Tornò in sé, a uno stato minimo di consapevolezza, con estrema difficoltà, come se stesse riemergendo da una pozza nera e vischiosa che continuava ad attrarlo inesorabilmente verso il proprio centro tenebroso.
Era confuso, frastornato, avviluppato in nebbie dense, in un'atmosfera rarefatta. La testa era stretta a intervalli regolari in una morsa pulsante e aveva un saporaccio metallico in bocca. Provò a deglutire, ma rischiò di strozzarsi per la secchezza delle mucose. Sollevò le palpebre, o almeno ci provò, ma gli parve uno sforzo paragonabile a quello di dover sostenere da solo il peso del mondo. Un intorpidimento diffuso, che interessava sia il corpo che la mente, gli rendeva impossibile fare una ricognizione realistica su quali fossero le sue condizioni attuali, dove si trovasse e perché era così fiacco da fargli credere che il sangue fosse defluito abbandonandolo del tutto. Era esattamente come se la mandria di bisonti, quelli da cui aveva cercato di scappare, gli fosse infine passata sopra.
Era molto rallentato, incapace di fare dei ragionamenti molto semplici. I pensieri continuavano a sfuggirgli, perdeva il filo senza riuscire a mettere due idee concrete in fila.
Per prima cosa si diede il compito di focalizzare tutte le energie rimaste per capire dove si trovasse. Cerco di mantenere gli occhi ben aperti e si guardò intorno, registrando alcuni dettagli della stanza in cui si trovava – il movimento gli costò un notevole sforzo e qualche fitta sul lato destro del cranio, ma non cedette. Non voleva tornare a immergersi in un sonno di piombo che niente aveva di naturale o di rigenerante. Era in ospedale, realizzò un po' istupidito, prima di ricordare qualcosa di vago che risaliva a una finestra temporale che non sapeva collocare. Dove era Kate? Perché si sentiva tanto miserabile? Gli era successo qualcosa d'altro, qualcosa di molto più grave? Era forse stato in coma? Era normale, soprattutto, sentirsi così?
I suoi spostamenti, se pure minimi, causarono del trambusto intorno a lui. Si voltò lentamente, per capirne l'origine. Fu così che mise a fuoco la figura di sua moglie, alla sua destra, che gli sorrideva con amore e infinita stanchezza – avrebbe riconosciuto quei cerchi violacei intorno agli occhi anche in punto di morte - acciambellata su una poltrona di fortuna e avviluppata in una coperta con la quale non avrebbe osato nascondere delle armi di contrabbando. O del pesce appena pescato. Che cosa andava a pensare? Le sue funzioni cognitive appena risvegliate dovevano aver subito una metamorfosi che non era sicuro di apprezzare. Vederla, però, servì a diradare gran parte della foschia nerastra che stazionava nel cervello. Si sentì immediatamente rinfrancato, meno stordito, come se avesse trangugiato una dose di ottima caffeina concentrata. Il solo fatto di saperla lì con lui lo fece sentire meno miserabile. Il mondo era un posto meno ostile e desolato di quanto gli fosse apparso aprendo gli occhi.
Era mattino, si rese conto con stupore, una luce fievole e biancastra, che non bastava a illuminare la stanza, o risollevare gli animi, filtrava attraverso l'unica finestra, che dava su edifici grigi e impersonali. Non aveva semplicemente dormito per qualche ora, era scomparso dai radar, come se avesse perso coscienza dello scorrere del tempo. Qualsiasi cosa gli avessero somministrato, dovevano aver esagerato con il dosaggio, per ridurlo in quello stato catatonico.
"Ehi, Castle, come ti senti?", gli domandò, lieta di vederlo sveglio e intenzionata a prendersi premurosamente cura di lui, ma al contempo cauta, come se non sapesse di preciso come comportarsi o lo ritenesse troppo fragile per sopportare gli urti della vita. Si era alzata, ma non era balzata su di lui, quasi non osasse toccarlo, prima di aver valutato le sue reazioni. Non gli piaceva essere trattato come un oggetto di cristallo prossimo alla rottura. Le sorrise, tendendo le labbra screpolate.
"Anche da morto sono in grado di ricreare il tuo ologramma per averti vicina?". Gli parve una domanda legittima, era meglio sgombrare subito il campo da possibili malintesi. La voce non suonò vigorosa per come era abituato, era piuttosto impastata e incespicò su qualche parola, ma fu lieto di scoprire di non aver perso l'uso della favella.
Kate rimase per un istante spiazzata, poi il suo sorriso si fece più ampio.
"Deduco che tu stia bene, per avere voglia di scherzare così. E no, non sei morto, mi hai fatto delle promesse il giorno del nostro matrimonio, intendo fartele mantenere tutte". Non ne dubitò affatto. Era sicuro che l'avrebbe tenuto nel mondo dei vivi esercitando semplicemente la sua imperiosa e formidabile volontà, che avrebbe abbattuto ogni ostacolo. Era un uomo fortunato sul serio.
Dopo averlo sottoposto a un rapido esame visivo, dovette convincersi che non fosse in procinto di frantumarsi davanti ai suoi occhi da un momento all'altro. Si chinò su di lui per aggiustargli i capelli sulla fronte e gli diede un leggero bacio sulle labbra, che lui accolse con gratitudine. Subito dopo, invece di scostarsi o tornare sulla poltrona dove era rimasta ad aspettare che si svegliasse, appoggiò la guancia alla sua, sospirando. Rimase ferma così per qualche secondo. Le passò un braccio intorno alle spalle. La sentiva respirare con difficoltà, con il viso premuto contro il suo. Avvertì la corrente di amore che si generò da lei e che lo invase, mista a sfinimento, fragilità e paura. Riconobbe le emozioni una a una, quasi potesse leggerle sulla sua pelle.
Non era difficile indovinare quanto si fosse spaventata per il suo improvvido malore e quanto fosse stato faticoso affrontare la situazione tutta da sola, senza l'aiuto di nessuno, in un posto sconosciuto, mentre lui giaceva tramortito da un mix letale di tranquillanti forse sovradosati.
"Perché non ti sdrai sul letto insieme a me?", le propose a bassa voce. Aveva bisogno di averla vicina fisicamente ed era sicuro che avrebbe fatto bene anche a lei, per quanto non volesse essere presuntuoso – tecnicamente, non essendo finito nell'Aldilà, non aveva avuto accesso a chissà quale sorgente di saggezza ultraterrena o chiaroveggenza. Peccato, sarebbero tornate utili in questa vita, unite alle sue già notevoli doti naturali.
"Non penso questo lettino possa contenerci entrambi. Dimentichi che ultimamente la circonferenza della mia pancia è esplosa", si lamentò, un po' per finta e un po' davvero sconcertata che una parte del suo corpo sfuggisse al suo controllo, e prendesse decisioni in autonomia,.
"Ce la facciamo, se ci stringiamo", le rispose, intenzionato a ogni costo ad averla accanto a sé. Si scostò, tacendo su quanto il movimento gli rimbombasse nel cervello e le fece spazio sufficiente per garantire una posizione confortevole per tutti e due. "Non hai mai pensato che magari si sono sbagliati e avremo due bambini, invece che una sola? Pensa che bella sorpresa sarebbe, Beckett", la prendeva in giro, ovviamente. Erano più che certi che si trattasse di un unico, primo esemplare della dinastia Castle-Beckett, almeno per il momento. Ma, a dirla tutta, anche a lui sembrava che le dimensioni fossero aumentate, anche se non poteva fidarsi delle sue sensazioni, non quando aveva formidabili sostanze chimiche a circolare nel sangue.
"Non scherzare su una cosa del genere", gemette lei, seriamente turbata dal suo suggerimento.
"Perché no? Che cos'hai contro i gemelli?".
"Non ho niente, fintanto che non sarò io a occuparmi di due neonati per volta. Riesci a immaginare il caos?".
Sì, riusciva a immaginarlo. E gli pareva un caos bellissimo, pieno di vita, speranze, futuro, ma forse non era il caso di contrariarla dopo la notte appena trascorsa su una poltrona scomoda in finta pelle e tutto il resto.
Rimasero in silenzio, lei forse a pensare a imporgli una vasectomia preventiva per evitare parti plurigemellari futuri e lui al grosso elefante in mezzo alla stanza che dovevano necessariamente affrontare.
"Quindi... ho avuto un attacco di cuore?", domandò alla fine, sentendosi come l'eroe di fronte al patibolo, prima dell'esecuzione. Era vivo, ne era straordinariamente felice e sollevato, ma... quanto aveva ipotecato della sua esistenza quell'episodio? Che tipo di marito, padre sarebbe diventato? Non sarebbe mai più stato quello di prima. Invincibile, invulnerabile, in grado di fare qualsiasi cosa per le persone che amava.
Si sentiva un po' colpevole, come se avesse mancato in qualcosa, o non fosse stato all'altezza delle aspettative. E molto triste, per tutte le cose che sarebbero cambiate, le rinunce che avrebbe subito e di conseguenza imposto a lei, alla loro famiglia. Proprio adesso che la loro vita stava per ricominciare.
"Non si è trattato di un infarto, Castle. Il tuo cuore sta benissimo. Hai avuto un attacco di panico abbastanza impegnativo". Parlò in modo molto calmo e diretto, senza abbellimenti o aggiunta di altri dettagli che avrebbero sviscerato più tardi, come se sapesse che aveva bisogno di tempo per accettare la natura della diagnosi.
Rimase a fissarla, attonito. Non aveva rischiato di morire? Non doveva subire un intervento alle coronarie, trascorrere del tempo in un centro per la riabilitazione, prendere numerosi farmaci per il resto della sua vita, controllare la pressione, abituarsi a fare brevi passeggiate quotidiane, magari con l'aiuto di un bastone intarsiato, frequentare altri anziani al parco, discutere con loro dei rispettivi acciacchi, smettere di bere alcolici, prepararsi una minestrina per cena, ricordare ai giovani che ai suoi tempi lui cavalcava nudo in Central Park, attività che sicuramente ora gli avrebbero proibito? Era libero?
La vita, che aveva visto fuggire via, fece una brusca frenata e virò nella sua direzione. Era paralizzato dalla sorpresa. Non riusciva a crederci. Non riusciva a sbloccare quella parte di cervello che avrebbe dovuto produrre emozioni adeguate alla notizia. Si era gelato.
Provò a riandare agli eventi concitati della serata precedente, per vedere se avesse sbagliato a valutare i sintomi, o se almeno fosse rimasta traccia di quello che era successo in seguito. Ricordava vagamente l'arrivo dei paramedici, segno che era stato vigile, i volti chini su di lui, che non era più sdraiato sul letto, ma era riuscito a mettersi seduto, per cui l'immobilità che aveva sperimentato era stata solo temporanea, e le domande che avevano tentato di porgli. Aveva risposto? Non ne aveva idea. Gli avevano detto di rimanere calmo, più volte, avevano controllato il battito cardiaco e misurato la pressione, ma da quel punto in avanti la sua memoria era pari a un colabrodo. Forse gli avevano già fatto allora un'iniezione calmante, che aveva influenzato l'attività cerebrale legata ai ricordi?
"Sono... sicuri?". Forse, prima di illudersi dello scampato pericolo, avrebbe fatto meglio a farsi visitare da un cardiologo di fama internazionale, una volta tornato in città. C'era da fidarsi di queste persone? Erano medici veri? Non voleva ricevere una batosta in futuro.
"Sì, sono sicuri. Il tuo cuore è sanissimo, molto più in forma del previsto", lo rassicurò, quasi fosse fiera di lui e di quel cuore che non li aveva traditi.
"Quindi... non sto per morire". Lo ripeté più che altro a se stesso, per sentire come suonasse alle sue stesse orecchie e finalmente convincersene. Un sollievo incontaminato lo pervase. La vita improvvisamente si colorò di sfumature gioiose. La strinse più forte, freneticamente. Ora non doveva trattenersi dal fare sforzi o movimenti azzardati. Gli venne voglia di balzare dal letto e uscirsene a fare una corsa. Non aveva avuto un infarto. Poteva allenarsi per una maratona, scalare l'Everest, prendere in braccio tutti i gemelli che voleva.
"E perché sono qui? Se è stato solo un attacco di panico...".
"Castle, un attacco di panico non è proprio una passeggiata, anche se concordo che sia meglio di un infarto. Non devi prenderlo con tanta leggerezza", lo rimproverò. Rimase in silenzio, accettando la ramanzina, anche se non era d'accordo. Aspettò che proseguisse. "Ti hanno portato qui per sottoporti a tutti gli esami del caso, per scongiurare altre ipotesi più gravi, sono stati molto scrupolosi. Non ricordi? Eri ancora vigile a quel punto".
Scosse la testa. Non lo ricordava. Aveva un vuoto che copriva le ultime ore.
"E alla fine hanno deciso di trattenerti una notte in osservazione, dopo averti somministrato una flebo di ansiolitico, che deve averti stroncato. Forse dovremmo tenerne una scorta a casa, per quando diventi insopportabile".
Come si permetteva? Lui era il paziente appena sfuggito alla morte.
Mentre continuava a tenerla tra le braccia avvertì scemare la tensione dal corpo di lei. Ecco che cosa serviva, adesso. Dovevano andarsene da lì il prima possibile, sempre che qualcuno si degnasse di fargli una visita prima del tramonto, e starsene da soli a guarirsi a vicenda. Non c'era niente a quel punto che gli vietasse di tornare a occuparsi di lei come e quanto gli pareva, visto che non aveva niente. Non era successo niente.
"Hai idea di quando mi dimetteranno?", le domandò impaziente. Ora che aveva scoperto di non rischiare nulla, non vedeva l'ora di abbandonare le lenzuola ruvide che puzzavano di disinfettante e le tristi pareti verdognole. Perché dovevano condividere quel lettino, quando c'era il mondo intero là fuori ad attenderli con altre meravigliose avventure e tessuti più pregiati?
"Non appena passerà il medico di turno, non c'è motivo per cui tu rimanga". Esattamente quello che pensava anche lui. Nessun motivo per rimanere.
"Non hai fame?", si informò, subito dopo, realizzando che stavano digiunando dal giorno precedente e che lei non poteva permetterselo. Gli fece piacere tornare alle vecchie abitudini, quelle in cui lui si prendeva cura di lei.
"Non preoccuparti per me, Castle", gli sorrise. Certo che si preoccupava, che altro doveva fare? "Sei tu adesso che hai bisogno di attenzioni", aggiunse. Lui non aveva bisogno proprio di niente, solo di essere dimesso e lasciarsi tutto alle spalle. "Se può tranquillizzarti, sono stati molto gentili e si sono assicurati che avessi tutto ciò di cui avevo bisogno".
Era naturale che si fossero occupati anche di lei, viste le sue condizioni e il fatto di non aver nessuno accanto a farle compagnia. Gli venne il panico – per modo di dire, non quello che aveva sperimentato - al pensiero di tutte quelle ore trascorse a vegliarlo, magari impaurita, o in apprensione per la sua sorte, nonostante la diagnosi rassicurante. La schiena doveva averle dato il tormento, vista la posizione scomoda assunta a lungo e l'impossibilità di stendersi.
"Non appena ti libereranno...", disse, conoscendo perfettamente la sua natura, "ti porterò a fare una colazione come si deve, prima di tornare allo chalet a riposare".
"Non voglio riposare". Trovava allarmante quel continuo riferirsi a lui come qualcuno che stesse soffrendo di una patologia seria."Ho dormito abbastanza. Siamo in vacanza, dobbiamo godercela", insistette.
Gli lanciò un'occhiata severa che aveva lo scopo di interrompere subito quelli che doveva considerare inutili capricci, glielo leggeva in faccia.
"Castle, anche se non ti è capitato niente di grave, non significa che non sia successo niente del tutto. Rimarremo qui per qualche giorno, a meno che tu non voglia tornare a casa, a New York. In ogni caso, in qualsiasi posto saremo, dovrai riposare. Mi accerterò personalmente che tu lo faccia, anche se dovrò ricorrere alla mia pistola".
Non voleva tornare a casa. E l'idea di qualche giorno allo chalet era accettabile. Anche quella di lei con una pistola. Fantasticò su loro due da soli, in mezzo al nulla e lunghi sonnellini. D'un tratto gli sembrò una prospettiva allettante.
"Va bene, rimarremo qui finché il tuo animo dispotico lo riterrà necessario", acconsentì. "Dobbiamo chiamare un taxi?", domandò, avendo comunque fretta di organizzare il loro prezioso tempo insieme. Lei lo aveva accompagnato in ambulanza, quello se lo ricordava bene, quindi erano sprovvisti di un mezzo di trasporto.
"No, l'auto è parcheggiata qui sotto. Ma ti informo che intendo guidare io, non voglio che ti stressi più di quanto tu lo sia già". Era intransigente sull'argomento, doveva essersi spaventata parecchio e se ne dispiacque. L'ultima cosa che desiderava al mondo era quella di aumentare le sue pene, quando aveva solo voluto alleggerire il carico, farle vivere qualche giornata spensierata. E invece erano partiti con il botto. Letteralmente.
Si focalizzò sui dettagli, per evitare di passare il resto del tempo a chiederle scusa, perché lei si sarebbe certamente alterata.
"Perché la macchina è qui? Quando sei tornata a prenderla?". Nel cuore della notte? Da sola?
"Lo chalet non è molto lontano, la tua mania di cercare un alloggio che avesse un ospedale vicino è tornata utile, dopotutto".
"Perché sei tanto reticente a rispondere? Ti sei fatta dare un passaggio dal tuo prossimo marito, nel caso io non ce l'avessi fatta?".
Non reagì come aveva sperato. Non lo fulminò e non gli rispose che sì, aveva fatto proprio quello che sospettava, si era cercata un altro marito per sostituirlo, sperando che fosse meno fastidioso. O meno cagionevole di salute.
Sospirò rumorosamente, spazientita.
"Non voglio che ti crucci per cose di nessuna importanza".
Stava sviando la conversazione e questo non era un buon segno. Oltre al fatto che ne aveva già abbastanza di essere trattato come un esemplare di una specie protetta che non doveva essere turbato per nessun motivo.
"Parlami del tuo nuovo futuro marito. Anche se temo dovrà aspettare ancora qualche anno, prima di sostituirmi". Lei sbuffò, di nuovo, come se non trovasse l'argomento divertente.
"D'accordo, Castle, se proprio lo vuoi sapere mi ha accompagnato il gestore della tavola calda".
"C'è una tavola calda in ospedale?". Doveva fare un giro di ricognizione, a lui parevano giusto due sale e qualche macchinario poco moderno.
"No, quella dove ci siamo fermati ieri a pranzo. So che non ti farà piacere scoprire che è il proprietario dello chalet dove alloggiamo e di mezza città, a quanto pare. Forse anche di questo ospedale. La notizia del tuo malessere si è sparsa molto in fretta, nonostante fosse molto tardi - dubito che capitino spesso cose fuori dall'ordinario e tu sei un personaggio più o meno famoso. Si è presentato poco dopo l'alba per offrimi qualcosa di caldo da mangiare, anche se gli infermieri avevano già provveduto a farlo, e ha riempito lo chalet di provviste che ci basteranno per almeno un mese. È stato molto gentile, anche se è di poche parole".
"Vi siete anche sposati nel frattempo?", chiese a bruciapelo, mentre stava ancora processando tutte le informazioni. Quel bifolco era il loro padrone di casa? Quello chalet lussuoso, arredato con ottimo gusto, pieno di comfort nel quale sperava di tornare presto per godersi il panorama abbracciato a sua moglie? Come era possibile? Aveva l'aria di chi non vede un negozio di abbigliamento da anni e non gli importa di rifinire le maniere rozze con un po' di buona educazione.
"Lo faremo presto, se non smetti di essere tanto geloso".
"Non sono geloso! È solo che non mi piace pensarti vicino a un altro uomo, mentre io me ne sto steso incosciente in un letto d'ospedale".
"Castle, ti stai autocommiserando. Ti preferivo geloso. Eri più sexy".
Le sorrise, tornando subito di ottimo umore. Lei gli faceva sempre quell'effetto.
"Se può interessarti, ha pensato anche a te, ti ha lasciato delle ciambelle per quando ti fossi svegliato". Gli indicò una scatola della cui esistenza non si era accorto e che non avrebbe aperto nemmeno in caso di estrema necessità.
"Sta solo cercando di anticipare la mia uscita di scena, ostruendomi le arterie con cibi grassi e fritti. Ho visto come ti guardava ieri".
"Mi stupisce che ti preoccupi che qualcuno voglia sedurmi, nonostante le mie condizioni, invece che temere che possa uccidermi e gettare il mio cadavere nel bosco. Da quando non ti allarmi perché ho accettato un passaggio da uno sconosciuto? Fino a ieri eri convinto che fossimo circondati da pericoli".
Forse perché qualcosa di brutto era effettivamente successo, ed erano sopravvissuti. O forse in effetti l'ansiolitico stava reprimendo quella parte di sé che tendeva ad agitarsi con più facilità.
"Perché sei un capitano di polizia, se avesse solo provato a torcerti un capello lo avresti fatto scomparire tu tra il fogliame del sottobosco e io ti avrei aiutato a seppellirlo adeguatamente. Siccome non mi hai ancora confessato nessun delitto, sono più preoccupato dell'effetto che fai, anche se tu non te ne rendi conto".
Era vero. Era molto più che attraente in senso classico. Era bellissima, pura, piena di incanto e felice, nonostante tutte le peripezie a cui era stata sottoposta, l'ultima di una lunga serie avvenuta per colpa sua. Piena di luce che non sapeva di emanare. Perfino quella buia stanzetta d'ospedale era confortevole, grazie alla sua presenza. Anche se non vedeva l'ora di chiudere per sempre quel capitolo, comportarsi in modo mansueto per qualche giorno e tornare finalmente alla loro sospirata vacanza.
