed assai prestante, con i capelli castano scuro e quelle lunghe fedine che gli incorniciavano il volto; un uomo con un aspetto così attraente ed un portamento così virile faceva voltare la testa alle ragazze per strada, non sempre volontariamente, per il puro magnetismo che emanava. Ma non era stato tanto il suo aspetto a colpirla, quanto piuttosto la netta impressione di conoscerlo. Strinse le dita della mano destra, ricordando il tocco della sua quando si erano presentati: anche quella era una sensazione famigliare. Eppure non riusciva a ricordare dove lo avesse visto. Potevano essere trascorsi decenni – sebbene Logan non sembrasse più vecchio di trentacinque anni, sapeva che, possedendo il suo stesso dono dell'autoguarigione, ciò non era significativo – tuttavia lei aveva un'ottima memoria per i volti. La faccenda era alquanto strana, ma rinunciò: aveva cose più impellenti di cui occuparsi.

OOO

Dieci minuti dopo, come stabilito, il Professor X giunse nel suo ufficio, dove lo stava già aspettando Miriam, seduta sul divano del salottino accanto all'imponente scrivania di mogano.

"Al telefono hai detto che era una lunga storia", esordì Miriam pacatamente, "Voglio conoscere ogni particolare."

E così Charles le raccontò tutto nei minimi dettagli, non solo con le parole, ma anche con la telepatia: nella sua mente, Miriam rivisse l'assalto di Stryker alla scuola, avvenuto sei notti prima, la cattura di alcuni ragazzini, la fuga degli altri, l'evasione di Magneto dalla sua prigione di plastica, la scoperta del piano di Stryker di distruggere i mutanti usando una copia di Cerebro, il rapimento di Charles e Scott, l'alleanza forzata con Magneto di fronte al pericolo comune rappresentato dal malvagio colonnello, il tentativo di Eric di ribaltare il piano di Stryker per distruggere gli umani normali, la liberazione di Xavier e Ciclope con la collaborazione di Nightcrawler e Wolverine, ed infine il crollo della diga di Alkali Lake. Miriam vide l'immensa onda che precipitava a valle, verso il jet degli X-Men, i cui motori non volevano saperne di accendersi. Vide Charles, Scott, Tempesta, Logan, Rogue, Bobby, Artie, altri ragazzi ancora, che guardavano paralizzati la spaventosa massa d'acqua che si avventava verso di loro con una forza distruttrice molto più grande della più potente delle bombe atomiche costruite dall'uomo. Vide Jean prendere una decisione disperata, scendere dall'aereo, chiudere il portello con la sua capacità telecinetica e concentrarsi sull'onda mostruosa. Vide il muro d'acqua infrangersi contro lo scudo invisibile da lei creato, aggirarlo ruggendo con frastuono assordante, mentre la giovane donna, minuscola al confronto, conteneva la sua furia incommensurabile usando ogni grammo del suo talento telecinetico. La vide girare il volto sofferente verso l'aereo, raccogliere miracolosamente altra forza ed usare il suo potere, spaventosamente grande, per sollevare il velivolo, sempre più in alto, oltre il livello dell'acqua ribollente. Vide la fiamma scaturire finalmente dagli ugelli dei motori mentre a bordo Kurt tentava invano di raggiungere Jean per teleportarla all'interno, scoprendo che lei glielo stava impedendo; sentì le sue parole d'addio tramite Charles, ed infine attraverso di lui percepì la sua morte istantanea nel momento in cui le acque mugghianti la travolgevano. Il dolore dell'amico era stato, ed era tuttora, lancinante, e Miriam emise un gemito di sofferenza per lui.

Aprendo gli occhi, lo vide col capo chino, il volto nascosto tra le mani, le spalle scosse da silenziosi singhiozzi; da nessun altro Charles Xavier si sarebbe fatto vedere in quelle condizioni, e lei lo sapeva. Si inginocchiò davanti a lui e lo abbracciò.

"Piangi, amico mio, fratello mio", gli mormorò all'orecchio, "Sfoga il tuo dolore. Riversalo dentro di me. Per mio tramite raggiungerà la Dea, e lei saprà consolarti attraverso di me."

Chiuse gli occhi e si protese verso il proprio mondo spirituale, dove la Grande Dea, madre di tutti, attendeva con le braccia aperte, pronta a consolare i Suoi figli. Xavier non condivideva la sua fede, essendo di confessione cristiana protestante, ma si lasciò andare fiducioso. Non era questione di religione: Miriam possedeva la capacità di assorbire l'altrui dolore dell'anima e riusciva mitigarlo, a farlo accettare ed infine a renderlo sopportabile. In passato, quando avevano provato ad analizzare insieme quella misteriosa capacità, Charles era giunto alla conclusione che la donna possedesse una qualche misura di empatia, piccola ma sufficiente allo scopo. Lei veicolava quella capacità tramite la propria fede, ma sarebbe stato lo stesso se lo avesse fatto attraverso qualsiasi altro sistema simbolico.

Miriam sentì affluire dentro di sé la pena immensa di Xavier e la condivise, sommandola alla propria; il dolore era quasi insopportabile, ma prima che la schiantasse, lei aprì quella particolare porta interiore che la metteva in contatto con la sua Dea e lasciò che tutta la sofferenza scorresse attraverso di essa. Percepì chiaramente come la Dea l'assorbisse, l'attenuasse; pian piano, la terribile afflizione diminuì, s'alleviò, ed infine il flusso s'invertì ed il dolore della perdita fu sostituito dall'accettazione.

Lentamente, Charles sollevò la testa e raddrizzò la schiena; Miriam non lo trattenne e si ritirò. Il volto dell'uomo anziano era ancora triste, ma in modo quieto.

"Grazie", disse, debolmente. Non era la prima volta che Darkarrow lo aiutava a quel modo, però mai si era trattato di una cosa tanto profonda. Si sentiva privo di forze, svuotato, ma finalmente sereno.

Miriam annuì lentamente accettando la sua gratitudine. Anche lei si sentiva debole e le sarebbero occorsi alcuni minuti per riprendersi; la sua eccezionale capacità di autoguarigione funzionava con il suo fisico, non con la psiche.

Rimasero quindi in silenzio per qualche tempo, mentre entrambi recuperavano le loro forze.

"Dov'è Scott?", domandò infine Darkarrow, "Avevo sperato di vederlo a colazione… Credo che sia lui quello che ha più bisogno di me, in questo momento."

Xavier assentì:

"Sì, lo penso anch'io."

"Sai dove posso trovarlo?"

"Probabilmente in camera", suppose Charles, dubbioso, "Non l'ho più visto da ieri pomeriggio… Aspetta che verifico."

Protese la mente, e subito udì le urla mentali di Scott; il suo dolore era così straziante che l'uomo anziano boccheggiò.

"Dio misericordioso…", bisbigliò, mentre Miriam lo guardava preoccupata, "Avrei dovuto rendermi conto… così tanta sofferenza, povero figlio…E io che pensavo solo al mio dolore…"

"Anche tu sei un essere umano, Charles", affermò Darkarrow con pacatezza, "I tuoi sentimenti non sono meno importanti di quelli di Scott. Non sentirti in colpa."

Lentamente, Xavier annuì, riconoscendo la saggezza nelle parole della sua vecchia amica.

"È nel laboratorio medico", le disse. Lei si alzò subito:

"Vado da lui."

OOO

L'accesso al piano sotterraneo segreto era possibile solo attraverso l'ascensore. Miriam entrò nella cabina e premette il pulsante del seminterrato; attese che le porte scorrevoli si chiudessero e che l'ascensore si mettesse in movimento, poi posò la mano su quello che sembrava uno qualunque dei pannelli di legno che rivestivano le pareti e, mentre il dispositivo di rilevamento dell'impronta così mascherato entrava in funzione, considerò che avrebbero dovuto pensare ad un'ulteriore misura di sicurezza: agli ordini di Magneto, Mistica era riuscita a superare le barriere delle impronte digitali e della rilevazione della retina, semplicemente assumendo la forma di qualcuno autorizzato ad entrare. Anche l'aggiunta di un'impronta vocale non sarebbe bastata, perché la mutaforma era in grado di imitare alla perfezione qualsiasi voce dopo averla ascoltata una sola volta. Forse il buon vecchio sistema di digitare un codice personale era ancora la miglior soluzione: ne avrebbe parlato al più presto con Charles.

L'ascensore non si fermò al seminterrato, ma proseguì la discesa fino al sotterraneo. Le porte si aprirono con un lieve sospiro idraulico, rivelando un largo corridoio quasi bianco. Dopo la svolta a sinistra, il passaggio si restringeva della metà e proseguiva per molti metri; Miriam lo percorse frettolosamente fino alla diramazione che portava a Cerebro, la macchina che amplificava enormemente il già grande potere telepatico di Xavier, ancora fuori uso dopo l'attacco di Stryker, dove si fermò un istante di fronte alle porte del laboratorio medico. Attraverso gli oblò rettangolari, scorse Ciclope seduto immobile su una poltroncina; era accasciato in avanti sul ripiano di uno dei tavoli, la testa appoggiata sulle braccia, in un atteggiamento abbandonato e colmo di sconforto. Il volto era girato verso di lei, ma Miriam non avrebbe saputo dire se la vedeva o meno, essendo gli occhi del giovane uomo nascosti, come sempre, dagli spessi occhiali con le lenti al quarzo rosso, l'unico materiale in grado di schermare la terribile energia sprigionata dalle sue pupille.

Comunque, se non l'aveva vista, doveva almeno averla sentita, perché alzò di scatto la testa.

"Miriam?"

La donna vide le sue labbra formare il nome, ma non udì la voce; si avvicinò, il volto atteggiato al cordoglio ed alla compassione.

Ciclope si alzò e mosse un passo verso di lei; era più alto di lei, ma le sue spalle erano afflosciate e lo facevano sembrare più piccolo.

Lo conosceva da dodici anni, da quando cioè, sedicenne, era giunto alla scuola di Xavier dopo la devastante scoperta della sua mutazione, che aveva forato i muri del dormitorio dove alloggiava, al liceo. Lo aveva osservato innamorarsi a prima vista di Jean Grey, di sei anni più vecchia di lui; aveva osservato Jean dapprima ignorarlo, poi, dopo il suo ritorno dall'università dove si era laureata in medicina, cominciare ad interessarsi a lui, ed infine, dopo molte esitazioni, prenderlo in seria considerazione; aveva assistito a tutte le fasi della nascita e della crescita del loro amore, e li aveva incoraggiati, quattro anni prima, a rendere pubblico il loro legame dividendo la stessa camera, nonostante Xavier non fosse molto convinto. Neppure i genitori di Jean erano totalmente sicuri che il giovane Scott potesse andar bene per la loro amatissima figlia maggiore, ma non avevano mosso particolari obiezioni; avevano finito col persuadersi che erano davvero innamorati, ed ultimamente avevano cominciato ad informarsi discretamente sulle loro intenzioni riguardo ad un eventuale matrimonio.

Ed adesso era tutto cancellato, tutto svanito…

Scott posò le mani sulle spalle di Miriam, chinò il capo e mormorò:

"Jean non c'è più…"

La sua voce era afona, e la donna si chiese con una stretta al cuore quanto avesse gridato, quella notte, solo nel sotterraneo acusticamente isolato.

"Lo so, Scott", sussurrò di rimando, posando a sua volta le mani sulle braccia del giovane uomo. Lentamente, lo abbracciò, e constatò con sollievo che lui ricambiava l'abbraccio, accettando il conforto che gli offriva.

"Perché, Miriam?", le bisbigliò all'orecchio, "Perché si è lasciata morire? Perché mi ha lasciato? Perché non ha parlato direttamente con me prima di andarsene?"

In quelle domande si agitavano, mescolate e confuse l'una nell'altra, sensazioni diverse: dolore, smarrimento, rabbia, solitudine.

"Vieni", lo invitò Darkarrow con dolcezza, staccandosi da lui. La prese per mano e lo guidò fuori dal laboratorio fin nell'ufficio di Jean, dove si trovava un divanetto sul quale lo fece accomodare; nel sedersi accanto a lui, gli prese anche l'altra mano.

"Perché non conosceva i limiti dei suoi nuovi poteri", rispose alla prima domanda, attingendo alle informazioni ricevute da Xavier, "e non sapeva se sarebbe riuscita a salvare anche se stessa. Non ha voluto rischiare. La sua priorità era salvare gli altri, e te con loro. Il sacrificio della sua vita le sembrava un prezzo equo da pagare."

"Ma così facendo mi ha abbandonato!", protestò Scott, lasciando che l'ira prendesse il sopravvento sul dolore.

"Non insozzare con la tua rabbia quello che è stato un gesto sublime, Scott!", lo rimproverò Miriam, con quieta fermezza, "Tu non sei così egoista."

Ciclope strinse le mascelle, impallidendo per l'indignazione, ma aveva troppo rispetto per la donna seduta accanto a lui per ribattere; lentamente si rilassò e, riconoscendo la verità delle parole che gli erano state rivolte, annuì controvoglia.

"Abbandonarti è stata la cosa più difficile, per lei" gli rivelò allora Miriam, "ma l'alternativa era morire tutti, e ciò era inaccettabile. Tutti voi – tu, Charles, Ro, e quant'altri erano a bordo del jet – avete il dovere di vivere per onorare il suo sacrificio."

Fece una pausa per permettere a Scott di assimilare la sua affermazione. Quando lo vide annuire nuovamente, proseguì:

"Quanto all'ultima domanda, Jean ha scelto di parlare tramite Charles perché temeva che, se ti avesse contattato direttamente, la sua decisione sarebbe crollata e non avrebbe portato a termine il suo scopo. Pensaci, Scott: tu non le avresti permesso di fare quello che lei giudicava necessario, avresti fatto di tutto per impedirglielo. Non eri lucido abbastanza – non potevi esserlo! – da riconoscere che il bene di molti è più importante di quello di uno, e che a volte, per questo bene, si deve giungere all'estremo sacrificio. Così ti ha detto addio attraverso un altro."

Questa volta Ciclope fece fatica a digerire la spiegazione. Notandolo, Miriam aggiunse a bassa voce:

"Almeno a te l'ha detto, addio. Pensa che io l'ho lasciata con una stupida osservazione sul fatto che era ora che si rifacesse la tinta dei capelli. Come credi che mi senta? Lei è morta, non la rivedrò più in questa vita, e le ultime parole che le ho rivolto sono state devi rifarti il colore dei capelli! "

Scott rimase in silenzio per un bel pezzo.

"Anche tu l'amavi", mormorò infine.

"Sì", confermò lei, semplicemente.

"Mi manca così tanto, Miriam…", proseguì il giovane uomo, la voce traballante, "Perché non riesco a piangere? Ho dato pugni alle pareti, ho gridato fino a restare senza voce, ma i miei occhi sono rimasti asciutti come il deserto… Perché?"

"Non ho la presunzione di pensare di conoscere tutte le risposte", dichiarò Miriam, "A questa domanda, non ne ho. Ma se ti fiderai di me, forse posso aiutarti."

Scott capì subito a cosa si riferiva la donna; non aveva mai avuto bisogno di quella particolare procedura, non sapeva neppure in quale modo funzionasse, ma conosceva Miriam troppo bene per pensare che potesse offrirgli qualcosa di inutile o, peggio, di nocivo. Così, non ci furono esitazioni nel suo tono mentre diceva:

"Certo che mi fido di te."

Darkarrow aprì le braccia e lo strinse a sé, facendogli posare la testa sulla spalla; il giovane uomo si appoggiò a lei e, dietro le lenti impenetrabili, chiuse gli occhi.

"Lasciati andare", lo invitò lei, "Svuota la mente. Non pensare. Limitati a sentire."

Dapprima Scott faticò a seguire le sue istruzioni; la mano di Miriam gli accarezzava lievemente i capelli, in un gesto affettuoso e rasserenante che, poco a poco, cominciò a fare effetto.

La donna sentì la tensione che lentamente lo abbandonava. Si concentrò, protendendo le proprie emozioni verso quelle di Scott e, come aveva fatto prima per Charles, le toccò, le assorbì dentro di sé. La pena atroce del giovane uomo la colpì come una stilettata al cuore e faticò a non gemere ad alta voce: quanto dolore! Se la sofferenza di Xavier era stata terribile, paragonabile a quella di un genitore che piange la scomparsa della figlia amatissima, quella di Scott era spaventosa. Aveva perduto la sua compagna, l'altra metà di se stesso. Era come se la luce ed il calore della sua vita se ne fossero improvvisamente andati, lasciandolo nel freddo e nel buio di una solitudine straziante.

Era un uomo mutilato.

Attingendo alla sua formidabile riserva di forza interiore, Miriam si sforzò di arginare il torrente di afflizione del suo giovane amico e compagno di battaglia ed aprì la porta spirituale verso la pietà della Dea. Il flusso tormentoso, simile ad una corrente scura ed oleosa, si precipitò attraverso la soglia e si disperse repentinamente in mille rivoli. A Scott parve di schizzare attraverso uno spazio vuoto; un attimo, poi venne accolto nell'abbraccio consolatorio di un'entità sconosciuta, ma allo stesso tempo famigliare, rassicurante. Era Miriam? No, era qualcosa di più grande, qualcosa che trascendeva l'umanità, qualcosa di ultraterreno. Dio, Dea, potenza celeste, tutte le definizioni potevano andare ugualmente bene, perché nessuna poteva comprenderne la totalità; ciò non è, non può essere nelle capacità umane perché, se così fosse, anche l'Uomo sarebbe Dio.

Pian piano, l'anima di Scott subì un cambiamento, il flusso dolente della sua pena infinita, buio e denso, si decolorò, si schiarì, divenne trasparente, e contemporaneamente si alleggerì, si diluì, fino a diventare lieve come acqua nebulizzata. Sgravato dalle catene della sofferenza, Ciclope poté infine accettare la sua perdita. I suoi occhi, dietro le spesse lenti di quarzo rosso, asciutti fino a quel momento, si riempirono di lacrime, che debordarono e presero a rigargli il volto. Un pianto liberatorio, ma quieto, senza singhiozzi.

Infine, lentamente, il giovane uomo si staccò da Miriam, che non lo trattenne: ognuno sapeva quando era venuto il momento d'interrompere il contatto. La testa le girava e si sentiva debolissima: ogni trattamento le costava molta energia psichica, e due di tale intensità e a così breve distanza l'uno dall'altro l'avevano sfinita. Ci avrebbe messo parecchio più tempo a riprendersi che non dopo Charles.

S cott era in condizioni anche peggiori, privo di forze psichiche e fisiche, a causa dell'azione combinata della cura di Miriam e della mancanza di cibo e sonno. Si appoggiò all'indietro contro lo schienale del divano, il viso bagnato di lacrime, e cadde di botto in un sonno profondo simile all'incoscienza.

Passò del tempo, non molto, forse una ventina di minuti. Poi Miriam udì dei passi nel corridoio ed una voce nota che chiamava:

"Scott? Miriam?"

"Qui!", lo avvertì la donna, con voce ancora fiacca. Nel vano della porta comparve un uomo enorme, coperto da una corta pelliccia blu simile a velluto, con ciuffi ai lati delle mascelle che lo rendevano in qualche modo simile ad un grosso gatto.

Il dottor Henry McCoy, detto Beast, figlio di Edna e collega di Jean, a seguito della tragedia era rientrato il giorno precedente da Filadelfia, dove aveva sede l'istituto per cui lavorava; aveva appena finito di parlare con Xavier, che lo aveva indirizzato al laboratorio medico.

Non appena li scorse, si precipitò verso di loro, prese il polso di Scott e gli posò una mano, grande il doppio di una normale, sulla fronte.

"Lo hai trattato?", domandò, abbastanza inutilmente dato che era certo della risposta e difatti vide Miriam annuire. Tastò anche il suo polso.

"Non avresti dovuto, non a così poco tempo da Charles", la rimproverò dolcemente.

"Ne avevano entrambi troppo bisogno, Hank", si giustificò lei, apprezzando la sua premura. Beast non finiva mai di stupirla per lo stridente contrasto tra la sua stazza gigantesca e la sua personalità amabile, che però, in condizioni eccezionali, poteva trasformarsi nel suo opposto.

"Sei sempre stata troppo generosa", borbottò l'omone, scuotendo il capo e passandosi una mano laddove avrebbero dovuto esserci i capelli, "Santi numi, ora tocca a me rimediare, eh?"

Lei gli sorrise con affetto e non lo contraddisse, riconoscendo che aveva perfettamente ragione.

"Occupati prima di Scott", gli raccomandò, "Il trattamento è stato particolarmente debilitante, per lui, sia per la profondità del suo dolore, sia perché era la prima volta."

"Non lo avevi mai trattato in precedenza?", si sorprese Hank, sollevando l'altro uomo come se fosse un fuscello, "Credo che fosse l'unico della squadra."

Si riferiva agli X-Men, di cui lui non faceva più parte come membro combattente, da quando aveva scelto di dedicarsi completamente alla ricerca genetica; il suo notevole lavoro lo aveva portato ad essere ingaggiato dal più prestigioso istituto specialistico degli Stati Uniti, finanziato dal governo.

"Infatti", confermò la donna, anche se, tecnicamente, non era comunque più esatto: ora c'erano altri due nuovi componenti, Nightcrawler e Wolverine, e nessuno dei due aveva ancora beneficiato del suo particolare talento.

Guardando la schiena immensa di Hank, che stava uscendo con Scott in braccio, Miriam considerò, non per la prima volta, quanto fuorviante fosse il suo nome in codice, Beast, ossia bestia: c'erano ben poche persone gentili quanto lui, al mondo. Era stato il suo aspetto impressionante a meritargli quel soprannome, non certo il suo carattere. A meno che, s'intende, non gli si pestasse i calli: prima che lasciasse gli X-Men lo aveva visto, in battaglia, dove era capace di essere una vera furia scatenata.

Dopo aver depositato il giovane profondamente addormentato su uno dei lettini dell'infermeria, Hank gli tolse le scarpe e, presa una coperta dall'armadietto in fondo alla sala, lo coprì. Poi tornò nell'ufficio di Jean per prelevare anche Miriam, ma la trovò in piedi.

"Ehi!", esclamò, in tono di protesta, aggrottando le folte sopracciglia.

"Ho solo bisogno di un buon caffé forte", lo frenò lei, "Con panna e molto zucchero."

Solitamente lo prendeva macchiato ma amaro, però adesso le occorreva una fonte immediata di energia per ripristinare velocemente quella che aveva speso nei due trattamenti.

"Okay, te lo preparo subito", disse Beast, "Tu però torna a sederti."

Già che c'era, ne fece uno anche per sé e poi lo sorseggiò in sua compagnia. Parlarono quietamente degli eventi più recenti, chiedendosi quali sarebbe stata la reazione del Presidente dopo quanto era accaduto. Xavier gli aveva chiaramente dimostrato che non tutti i mutanti erano una minaccia per l'umanità, e che se volevano potevano essere alleati, se non amici, contro il pericolo rappresentato dalla Fratellanza capitanata da Magneto.

Circa un'ora e mezzo dopo, Scott si svegliò. Gli ci volle un istante per focalizzare e capire dove si trovasse, poi, udendo le voci degli altri due nella stanza accanto, che gli giungevano attraverso la porta aperta, si alzò, trovò le scarpe e li raggiunse.

Vedendolo sulla soglia, Miriam gli sorrise:

"Bentornato, Scott. Come ti senti?"

Il giovane uomo rifletté un istante prima di rispondere:

"Come se avessi corso la maratona… e l'avessi vinta."

Il paragone era ben azzeccato, pensò la donna: dopo aver vinto la maratona, uno si sarebbe sentito spossato ma soddisfatto.

"Ne sono lieta. Hai fame?"

"Come un lupo aldebarano!", confermò Scott con un guizzo d'umorismo, citando un animale della saga fantascientifica di Star Trek, una passione di Miriam, e strappandole così un sorriso.

Hank guardò l'orologio:

"L'orario della colazione è passato da un pezzo" constatò, "ma mia madre avrà sicuramente qualcosa di commestibile, in cucina."

"Torta di mele", disse Scott in tono vagheggiante. Miriam sogghignò:

"Con una montagna di panna montata sopra", aggiunse. L'altro si leccò le labbra e tutti e tre non poterono fare a meno di ridacchiare.

OOO

Nel tardo pomeriggio, come d'accordo Miriam passò dal Professor X.

"Sei libero?", gli chiese, dopo aver bussato e ricevuto il permesso d'entrare.

"Sì, certo", confermò Xavier, pur avendo in realtà molto da fare, soprattutto riguardo all'organizzazione delle riparazioni dei danni inflitti alla scuola dall'assalto delle truppe speciali al soldo di Stryker; ma era più importante che parlasse con la sua vecchia amica e socia, "Come sta Scott?"

Dopo aver divorato quattro fette di torta di mele con panna montata ed ingurgitato due tazze di caffé, Ciclope aveva dichiaro di voler fare un pisolino e si era ritirato in camera sua. Miriam, timorosa che la vista della stanza che aveva per così tanto tempo condiviso con Jean potesse renderlo malinconico e vanificare in parte il suo lavoro, lo aveva accompagnato, ma il giovane uomo aveva reagito bene. Il suo dolore non era scomparso, e neppure la nostalgia, ma l'accettazione aveva reso sopportabili entrambi i sentimenti.

Miriam invece si era rinchiusa nel proprio ufficio; aveva già superato il jet-lag, grazie alla sua capacità rigenerativa, così per diverse ore si era dedicata risolutamente a cercare di mettere ordine nel caos provocato dal Blackout nei suoi affari.

"Molto meglio", rispose la donna, sedendosi sul divanetto che aveva occupato anche quel mattino, "Ma è stata dura", aggiunse.

"Lo so", disse Charles, muovendo la carrozzella di fronte a Miriam, "Ero molto preoccupato, così ho tenuto la mente aperta e vi ho sentito. Proiettavate molto forte."

Le fece un sorriso di scusa, imbarazzato, e si massaggiò la fronte con le punte della dita di una mano; Miriam pensò che doveva essere stato davvero terribilmente in ansia, per giungere ad origliare: non era affatto sua abitudine, essendo quello un comportamento che considerava profondamente immorale.

"Va bene, Charles", lo rassicurò, "Davvero", soggiunse con più forza, vedendolo poco convinto.

Il Professor X sospirò: non gli piaceva doverlo ammettere, ma a volte era necessario che mettesse da parte il suo senso etico.

"D'accordo", disse, "Tu come stai?"

"Accettabilmente bene, date le circostanze", rispose lei, "Ma lasciamo stare me. Cos'hai raccontato alla famiglia di Jean?"

Contrariamente a quanto accadeva alla maggior parte degli studenti della scuola, i genitori e la sorella di Jean non l'avevano respinta, quando avevano scoperto che era una mutante; anzi, erano stati loro a mettersi in contatto con Xavier perché l'aiutasse a controllare la sua telepatia, che inizialmente aveva minacciato di farla impazzire.

Ellen e John Grey erano estremamente orgogliosi della loro figlia maggiore, brillante studentessa di medicina prima e ricercatrice genetista di talento poi, molto apprezzata nell'ambiente accademico, i cui studi sul gene X, quello della mutazione, l'avevano portata perfino di fronte ad una commissione governativa appositamente costituita un anno prima; commissione che era stata presieduta dal senatore Kelly, acceso sostenitore della legge sulla registrazione dei mutanti prima di essere trasformato lui stesso in un mutante da Magneto e dalla sua infernale macchina, i cui effetti collaterali l'avevano poi però ucciso.

Perfino la sorella minore, Sarah, non era mai stata gelosa di Jean ed era sempre andata d'accordo con lei.

Però nessuno di loro sapeva dell'esistenza degli X-Men, né che Jean fosse qualcos'altro oltre che una valente ricercatrice ed un bravo medico, motivo per cui Xavier non aveva potuto dir loro la verità sulla sua morte.

"Ho detto loro che Jean era su quell'autobus che è caduto nell'Hudson quando è sopravvenuto il Blackout", rispose. Quello era infatti il nome con cui i media avevano battezzato quei terribili, interminabili minuti in cui prima i mutanti, poi gli esseri umani normali, avevano sofferto per gli effetti di Cerebro sulla loro mente, mentre Charles era sotto il controllo di Stryker prima e di Magneto poi. Pochi minuti per ognuna delle parti, ma gli effetti in tutto il mondo erano stati devastanti: coloro che erano alla guida di mezzi terrestri, aerei o navali, se non prontamente sostituiti, avevano provocato incidenti terrificanti: aerei, camion, pullman, traghetti, moto, biciclette, automobili, a milioni. Per non parlare delle molte altre situazioni che erano terminate in tragedie: chirurghi che stavano operando, trapezisti che si stavano esibendo, paracadutisti in caduta libera, e centinaia di altri casi.

"Ho detto loro che non la percepisco più", proseguì Charles, "che per questo so che è morta."

La sua bocca prese una piega amara: essere costretto a mentire in quel modo a persone che rispettava lo faceva stare male.

"Odio doverli ingannare così", dichiarò, "ma cos'altro potrei fare? Dir loro che Jean è morta in un'azione di guerra? Lei, una scienziata, il cui posto avrebbe dovuto essere in un laboratorio tra provette e computer?", scosse la testa, sconsolato, "Me l'avevano affidata, avrei dovuto vegliare su di lei in vece loro, e l'ho mandata a morire… "

La voce gli si spezzò. Miriam gli posò una mano sul braccio e lo strinse.

"Povero amico mio", mormorò, con compassione, "Ricorda però che è stata una sua libera scelta, sia la decisione di entrare a far parte degli X-Men in veste di combattente, sia di sacrificare la sua vita per quella dei compagni. Ma per dei genitori disperati nulla di tutto ciò conterebbe, anzi peggiorerebbe la loro sofferenza. No, mio caro amico, meglio una pietosa bugia. Hai fatto la scelta giusta, per quanto difficile."

"A livello razionale sono d'accordo", annuì Charles tristemente, "ma emotivamente non riesco a digerirlo."

Rimasero in silenzio per qualche tempo, il confortevole silenzio di due vecchi amici che non hanno bisogno di molte parole per comunicare.

"Finché non ci sarà un corpo", continuò Xavier con uno sforzo, "Jean sarà dichiarata dispersa. Dovranno trascorrere sette anni prima che venga ritenuta ufficialmente morta, o cinque se viene fatta richiesta di anticipo per qualche motivo."

"Così non potremo neppure tenere un rito in sua memoria?", domandò Darkarrow in tono infelice. Charles la guardò con attenzione, ed accorgendosene lei ricambiò lo sguardo interrogativamente.

"Non ufficialmente", rispose lentamente l'anziano professore, "Non con un sacerdote della sua religione. Ma anche tu sei una sacerdotessa."

In materia di fede, Charles Xavier era sempre stato di idee estremamente aperte; del resto, con una scuola che annoverava tra i suoi studenti seguaci di praticamente ogni confessione al mondo, non poteva essere diversamente. Jean era stata protestante, ma aveva sempre molto rispettato la religione di Miriam. Non sarebbe stata un'offesa alla sua memoria.

La donna annuì pensierosamente.

"Sì", fu d'accordo, "Sappiamo che i riti funebri non servono tanto al defunto quanto piuttosto a quelli che sono rimasti, per chiudere il cerchio. Lo farò."

"Quando sarai pronta, avviserò tutti i residenti della scuola."

"D'accordo", concluse Miriam, "Ora andrò a salutare Sirona."

"Impazzirà di gioia nel vederti", previde Charles, che ben conosceva il forte legame tra la donna e la magnifica cavalla baia, "come ogni volta che stai via per un po'."

Darkarrow sorrise e si alzò.

"Ci vediamo a cena", disse, congedandosi con un cenno.

OOO

Avvicinandosi alle scuderie, pochi minuti più tardi, Miriam vide una figura maschile, in jeans e giacca di pelle scamosciata in stile nativo americano, ferma di fronte al recinto esterno, dove alcuni cavalli stavano sgranchendosi le zampe; sebbene le volgesse le spalle, lo riconobbe subito, e l'inaspettata forza della percezione la turbò.

Le ci volle qualche istante per riuscire a scrollarsi di dosso quella sensazione inquietante.

"Ti piacciono i cavalli, Logan?", domandò senza alzare la voce, avendo appreso da Charles della straordinaria acutezza dei sensi dell'uomo.

Wolverine si voltò senza mostrare sorpresa, a dimostrazione che l'aveva udita avvicinarsi ben prima che parlasse; togliendosi di bocca il sigaro che stava fumando, la guardò.

A differenza del mattino, quando l'aveva incontrata per la prima volta, Miriam aveva ora i capelli raccolti in una lunga treccia che le ricadeva su una spalla. Di nuovo venne sopraffatto da una prepotente sensazione di riconoscimento; ripensando al momento della loro presentazione, che non era stato niente di particolare, desiderò far colpo su di lei e cercò qualcosa di brillante da dire, ma tutto ciò che gli venne in mente fu un laconico:

"Molto."

Maledizione, come mai non riusciva parlarle con la consueta sicurezza? Eppure con le donne ci sapeva fare, eccome! Si schiarì la gola e riprovò:

"Anche a te?"

Ah, proprio brillante, non c'è che dire…

"Fin da bambina", gli confidò lei, con un gran sorriso, "Quando ho imparato a cavalcare, le signore perbene montavano ancora all'amazzone, un modo assolutamente ridicolo di andare a cavallo, ma per fortuna le cose sono poi cambiate."

Logan sbatté le palpebre, completamente disorientato. Accorgendosene, Miriam si sentì a sua volta confusa:

"Oh, credevo che Charles ti avesse parlato di me!"

"No… L'ha fatto Marie, ma da come ti descriveva sembrava parlasse di una ragazza di poco più grande di lei. In effetti, non sembri avere più di venticinque anni."

"La mia età biologica si è fermata lì, infatti", confermò lei, "ma in realtà sono nata nel 1901."

Wolverine la squadrò da capo a piedi, esagerando volutamente il gesto.

"Quando si dice portar bene la propria età…", bofonchiò. Miriam ebbe un moto ilare, cui l'uomo si ritrovò a rispondere con un sogghigno, poi ne ebbe un altro, emulato da Logan, un terzo, ed infine scoppiarono entrambi a ridere, talmente di gusto che a tutti e due vennero le lacrime agli occhi.

"Ah, però sono delusa", borbottò la donna alla fine, asciugandosi le lacrime col dorso della mano, "Credevo davvero che Charles ti avesse parlato di me. In fondo ci conosciamo da più di trent' anni!"

"Non ha avuto molte occasioni di parlarmi di sé o dei suoi amici", le rivelò Logan, "Ci siamo incontrati meno di un anno fa, ma sono stato lontano per la maggior parte del tempo, da allora ad oggi. Lui però di me ti ha parlato, mi par d'aver capito…", concluse in tono interrogativo.

"Sì, mi ha detto qualcosa", confermò lei, "Per esempio, che guarisci pressoché istantaneamente da qualsiasi tipo di ferita, come me."

Logan aggrottò la fronte, un atteggiamento che gli era tipico, poi annuì come se all'improvviso gli fosse diventato chiaro un concetto.

"Ora capisco il tuo aspetto in barba all'età", disse infatti, lentamente, "Cos'altro ti ha detto Chuck?"

Miriam represse una risatina nel sentire Wolverine usare quel diminutivo poco rispettoso nei confronti dell'anziano professore. Poi si fece seria.

"Che sei stato sottoposto a degli esperimenti disumani", rispose a bassa voce, "Hanno ricoperto il tuo scheletro di una lega indistruttibile, l'adamantio."

Lui annuì, un po' sorpreso dal tono accorato usato dalla donna.

"Già", confermò, senza riuscire a nascondere l'amarezza dietro il tono cinico che usava di solito per nascondere i suoi sentimenti più profondi, "Mi hanno trasformato in una macchina per uccidere."

"Solo su tua propria volontà", puntualizzò Miriam, "Non sei il burattino di nessuno."

Strano come lei avesse capito che era proprio quella la cosa che gli premeva di più: non essere un fantoccio nelle mani di altri. Era come se gli leggesse nell'anima, eppure inspiegabilmente ciò non lo faceva sentire vulnerabile, che era una sensazione che detestava.

"Questo è vero", confermò, annuendo.

"Inoltre possiedi una forza molto superiore al normale", proseguì Darkarrow, completando il quadro fattole da Charles, "e sensi estremamente sviluppati."

"Vedo che il Professor X di ha detto tutto, non qualcosa", osservò Wolverine, rivolgendole il suo tipico mezzo sorriso. Miriam annuì:

"Per quanto riguarda i tuoi talenti, almeno", riconobbe.

"Il che ti pone in una posizione di vantaggio", osservò Logan in tono scherzosamente provocatorio.

"Ah, allora rimediamo subito", annunciò Miriam, sollevando le mani in uno spiritoso gesto di resa, "Come già sai, posseggo la tua stessa capacità rigenerativa, quindi come te guarisco in pochi istanti da qualsiasi tipo di ferita e sono immune da qualunque malattia. Oltre a questo, mi posso muovere ad una velocità di circa dieci volte superiore al normale. Di qui il mio nome da battaglia, Darkarrow. Poi ho un talento secondario, che consiste nella capacità di alleviare la sofferenza psicologica altrui. Qualcosa che ha a che fare con l'empatia", concluse, non potendosi spiegare meglio: quella era una cosa che, per essere capita, doveva essere sperimentata.

Difatti, Logan assunse un'aria perplessa, al che lei tagliò corto:

"Stavo andando a salutare la mia cavalla: vuoi venire con me?"

L'uomo comprese che non le andava di approfondire l'argomento, ma desiderando prolungare il piacere della sua compagnia, accettò il suo invito:

"Volentieri."

"Meglio allora che tu spenga quel sigaro", suggerì lei. Concordando, Wolverine ne premette la punta accesa contro lo steccato, poi lo ripose in una tasca della giacca per finire di fumarlo più tardi.

Miriam si avviò verso le scuderie, così a Logan non rimase che seguirla; guardandola camminare davanti a lui, tornò a pensare, come aveva fatto quel mattino, che si muoveva con la grazia di una ginnasta.

Darkarrow si fermò davanti all'ultimo box sulla destra, dove c'era una splendida giumenta di baio dal mantello fulvo, con criniera e coda neri. Miriam non aprì bocca, limitandosi ad allungare una mano; la cavalla sporse il capo e glielo appoggiò alla spalla, chiudendo gli occhi, mentre la donna le accarezzava il lungo collo muscoloso. A Wolverine parve di vedere non già un essere umano ed un animale, quanto piuttosto due entità uguali che si stavano dimostrando affetto reciproco.

"Questa è Sirona", disse Darkarrow, scostandosi, "Sirona, ti presento Logan."

Poiché prima non si era girata verso di lui, Wolverine fu sorpreso nel constatare che la cavalla ora voltava la testa e lo guardava come se avesse capito esattamente quello che la padrona aveva detto. Impressione che venne rafforzata dallo sguardo solenne con cui l'animale lo misurò, squadrandolo da capo a piedi, e dal basso nitrito che emise.

"Le piaci", sentenziò Miriam.

"Uhm… ne sono lieto", borbottò Logan, incerto. La donna sorrise:

"I cavalli sono animali straordinariamente intelligenti, e dotati di una grande memoria", gli disse, "Ora che ti conosce, Sirona non ti dimenticherà…", scoppiò in una risata, mentre la giumenta le dava una serie di piccole spinte con la testa, "Così come non dimentica che di solito le porto qualcosa da sgranocchiare!"

Pescò nella tasca della giacca e ne cavò una grossa carota, che porse alla cavalla, la quale gliela prese delicatamente dalla mano con i denti e cominciò a masticarla con evidente piacere.

"Domani andremo a farci un bel giro", le promise Miriam, accarezzandole il muso. Sirona allargò le froge e sbruffò la propria approvazione, scrollando il collo in un cenno d'assenso. Wolverine era sbalordito:

"Ehi, sembra che capisca esattamente quello che dici!"

"Lo penso anch'io", concordò la donna, "ma non chiedermi come ciò possa essere possibile, perché non ne ho la più pallida idea."

Uscirono dalle scuderie, diretti verso la magione; il sole stava ormai tramontando e l'aria autunnale si stava facendo frizzante.

"Ci vediamo a cena", si congedò Miriam, prima di salire di sopra.

"D'accordo", disse Logan.

Al secondo piano, prima di dirigersi in camera propria la donna andò nell'ala opposta, in cerca di Scott. Bussò alla sua porta e si qualificò quando lui chiese chi fosse, poi su suo invito entrò.

"Te la senti di scendere per cena?", gli domandò. Il giovane uomo era seduto sul letto, dove aveva dormito per buona parte del pomeriggio, scarmigliato, con la barba lunga ed ancora in pigiama.

"Non ne sono sicuro", rispose, smuovendo leggermente gli occhiali da notte, dalla montatura simile agli occhialini usati dai nuotatori, "Non ho molta voglia di farmi compatire."

"Non rifiutare la compassione, dono di un cuore gentile", lo esortò Miriam, con un sorriso dolce, usando una frase cara a J.R.R. Tolkien, "Se qualcuno prova pietà per te, è perché ti vuol bene."

Ciclope esitò.

"Non è una buona cosa che un leader si faccia vedere debole", obiettò. Lui era il capo degli X-Men, il loro condottiero, doveva mostrarsi sempre tutto d'un pezzo. Ma Miriam la pensava diversamente:

"Soffrire per la morte della propria donna non è debolezza", affermò, "è semplicemente umano."

È così simile a Charles nel voler sempre essere perfetto per gli altri, pensò; è davvero il figlio che non ha mai avuto, così come Jean era sua figlia.

"E poi", soggiunse, corrugando la fronte, "non siamo certo dei bambini che si sentono perduti se un genitore non si dimostra la roccia che credevano."

"Non intendevo…", cominciò a protestare Scott, poi vedendola inarcare le sopracciglia si interruppe. Aveva inteso proprio quello, invece. Aveva peccato di paternalismo, un difetto che Jean gli aveva rimproverato, qualche volta, e che se in un uomo dell'età di Xavier era comprensibile e giustificabile, non lo era invece in lui, non ancora trentenne.

"Scusa, hai ragione", ammise, "Okay, dammi venti minuti, mi rendo presentabile."

OOO

Quando giunsero in sala mensa, trovarono che Charles era già seduto ad un'estremità del tavolo dei docenti, posto perpendicolarmente alle tavolate degli studenti come nel più classico dei collegi. Tempesta e Kurt si erano seduti alla sua destra, Hank a sinistra.

Erano presenti quasi tutti gli allievi ed il loro chiacchiericcio riempiva la sala, mentre si servivano dal buffet, portavano i loro vassoi al posto prescelto e mangiavano.

Miriam si guardò intorno, ma non vide Logan; vagamente delusa, si sedette di fronte a Xavier, mentre Scott si sistemava alla sua destra. Con tristezza, la donna notò che era stata tolta la sedia dove normalmente si accomodava Jean, tra Ciclope e Beast. Ma era meglio così, piuttosto che vedere il posto vuoto.

"Come ti senti, Scott?", s'informò il Professor X a bassa voce.

"Meglio, grazie", rispose il giovane uomo.

Un istante dopo Logan fece la sua comparsa. Notò subito che il posto alla sinistra di Miriam era libero, e che di fronte avrebbe avuto Scott. Non era mai corso buon sangue tra di loro, soprattutto in considerazione del fatto che Wolverine aveva avuto l'ardire di provarci con Jean, ma dopo la sua morte avevano deposto l'ascia da guerra, almeno per il momento.

Sedendosi, fece un cenno di saluto circolare con la testa ai commensali. A differenza degli studenti, gli insegnanti venivano serviti in tavola dall'aiutante di Edna di turno in cucina, che quella sera era Kitty Pride, timida diciassettenne bruna e magra molto brava nelle materie scientifiche, il cui talento era quello di passare attraverso gli oggetti solidi e che aveva coniato per se stessa il soprannome di Shadowcat, Gatto-Ombra.

"Ciao, Kitty", la salutò Miriam con calore; aveva particolare simpatia per quella ragazza, che le ricordava com'era lei alla stessa età, con la differenza che amava maggiormente le materie letterarie, "cos'abbiamo di buono, stasera?"

"Crema di funghi", rispose Kitty, perdendo come sempre un poco della sua insicurezza di fronte allo sguardo incoraggiante della donna, "con panna e prezzemolo."

Posò la grande zuppiera sul tavolo, accanto al Professor X, poi corse a prendere i crostini.

Seguirono fette di arrosto di vitello con patate al forno ed insalata; durante la cena, intrattennero conversazioni oziose, evitando di far sentire Scott in qualche modo diverso, cosa che lui apprezzò molto.

Infine arrivarono i dessert, a scelta tra torta al cioccolato e macedonia.

"Come mai le fette sono così piccole?", si lamentò Logan, "Ne dovrò prendere due."

"Puoi provarci, se credi", disse Miriam divertita, "Questa è autentica Sacher Torte."

Nightcrawler ridacchiò, comprendendo al volo: si trattava di un dolce particolarmente ricco, un vero mattone, prelibatezza della pasticceria austriaca ben conosciuta in tutta Europa. Edna l'aveva fatta in onore di Darkarrow, visto che si trattava della sua torta preferita, anzi era stata Miriam a darle la ricetta, originale viennese d'inizio Novecento ed uguale a quella brevettata dall'omonima pasticceria. Del resto, l'aveva avuta dal signor Sacher in persona molto prima che si ponesse il problema della patente di esclusività.

Logan non la conosceva, tuttavia prestò ascolto a Miriam e si servì una sola fetta, riservandosi caso mai di prenderne una seconda dopo.

Non lo fece.

"Deliziosa", ammise alla fine, "ma credo che mi fermerò qui. E' davvero… saziante."

Inghiottendo l'ultimo boccone, Miriam chiuse brevemente gli occhi e sospirò.

"Mi ricorda la mia infanzia", mormorò in tono nostalgico, "quando passeggiavo per il Prater con i miei genitori e la mia unica preoccupazione era sapere quando avrei potuto fare un altro giro sulla ruota panoramica…"

Logan aggrottò la fronte, non comprendendo il riferimento, ma fu Hank a porre la domanda:

"Il Prater non è quel grande parco nel centro di Vienna?"

"Esatto", confermò Darkarrow, "ed è famoso per la sua ruota panoramica, che è stata la più grande del mondo per decenni. Quand'ero ragazzina ci andavo matta."

"All'epoca l'Italia non intratteneva rapporti diplomatici esattamente cordiali con l'Impero Austro-Ungarico", osservò Kurt, che era appassionato di storia e conosceva la vera età di Darkarrow, "tant'è vero che è entrata in guerra contro di esso per alcuni territori."

"È vero", confermò Miriam, "ma mia madre era la figlia del console austriaco a Venezia, il barone Von Neuburg; i suoi genitori non erano molto entusiasti che sposasse un italiano, ma pensando al prestigio che portava alla famiglia imparentarsi con il principe di Valleogra, si sono adattati. Sono stata spesso ospite nel loro palazzo di Vienna."

Ohibò, pensò Logan, fulminato. Una principessa.

E lui non era che il guardiano dei porci, aggiunse tra sé, rammentando la favola. Corrugò le sopracciglia: quando mai si era sentito intimidito dal ceto sociale di qualcuno?

"Caffé?", li interruppe Kitty, portando il bricco fumante e le tazze. Non era il caffé ristretto a cui era stata abituata Miriam nella sua gioventù in Italia, ma non le dispiaceva berlo alla moda americana e lo accettò di buon grado.

Finita la cena, i ragazzi si dispersero nelle varie sale di ricreazione, chi a giocare coi videogame, chi a biliardino, scacchi, freccette o ping pong, chi a navigare in internet, leggere o guardare la TV o un DVD, e lo stesso fecero gli adulti.

Si era conclusa un'altra giornata alla Scuola di Xavier per Giovani Dotati.