Si risvegliò dolcemente, meno disorientato rispetto al mattino e senza essere oppresso dai brutali effetti collaterali dei farmaci.
Rimase a farsi cullare dalla quiete da cui era circondato, interrotta solo da qualche tonfo soffocato proveniente dalla cucina, come se qualcuno si stesse impegnando a fare meno rumore possibile.
Sperò che si trattasse di Kate e non di qualche vicino sconosciuto e pieno di buone intenzioni, venuto a offrirsi di dar loro una mano o semplicemente curiosare, perché in quel caso l'avrebbe considerata una grave intromissione della loro privacy e non avrebbe avuto la pazienza di trattarlo con la dovuta cortesia, nemmeno imponendoselo. C'era un limite a tutto, e il suo era stato abbondantemente superato.
Aprì gli occhi, sentendosi già meno rilassato e più battagliero, in vista di una possibile colluttazione verbale con potenziali estranei, quando si accorse di essere avvolto da una spessa trapunta, di cui ignorava la provenienza e che aveva contribuito a tenerlo al caldo e creare quella condizione di benessere nella quale era stato immerso.
Qualcuno si era preso cura di lui e aveva amorevolmente vegliato sul suo riposo. A quel punto, se si fosse trattato davvero di un vicino, sarebbe stato più imbarazzante che fastidioso, ridacchiò tra sé. E anche piuttosto difficile da giustificare.
A un'indagine più approfondita notò di essere solo nella stanza – il posto che lei aveva occupato accanto a lui era vuoto. Questo lo convinse definitivamente che nessuno aveva turbato la loro intimità. Respirò con voluttà, stiracchiandosi. Non ricordava da quanto tempo non si sentisse così ristorato.
Diede un'occhiata all'orologio posizionato sopra al caminetto, che ardeva in piena attività, a significare che Kate si era occupata anche di quello, oltre a tutto il resto, e si rese conto sbigottito di aver dormito diverse ore, più di quanto avesse previsto. Si sollevò sfregandosi gli occhi ancora gonfi, facendo scivolare sul pavimento alcuni cuscini. Era ancora un po' goffo nei movimenti.
Kate dovette accorgersi del trambusto che aveva provocato, perché si fece viva immediatamente, portando con sé una tazza fumante, che gli offrì con un sorriso più disteso di quello con cui l'aveva accolto al risveglio in ospedale, sedendosi accanto a lui. Sperò che si fosse concessa qualche minuto di riposo. Non era l'unico ad avere arretrati di sonno e tranquillità, anche se sembrava l'unico di cui ci si dovesse occupare, situazione che faticava ad accettare, trovandola ingiusta.
"Niente caffeina per oggi, ti ho preparato della cioccolata", lo informò, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni ricevute. Per fortuna la sua sollecitudine non le aveva fatto propendere per della camomilla, che avrebbe bevuto solo spinto dallo spirito di sacrificio e per mostrarle gratitudine per l'impegno profuso.
"Vuoi prendere il mio posto, Beckett? Prima il pranzo e adesso la cioccolata. Di solito sono io a occuparmi di queste cose". Disse la prima sciocchezza che gli venne in mente, perché si sentiva un po' in imbarazzo a essere circondato da tanta premura. E anche per farle capire che era in perfetta forma e sarebbe tornato presto a prendersi cura di lei e della nascitura. Anche subito, se non avesse temuto di sentirsi rifilare una ramanzina su quanto non stesse dimostrando di prendere seriamente quello che gli era successo.
"Sarò felice di lasciarti tornare alle tue mansioni, perché non credo che la cioccolata mi sia venuta benissimo, ti sei svegliato troppo presto", ammise un po' dubbiosa, concentrata apparentemente solo sul risultato dei suoi sforzi culinari.
Castle ne bevve un sorso, scottandosi la lingua perché era bollente. Ma scoprì che era densa e cremosa al punto giusto. "È ottima, ma non avevo dubbi. Sei brava in tutto quello che fai".
La vide fare una smorfia, come se ritenesse che lui stesse esagerando per fare il galante – cosa che avrebbe comunque fatto, anche se in quell'occasione aveva semplicemente detto la verità.
Seguì una lunga pausa di silenzio, che aveva ormai imparato a non temere, ma, piuttosto ad apprezzare. Significava che stavano bene insieme e non dovevano riempirsi di parole a casaccio solo perché temevano l'orribile vuoto sottostante. Ne approfittò per farsi ipnotizzare dalle fiamme vivaci e dagli occasionali borbottii dei ciocchi di legno accatastati in modo esperto, un'altra delle cose in cui era insospettabilmente brava.
Dopo qualche minuto di riflessione, Kate appoggiò la propria tazza sul tavolino basso davanti a lei, e si voltò verso di lui, guardandolo con un'espressione energica che avrebbe dovuto metterlo in allarme. Ma crogiolarsi nella pace, come stava facendo, non era il modo migliore per fiutare un possibile pericolo.
"Castle, dobbiamo parlare", esordì decisa, senza alcun preambolo che potesse prepararlo.
Castle si lasciò sfuggire un gemito di finto orrore. Non aveva capito niente. Altro che silenzio rilassato, lei stava progettando un agguato ai suoi danni, mentre lui se ne era stato a perdere tempo meditando sul fuoco e su tutte le verità della vita che gli si sgretolarono davanti, trovandosi all'improvviso sotto assedio.
"Beckett, questo è il modo più veloce per farmi venire un vero attacco di cuore, mi sorprende che tu non lo sappia. È in cima alle cose da evitare nel decalogo dei rapporti sentimentali". Si portò teatralmente una mano al petto, solo per farle un po' tenerezza e allontanare la sensazione di verdetto incombente. Non sortì alcun effetto.
Lo scrutò serissima, quasi con aria di rimprovero.
"Non ho nessuna intenzione di lasciarti, come fa a venirti in mente una cosa del genere?".
Buono a sapersi. Certe rassicurazioni erano sempre gradite, soprattutto visto quello che era successo in passato e da cui onestamente non si era mai ripreso del tutto, anche se non aveva nessuna intenzione di tirare in ballo l'argomento. Né ora, né mai. Il ricordo di quando gli aveva girato le spalle ed era uscita in lacrime dalla porta del loft, mentre lui faceva appello a qualsiasi brandello di forza in suo possesso per non correrle dietro e implorarla di non lasciarlo, tornava regolarmente a infestarlo, soprattutto quando meno poteva permetterselo, quando era più vulnerabile. Forse non l'avrebbe mai superato, avrebbe vissuto per sempre con un minuscolo pezzetto di cuore incrinato.
"Voglio solo che parliamo di quello che è successo, adesso che ti sei un po' ripreso e siamo più tranquilli", aggiunse, sottoponendolo a un attento esame per cercare segni di possibile malessere.
Non aveva avuto idea che ci fosse un confronto di quelle dimensioni ad attenderlo e che personalmente non aveva nessuna voglia di sostenere.
"Non è successo niente", tagliò corto, sperando di convincerla, sapendo che non ci sarebbe riuscito. Si rendeva conto che era una risposta inutile, soprattutto frustrante per l'interlocutore, ma gli era venuta così, spinto dal rifiuto di sviscerare inutilmente un argomento che, dal suo punto di vista, non aveva nessun bisogno di ulteriori dibattiti.
"Sei stato male al punto da essere ricoverato in ospedale, non penso si possa definire niente", puntualizzò lei mantenendo la calma. Doveva essersi preparata a lungo mentre lui dormiva ignaro, non sarebbe stato facile disinnescarla. Non potevano semplicemente rilassarsi e non pensarci più?
Vane speranze, a giudicare dall'espressione ferocemente determinata da lei assunta e che lui conosceva molto bene. Non avrebbe smesso finché lui non avesse confessato tutto. Non aveva però idea di che cosa si aspettasse da lui.
"Sono stato in ospedale solo perché hanno esagerato con le precauzioni. A New York non sarebbe successo. Mi avrebbero fatto un'iniezione calmante e se ne sarebbero andati".
Lei non si lasciò impressionare dalla sua logica, che a parer suo corrispondeva alla realtà, non stava cercando di convincerla, non più di quanto stesse cercando di convincere se stesso.
"Si è trattato solo un attacco di panico", aggiunse con tono molto meno pacato di quello da lei assunto, iniziando a innervosirsi per via del muro che si trovava davanti. "È scritto sul foglio delle dimissioni, non me lo sto inventando. E io sto bene". Allargò le braccia per enfatizzare il concetto. Stava bene davvero, ma a quel punto disperava che lei lo avrebbe mai preso sul serio, nemmeno se glielo avesse ripetuto a oltranza.
Perché non potevano continuare a godersi la giornata, nella pace idilliaca che aveva aleggiato nello chalet fino a poco prima?
"Non è stato solo un attacco di panico, Castle. Allison sostiene che tu ne abbia avuto un altro anche in ospedale, la scorsa primavera, quando...". Abbassò gli occhi e la voce, perdendo un po' della risolutezza granitica fin lì dimostrata. "Quando eravamo ricoverati insieme".
Lui se lo ricordava benissimo. Lo sorprendeva piuttosto che lei ne fosse al corrente, ma soprattutto lo turbò il fatto che sua moglie avesse raccontato la loro piccola avventura ad altri, senza averlo prima deciso insieme a lui. L'aveva allegramente scavalcato, senza nessuna remora. E aveva interpellato un medico, per giunta, come se non si fidasse di quelli che l'avevano visitato, ma ritenesse necessario, sempre senza avergli chiesto la sua opinione, ricevere un altro parere. Si adombrò, sentendosi tradito come se lei avesse agito alle sue spalle. Perché era proprio così che era andata, non era lui a essere troppo suscettibile sull'argomento e si stupiva che lei fosse arrivata a tanto.
"Sì, è vero, è successo", le rispose trasformando la rabbia in gelo e sperando che lei se ne accorgesse e ne fosse ferita. "Mi aveva appena informato che avevi subito un arresto cardiaco, mentre eri in sala operatoria, proprio come era successo dopo che il cecchino ti aveva colpito, al funerale di Montgomery. Avevo saputo che eri morta sul serio per qualche secondo, confermando i miei peggiori timori. Riesci a immaginare come mi sono sentito nel venirlo a sapere? Mentre immaginavo la linea piatta sul monitor, con i medici che ti si affannavano intorno tentando di riportarti in vita? Sarai d'accordo anche tu che si è trattato di una circostanza estrema, non ho un disturbo ansioso continuo che mi impedisce di avere una vita normale, come state cercando di insinuare tu e chiunque altro, per non so quale assurdo motivo".
Per l'amor del cielo, erano stati solo due episodi in un arco temporale abbastanza ampio, non un problema ricorrente da trattare medicalmente. Non aveva bisogno di uno psichiatra. Un attacco di cuore era serio, e avrebbe giustificato tanta apprensione, non quello che era successo a lui, per quanto fosse stato spaventoso da vivere. Era stata giusto po' di ansia, come capitava a tutti prima o poi nella vita, anzi, era un utile dispositivo di sopravvivenza annidato in un preciso punto della parte primitiva del cervello degli esseri umani. Avrebbe potuto tenerle una conferenza, se ci teneva tanto, non era così sprovveduto.
"Rimane comunque il fatto, e spero che tu te ne renda conto, che sei più stressato di quanto voglia ammettere e il tuo corpo lo sta dimostrando".
Sentirla parlare così gli diede il colpo di grazia. Erano tutte sciocchezze e lei era troppo intelligente per credere a una cosa del genere. E perché non lo stava ascoltando, invece di ripetere meccanicamente qualcosa che altri le avevano riferito o si era convinta fosse la cosa giusta da dire? Era come se non lo vedesse per quello che era davvero, ed era una sensazione paralizzante. Continuava a stupirsi che sua moglie, di solito molto più intuitiva e sinceramente empatica, non lo capisse.
"Non sono affatto stressato, come vi state impuntando a credere tu, Allison, i medici in ospedale che mi hanno visitato o chissà chi altro avrai consultato in segreto, mentre dormivo". Era arrabbiato e senza nessuna intenzione di tenerglielo nascosto. La bella atmosfera, per quanto lo riguardava, era svanita, e questa volta non per colpa sua.
"Non ho consultato nessuno in segreto", sottolineò lei con grande pazienza, che lo mandò definitivamente fuori dai gangheri. Non le rispose. Non la guardò nemmeno, chiudendosi a riccio e fissando intenzionalmente l'albero spoglio fuori dalla finestra. Forse sarebbe stato meglio uscire a fare una passeggiata, sgranchirsi le gambe, prendere un po' d'aria, ma temeva che lei l'avrebbe seguito e non voleva che stesse all'aperto quando la temperatura era vicino allo zero.
"Castle...".
Gli si avvicinò e lui si innervosì ancora di più per questa mossa, che aveva il chiaro intento di blandirlo, soprattutto dato il tono materno con cui lo aveva approcciato, come se lui fosse stato un bambino incapace di controllarsi e comportarsi da adulto. Si scostò, irritato.
"Beckett, non voglio parlare di un argomento che non esiste. Alla maggior parte delle persone capitano questi disturbi occasionali, che non significano niente. Non sono malato, non trattarmi come se lo fossi". Si accorse di essere seriamente infastidito – stava praticamente urlando - come raramente gli era successo con lei. Solo pochi minuti prima fluttuava al colmo del benessere e ora aveva voglia di andarsene. Gli sembrò di soffocare per via della sensazione di impotenza generata dal fatto che niente di quello che aveva detto, spiegato, motivato aveva fatto breccia nell'ostinazione di lei, che lo credeva impegnato a negare deliberatamente gli eventi.
Quel che era peggio, lei non si impressionò affatto di fronte al suo inusuale scoppio di rabbia, come come se Allison l'avesse preparata a quel tipo di reazione. Si sentì incastrato, e molto vicino all'esplosione, cosa che avrebbe preferito evitare a ogni costo. Non con lei.
Kate ignorò le sue maniere brusche e tornò ad approcciarlo in maniera conciliante. Come faceva a non rendersi conto che era il modo peggiore di trattarlo, come se fosse stato un inetto? Era anche insultante, a pensarci bene.
"Hai trascorso mesi di tensione, preoccupato che la gravidanza potesse interrompersi, o che io stessi male, o addirittura che crollassi sotto la pressione che, a tuo modo di vedere, era una mia esclusiva, solo perché nostra figlia era, ed è, nella mia pancia. Quindi ti sei convinto che era a me che toccava tutto il peso, non è così? È normale che tu adesso non sia in forma. Ed è normale che i sintomi si manifestino proprio quando finalmente ci si può permettere di rilassarsi, perché il peggio è passato. È così che funziona, non me lo sto inventando. Finché è stato necessario, hai tirato avanti nel migliore dei modi, adesso ti stai lasciando andare e tutto quello che hai sopportato deve pur manifestarsi in qualche modo, non puoi reggere in eterno. Non è possibile. E non sarebbe nemmeno giusto. Non voglio vederti implodere o vederti star male per qualcosa di più grave, solo perché non ti sei fermato in tempo".
Non la stava più ascoltando. Sintomi? Quali sintomi? Lui stava benissimo, era lei che stava esagerando.
Decise di non fare nulla. Non avrebbe parlato, non si sarebbe spiegato. L'avrebbe lasciata proseguire, tanto le sue legittime obiezioni non sarebbero state accolte. Non avrebbe mollato, era interamente focalizzata su di lui e i suoi presunti problemi di salute, che intendeva affrontare con fervente zelo e il suo solito piglio interventista. Solo che il bersaglio era completamente sbagliato, ma a che cosa sarebbe servito farglielo notare, a quel punto?
Lui era perdente già in partenza, avrebbe sprecato meno energie se avesse evitato di cercare di dire la sua. Continuò, infatti, senza nemmeno dargli il tempo di reagire.
"Ti sei annullato, pensando solo a noi, mai a te stesso. Lo fai sempre, non te ne rendi conto, perché per te è normale così. Ma nessuno può sopportare a lungo una vita del genere. Quello che è successo ieri è un campanello d'allarme a cui dovresti dar retta. Devi occuparti anche di te, della tua salute, delle tue emozioni, soprattutto quelle represse".
Che cosa stava cercando di dire? Che doveva smettere di stare vicino a sua moglie, per di più incinta, con tutti i problemi che avevano già affrontato? Che razza di uomo credeva che fosse? Poteva scordarselo. Rimase ostinatamente muto.
"Anche tu hai rischiato di morire, Castle, anche se fai finta di niente. Anche tu hai subito un trauma, che non hai mai affrontato, e che adesso ti sta presentando il conto. Non so come avrei fatto a superare questi mesi senza di te, non so come mi sarei alzata certe mattine a dire il vero, ma esisti anche tu, anche se non ti piace che ti venga ricordato, e adesso devi fare qualcosa in proposito. Ecco perché siamo qui".
Che cosa voleva dire con quell'ultima uscita? Erano lì perché lei non stava bene. Perché adesso di colpo si trattava di lui?
La guardò senza capire, sconvolto da quelle rivelazioni. Era già difficile reagire a quello che gli sembrava a tutti gli effetti un attacco premeditato e abbastanza vile. La situazione gli stava sfuggendo di mano e, quel che è peggio, iniziava a non sentirsi molto bene. Come se avesse perso il controllo. Si sforzò di fare qualche respiro profondo, per contrastare il nodo alla gola che si stava espandendo vertiginosamente. Non voleva ripetere l'orribile esperienza di non riuscire a far circolare abbastanza aria nei polmoni e non voleva che lei assistesse alla scena, per non spaventarla. Perché l'amava, anche se era arrabbiato con lei.
Il cuore prese a battergli più forte, in un crescendo amaramente familiare, come se all'improvviso fossero sbucati dei lupi pronti ad azzannarlo. Era cosciente del fatto che non ci fossero pericoli reali, ma la parte razionale della sua mente, fortunatamente ancora presente, non riusciva a convincere l'altra, quella che stava lanciando l'allarme, completamente fuori asse.
Che problemi aveva? Perché non poteva mantenere la calma in una semplice discussione, come tutti, come era augurabile che facesse e come anzi aveva sempre fatto? Di colpo ebbe la sensazione che la stanza si inclinasse di qualche grado e per non dar corda alla sensazione di caduta libera, afferrò il bracciolo, stringendolo con violenza, fino a che gli si sbiancarono le nocche.
Era vitale che riprendesse il dominio di sé. Non era niente di grave, doveva solo respirare. Lo fece. L'aria entrò e poi uscì. Lo fece di nuovo. Contava le inspirazioni e le espirazioni. Non stava morendo, dopotutto, quello lo sapeva per certo. I polmoni si gonfiavano e si sgonfiavano, segno che tutto stava funzionando nel migliore dei modi.
Doveva solo cercare di non farsi vincere dalla paura irrazionale che gli aveva stretto un cappio intorno al collo, e che gli faceva percepire le luci più accecanti, i rumori più stridenti. Stava sudando, di nuovo, come quella notte. Ma questa volta era sveglio, lucido per quanto possibile e deciso a non farsi cogliere impreparato dall'ondata di panico in rapida crescita. Doveva solo distrarsi. Aggrapparsi a qualcosa di concreto, non farsi impaurire dai fantasmi prodotti dalla mente traditrice.
Lei gli toccò una mano con la sua, che era fresca e asciutta. Gli parve un'ancora. La strinse con forza, incapace di moderare i suoi gesti, preoccupato di farle male. Kate la sollevò e la guidò in direzione del suo ventre, dove la appoggiò con delicatezza. Dopo un primo attimo di stupore, i tonfi imbizzarriti che percepiva provenire dall'interno lo distrassero al punto da fargli dimenticare per un istante il dramma che stava silenziosamente vivendo.
"È l'ora della lezione di hip hop lì dentro?", domandò con voce roca ritrovando un po' del suo humor mentre accarezzava il pancione, cosa che migliorò impercettibilmente le sue condizioni, aprendogli la gola contratta. Lo aveva fatto di proposito o aveva dato retta a un istinto? Farlo concentrare su qualcosa di concreto – e cosa c'era di meglio della loro futura bambina? - stava funzionando alla grande.
"Gli zuccheri della cioccolata l'hanno svegliata. O forse pensa che ci stiamo riposando troppo". Gli sorrideva con amore, pur mantenendo un tono leggero. Nessun cenno al suo malessere, e nessuna intenzione di continuare con l'interrogatorio. Gliene fu profondamente grato. Si sarebbe vergognato di ammettere come si sentiva, anche se sapeva che lei aveva capito tutto, senza alcun bisogno di spiegarsi. Non si sentì più rifiutato, o non ascoltato, ma profondamente compreso. La connessione tra loro, che era sembrata essersi interrotta per colpa di qualche interferenza esterna, tornò più forte che mai.
"Avrà preso da te, non riesci a star ferma un minuto", le rispose molto meno agitato. L'ansia stava evaporando a vista d'occhio.
"Perché a te piace oziare in poltrona, magari lavorando a maglia, vero Castle?".
"Ci darà del filo da torcere, temo", ammise contrito, ma intimamente felice dell'esuberanza della sua secondogenita. Un piccolo essere umano che non si era fatto impressionare dalle prove che aveva dovuto superare e che, durante in ogni emergenza, aveva sempre voluto avere l'ultima parola. E che adesso era lì con loro. Continuò ad accarezzare lentamente la pancia, soffermandosi sulle protuberanze che apparivano e scomparivano e facevano vibrare la pelle tesa, ottenendo in breve tempo una cessazione del trambusto. Era sempre riuscito a placarla, con grande felicità di sua moglie, che poteva così tornare a riposare.
Osservò Kate, seduta a gambe incrociate, con la sua felpa, che non si era ancora tolta. Aveva gli occhi chiusi, e pareva sintonizzata su un dialogo silenzioso che per rispetto non voleva interrompere, anche se era curioso di saperne i contenuti. Si era legata i capelli in una crocchia morbida da cui sfuggivano alcune ciocche ed era l'incarnazione stessa della quiete imperturbabile, come la superficie immobile di un lago senza tempeste. Il suo esatto opposto, anche se l'energia pacifica che trasmetteva iniziava a contagiarlo.
Aprì gli occhi e gli sorrise e lui decise che per il resto della sua vita gli sarebbe bastato questo. Essere guardato con tanta dolcezza da fargli dimenticare tutto il resto.
Lo tirò verso di sé, sempre comprendendolo silenziosamente e gli fece appoggiare la testa sulla sua spalla, infilandogli le dita tra i capelli. Era bastato quel tocco e il movimento ritmico del petto per tranquillizzarlo definitivamente.
Il panico se ne era andato, lasciandolo svuotato, infreddolito, ma molto più padrone di sé. E lui non l'aveva combattuto, non si era opposto. Si era distratto, si era concentrato su quello che aveva intorno, qualcosa di reale e concreto come i calci di sua figlia, e aveva lasciato che l'ondata si alzasse sempre di più senza contrastarla, fino a vederla infrangersi lungo la battigia, innocua, privata della sua tremenda forza. Non gli faceva più paura.
Il merito era di lei, che non si era agitata, non aveva temuto il peggio – soprattutto non aveva insistito perché prendesse i farmaci prescritti - e l'aveva ripescato esattamente nel momento in cui stava per precipitare verso l'abisso. Non stava esagerando con le metafore, era proprio così che si era sentito un attimo prima che lei lo salvasse. Dovevano ancora finire quel discorso che lei aveva voluto affrontare a tutti i costi, anche a rischio di turbarlo, proprio come era avvenuto, ma prima poteva riposare qualche minuto sul petto di lei, nella quiete dello chalet, mentre fuori iniziava finalmente a nevicare.
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I prossimi capitoli saranno pubblicati dopo il 6 gennaio, buon anno! :-)
