L'auto continuava a sfrecciare a tutta velocità. Mi allacciai la cintura deglutendo a vuoto alla vista della strada davanti a noi. Strisciava rapida sotto i miei occhi come se la macchina la stesse divorando.
"P-Potresti andare più piano, per favore?" balbettai un po' spaventata reggendomi quasi istintivamente alla maniglia sopra lo sportello.
Lei mi lanciò una rapida occhiata. Dovette notare la mia preoccupazione perché, nel giro di pochi istanti, l'auto rallentò fino a raggiungere una velocità normale, forse persino più lenta del dovuto.
"Grazie" sospirai tranquillizzandomi.
Mi presi un attimo per calmare l'ansia della corsa poi mi voltai verso di lei.
Era concentrata sulla strada, talmente seria e silenziosa che sembrava quasi essersi dimenticata della mia presenza.
Non la sentivo nemmeno respirare.
Distolsi lo sguardo, incapace di parlare per prima, cercai di concentrarmi per capire dove fossimo dirette. Non ci misi molto a scoprirlo.
Riconobbi il quartiere appena imboccammo la strada contornata di villette che si facevano mano mano più sontuose illuminate dai lampioni.
Imboccò il vialetto di casa sua e, con un clic di un telecomando nero, aprì a distanza il portellone del garage e vi entrò. Spense il motore e ci ritrovammo ferme, immerse nel silenzio dell'abitacolo scuro.
Improvvisamente un pensiero mi balenò in testa.
Guardai l'orologio sul mio polso.
"Devo essere a casa tra un quarto d'ora" constatai preoccupata.
"Allora farai bene ad inventarti una scusa plausibile con i tuoi perché, fino a prova contraria, rimarrai qui stanotte che ti piaccia o meno" disse in tono aspro senza guardarmi.
Scese dall'auto. Pochi secondi dopo una luce calda avvolse il buio del garage. La ritrovai ad osservarmi in piedi davanti alla porticina che probabilmente collegava quell'ambiente alla casa, la mano ancora fissa sull'interruttore, in attesa.
Sospirai, incerta sul da farsi.
Recuperai il telefono dalla borsa, composi velocemente il numero di mia madre che rispose al primo squillo.
Tirai fuori la prima bugia che mi venisse in mente.
Dissi che Rachel aveva avuto una lite con i suoi e che mi aveva pregata di restare a dormire da lei.
Dopo svariati minuti in cui fui costretta a subirmi le lamentele di mia madre sul fatto che la avvertissi sempre all'ultimo momento, mi diede l'ok. Riagganciai affrettandomi a mandare un messaggio alla mia amica.
-Ho detto ai miei che dormo da te stasera. Coprimi! Ti spiego tutto domani promesso. Sta tranquilla. Ti voglio bene-
Inviai e rimasi in attesa attenta a non incrociare lo sguardo spazientito di San che mi osservava sbuffando di tanto in tanto. Il telefono vibrò dopo un minuto.
-Ok tranquilla. Ma aspetto spiegazioni. Buonanotte e, per favore, non cacciarti nei guai. Ti voglio bene-
Rimisi il telefono in borsa e presi un lungo respiro. Finalmente scesi dall'auto.
La mora la richiuse con il comando a distanza, aprì la porta e mi fece segno di entrare per poi spegnere la luce e fare lo stesso. La richiuse e mi sorpassò. Attraversammo la piccola anticamera semibuia. La seguii in silenzio su per una piccola rampa di scalini fino ad un'altra porta. La oltrepassammo per ritrovarci a sbucare dal sottoscala della sontuosa entrata di casa Lopez.
La casa era immersa nel silenzio, un silenzio cupo che mi mise i brividi. L'unica fonte di luce era il riflesso della luna che entrava dalle ampie vetrate dell'ingresso. Sui muri un inquietante gioco di ombre mi fece tremare appena le ginocchia.
Santana si avviò a passo sicuro verso le scale, io rimasi immobile al mio posto, dovette accorgersi che non la seguivo perché si voltò in modo fin troppo brusco facendomi sobbalzare. Il suo sguardo severo illuminato a malapena dalla luce fioca della notte mi incupì maggiormente.
"Che ti prende?" domandò secca. La sua voce rimbombò appena nell'oscurità.
"I-Io… il buio mi mette una certa... una certa ansia" ammisi a fatica.
La vidi fissarmi con un'espressione dubbiosa, vagamente incredula. Senza indugiare allungò una mano sul muro accanto alle scale e, con un clic, la luce si accese in tutto l'ambiente.
La ritrovai illuminata dalla luce calda, scrutai ancora il suo viso, mi parve di intravedere nella sua espressione un sorriso compassionevole appena accennato.
"Andiamo adesso" mi incitò.
Mi avviai a passo lento nella sua direzione. Lei aspettò che l'avessi raggiunta prima di salire per le scale, rivolsi lo sguardo verso l'alto: la rampa di scale si perdeva in fondo affogando in un mare di oscurità.
Intuendo il mio nuovo disagio si mosse più rapida fino a precedermi di tre o quattro scalini. Arrivò al corridoio e si affrettò ad accendere una nuova luce prima che io la raggiungessi poi con un movimento semplice, toccò un altro interruttore e la luce al piano di sotto si spense.
Trotterellai al suo fianco fino alla sua camera, entrai non appena lei aprì la porta. Mi imitò e la richiuse alle sue spalle.
Di nuovo la semioscurità ci avvolse. Una striscia di luce chiara filtrava dalla finestra illuminando la porzione di pavimento sotto quest'ultima. Tutto il resto era ombra. Ma stavolta, avvolta dal profumo familiare della mia latina di cui la stanza era impregnata, non avvertii l'ansia tanto scomoda di poco prima.
Avevo lasciato cadere la borsa sul pavimento e mi ero diretta verso il letto, sedendomici sopra. Lei invece era rimasta inchiodata alla porta chiusa, avvolta dalla penombra. Nonostante non potessi vederli sentivo i suoi occhi su di me, su quel poco di me che potevano scorgere nell'ombra.
Mi tolsi le scarpe in un movimento istintivo, lasciai scivolare all'indietro il mio peso e mi arrampicai su quel letto che sapeva così intensamente di lei, la mente corse inevitabile a quello stesso pomeriggio.
Sorrisi nel buio accarezzando le lenzuola.
Non sapevo perché fossimo lì, cosa l'avesse spinta a venire a prendermi, ma una cosa la sapevo:
mi aveva detto che voleva che restassi lì quella notte, non mi era andata tanto male in fondo.
Benché non sapessi cosa aspettarmi, ero con lei.
Perciò cos'altro importava?
"Questo è sequestro di persona... lo sai vero?" mormorai spezzando il silenzio.
La sentì distintamente sorridere.
Ebbi l'istinto di voltarmi a guardarla ma a cosa sarebbe servito? Non avrei potuto comunque vederlo, quel sorriso, nascosto com'era dalla penombra.
"Perché mi hai portata qui?" domandai.
"Non credi che dovrei essere io a fare le domande?" mi rispose in tono piatto.
"Allora fallo" dissi semplicemente.
Che mi facesse tutte le domande che voleva! Ero pronta a risponderle, pronta finalmente a fare chiarezza.
Ancora silenzio.
"Che aspetti? Chiedimi quello che vuoi, ti risponderò, ma se non hai nulla da dirmi allora… ripeto: perché sono qui?" domandai ancora calma.
"Non lo so…" rispose."Io ho solo… mi sono sentita male... prima intendo, quando sono entrata da quella porta e ti ho... vi ho visti... io volevo fare finta di ignorarlo ma mi conosco. Era una sensazione nuova, troppo forte, molto più forte di me. Non ho potuto reprimerla! Stavo... mi sentivo come se…"
"Come se il cielo si stesse sgretolando sopra la tua testa. Come se qualcosa di freddo e pungente ti pizzicasse l'anima. Come un taglio sul dito che sembra sempre una sciocchezza, una cosa da nulla, ma non puoi evitare che bruci, che faccia male, che sanguini… fai finta davanti agli altri che sia sopportabile perché, in fondo, è solo un taglietto. Ma dentro di te lo sai quanto fa male... ti vergogni ad ammetterlo… ma ti fa male".
Dissi tutto d'un fiato.
"Si" rispose lei semplicemente dopo un lungo silenzio.
"Benvenuta nel mio mondo dove ogni giorno, fino ad ora, ho provato questa stessa sensazione vedendoti passare da un ragazzo all'altro sotto ai miei occhi senza che potessi far nulla per impedirlo. Senza avere la possibilità di poterli prendere uno ad uno a calci. Di poter prendere te a calci e urlarti che stavi sbagliando tutto! Che io e solo io sarei stata in grado di farti davvero felice" conclusi.
***
Rimasi un po' scioccata.
Ok, non era esattamente ciò che mi aspettavo.
In realtà non sapevo davvero cosa aspettarmi dato che tutto ciò che avo fatto dal momento in cui ero uscita da quel ristorante era stato dettato dall'impulso e non dalla razionalità. Perché Britt era lì, in camera mia? Perché ero andata a prenderla praticamente sequestrandola?
Non lo sapevo, non sapevo nulla.
Non sapevo nemmeno come avesse fatto a leggermi dentro così velocemente.
Anzi, no, quello lo sapevo, me l'aveva appena spiegato lei.
E adesso la palla passava nuovamente a me e non avevo idea di cosa dirle. Mi ero preparata un discorsetto severo, di quelli minacciosi in pieno stile Santana Lopez. Ma i miei propositi più perfidi si erano sgretolati tutti insieme non appena avevo incrociato il suo sguardo spaurito in fondo alle scale.
Paura del buio.
Un cosa che ho sempre trovato assurda ed irrazionale.
Eppure ora che si trattava di Brittany... con lei mi sembrava che il razionale diventasse all'improvviso superfluo. Tutto, al di fuori di lei, diventava relativo per me. Decisamente inutile.
"Stavo per lasciarlo..." la sua voce irruppe nei miei pensieri "Stasera ero uscita con lui per lasciarlo..." spiegò.
La risposta era arrivata senza bisogno di domande e le fui grata per questo. Perché il nodo che avevo in gola mi impediva quasi persino di respirare. Mano mano stava crescendo in me una consapevolezza difficile da accettare. Per una che con i sentimenti non aveva mai avuto a che fare, tutte quelle sensazioni contrastanti che si aggiravano fra cuore, stomaco e cervello erano decisamente troppo da sostenere.
"E... l'hai lasciato alla fine?" dissi quasi in un sussurro.
Mi resi conto solo allora di aver trattenuto il respiro, per un tempo indefinito.
Attesi ansiosa la sua risposta. Fin troppo ansiosa.
Tanto che la delusione mi fece quasi male, quando lei si chiuse in un silenzio eloquente.
"Direi di no" conclusi in un sospiro.
"Non ne ho avuto modo. Ero partita con le migliori intenzioni ma il nostro incontro inaspettato mi ha un po' spiazzata, la tua reazione mi ha spiazzata. E, tra un pensiero e l'altro, io... mi è passato di mente" borbottò lei.
"Passato di mente" ripetei incredula "E' davvero la scusa più stupida che io abbia mai sentito!" dissi mentre sentivo la rabbia assalirmi nuovamente.
"Oh, sei arrabbiata con me? Cosa farai adesso per farmela pagare? Correrai da Puck?" rispose lei a tono per niente intimidita dalla mia reazione.
Con quella battuta aspra mi zittì di colpo.
Mi riappoggiai con tutto il peso alla porta dalla quale mi ero distaccata un po' nel frattempo.
Scrutai nel buio la sua sagoma distesa sul letto.
"Scusa" soffiò lei pochi istanti dopo.
"Scusa tu..." mi affrettai a rispondere.
Era la seconda volta che mi scusavo quella sera, qualcosa decisamente non andava.
"Ho intenzione di farlo comunque" riprese lei "Lasciarlo appena possibile intendo, probabilmente domani. Lo avrei lasciato comunque indipendentemente da tutto, non lo amo, non l'ho mai davvero amato" concluse in tono sicuro. Mi lasciai scappare un sospiro di sollievo e sperai che non lo avesse sentito.
"A me... non importa nulla di Puck in ogni caso. Né di lui né di nessun altro ragazzo con cui sia mai stata" mi sentii in dovere di farglielo sapere.
"Beh non avrei comunque il diritto di pretendere che tu non lo veda più, non so bene che diritti potrei reclamare in effetti. Ma saperlo mi fa stare bene... ti ringrazio" disse semplicemente.
Di nuovo calò il silenzio.
Di nuovo fu lei ad interromperlo.
"San, vieni qui" mi incitò dolcemente.
Esitai per qualche istante. Poi obbedì.
La raggiunsi sfilandomi le scarpe e gattonai sul materasso fino a stendermi accanto a lei. Non potevo vederla ma percepivo il suo sguardo su di me e sentivo che lei avvertiva il mio.
Per qualche istante rimanemmo in silenzio cullate solo dal ritmo dei nostri respiri.
"Cosa intendi quando dici... che non sai che diritti reclamare?" domandai.
"Beh non so fino a che punto possa pretendere spiegazioni sulla tua vita, sul tuo rapporto con Puck o con chiunque altro" spiegò "E, ad essere sincera, non so... se tu possa avere o meno il diritto di arrabbiarti se non ho ancora lasciato Rory" aggiunse.
"Non capisco cosa stai cercando di dirmi".
Bugiarda. Lo capivo benissimo ma volevo che fosse lei a dirlo per prima, era mia abitudine lasciare sempre agli altri il lavoro sporco.
Lei sorrise nel buio.
Mi aveva scoperta.
"Non lo capisci?" domandò retorica con una punta di ironia "Mi sforzerò di essere più chiara allora".
Trattenni il respiro.
"Cosa sono io per te Santana?" domandò secca "Cosa stiamo facendo? Perché sono qui? Tutto questo è solo un capriccio per te?" chiese chiaramente.
Cazzo. E adesso cosa diavolo le dico?
Ok calma, respira Santana. Una cosa per volta.
"Non sei un capriccio" risposi prontamente, da qualche parte dovevo pur cominciare "Ma non so cosa tu sia per me… insomma so che non mi sei indifferente e questo è già tanto perché, a parte forse Quinn, per me chiunque è indifferente ed inutile" constatai sicura.
"Hmm... direi che è un buon punto di partenza" scherzò lei.
Mi sforzai di sorridere.
"Ma non so esattamente come spiegarmi tutto ciò che mi sta succedendo… io... non ho mai... provato nulla di tutto questo. E' una situazione poco familiare per me e faccio fatica persino ad esprimere i miei sentimenti con la mia migliore amica con cui ho condiviso una vita, figurati con... con te. Ed inoltre..."
"…il fatto che siamo due ragazze non aiuta" concluse lei al mio posto.
"Già" ammisi in un sospiro, sentendomi un po' in imbarazzo "Anche se non è davvero un problema, credo di aver solo bisogno di abituarmi alla cosa" mi affrettai ad aggiungere.
"C'è tempo per questo... una cosa per volta" rispose tranquilla "Vorrei solo capire cosa devo aspettarmi da te, da noi… sempre che esista un noi".
Mi presi qualche minuto per pensarci su.
Da quando quella bionda era entrata nella mia vita, tutto era diventato strano per me. In così poco tempo aveva smosso una serie di sensazioni che non credevo fossi in grado di provare, la mia attrazione per lei mi aveva spinta persino a rivalutare la mia sessualità, il mio modo di essere. Ed adesso, con gli ultimi avvenimenti, anche il mio modo di sentire i miei sentimenti, se davvero ero in grado di provarne.
"Esiste un noi" affermai sicura.
Sorridemmo entrambe. Lei per la soddisfazione di quella nuova piccola conquista, io per la piacevole sensazione che quella scoperta appena fatta mi provocava dentro.
Ringraziai mentalmente il buio che ci avvolgeva, grazie al quale non ero stata costretta a dirlo guardandola negli occhi, cosa che mi avrebbe ostacolata parecchio ed in più, con la complicità di quella penombra, potevo nascondere il velo di imbarazzo che mi copriva il viso facendolo avvampare d'emozione.
Eppure da un lato quanto avrei bramato uno spiraglio di luce, che mi permettesse di bearmi della visione del suo sorriso angelico e rassicurante.
"Questo noi... comprende anche altre persone... o è una cosa esclusiva?" azzardò lei "Insomma, se vuoi il mio parere preferirei che fosse esclusiva... ma se..."
"Esclusiva decisamente" mi affrettai a rispondere. Non c'era neanche da chiederlo.
Non avrei sopportato di vederla un'altra volta avvinghiata a quel tipo, né a chiunque altro.
"Hmm… quindi… sarebbe come... stare insieme?" azzardò lei incerta. La sentii trattenere il respiro in attesa di una mia risposta.
Stare insieme?
No, non esageriamo… insomma... non esiste!
Io non ero mai stata insieme a nessuno e la cosa non mi era mai dispiaciuta affatto.
I legami sono qualcosa di troppo fragile bisogna starci lontani, affezionarsi equivale a condannarsi a morte certa.
Nessuno ti rimane accanto per sempre. Nel momento in cui ti leghi a qualcuno sei condannato a passare la vita nella paura di perderlo. Ed io non avevo alcuna intenzione di spingermi a tanto.
Neanche per lei…
Forse.
Mi trovavo davvero in difficoltà a quel punto.
"Sai cosa? Non importa" la sua voce mi distolse dai miei ragionamenti.
"Per ora va bene così... basta domande per stasera, ok?" stabilì lei con mia grande gioia.
"Ok" soffiai sollevata.
***
Esiste un noi.
Lo aveva detto davvero, non lo avevo solo immaginato.
Aveva detto 'Esiste un noi' e questo già bastava per rendermi la persona più felice della terra.
Cosa mi importava ora di tutte le sere passate a piangere guardando le sue foto, di tutte le volte che l'ho bramata e desiderata in silenzio, chiusa nella mia solitudine?
Ero stata appena ripagata per tutto quel dolore.
Era valsa la pena soffrire solo per sentirle finalmente dalla sua bocca.
Non eravamo più Brittany e Santana… eravamo Noi e questo per ora mi bastava.
Sentii una lacrima pizzicarmi l'occhio, scese incontrollata lungo il mio viso e, senza accorgermene, una serie di goccioline salate cominciò a scivolare lungo le mie guance mentre non riuscivo a trattenere un sorriso.
Mi scappò un singhiozzo involontario. Lei sussultò al mio fianco.
"Stai piangendo?" mi domandò
"No" risposi ma il tono strozzato della mia voce mi tradì.
"Si che piangi" insistette lei.
"E'… è solo perché... sono… sono tanto felice... ecco..." ammisi tra le lacrime.
La sentii avvicinarsi finché il suo corpo non fu a contatto col mio.
Mi rigirai nella mia posizione, fino a ritrovarmi stesa su un fianco con lei di fronte a me nella stessa posizione, sentii le sue mani stringermi nel buio. Mi attirò a se ed io, senza indugiare, mi tuffai in quell'abbraccio rannicchiandomi contro di lei. Lasciai che le sue braccia mi avvolgessero, strinsi le mani in due pugni appoggiandoli al suo petto e nascosi il viso nell'incavo del suo collo profumato.
Continuavo a piangere incapace di trattenere quella felicità che mi era esplosa dentro tutta d'un colpo.
Sentii la sua presa farsi più salda, le sue labbra sfiorarono la mia guancia depositandovi un bacio soffice.
"Ti prego non piangere" supplicò al mio orecchio.
"Non sto piangendo di tristezza io…" tentai di rassicurarla.
"Lo so, ma non piangere comunque… io… mi fa una strana sensazione sentirti piangere. Non mi piace... smettila ti prego" mi implorò preoccupata con voce tremante.
Spostai il viso per strofinare il naso contro il suo nel tentativo di tranquillizzarla per farle capire che anche se piangevo era davvero tutto ok.
Con le labbra prese a vagare sulle mie guance baciando ogni lacrima che riusciva ad incontrare, con una tenerezza che mi fece tremare il cuore.
Le mie labbra cercarono la sua bocca e la trovai. E mi persi in quel bacio necessario che lei approfondì quasi all'istante.
Ci baciammo per un tempo che mi sembrò eterno, non mi sarei mai stancata del suo sapore. L'avrei baciata fino a scoppiare. Fino a svanire tra le sue labbra perfette.
Interrompemmo quel contatto quando il bisogno di ossigenò si fece troppo impellente ma rimanemmo vicine, tanto quanto bastava perché i nostri visi si sfiorassero.
Strofinò il naso contro la mia guancia per poi affondare il viso nell'incavo del mio collo.
Una cascata di capelli corvini mi scivolò sul viso ed il suo odore ancora più forte mi invase le narici, fino ad arrivarmi al cervello mandandolo in tilt.
Le lasciai un bacio sul collo, così vicino alle mie labbra, troppo per non approfittarne.
Sentii la sua mano scivolare lungo la mia schiena per andare ad intrecciarsi tra i miei capelli, si spostò nuovamente tornando col viso di fronte al mio, la mano dietro la mia testa. Mi spinse con dolcezza incontro ad un nuovo bacio.
Più affamato.
Più intenso.
Tutto adesso sapeva di lei.
Di noi.
Mi staccai da quel bacio che mi aveva letteralmente tolto il respiro e mi accoccolai nuovamente tra le sue braccia appoggiando la testa sul suo petto mentre, a poco a poco, il mio pianto si quietava. Mi strinse più forte.
Sentivo la sua mano scorrere lenta tra i miei capelli.
Il suo respiro regolare.
Le lasciai un bacio al centro del petto.
Ed io lasciai che il battito del suo cuore mi cullasse.
