"Castle, è un posto magnifico, come hai fatto a scovarlo?".
Castle gongolò davanti all'aria incredula di sua moglie, sentendosi il migliore dei mariti. O magari Babbo Natale. Era per lui fonte di notevole soddisfazione sapere di aver superato le sue aspettative, offrendole tutto quello che era in suo potere, in una forma cento volte superiore a quello che lei osava a malapena figurarsi. E sì, era anche piuttosto competitivo su quel fronte.
Represse la tentazione di domandarle se avesse fatto bene quindi a fidarsi di lui, sia perché era una domanda retorica che aveva il solo scopo di farsi fare dei complimenti – ammetteva la sua debolezza - , sia perché non voleva sembrarle in cerca di conferme. In fondo non c'era bisogno che continuasse a rassicurarlo di stare bene e che stesse andando tutto nel migliore dei modi. Non capì da dove scaturisse quell'estrema necessità di saperla felice e appagata ogni minuto di quella vacanza. Sarebbe diventato un tormento per entrambi, avrebbe rovinato l'atmosfera e aperto la porta alla frustrazione, se per caso si fosse verificato il più piccolo contrattempo.
Si guardò attorno. Anche per lui era stata una sorpresa gradita. Aveva scelto lo chalet tra quelli a disposizione nei dintorni della cittadina dove avevano pranzato e aveva fervidamente pregato che si rivelasse all'altezza di ciò che pubblicizzavano. Era stato un azzardo, che aveva dato buoni frutti, era infatti meglio di quanto avesse sperato. Avrebbe potuto tranquillamente finire sulla copertina di una rivista, o in qualche fiaba natalizia ambientata in un mondo fantastico.
"Sai che ottengo sempre quello che voglio". Risposta prevedibile che aveva sempre il potere di indispettirla, sin da quando era stato evidente a tutti che quello che voleva di più fosse lei.
Erano soli, proprio come aveva dato istruzioni che accadesse. Non aveva voluto estranei in giro. Lo chalet era nascosto dietro a una curva, a qualche centinaio di metri di distanza dalla strada principale, che passava in mezzo a un conglomerato di case una addossata all'altra, che parevano disabitate. Era in posizione collinare e si godeva una splendida veduta sulle vallate.
Ed era tutto per loro. Nessuna traccia di esseri umani all'orizzonte. Si era accordato in modo tale che non ci fosse bisogno di incontrare anima viva, nonostante tutti i preparativi per accoglierli nei migliore dei modi fossero stati impeccabilmente svolti. Una volta recuperate le chiavi, secondo le istruzioni, aprì la porta con un po' di trepidazione.
Dalla soglia il suo sguardo venne attirato verso il caminetto acceso, e messo in sicurezza, che contribuiva a dar loro un allegro benvenuto. C'erano provviste sul tavolo e l'interno, interamente realizzato in legno, doveva essere stato appena rimesso a nuovo. Folti tappeti e ampie vetrate per godersi lo spettacolo della natura completavano il quadro di pace idilliaca che il sito su cui l'aveva scovato aveva promesso. E, a quanto pare, mantenuto alla grande. Nella stanza accanto, visibile in parte e riempita della luce del tramonto, troneggiava un letto di dimensioni ragguardevoli che gli fece venire voglia di seppellirsi sotto le coperte candide e scomparire per sempre. Almeno fino al mattino dopo. Anche lì c'era un caminetto, più piccolo dell'altro.
La guardò muoversi con un po' di impaccio e immaginò che fosse un po' affaticata o che le fosse venuto uno dei feroci mal di schiena che la affliggevano e che lui aveva imparato a lenire, premendo con decisione sui punti più contratti. Era una delle poche cose per le quali non aveva remore a chiedere il suo aiuto, che lui dispensava volentieri.
Dopo il pranzo non si erano precipitati subito verso il loro sconosciuto alloggio. La temperatura si era mantenuta gradevole e avevano preferito stare all'aria aperta. C'era stato inoltre da aspettare il tempo necessario per finalizzare gli accordi per lo chalet, che lui aveva sperato di sbrigare in fretta. Avevano bighellonato, passeggiato mano nella mano, e si erano immersi nella natura. Niente di insormontabile, era stato attento a non proporle itinerari inaccessibili, o pericolosi – non voleva iniziare la vacanza con una rovinosa caduta, visto il baricentro leggermente spostato in avanti di lei – il tutto nonostante le sue occhiate disapprovanti, perché ti preoccupi troppo, Castle, un po' di esercizio fisico non mi farà male, non possono starmene seduta sul divano ad aspettare di partorire.
No, non pretendeva tanto, altrimenti non sarebbero partiti. Solo, non doveva esagerare. Ma conosceva molto bene il limite oltre il quale era più salutare rimanere in silenzio e quella era un'ottima occasione per dimostrare di averlo imparato.
La morsa che gli aveva attanagliato il cuore per lunghi mesi, alla quale si era così abituato da non rendersi nemmeno più conto che la normalità risiedeva altrove, si era allentata. Aveva sentito qualche peso scivolare via. Era uscito dai boschi ritemprato, nonostante le precedenti spaventose esperienze di quando era bambino e di cui lei era al corrente.
Sarebbe andato tutto bene, si trovò spontaneamente a pensare. Non c'erano pericoli reali, in effetti. I rischi erano davvero minimi. Erano tornati... normali.
Il sollievo lo fece sentire sentire un po' brillo. Avrebbe voluto prenderla in braccio, era ancora perfettamente in grado di farlo, nonostante i cambiamenti fisici, ma non voleva che si spaventasse. Anzi no, ne aveva abbastanza di essere cauto e vivere tenendo il motore al minimo. Al diavolo la prudenza. La sollevò d'istinto prendendola prevedibilmente alla sprovvista e, nonostante le proteste, attraversò la stanza più grande adibita a salotto, mandando a sbattere la porta sui cardini e andò a depositarla sul copriletto immacolato, stendendosi poi accanto a lei.
Era un letto magnifico, perfino meglio di quello che avevano al loft. Più ampio, più accogliente. Ne avrebbe ordinato uno identico, pensò sentendosi molto prossimo alla beatitudine. La fece aderire al suo corpo, per quanto era possibile e affondò una mano tra i suoi capelli, accarezzandola. Kate si rannicchiò contro di lui, sospirando soddisfatta. Era stranamente silenziosa, ma lo giustificò con il fatto che fosse molto stanca, avevano camminato a lungo, perfino lui aveva accusato il colpo.
Sapeva che di lì a poco avrebbe dovuto alzarsi e prepararle la cena, non aveva intenzione di farle saltare dei pasti, ma forse poteva concedersi qualche minuto di riposo. A dire il vero avevano spiluccato per tutta la giornata, attratti dalle varie leccornie in cui si erano imbattuti. Non avevano rinunciato a nulla. L'avrebbe fatto diventare il loro prossimo proposito di vita.
...
Si svegliò che era notte fonda, tremando infreddolito. Il corpo doveva essersi surriscaldato per qualche motivo e il sudore gli si era congelato addosso, realizzò ancora confuso.
La casa era immersa nell'oscurità, si rese conto sorpreso che dovevano essersi addormentati senza aver cenato. Si spaventò all'idea di aver perso contatto con la realtà così a lungo, non aveva avuto idea che fossero entrambi tanto bisognosi di riposare.
Era prioritario a quel punto alzarsi a prepararle qualcosa da mangiare, nonostante sospettasse che anche lei stesse ancora dormendo profondamente.
Si sollevò in fretta, o almeno il cervello diede al resto del corpo il comando di farlo, ma senza produrre il risultato sperato.
Una forte oppressione al petto lo paralizzò, inchiodandolo al letto. La prima reazione fu di incredulità, non capiva che cosa gli stesse succedendo, pensò perfino che stesse sognando, e che quello fosse un incubo, quelli in cui non ci si riesce a muovere, o si grida senza produrre alcun suono.
Poi arrivò inaspettata una feroce ondata di panico, come mai aveva sperimentato prima di allora.
Il cuore galoppò, passando in un secondo alla massima frequenza sopportabile senza che il petto esplodesse, come se si stesse preparando a fuggire da una mandria di bisonti inferociti. Era una sensazione sconvolgente, la certezza che qualcosa di orribile sarebbe successo di lì a pochissimo. Non riusciva a razionalizzarla, non capiva da dove fosse scaturita. E aumentava, a dismisura, facendogli temere di perdere la ragione. Annaspò, tentando di aggrapparsi alla prima cosa che gli venisse in soccorso, ma non trovò nulla.
Infine, come in un vero incubo senza fine venne il dolore, acuto, lancinante che si irradiava dal centro del suo petto, fino al braccio sinistro, formicolante, facendogli inesorabilmente comprendere che stava avendo un attacco di cuore. Mentre era in vacanza con sua moglie incinta addormentata accanto a lui, senza nessuna idea di dove si trovassero e senza nessuno da poter chiamare in caso di bisogno. Era lucido e stava per morire così, inerme. Sentì un'infinita disperazione invaderlo. Non così, non adesso. Non era giusto.
Strinse gli occhi, per costringere il dolore a scomparire con la sola forza del pensiero. Se fosse stato fortunato, se si fosse sforzato abbastanza, se le divinità in ascolto lo avessero graziato, avrebbe potuto fare finta di niente, tornare a dormire, tenere per sempre per sé quegli atroci attimi in cui si era trovato faccia a faccia con la sua mortalità. Non gliene avrebbe mai parlato. Per favore.
No, non l'avrebbe lasciata, per nessun motivo al mondo, decise. Non aveva nessun senso quello che stava accadendo. Non avevano passato quello che avevano passato solo perché a lui venisse un fottutissimo infarto. Che razza di dipartita sarebbe stata, così poco fantasiosa?
Era troppo giovane, innanzitutto. D'accordo, forse da parecchio non controllava lo stato delle sue arterie e il livello di colesterolo, anche se non era certo che le due cose fossero correlate. E l'attività fisica non era una sua priorità e nemmeno mangiar sano o bere molta acqua o non sapeva cos'altro. Oddio, forse era un candidato perfetto ed era scivolato incosciente verso l'eterno riposo senza preoccuparsene.
Alt, non doveva dar corda alle fantasie, a ben guardare tutta la faccenda era assurda, bastava analizzarla meglio. Non aveva avuto avvisaglie, non si era sentito stanco, era in ottima forma e riusciva a fare diversi piani di scale senza avere alcun affanno. Era così? Ripensò all'ultima volta in cui aveva effettivamente preso le scale invece che l'ascensore. Al distretto qualche giorno prima. Ottimo, aveva delle prove inconfutabili che dimostravano che il suo cuore stava benissimo, aveva solo un pessimo senso dell'umorismo per spaventarlo in quel modo proprio il primo giorno della loro vacanza. Che lui non aveva nessuna intenzione di rovinare. E poi lui non sarebbe morto.
Nonostante la ferrea determinazione, il dolore non accennò a diminuire. Il petto era stretto in una morsa a tenaglia che gli rendeva difficile respirare. Ogni volta che la cassa toracica si sollevava, riceveva stilettate che gli riverberavano nel cervello. Doveva fare qualcosa, soprattutto non doveva concentrarsi su possibilità infauste, ma nemmeno perdere tempo, come invece stava evidentemente facendo. Ricominciò a sudare copiosamente. Non poteva svegliarla annunciando che stava avendo un attacco di cuore, l'avrebbe agitata ed era proprio quello che avevano insistito che non succedesse. Forse anche la sua mente lo stava abbandonando, che cosa andava a pensare? Non si sarebbe limitata ad agitarsi, le avrebbe fatto venire un colpo – magari dello stesso tipo che stava avendo lui – che l'avrebbe fatta partorire seduta stante. Gemette piano. Una morte e una nascita, in contemporanea. Che bel modo di festeggiare compleanni per sua figlia orfana, il giorno della scomparsa del padre. Il panico tornò a stringergli la gola in spire velenose e acuminate.
A tutte le divinità esistenti o immaginarie: vi prego, non fatemi morire. Non fate partorire mia moglie prima del tempo. So che siamo già stati fortunati a sopravvivere, e non solo una volta, ma è l'ultima cosa che vi chiedo. Per sempre. Non posso lasciare una bambina senza padre. Il solo formularlo nella mente lo fece precipitare nell'orrore. Non poteva abbandonarle. Ma non aveva assolutamente nessuna idea di come fare per proteggerle.
Il dolore si intensificò. Trattenne a stento un grido e alzò cauto la mano destra per portarsela al cuore, felice che rispondesse ai comandi, ma il movimento venne intralciato dal ventre di sua moglie a pochi centimetri da lui. Non aveva percepito la sua presenza così vicina, era precipitato in un mondo ostile riempito unicamente da sofferenza e angoscia. Appoggiò la mano sulla pelle tesa, e ricevette in cambio un calcio ben piazzato. Si bloccò, sorpreso. La bambina era sveglia e stava comunicando con lui, ne era certo. Se aveva ereditato un briciolo del carattere di sua madre lo stava sicuramente rimproverando per aver solo avuto l'ardire di pensare di poter morire. Doveva reagire per lei, per entrambe. Doveva fare qualcosa, ma non sapeva che cosa. Non riusciva a prendersi cura di sé ed era una sensazione spaventosa.
"Castle, stai bene?". L'attività notturna della bambina doveva averla svegliata, le era impossibile dormire quando era tanto agitata, era già accaduto molte volte. Ci avevano perfino scherzato su. Aveva la voce insonnolita, non aveva ancora capito che qualcosa non andava e lui non aveva idea di come fare a informarla con tatto. Provò a farlo, ma la voce uscì come un rantolo e si rese conto, nel provarci, che non riusciva a respirare del tutto, come se i muscoli del collo si fossero irrigiditi al punto da non far passare aria. Sentiva la gola gonfia e doveva sforzarsi per far entrare un quantitativo di ossigeno sufficiente. Precipitò in un gorgo di atroce sgomento in cui l'attività cerebrale si annullò concentrata nell'unico compito di sopravvivere. Non poteva farle questo. Non poteva morire accanto a lei, come avrebbe fatto ad andare avanti? Non era questo che le aveva promesso. Universo, ho ancora dei doveri coniugali da compiere.
La sentì chiamare il suo nome, con ansia crescente che gli rimbombò nella testa e peggiorò i suoi sintomi. Non riusciva a tenere traccia dei suoi movimenti, il materasso si abbassò e poi si alzò, tentò di seguire i suoi passi frettolosi nella stanza, forse stava cercando il telefono. Si allontanò e la perse di vista. Dopo lunghi secondi tornò e si accovacciò accanto a lui. Gli cercò freneticamente il battito cardiaco, gli accarezzò la fronte sudata, gli aprì il colletto della camicia e a lui parve di stare un po' meglio, grazie al contatto con la mano fresca, rassicurante. Non riusciva a risponderle, ma cercò di comunicarle tutto il suo amore. Se era la fine, non gli importava nient'altro che farle sapere che amarla era stata l'unica cosa che avesse avuto senso nella sua vita. E che gli spiaceva tanto che finisse così.
"Tieni duro, Castle. L'ambulanza sta per arrivare".
Sbarrò gli occhi. Non voleva andare in ospedale, non voleva creare quel trambusto, lasciarla sola, chi si sarebbe occupato di lei? Scosse la testa e le strinse la mano, ma lei non parve capire il messaggio.
"Andrà tutto bene". Nonostante la forza con cui pronunciò quelle parole, che era la stessa che stava tentando di trasmettergli, avvertì la paura sotterranea, che si sforzava di camuffare.
Sentì la sirena in lontananza. Si aggrappò al suo braccio per ottenere la sua attenzione.
"Ti amo, Kate". Poi tutto si fece nero.
