Rimasi incantata sulla porta d'ingresso, la osservavo venirmi incontro, bella, come un sogno diventato realtà.
Camminava sicura, il mio sguardo si soffermò sulle sue gambe perfette slanciate ancora di più dai tacchi alti e lasciate scoperte da una minigonna di jeans, fin troppo corta, e il busto fasciato da un leggero top rosa senza spalline che le metteva in risalto il seno generoso; mi leccai istintivamente le labbra alla vista della sua clavicola, della gola e del collo lasciati completamente esposti dai capelli che non a caso erano stati tirati in dietro con un cerchietto.
Dio, quel corpo d'ambra risplendeva alla luce della luna e sembrava chiamarmi con quell'odore buono che riuscivo ad avvertire anche a distanza. Il ricordo del sapore della sua pelle di cioccolato mi colpì i sensi e non riuscii a trattenere un sospiro.
D'un tratto la sentii schiarirsi la voce con insistenza e mi riscossi dai miei pensieri.
Ero cosi assorta nel contemplare la sua bellezza che non mi ero resa conto che si era fermata a pochi passi da me sulla veranda.
"Sei venuta" riuscii a dire con un filo di voce sorridendo, i miei occhi furono catturati dalle sue labbra piene ed invitanti. Mi costrinsi di mala voglia ad alzarli per incontrare i suoi più neri e brillanti che mai.
Il suo viso non tradiva alcuna emozione: era seria, forse troppo, aveva la stessa espressione che portava dipinta sul volto quando camminava per i corridoi della scuola, quella costante aria di superiorità con un guizzo di cattiveria nello sguardo.
"Sono venuta solo per rispetto dei tuoi genitori e perché non manco mai alla parola data... non certo per te" mi rispose acida senza scomporsi.
Mi rattristai un po' sentendo il suo tono. Feci per parlare ma mia madre comparve dietro di me e mi interruppe.
"Oh Santana sei arrivata! Puntualissima, vieni accomodati" disse cortese regalando alla latina un ampio sorriso.
Improvvisamente l'espressione di Santana mutò completamente. Sul suo viso si allargò un sorriso smisurato e incredibilmente angelico, i suoi occhi che pochi istanti prima sembravano duri e impenetrabili divennero, se possibile, più grandi e dolci che mai.
"E' un piacere essere qui signora Pierce, grazie per avermi invitata" disse con un tono di voce che riconoscevo a stento come suo, tanto era garbato e mieloso.
Mia madre fece per precederla in camera da pranzo e lei si voltò incrociando il mio sguardo scioccato, al quale rispose con un ghigno malefico degno di Santana Lopez.
Ingoiai a vuoto quasi spaventata, quella ragazza riusciva davvero ad essere inquietante quando voleva.
Si voltò per seguire mia madre e iniziò a camminare ancheggiando un po' troppo vistosamente, cercai con tutte le forze di non cadere in quella assurda provocazione così banale. Ma fu più forte di me. Quel fondoschiena perfetto sembrava una calamita alla quale non potevo sfuggire. Frenai a stento l'istinto di allungare le mani per stringere quel sedere sodo tra le dita, mi morsi il labbro inferiore con forza ed in quel momento lei si voltò di scatto ed io sobbalzai per la sorpresa guardandola imbarazzata. Vidi le sue labbra distendersi in un ghigno soddisfatto.
Dopo essersi presentata con gentilezza a mio padre ed aver rivolto a mia madre numerosi e smielati complimenti per la casa,c a mamma ci informò che la cena sarebbe stata pronta da li a pochi minuti.
"Brittany, tesoro, perché intanto tu e Santana non andate di sopra a chiamare Ashley?" mi chiese allegra.
Io annuì inespressiva, facendo segno alla latina di seguirmi su per le scale, lei non obbiettò.
Presi a salire le scale ed in un attimo Santana fu al mio fianco, cercai di evitare il più possibile di guardarla. Arrivate all'ultimo gradino si guardò intorno nel corridoio per poi lanciare uno sguardo veloce verso il piano di sotto, la osservai accigliata mentre attraversavo il corridoio bussando piano ad una delle porte chiuse.
"Ash la cena è quasi pronta" dissi a voce alta facendo capolino nella stanza di mia sorella che se ne stava con l'ipod nelle orecchie intenta a provare qualche nuovo passo di danza. Mi fece un segno d'assenso con la testa.
"Arrivo tra un attimo" rispose e mi bastò. Richiusi la porta e mi voltai convinta di trovare la latina ad attendermi, ma lei non c'era.
Mi guardai un po' intorno spaesata, dove diavolo si era andata a cacciare?
La porta semi aperta della mia camera attirò la mia attenzione, ricordavo perfettamente di averla lasciata chiusa. Mi avvicinai dando un colpetto al legno bianco che si spalancò subito rivelando la stanza buia, alzai un sopracciglio avvicinandomi all'uscio.
"San? Sei qui?" mormorai.
Sentii una stretta forte intorno al polso, in un attimo mi ritrovai immersa nell'oscurità della stanza, la porta si richiuse piano alle mie spalle e due mani calde mi spinsero contro il muro.
Senza avere il tempo nemmeno di rendermi conto di cosa stesse accadendo avvertii la morbidezza delle sue labbra alla base della mia gola, il suo profumo mi avvolse completamente mentre le sue mani mi bloccavano i polsi contro il muro.
Appoggiò completamente il peso del suo corpo su di me ed io sospirai quando le sue labbra cominciarono a tracciare un percorso di baci infuocati tra la base della gola e il mio collo.
"Mi hai davvero fatto arrabbiare, stronzetta" sussurrò roca al mio orecchio, tremai per la sensazione che mi provocava la sua vicinanza, la sua voce così autoritaria e sexy.
"Mi… mi dispiace" biascicai ad occhi chiusi, completamente in balia del suo respiro caldo che mi danzava sulla pelle inondandola di brividi d'eccitazione.
"Ti dispiace?" soffiò lei ironica "Non pensare che basti" continuò "Te l'ho già detto un'altra volta: non giocare col fuoco..." mormorò sulla mia pelle.
La sua mano lenta liberò il mio polso dalla presa per scivolare lungo il mio fianco e continuò la sua discesa sulla mia coscia lasciata scoperta dagli shorts. Per poi risalire, graffiandomi appena, e fermarsi fra le mie gambe.
"Chi gioca col fuoco... prima o poi si brucia" soffiò sul mio collo, leccandolo senza ritegno, mentre il palmo della sua mano si posò deciso sula mia intimità coperta dal tessuto.
Un gemito incontrollato sfuggì dalle mie labbra rimbombando nel buio.
Sentii la sua risatina soddisfatta, non feci in tempo a dire nulla, la sua mano aveva preso a muoversi lenta su e giù, strusciando contro la stoffa per regalarmi brividi che partivano direttamente dal mio centro percorrendomi il corpo. Roteai all'indietro gli occhi, mentre sentivo le gambe tremare d'eccitazione.
Con la mano libera le accarezzai la schiena, scendendo fino al quel sedere perfetto che, fino a poco prima, avevo bramato. Strinsi forte la sua natica, l'attirai più possibile a me e cominciai a sudare freddo quando, senza preavviso, incastrò una gamba tra le mie. Iniziò a strusciare ripetutamente la sua intimità sulla mia coscia seguendo lo stesso ritmo della sua mano che continuava a muoversi su e giù sul mio centro.
"Sai cosa succede quando qualcuno mi fa arrabbiare, BrittBritt?" mi chiese con un ghigno sadico e il respiro affannato per l'eccitazione che, a giudicare dall'umidità della stoffa delle sue mutandine sulla mia pelle, doveva aver travolto anche lei.
"Lo sai?" domandò con più veemenza premendo le dita sulla mia apertura, sobbalzai per la sorpresa e l'eccitazione, e mi morsi il labbro per soffocare un gemito.
"Divento cattiva… tanto cattiva" soffiò calma al mio orecchio "E vendicativa" aggiunse mordicchiandomi un lobo. La sua mano si fermò scivolando via dal mio centro.
"San... io..." tentai di parlare ma l'eccitazione che mi stava montando dentro mi bloccava persino il respiro.
"Shhh... zitta" ordinò poggiando prontamente un dito sulle mie labbra appena dischiuse. Sentii un odore familiare travolgermi i sensi. Col polpastrello disegnò il contorno della mia bocca, lasciandomi poi il tempo di leccarmi le labbra e sospirare sorpresa nel sentirvi sopra il sapore della sua eccitazione.
Gemetti senza ritegno, attirandola a me con forza, cercai famelica le sue labbra nel buio e quando le trovai le azzannai letteralmente, mentre ogni cellula del mio sistema nervoso andava in tilt.
La sua lingua scivolò voluttuosa sulle mie labbra ed io credetti di impazzire.
Feci per stringerla a me quando, improvvisamente, quel contatto venne a mancare. Riaprii gli occhi ma servì a poco, immerse nel buio come eravamo, agitai le mani nel vuoto tentando di riprenderla ma si era allontanata. La sua risatina sadica riempì la stanza e, pochi istanti dopo, la porta si aprì. Un rivolo di luce proveniente dal corridoio illuminò parzialmente la camera, la vidi osservarmi nella penombra.
"Cattiva e vendicativa" mormorò prima di dirigersi fuori, lasciandomi lì col respiro ancora affannato, il cuore a mille, il suo odore addosso e la voglia di lei sempre più impetuosa tra le gambe.
***
Uscii da quella stanza impiegando tutte le mie forze per riuscire a regolarizzare il respiro.
C'era mancato poco, davvero poco, perché finissi col cadere nella mia stessa trappola.
Ero andata a quella cena perché volevo vederla, dovevo vederla, ma allo stesso tempo il mio stupido orgoglio mi aveva suggerito di non dargliela vinta così in fretta. Le sue parole mi avevano comunque ferita e volevo che capisse fin da subito chi comandava. Eppure, quando l'avevo vista sulla porta, tutta la mia tenacia si era sgretolata, sciolta come neve al sole sotto l'azzurro di quegli occhi di ghiaccio più dolci del miele.
Non avevo resistito: dovevo stringerla a me, assaggiare la sua pelle ancora una volta. Ma quel giochetto sadico che avevo messo su mi si era rivoltato contro.
Avevo sentito la sua eccitazione persino attraverso la stoffa degli shorts che indossava ed il sapore della sua pelle danzava ancora sulle mie labbra. Come diavolo avrei fatto adesso a resistere fino alla fine della serata senza saltarle addosso?
"Ciao" una vocina trillò allegra nel corridoio facendomi sobbalzare.
Mi voltai e incrociai due occhioni azzurro cielo che mi scrutavano curiosi.
"C-Ciao" rimasi di stucco. Era una specie di mini Brittany. Impressionante: stessi capelli biondi, stessi occhi, stesse adorabili lentiggini, stessa pelle di latte. Se non fosse stato per la statura e per i tratti ancora un po' infantili della più piccola, si sarebbe potuto pensare che fossero gemelle.
"Io sono Ashley" cantilenò la bambina allegra.
"Ciao Ashley, io sono Santana un'ami..."
"Oh lo so chi sei" mi interruppe lei senza spegnere il suo sorriso "La ragazza delle foto" affermò sicura.
Aggrottai le sopracciglia senza capire.
"La ragazza delle foto?" chiesi stranita.
"Sì... una volta ho sbirciato di nascosto nel cassetto di mia sorella! E' pieno di tue..."
"Ashley!" la voce di Britt tuonò nel corridoio facendoci sobbalzare entrambe. Mi voltai per squadrare la bionda, il suo viso era un po' rosso, lo sguardo ancora lucido di passione.
Nel vederla le sensazioni travolgenti di poco prima mi investirono tutte insieme. Cercai di non lasciar trasparire alcuna emozione, ormai avevo cominciato quel giochetto e dovevo portarlo a termine nel modo migliore. Mi voltai evitando il suo sguardo e lo rivolsi nuovamente alla bambina.
"Va a lavarti le mani, la cena è quasi pronta" ordinò Brittany severa. La bambina sbuffò per poi dirigersi verso quello che doveva essere il bagno. Io presi un profondo respiro e mi dipinsi sulla faccia lo sguardo più seducente che avevo in repertorio, prima di girarmi nuovamente verso la ballerina.
"Cosa c'è nel tuo cassetto?" chiesi allusiva alzando un sopracciglio incrociai le braccia sotto al seno mettendolo ancora di più in evidenza.
"Non darle retta, è solo una ficcanaso con una grande immaginazione" si affrettò a dire ingoiando a vuoto.
"Non mi avrai fatto qualche foto di nascosto eh, signorinella?" domandai ignorando le sue parole ed avvicinandomi con un sorrisetto compiaciuto.
"Senza il tuo permesso, capitano? Non lo farei mai" rispose con un sorrisetto sprezzante.
Eccola che ricominciava. Non voleva proprio capirlo che non poteva tenermi testa neanche volendo.
Mi avvicinai lentamente, fermandomi a pochi centimetri da lei, puntai gli occhi nei suoi e mi leccai le labbra a quel gesto la vidi trattenere il respiro, lo sguardo puntato sulla mia bocca.
"La prossima volta che passi la notte da me" sussurrai roca "Porta la tua macchinetta… ti mostrerò io qualcosa di interessante da fotografare" soffiai prima di farle l'occhiolino.
Mi guardò con la bocca semi aperta, fece un passo verso di me ma io indietreggiai.
Sua sorella uscì dal bagno saltellante e mi regalò un sorriso al quale risposi con uno altrettanto allegro. Non mi piacevano i bambini e non avrei fatto eccezione nemmeno per quella piccola Brittany in miniatura, ma mi ero ripromessa di fare la brava, almeno con la sua famiglia.
"Ragazze, la cena è pronta" chiamò la madre di Britt al piano di sotto.
La bambina si affrettò a scendere.
Io mi voltai verso la mia bionda mentre scendevo e le rivolsi uno sguardo malizioso.
"Meno male, ho una fame da lupi" mormorai fingendo di azzannare l'aria senza staccare lo sguardo dal suo.
Quando arrivammo al piano di sotto, trovammo già il signor Pierce seduto a capo tavola e la piccola Ashley alla sua sinistra.
Brittany invece raggiunse la sedia alla destra di suo padre e mi fece segno di sedermi accanto a lei.
Sua madre fece il suo ingresso nella sala da pranzo portando un'enorme vassoio con dentro il pollo e le patate sistemandolo al centro del tavolo prima di sedersi proprio di fronte a me accanto alla figlia più piccola.
"Allora, Santana" cominciò suo padre riempiendomi il piatto col pezzo di pollo che aveva appena tagliato "Ho saputo che dai ripetizioni di spagnolo a Brittany, come se la cava?" chiese.
Bevvi un sorso dell'acqua che sua madre mi aveva versato ed incrociai lo sguardo di Brittany che si era posato su di me come quello dei suoi genitori che aspettavano la mia risposta.
"Beh devo dire che abbiamo ancora un po' di lavoro da fare, con lo scritto non ci siamo ancora" spiegai,mentre Brittany un po' imbronciata si portava alla bocca il bicchiere sorseggiandone piano il contenuto "Devo dire invece che ha una propensione innata per quanto riguarda l'uso della lingua" continuai con tranquillità.
Brittany fece uno scatto in avanti allontanando il bicchiere dalle labbra, prese a tossire vistosamente diventando rossa per lo sforzo.
"Con la conversazione intendo, se la cava davvero bene" conclusi.
"Bittany tesoro stai bene?" domandò sua madre rivolta alla bionda che ancora tossicchiava faticando a regolarizzare il respiro. Suo padre prese a darle piccole pacche sulla schiena.
"Ti è andata di traverso l'acqua, piccola?" chiese sorridendo teneramente, lei annuì imbarazzata prima di lanciarmi uno sguardo torvo al quale risposi con un sorrisetto appena accennato.
"E dimmi, di dove è originaria la tua famiglia? Messico?" chiese ancora suo padre appena la figlia smise di tossire.
"No, a dire il vero mio padre è spagnolo mentre mia madre è portoricana" precisai io "Papà si è trasferito a Portorico con i nonni ed i suo fratelli quando aveva circa sei anni. Lì lui e mia madre si sono conosciuti, si sono messi insieme l'ultimo anno di liceo e poi, dopo il diploma, sono venuti qui in Ohio per frequentare l'università e dopo qualche anno si sono sposati. Vivevamo a Cleveland inizialmente, ci siamo spostati qui a Lima quando avevo quattro anni perché mio padre ha ottenuto il posto da primario".
"Al Lima Hospital?" chiese l'uomo interessato.
"Alla clinica William Alfred Fowler*" precisai.
L'uomo mi guardò sgranando gli occhi.
"E' la clinica privata più famosa di Lima" affermò.
"Dell'intero Ohio" precisò la moglie "Viene gente da tutte le parti dello stato per curarsi lì, pare ci sia il miglior cardiochirurgo dello stato..." fece per spiegare.
"Il dottor Carlos Garcia Lopez, mio padre" dissi tranquilla.
I due mi guardarono compiaciuti. Io abbassai gli occhi imbarazzata giocherellando con il cibo nel mio piatto.
"E tua madre cosa fa?" mi chiese la signora Pirce.
Pensai a mia madre che saltava da una parte all'altra dello stato gingillandosi tra centri benessere e shopping selvaggio.
"Originariamente insegnava ai bambini" dissi ripensando al periodo in cui faceva la maestra "Poi ha lasciato il lavoro quando ci siamo trasferiti qui per dedicarsi..."
"A te immagino" suppose prontamente la donna sorridendo materna.
"Già" dissi con un sorriso amaro.
Brava Santana, sei davvero un'ottima bugiarda.
"Sei anche tu una cheerleader vero?" mi chiese la piccola Ashley.
Io mi limitai ad annuire.
"Lei è il capitano della squadra" precisò Brittany.
La piccola sgranò gli occhi.
"Allora sei bravissimissima" costatò facendomi sorridere.
"Me la cavo" risposi.
"Ah non essere modesta, le Cheerios hanno vinto il campionato per tre anni consecutivi, praticamente da quando Santana è capitano" cantilenò Brittany.
"Sul serio?" domandò il padre stupito sorridendomi.
Osservai il viso raggiante di quell'uomo ed il sorriso compiaciuto di sua moglie che mi guardavano incuriositi e piacevolmente stupiti, persino Ashley sembrava entusiasta.
Sentii una sensazione piacevole alla base dello stomaco, qualcosa che mi spinse a sorridere sincera.
Ai miei genitori non era mai importato nulla dei successi vari a cui avevo portato la squadra, per loro era quasi una cosa normale il fatto che portassi a casa premi, medaglie e buoni voti.
Ero una Lopez, d'altra parte, eccellere era mio preciso dovere. Non c'era da congratularsi, non gli importava sapere come né perché, l'importante era che avessi vinto, che avessi portato a casa un altro trofeo da esporre in salotto per farne bella mostra con amici e colleghi durante le feste.
"Sì, beh siamo una squadra molto compatta con ottimi elementi, ci alleniamo tanto ed alla fine raggiungiamo risultati soddisfacenti. Ora che Brittany è dei nostri, poi, sono certa che abbiamo in tasca anche il prossimo campionato" dissi orgogliosa guardando la bionda che arrossì vistosamente sorridendo imbarazzata.
Allungai una mano sotto il tavolo, appoggiandola sul suo ginocchio, con l'indice presi a disegnare cerchi invisibili sul suo interno coscia. La sentii irrigidirsi a quel mio tocco ed un sorrisetto compiaciuto si dipinse sul mio volto.
"Sua figlia ha un enorme talento, signor Pierce, anche se devo ammetterlo..." dissi ironica "...manca un po' di disciplina, ma ci penserò io a metterla in riga" scherzai.
Suo padre scoppiò in una risatina divertita alla quale si aggiunse tutta la famiglia, tranne Brittany che accennò solo un sorrisetto stentato mentre la mia mano scivolava su e giù sulla sua coscia scoperta. Ripetei il gesto due o tre volte, prima di ritrarla passandomi distrattamente le dita tra i capelli.
La cena continuò tranquillamente. Si parlava per lo più di me. I suoi genitori mi stavano velatamente facendo il terzo grado. Cavolo, se facevano così con quella che credevano fosse una semplice amica della figlia, non osavo davvero pensare a cosa avrebbe dovuto passare un ipotetico fidanzato entrando in quella casa. Mi rallegrai del fatto che ignorassero completamente che tra me e la bionda ci fosse qualcosa di più che una semplice amicizia.
"Vado a prendere la frutta ed il dolce" annunciò la signora Pierce alzandosi dal tavolo e recuperando un po' di piatti.
Feci per alzarmi ma lei mi fermò.
"Oh no tesoro, sei un ospite, resta seduta" mi disse dolcemente mentre Brittany accanto a me si alzava prontamente per aiutare la madre.
Le due sparirono nella cucina ed io rimasi a discutere con la sorella e suo padre su cosa fa esattamente una cheerleader oltre a sventolare in aria i pon pon.
***
"La tua amica è davvero adorabile" bisbigliò mia madre appena varcata la soglia della cucina.
"Già" mi limitai a dire sistemando i piatti nel lavandino.
Una maledetta stronza ecco cos'era, non aveva fatto altro che stuzzicarmi da quando era arrivata. Di tanto in tanto mi sfiorava da sotto il tavolo, lanciandomi occhiate allusive e sorrisetti maliziosi. E poi era più forte di me: coglievo riferimenti sessuali e doppi sensi praticamente in ogni parola che usciva dalla sua bocca.
Inoltre averla così vicina col suo profumo inebriante mi confondeva.
Non riuscivo a guardarla senza pensare a quello che era successo poco prima in camera mia e, in più di un'occasione durante la cena, avevo dovuto fare appello a tutta la mia forza di volontà per evitare di saltarle addosso e farla mia sul tavolo della sala da pranzo.
"E poi sembra cosi intelligente" continuò mia madre.
Certo, è furba lei! Lo sta facendo apposta per punirmi.
Una tortura tanto dolce quanto sadica, stava sfruttando il debole che avevo per lei per farmi pagare il litigio del giorno prima.
Era davvero un piccolo demonio... e, accidenti, se mi eccitava.
Tornammo in camera da pranzo con il dessert.
"Cioccolato!" esultò allegra Ashley quando la mamma le posò d'avanti la sua porzione di gelato.
"Ti piace il gelato al cioccolato, Santana?" domandò mia madre incerta.
"Oh si certo" si affrettò a dire lei.
La guardai di sbieco, non ero molto convinta della sua frase, mi sembrava di ricordare che lei non mangiava cioccolata. Tuttavia quando la vidi affondare il cucchiaino nel gelato e portarselo alle labbra, con una lentezza esasperante, quel pensiero si allontanò dalla mia mente offuscata ormai solo dall'immagine delle sue labbra piene che si aprirono lente per far scivolare il cucchiaino al loro interno. La vidi assaggiarne il contenuto con la lingua prima di chiudere le labbra intorno al metallo e succhiarlo appena.
La cosa si era svolta nel giro di mezzo secondo ma a me era sembrato di vederla al rallentatore.
Spostai lo sguardo incapace di respirare correttamente mentre mi sentivo avvampare, accavallai le gambe stringendole tra di loro per dare un po' di sollievo al mio desiderio che quella sera era stato fin troppo stuzzicato e non chiedeva altro che esplodere.
"Ashley sta un po' attenta, guarda che hai combinato" rimproverò mia madre. La mia sorellina si era messa in ginocchio sulla sedia e, per la troppa fretta di finire il gelato, lo aveva rovesciato tutto sulla tovaglia e sulla sua maglietta.
"Oh Ashley, alla tua età non vorrai costringerci a metterti il bavaglino come quando eri una poppante eh?" scherzò mio padre divertito.
Mentre tutti rivolgevano l'attenzione su mia sorella io tornai a sbirciare verso la latina e mi sorpresi appena di trovarla a guardarmi con la coda dell'occhio.
"Sei un po' sporca di gelato" le sussurrai indicandole il labbro superiore. Mi pentii subito di averlo detto.
Con un lentissimo movimento, la latina prese a passarsi l'anulare, prima su un lato e poi sull'altro delle labbra senza staccarmi gli occhi di dosso. Poi, per un secondo, osservo il suo dito un po' sporco e, tornando a puntare gli occhi nei miei, se lo portò alle labbra succhiandolo appena.
Ok era decisamente troppo.
"Mamma, papà..." dissi scattando in piedi facendo sobbalzare la mora.
I miei genitori che erano ancora concentrati su mia sorella mi guardarono curiosi.
"Vi dispiace se andiamo di sopra, adesso? Domani ho il compito di spagnolo e vorrei che Santana controllasse alcuni esercizi che ho fatto prima di andare via, nel caso ci fosse qualche correzione dell'ultimo momento" tirai fuori la prima scusa che mi passò per la mente.
I miei genitori non fecero obbiezioni ed io feci segno alla latina di seguirmi mentre mi avviavo su per le scale.
Lei si alzò un po' sorpresa, sorridendo ai miei genitori, senza lasciar trapelare alcuna emozione e mi seguì.
Appena varcata la soglia di camera mia, accesi la luce ed attesi.
Lei mi raggiunse pochi secondi dopo, entrò sorridendo compiaciuta e si voltò per richiudere la porta alle sue spalle.
Fece per girarsi ma non ne ebbe il tempo. Col peso del mio corpo la inchiodai alla porta chiusa.
Appoggiò i palmi delle mani sulla porta istintivamente, sorpresa forse dal mio gesto inaspettato, posai una mano sul suo fianco facendo aderire perfettamente il mio bacino alla curva del suo sedere ed il mio petto alla sua schiena.
Avvicinai le labbra al suo orecchio mentre con l'altra mano le spostavo i capelli sulla spalla opposta.
"Volevo chiederti scusa per quello che era successo, ma comincio a credere che invece dovrei farti arrabbiare più spesso" sussurrai prima di morderle con forza il lobo.
Lei sospirò schiacciando la fronte contro il legno della porta e, stavolta, il sorrisino sadico lo feci io.
"Non sei stata per niente carina lo sai? E' tutta la sera che mi provochi eppure l'hai detto tu che non si gioca col fuoco" continuai a sussurrare. Le cinsi la vita con un braccio mentre con l'altra mano scivolai sotto il bordo del suo top per andarle ad accarezzare la pancia, la sua pelle si increspò in un milione di brividi sotto il mio tocco ed io mi beai di quella sensazione.
"Sei di fuoco" constatai sorridendo, prima di mordicchiarle la spalla, riferendomi all'incandescenza della sua pelle.
Ancora una volta la sentii sospirare.
La mia mano continuò la sua salita, finché le mie dita non arrivarono a sfiorare il suo seno nudo.
Era la seconda volta che la beccavo senza reggiseno, probabilmente era un optional nel suo abbigliamento e la cosa non mi dispiaceva affatto.
"Non hai neanche il reggiseno! Oh sei proprio una cattiva ragazza" mormorai sulla sua pelle.
Cercai il capezzolo con la punta dell'indice e lo sfiorai ripetutamente un paio di volte, facendola tremare al contatto, la vidi mordersi il labbro inferiore e strofinai istintivamente il naso contro il suo zigomo premendolo sulla sua pelle finché non girò il viso nella mia direzione. Cercai le sue labbra e vi poggiai sopra le mie, un solo istante, per poi ritrarmi impedendole di approfondire quel bacio. Lei sospirò contrariata sporgendosi nuovamente verso di me per cercare un ulteriore bacio che nuovamente le negai.
"Non ti meriti nessun bacio signorina" soffiai divertita.
Intanto con l'altra mano lasciai i suoi fianchi per scendere lungo la sua gamba, accarezzai lenta il tessuto della gonna fino a raggiungerne il bordo, infilai la mano al di sotto della stoffa raggiungendo le sue mutandine umide d'eccitazione.
Non appena sfiorai quella stoffa, leggera ed umida, un gemito incontrollato uscì dalle sue labbra e io strinsi più forte il suo seno nella mia mano.
"Shhh... non vorrai che i miei ti sentano?" sussurrai al suo orecchio "Fa la brava bambina e non fare rumore... o dovrò smettere" bisbigliai.
"Brittany" soffiò implorante, lasciando andare la testa all'indietro, l'abbandonò sulla mia spalla e cercò nuovamente le mie labbra "Baciami, ti prego" bisbigliò con un filo di voce mentre con un dito avevo preso a tracciare su e giù la sua apertura attraverso la stoffa.
Il respiro mi si incastrò in gola quando incrociai il suo sguardo implorante e lucido di desiderio, non riuscii a resistere.
Poggiai le labbra sulle sue e lei non aspettò oltre per approfondire quel bacio, le nostre lingue si incontrarono a metà strada e tutto si fermò intorno a noi.
A quel contatto così delicato, così dolce, sentii le gambe incapaci de reggermi in piedi.
D'improvviso tutta la foga che mi aveva pervasa fino a quel momento e tutta la sua malizia sadica svanirono, sciolte dalla tenerezza di quel bacio così intimo e profondo, denso di tutta la passione che ci legava l'una all'altra.
La liberai dalla pressione del mio peso, spostandomi col corpo senza staccare le labbra dalle sue, le mie mani scivolarono lente via dalla sua pelle e, nello stesso momento, lei si voltò senza mai interrompere quel contatto fino a trovarsi di fronte a me. Appena si fu girata le mie braccia corsero a cingerle i fianchi e le sue ad intrecciarsi dietro la mia nuca.
Non c'era nulla da fare, nessuna delle due poteva vincerla quella guerra, non finché un semplice bacio bastava a catapultarci in un mondo parallelo circondato di tenerezza.
Interrompemmo quel contatto perché il bisogno d'ossigeno era diventato impellente, appoggiai la fronte alla sua mentre entrambe riprendevamo fiato. Puntò gli occhi nei miei e sorridemmo entrambe, incapaci di contenere quelle emozioni.
"Pace?" sussurrai io.
"Pace" annuì lei.
Ci fu un lunghissimo minuto di silenzio interrotto, di tanto in tanto, da qualche bacio leggero. Non riuscivamo a smettere di guardarci negli occhi, di stringerci in quell'abbraccio, né di cercare frenetiche le labbra dell'altra.
"Dovrei andare adesso, si è fatto tardi" bisbigliò sulle mie labbra.
"Non voglio che vai via" mi lamentai a bassa voce prima di poggiare ancora una volta le labbra sulle sue per un bacio soffice.
"Ed io non voglio andare via" rispose lei con lo stesso tono "Ma devo" aggiunse poi rassegnata.
Misi un piccolo broncio emettendo un lamento strozzato prima di affondare il viso nell'incavo del suo collo stringendomi di più a lei.
La sentì ridacchiare, prima di lasciarmi un bacio sulla spalla.
"Ci vedremo domani a scuola" mi rassicurò "Puoi passare da me dopo le lezioni" propose maliziosa "Non m i dispiacerebbe riprendere il discorso di poco prima" aggiunse divertita.
Sorrisi sulla sua pelle.
"Non posso, devo tornare a casa subito dopo la scuola. Sono in punizione ricordi?" mormorai "Ma puoi venire tu qui" proposi speranzosa.
"Hmm... vedremo" cantilenò lei divertita.
Sollevai il viso per guardarla imbronciata.
Lei mi scrutò seria per qualche minuto, poi scoppiò in una risata talmente buffa che fece ridere anche me.
"D'accordo... ci penserò" mi concesse sorridendo.
"Sei una stronza" mi lamentai riassumendo il mio broncio.
"Si me lo dicono spesso" rispose lei ironica.
"E ti dicono anche che sei bellissima?" chiesi incapace di resisterle.
"Oh si, molto spesso" rispose lei "Ma sentirselo dire da te è tutta un'altra storia" aggiunse strofinando la punta del naso sulle mie labbra, sorrisi mentre il mio cuore mancava di un battito.
"Ma come siamo mielose" la presi in giro.
"Colpa del gelato" si giustificò lei "Per questo evito gli zuccheri... mi fanno diventare un po' troppo…"
"Dolce" conclusi io.
"Già... dolce" confermò lei facendo un'espressione contrariata "Non va per niente bene" affermò convinta scuotendo la testa.
"Hmm la mia ragazza zuccherosa" la presi in giro baciandola con passione.
La sentii irrigidirsi nel bacio, istintivamente staccai le labbra dalle sue per osservarla.
I suoi occhi erano spalancati e fissavano il vuoto e la sua presa in torno al mio collo si era allentata.
"Che succede?" domandai sorpresa.
"Io... niente" si affrettò a dire "Devo... devo andare adesso" biascicò liberandosi lentamente dalla mia presa.
"San, ho… ho detto qualcosa di sbagliato?" la risposta mi colpì prima ancora che avessi finito di formulare la domanda. Certo che avevo detto qualcosa di sbagliato, mi ero appena riferita a lei chiamandola 'la mia ragazza'. Dannazione che idiota.
"Santana io..." cercai di parlare ma le sue labbra si posarono leggere sulle mie interrompendomi.
"Va tutto bene" mi rassicurò, ma il suo volto era totalmente inespressivo e la sua voce quasi meccanica mi confondeva.
"Ora devo andare davvero" disse mentre apriva la porta uscendo in corridoio, la seguii al piano di sotto.
***
Accidenti a me, anzi no, perché? Io che colpa avevo?
Accidenti a lei, sì, a lei che non aveva avuto il buon senso di stare zitta.
'La mia ragazza' cosi aveva detto e, con quell'appellativo, mi aveva letteralmente mandata in tilt.
Eppure mi sembrava di essere stata chiara. 'Io non sono la ragazza di nessuno'. Insomma io non volevo essere la sua ragazza.
Mi voltai a guardarla appena raggiunto l'ultimo gradino ed il mio cuore si sciolse nuovamente in quell'azzurro mare.
Ok, forse un po' lo volevo, ma non adesso, non ero pronta ad una cosa del genere: a legarmi. Io non volevo etichette, le avevo sempre odiate. Qualunque tipo di etichetta, persino quelle sui vestiti mi stavano antipatiche.
Forse stavamo sbagliando, magari correvamo un po' troppo. Sì, forse era così, dovevamo darci una calmata.
Brittany mi scortò fino al salone dove sua sorella era intenta a discutere con i suoi genitori su quale fosse l'ora giusta per andare a letto, la piccola sosteneva che un'altra ora in piedi non le avrebbe fatto male. I signori Pierce non la pensavano allo stesso modo.
Salutai educatamente il padre e la madre della ballerina, entrambe mi invitarono a tornare presto.
Ashley mi rivolse un sorrisone allegro salutandomi con un gesto della mano al quale risposi con un sorriso.
Pochi istanti dopo io e Brittany camminavamo silenziose, fianco a fianco, lungo il vialetto di casa sua, verso la mia auto.
"Allora ciao" le dissi sospirando quando arrivammo alla mia macchina.
"Ciao" rispose triste fissandosi le scarpe.
"Britt" sussurrai poggiando due dita sotto il suo mento e sollevandolo perché mi guardasse.
Dio quegli occhi, erano un colpo al cuore ogni volta.
"Mi dispiace" mormorò lei semplicemente.
"Per cosa?" domandai.
"Per qualsiasi cosa ti abbia fatta incupire prima" disse mentre gli occhi le diventavano lucidi.
Come si poteva resistere a quella tenerezza fatta persona?
Feci un paio di passi verso di lei e l'abbracciai d'istinto.
"Non hai fatto nulla di sbagliato e non devi chiedermi scusa, capito?" le sussurrai mentre la stringevo.
Lei annuì poco convinta lasciandosi abbracciare.
Mi staccai da lei di mala voglia e le sorrisi.
"Ci vediamo domani, buona notte BrittBritt" dissi semplicemente.
"Buona notte" rispose in tono piatto.
Feci il giro dell'auto mentre lei rimaneva lì pensierosa con le mani in tasca a fissarsi le scarpe.
"Ah San" mi chiamò mentre chiudevo lo sportello.
Abbassai il finestrino dal lato del passeggero e lei vi si affacciò.
"Ho lasciato Rory ieri sera" disse "Pensavo volessi saperlo" aggiunse.
Trattenni a stento un urlo di gioia, mi tremarono le mani in quel momento, avrei solo voluto scendere da quell'auto e saltellare allegra intorno all'isolato prima di saltarle al collo e mangiamela di baci.
Ma non feci nulla di tutto ciò, qualcosa mi bloccò e mi limitai a sorriderle.
"Stai bene?" le chiesi.
"Sì, è stata dura ma non potevo continuare a stare con lui" disse semplicemente.
"Volevo solo che lo sapessi" aggiunse impassibile stringendosi nelle spalle "Ciao San" concluse in tono piatto, voltandosi per tornare verso casa sua.
"Ciao Britt" sussurrai quando ormai non poteva più sentirmi.
Misi in moto e partii.
