Mi lasciai scappare un altro lungo sospiro, con le labbra serrate intorno al bordo della mia sigaretta, la allontanai dal viso soffiando. Una nuvoletta di fumo blu fuoriusci dalla mia bocca semichiusa. Ne osservai il lento dissolversi verso l'alto mentre i pensieri continuavano ad accavallarsi nella mia mente, ad ogni respiro una nuova immagine prendeva forma nella mia testa per poi dissolversi rapidamente proprio come quegli sbuffi di fumo.
Mi ero rifugiata dietro gli spalti del campo da football, sperando che l'aria fresca ed una sigaretta mi aiutassero ad alleviare il turbinio di emozioni che mi avevano travolta poco prima. Tentativo inutile.
Pensavo a lei nonostante desiderassi evitarlo, continuavo a pensarci. Mi ritrovai involontariamente a sforzarmi per ricordare la prima volta in cui mi ero imbattuta in quegli occhi. Non ci riuscivo. Era strano eppure doveva esserci stato un momento preciso. Un anno prima? O magari due? Non lo sapevo.
"Fumi nell'orario scolastico? Cerchi guai Lopez" Quinn spuntò dal nulla facendomi sobbalzare "Sai che se la coach ti becca come minimo ti sbatte in fondo alla piramide? O, peggio, ti caccia dalla squadra" concluse lei quando incrociai il suo sguardo carico di rimprovero.
Scrollai le spalle osservando la sigaretta tra le mie dita, le diedi un colpo secco con l'indice e un ricciolo di cenere si staccò disperdendosi nell'aria, trascinato via da un soffio di vento.
"Hai saltato la lezione di storia" continuò la bionda per niente sorpresa della mia reazione.
"Non ero in vena" commentai.
Lei non disse nulla. Fece qualche passo nella mia direzione allungò una mano verso di me ed io le passai la sigaretta che ormai era a metà. Se la portò alle labbra senza smettere di guardarmi mentre aspirava.
"Tutto bene?" mi chiese prima di soffiare fuori il fumo.
"Non ne sono certa" affermai onesta.
"Vuoi parlarne?" domandò.
"Non ne sono certa" risposi nuovamente accennando un sorriso. La guardai con la coda dell'occhio, lei annui e distolse lo sguardo da me. Fece un altro tiro poi lasciò cadere la sigaretta, spegnendola con la punta del piede.
Era per quello che adoravo Quinn: mi conosceva più di chiunque altro, sapeva bene quanto avessi bisogno dei miei tempi, quanto fossi restia a condividere i miei pensieri. Si accorgeva sempre quando qualcosa non andava ma non mi forzava mai perché gliene parlassi. Sapeva che, quando fossi stata pronta, sarei corsa io da lei per raccontarle ogni cosa, consapevole che mi avrebbe ascoltata con pazienza, senza giudicarmi. E che avrebbe saputo consigliarmi al meglio.
Per chi ci guardava dall'esterno lei era semplicemente la mia tirapiedi numero uno, una specie di sottoposta che mi seguiva dappertutto solo per brillare della mia luce riflessa. Ed io la lasciavo fare usandola come una sorta di cagnolino da compagnia. Ma non era cosi. Per quanto potessi essere acida con lei, per quanto freddamente potessi trattarla, sapevo dentro di me che lei era l'unica cosa buona che avessi nella mia vita. Era la mia famiglia. Quante volte nel corso degli anni mi ero rifugiata da lei per sfuggire alla solitudine infinita di casa mia: una gabbia d'oro sempre vuota, fredda, cupa. Piena di oggetti di valore, certo, ma spoglia come solo un luogo privo d'amore può essere. Mio padre sempre in giro fra l'ospedale, i convegni, le cene con i colleghi, le feste, le amanti.
Mia madre sempre in viaggio, perché "non ha senso avere tanti soldi se poi non te li godi come si deve" come ripeteva sempre.
Ed io rimanevo lì. Con la governante, sommersa dai regali, viziata come pochi bambini potevano permettersi di essere. Mai, mai nella mia vita, mi era stato detto no.
Perché in qualche modo dovevano giustificare la loro costante assenza, perché credevano che i giocattoli ed in seguito i contanti, i vestiti, la macchina costosa, avrebbero compensato la loro mancanza. Mi avrebbero fatta sentire amata.
Troppe volte sottovalutiamo il potere di un abbraccio, di una carezza o di una parola gentile.
I miei non avevano mai dato importanza a nessuna di queste cose ed io avevo imparato presto a farne a meno.
Mi ero costruita un muro impenetrabile intorno, conscia che al mondo esistesse un'unica persona di cui potessi fidarmi: me stessa.
E poi c'era Quinn. Non era un'amica, era qualcosa di più simile ad una sorella. Gli amici uno se li sceglie ma lei mi era capitata. Era inciampata nella mia vita, quasi per caso, costretta a dividere con me quel banchetto alle elementari e, proprio come sorelle, non sempre ci amavamo, anzi, sapevo per certo che qualche volta avrebbe voluto davvero suonarmele di brutto. E viceversa.
Ed una volta o due era persino capitato. Ma una sorella non la puoi odiare per sempre, è un istinto naturale, la accetti cosi com'è. Anche se a volte vorresti ammazzarla, la difenderesti da chiunque provasse a farle del male.
"Vieni a casa mia?" le domandai recuperando il mio borsone incamminandomi verso l'uscita mentre in lontananza la campanella segnava la fine delle lezioni.
"Mi vedo con Finn" rispose lei con poco entusiasmo trotterellandomi accanto.
"Che schifo" commentai.
"Santana" mi rimproverò lei.
"Oh Q. per favore! Quel ragazzo ha lo stesso quoziente intellettivo di un appendiabiti ed è sicuramente più inutile! Il taglia erba del mio giardiniere ha più personalità di lui! Con tutti i ragazzi che potresti avere non capisco perché continui a frequentarlo" dissi sbuffando.
"Perché lo amo" rispose lei ma mi sembrò più un'ipotesi incerta che un'affermazione "Credo" aggiunse.
"L'amore non esiste Q. è solo una favola che raccontano ai bambini. Il vissero felici e contenti non è altro che l'ultima riga delle favole" sbottai io.
Arrivammo al parcheggio ed iniziai a cercare le chiavi della mia auto nel borsone. Quinn si calò gli occhiali da sole sul naso.
"E se ti sbagliassi?" sussurrò fissando un punto impreciso oltre la mia spalla. La osservai sollevando un sopracciglio.
"Fabray come diavolo ti permetti? Io sono Santana Lopez, IO non sbaglio mai!" dissi seria.
"Insomma tu non fai altro che dire che i sentimenti sono inutili. Ma se non fosse cosi?" continuò ignorando la mia ultima affermazione.
"Se esistesse davvero quella persona speciale in grado di farti volare ad un metro da terra, una persona capace di scuotere il tuo mondo con la sola forza di un sorriso."
"Ma che accidenti stai blaterando?" sbottai io infastidita.
"Nulla" rispose lei riscuotendosi dai suoi pensieri, scosse la testa un paio di volte "Non ha importanza" aggiunse. Fece per voltarsi ma la fermai afferrandole il braccio.
"Finn ti fa provare tutte queste emozioni?" domandai io seria. Se mi avesse detto di si avrei smesso di prenderlo in giro lo giurai a me stessa in quella frazione di secondo in cui attendevo la sua risposta che arrivò sicura.
"No".
"Grazie a Dio posso continuare ad odiarlo" pensai tra me e me.
"Ma vorrei tanto che lo fosse" si affrettò a chiarire.
"Perché?" domandai sorpresa ed anche un po' disgustata da quel malsano desiderio della mia amica.
"Immagino solo che sarebbe più semplice, se fosse lui a farmi battere il cuore" sospirò stringendosi nelle spalle.
Con un clic del pulsante sul portachiavi, la serrature della mia macchina scattò.
"Il cuore è un muscolo involontario Q. batte da solo" dissi saccente.
Lei sorrise scuotendo la testa.
"Sei davvero la persona più cinica che io conosca Santana" affermò.
"Si! Cinica, arida, spietata e fredda... è questo che mi impedisce di ridurmi a fare discorsi inutili e privi di senso. Come quello che è venuto fuori poco fa dalla tua bocca" dissi compiaciuta.
Lei sorrise ancora rassegnata.
"Ora sparisci dalla mia vista, sdolcinata pappamolla" dissi sarcastica prima di infilarmi gli occhiali da sole ed aprire la portiera.
Lei mi fece un gesto di saluto con la mano al quale non risposi. Salii in macchina.
" Una persona che scuote il tuo mondo con un sorriso" dissi tra me e me imitando la vocina flebile di Quinn poi feci una smorfia di disgusto.
"Che sciocchezza!"
Misi in moto mentre il sorriso stupendo della bionda dagli occhi azzurri non smetteva di comparirmi davanti agli occhi facendomi letteralmente tremare il cuore.
"Dannata Fabray! Tu e i tuoi stupidi discorsi" mormorai tra me e me a denti stretti.

***

"Oh Rach ti giuro che avrei voluto urlare dalla gioia! Non puoi capire, mi sentivo come se camminassi tra le nuvole!"
Non riuscivo a smettere di saltellare mentre io e Rachel percorrevamo a piedi la strada verso casa.
"Questo è senza dubbio il giorno più bello della mia vita" affermai.
"L'hai già detto Britt" disse roteando gli occhi "Almeno un milione di volte" sbuffò.
Mi fermai di scatto. Lei quasi non se ne accorse, continuò a camminare, si fermò poco dopo voltandosi verso di me.
"Che ti prende?" domandò.
"Non sei felice per me?" le chiesi mettendo il broncio.
Lei sospirò.
"Se devo essere sincera no, Brit" ammise.
"Ma perché?"
Ero dispiaciuta. Tutto il mio entusiasmo si era spento in quell'istante. Rachel era la mia migliore amica, l'unica al mondo, oltre a Lord Tubbinton, che mi capisse davvero. Mi aveva sempre sostenuto, lei credeva in me, più di quanto io credessi in me stessa.
"Brittany ascolta" cominciò lei posizionandosi davanti a me puntando gli occhi dritti nei miei
"Sai che ti voglio bene vero?" domandò. Io annuii con forza.
"E sai che sono sempre stata dalla tua parte".
"Tranne adesso!" mi affrettai a precisare.
"E' qui che ti sbagli! Io sono dalla tua parte, soprattutto adesso. Tu forse non vedi la cosa da un punto di vista oggettivo Britt, sei accecata da questa strana infatuazione" disse inorridita al solo pensiero "E non ti rendi conto che è una cosa sbagliata" aggiunse.
"Perché è una ragazza?" domandai.
"No! Quante volte te lo devo dire? Non perché è una ragazza, ma perché è una persona cattiva, sei così ingenua, così dolce! So che fatichi a vedere la cattiveria nelle persone e so che fatichi a vederla in Santana. Ma lei è cattiva... ed io ho paura che finirà per farti solo del male" ammise preoccupata.
Continuai ad osservarla soppesando le sue parole.
"Io non lo so il perché oggi ha fatto quello che ha fatto ma so per certo che c'è qualcosa sotto. Non devi lasciarti fregare da lei, non puoi fidarti, capisci?"
"Ma... ma se ti sbagliassi? Insomma magari..." tentai di trovare una lancia da spezzare in favore di Santana ma la verità era che, qualunque cosa avessi inventato, sarebbe risultata poco credibile persino a me. Io stessa avevo dubitato della gentilezza dei gesti e delle parole della latina nei miei confronti. Per quanto mi sforzassi di ignorarlo in realtà sapevo che la mia amica aveva ragione.
"Fidati di me, Britt. Lasciala perdere, restituiscile quell'asciugamano e dimenticati di lei. Finirà solo per spezzarti il cuore".