C'era la neve nei miei sogni, neve bianco latte come la sua pelle.
Correvo ma non avrei saputo dire dove stessi andando, correvo lungo un'immensa distesa di neve candida.
La cercavo nella solitudine di quel luogo freddo e vuoto, cercavo lei, ma non c'era.
Il freddo mi entrava nelle ossa intorpidendo i miei sensi, piangevo e tremavo.
Ma lei non c'era.

"Brittany" chiamai con tutto il fiato che avevo in corpo.
La mia voce rimbombò nel vuoto e poi si spense, portata via dal vento gelido.

Ero sola, ancora una volta.
Imprigionata in quella gabbia di ghiaccio ed inquietudine che era la mia vita.
Ero sola.

Riaprì gli occhi piangendo a singhiozzi, trovai solo una sfera di buio ad aspettarmi e due braccia strette intorno alle mie spalle.
Un profumo buono, l'odore rassicurante e familiare di chi ci ama.

"Shh, era solo un brutto sogno" sussurrò la sua voce dolce al mio orecchio, mentre il mio corpo era ancora scosso da brividi e singhiozzi.
Le sue braccia mi strinsero con più forza attirandomi verso il suo corpo caldo.

Un sogno? Quanto avrei desiderato che fosse vero, che quello fosse stato solo un incubo senza alcun senso. Quanto avrei voluto risvegliarmi e trovare lei al mio fianco, stesa a pancia in giù, con i capelli sparsi scompostamente sul cuscino, le labbra contratte in un tenero sorriso, il viso dolcissimo rilassato nel sonno. Con il suo profumo buono a riempire l'aria.

"Va tutto bene" mi rassicurò ancora, mentre nascondevo il viso nell'incavo del suo collo e lasciavo che le sue braccia mi cullassero con una tenerezza infinita.

"Perché mi ha fatto questo Quinn?" domandai tra le lacrime.

"Starai bene, vedrai. Supereremo anche questa" si limitò a dire ignorando la mia domanda, forse conscia di non avere alcuna risposta da darmi.

"Non posso vivere senza di lei" confessai in un lamento.
"Si che puoi, devi essere forte" mi disse.
"Non lo sono, non lo sono abbastanza" mormorai in un singhiozzo.

"Allora lo sarò io per te" mi rassicurò stringendomi di più.

"Perché nessuno riesce ad amarmi Quinn, cosa ho di sbagliato?" chiesi con un filo di voce bagnando la pelle della mia amica con lacrime amare.

"Non hai nulla di sbagliato piccola e non è vero che nessuno ti ama, io ti amo. Ti amo come una sorella, Santana, e non ti lascerò" disse sicura "Siamo io e te, non avere paura" sussurrò al mio orecchio prima di lasciarmi un bacio sulla fronte.

Istintivamente mi strinsi di più a lei e mi rinchiusi nel suo abbraccio come fosse l'unico riparo sicuro.

Stretta alla mia migliore amica, cosi persa nel mio dolore, mi sentì d'un tratto piccola come una bambina, indifesa ed esposta, come non mai, alla crudeltà del mondo che mi circondava.

Non ero mai stata davvero sola. Quinn c'era stata sempre e, sempre, sarebbe stata al mio fianco.

Eppure nemmeno lei era riuscita, nonostante l'importanza che avesse per me, a scalfire fino in fondo la mia corazza. Per quanto le volessi bene lei non avrebbe mai potuto darmi la pace che Brittany, in quei mesi, mi aveva donato.

Mi aveva toccato il cuore, lentamente infilandosi sotto la mia pelle, leggera come la neve che cadeva soffice nei miei sogni. Mi era scivolata dentro le vene riempiendomi di lei e, cosi facilmente come era entrata in me, nel tempo di un respiro, di un battito di ciglia, lei era già andata via. Lasciando solo il vuoto dietro di se, sulla mia pelle, nelle mie mani, nella testa, nel cuore.

"Mi manca" mormorai mentre ancora le lacrime scivolavano senza sosta lungo il mio viso per andare a depositarsi sulla pelle liscia del suo collo.

"Lo so, tesoro, lo so" rispose lei in un sospiro.

"Cosa devo fare Quinn?" chiesi pregando con tutte le mie forze che lei avesse una soluzione per me.

C'era un antidoto per ogni veleno, una cura per quasi tutte le malattie, un sollievo almeno.
Ma non c'era rimedio per il mio dolore. Niente che Quinn o chiunque altro potesse darmi.
Solo Brittany, solo lei poteva mettere fine a quello strazio. Ma lei non c'era, mi aveva lasciata e il mio dolore non poteva avere fine.

E Quinn lo sapeva. Cosi non rispose, si limitò a stringermi ancora di più, come se fosse stato possibile essere più vicine di cosi, ed a cullarmi con un dolce e disperato ritmo.

Non c'era risposta alla mia triste domanda, non c'era soluzione.

Il tempo.
Provai a ripetere nella mia mente.
Il tempo mi avrebbe curata.

Si, col passare del tempo mi sarebbe mancata sempre meno, sarebbero passati minuti, ore, giorni, settimane, forse mesi e mi sarebbero sembrati interminabili senza di lei ma poi, un giorno, mi sarei svegliata consapevole di aver sentito sempre meno la sua mancanza col passare del tempo e finalmente sarei arrivata a riavere la mia vita.

Ogni barlume del suo ricordo si sarebbe sciolto come neve al sole nei mie pensieri, sarebbe scomparsa e, con lei, il dolore.

Ma se quel pensiero avrebbe dovuto rassicurarmi, beh non aveva avuto l'effetto sperato.
Pensare a quando non avrei sentito più la sua mancanza non fece altro che bloccarmi ancora di più il respiro in gola.

Era possibile che il mio cuore stesse battendo ad un ritmo più lento perché una parte di esso mi era stata strappata via dal petto?

Mi ritrovai a pensare che, si, doveva essere proprio cosi.

"Non amerò mai più" sentenziai.

L'amore mi aveva lacerato l'anima. Sapevo che sarebbe accaduto, sapevo che non ero fatta per amare, per essere amata.

L'amore, come la felicità sono di chi li merita, ed io nella vita non ero stata in grado di meritare nulla, se non tutto l'odio che avevo ottenuto senza fatica.

"Non amerò mai più nessuno, nessuno che non sia tu" dissi tra le lacrime "Tu sei l'unica famiglia che ho, sei tutto ciò che mi rimane Quinn" dissi consapevole fino in fondo di ogni singola parola.

"Ti voglio bene San e ci sarò sempre per te" rispose suggellando quella promessa con un abbraccio ancora più saldo mentre una piccola lacrima le rigava il volto e mi cadeva sulla guancia.

"Ho paura Quinn" confessai in un lamento.

"Siamo io e te, ti proteggerò..non avere paura San. Non avere paura" mi sussurrò come un mantra, cullandomi ancora.

***

"Brittany" mormorò Rachel accarezzandomi i capelli.
"Parlami,ti prego" mi implorò per l'ennesima volta.

Me ne stavo rannicchiata su me stessa a letto, immobile da non so quanto tempo.

Non riuscivo a parlare, non riuscivo a pensare.
Mi resi conto in quel preciso istante di non riuscire nemmeno a piangere.

Era davvero tutto finito?
Avevo davvero fatto questo a me stessa ed all'unico amore della mia vita?

Mi sentivo persa.
Santana era la mia stella polare. Una volta lasciata la sua rotta sicura ero come un relitto in balia del mare in tempesta.

Non volevo parlare con nessuno, non volevo vedere o sentire niente che non fosse il suo respiro sulla mia pelle, il suo sorriso radioso, la sua voce roca e melodiosa.

Avrei voluto chiamarla.

-Mi manchi amore- le avrei voluto dire.
-Mi dispiace- le avrei gridato con tutta la forza che avevo in corpo.
-Ti amo- le avrei sussurrato all'orecchio, leggera come una carezza, perché era cosi che le piaceva sentirselo dire.

Ma non avevo più il mio telefono. Mia madre lo aveva preso, insieme al computer, e mio padre mi aveva relegata in camera mia fino a nuovo ordine.

"Da oggi in poi lascerai questa casa solo per andare a scuola" mi aveva detto severo, il suo sguardo deluso ed amareggiato, carico di accusa e disprezzo mi aveva fatto tremare il cuore di paura.

Erano offesi dalle bugie che gli avevo raccontato senza vergogna.
Scandalizzati forse di avere una figlia come me.

"Se non smetti di frequentare quella ragazza finirai l'anno scolastico in collegio a Cleveland Brittany" aveva detto mio padre "E non andrai a New York" aveva aggiunto.

Cosa potevo fare? Mi ci avrebbe mandata in quel collegio, lo avrebbe fatto davvero, ed allora non l'avrei più rivista.
Sarebbe stato meglio? Stare lontana chilometri e chilometri da lei?
No, avevo bisogno di lei, di poterla vedere anche solo da lontano per potermi beare del suo sorriso, nonostante non fosse più rivolto a me.

"Andrò a parlare con i suoi genitori" aveva minacciato mia madre.

No, mai e poi mai lo avrei permesso, mi sarei sobbarcata io tutta l'angoscia e tutte le colpe.
Lei aveva già abbastanza dolore nella sua vita, non l'avrei mai esposta a tanto.

"La lascerò e non la vedrò mai più. Ma, ti supplico, lascia la sua famiglia fuori da questa storia" avevo pregato ed ero stata accontentata almeno in questo.

Eppure, nonostante cercassi di convincermi che era stata la scelta giusta, c'era un peso enorme che mi gravava sull'anima ed un terribile nodo in gola che mi impediva di respirare.

"Sono stata una stupida Rachel" dissi con un filo di voce.

"Mi manca cosi tanto" confessai ad occhi chiusi stringendo i pugni sul cuscino umido del mio dolore mentre la mia amica mi stringeva a se cercando di rassicurarmi come meglio poteva.

Santana mi mancava come l'aria.

Lei era il mio tutto ormai e quella lontananza forzata, che io avevo imposto senza volerlo davvero, mi stava distruggendo lentamente.

"Cosa devo fare?" chiesi nella speranza che Rachel potesse conoscere un modo, uno qualsiasi, per mettere fine a tutto quel dolore.

"Devi fare quello che il tuo cuore ti suggerisce Britt" rispose senza indugio.

"Il mio cuore le appartiene, qualunque cosa io possa dire o fare mi riporterà sempre da lei alla fine" dissi sconfitta.

"Allora seguilo e basta" mi suggerì.

"Non posso, te l'ho detto come stanno le cose! La metterei nei guai e metterei nei guai me stessa e il mio futuro" dissi sconfitta.

"Credi davvero di poter avere un futuro che possa valere la pena di essere vissuto,senza di lei?" mi chiese seria.

Non persi neanche tempo a pensarci su.

"No" dissi secca.

"E credi che lei possa accettare di vivere una vita, magari tranquilla, ma lontana da te?" chiese poi.

"Forse vorrebbe, si risparmierebbe diversi problemi" constatai amaramente.

Poi ripensai alla prima volta che aveva detto di amarmi.
Rividi davanti agli occhi il suo sguardo innamorato e perso, la sua paura ed, allo stesso tempo, la dolcezza disarmante della sua resa di fronte ad un sentimento cosi forte da non poter essere ignorato.

"No, non credo che vorrebbe" mi corressi prontamente.

"Cosa pensi che farai adesso?" domandò la mia amica preoccupata.

"Che posso fare?" risposi.

"Beh finisce davvero tutto cosi? Non hai intenzione di spiegarle i veri motivi? Non pensi si meriti almeno una spiegazione più dettagliata? Devi darle una ragione o diventerà pazza a furia di domandarsela" mi spiegò preoccupata.

Si, pensai.
Forse su quello la mia amica aveva ragione, forse una spiegazione migliore se la meritava.

Forse entrambe meritavamo un chiarimento maggiore. Il nostro amore non poteva finire cosi in quel modo, tra urla e pianti.

Ci eravamo amate troppo per finire ad odiarci con cosi tanta foga.

Meritavamo di più o, forse, semplicemente desideravo avere una scusa abbastanza valida per rivederla, per parlarle.
Per cancellare dalla mia mente l'espressione affranta del suo viso, l'immagine di lei straziata da un dolore atroce che io stessa le avevo inflitto.

Dovevo vederla, dovevo specchiarmi in quegli occhi profondi un'altra volta ancora, una soltanto, mi sarebbe bastata.
Una volta ancora e poi mai più, giurai a me stessa.

Dovevo parlarle, dovevo spiegare.

"Portami da lei Rach" dissi alzandomi di scatto.

"E i tuoi?" domandò lei incerta.

Mi diressi verso la porta e la chiusi a chiave poi corsi a spalancare la finestra e mi affacciai rivolgendo una rapida occhiata alla strada sotto di me.

"Basta fare piano, non si accorgeranno di nulla. O almeno spero" dissi cauta.

La mia amica sorrise, come se avesse sperato in quella mia risposta, rimasi sorpresa quando si offri di aiutarmi a scendere lungo il cornicione. In un altro momento mi avrebbe convinta a desistere dal fare una cosa del genere ma non stavolta, questa volta era con me.
Improvvisamente, dopo tutto quel dolore, mi venne voglia di sorridere ad un solo pensiero.

Rachel era dalla mia parte, nel bene o nel male, almeno lei ci sarebbe stata sempre.

Scendemmo a fatica lungo la grondaia, Rachel ci mise molto più di me ma il suo atterraggio fu decisamente più silenzioso del mio.

Ci avviammo a passo lento verso la sua auto. Non la mise in moto subito, si limitò a togliere il freno a mano e, lentamente, spingemmo l'auto sulla strada fino alla fine dell'isolato.
Arrivate abbastanza lontano, troppo per essere sentite dai miei, salimmo in auto e la mora mise in moto.

L'auto si dirigeva a Lima Heights e, a quella consapevolezza, il cuore mi rimbalzò in gola per la paura e l'euforia insieme.

-Sono con Britt,stiamo venendo li- scrisse Rachel nel messaggio che inviò a Quinn.

Continuavo a torturarmi le mani, impaziente di arrivare eppure col cuore colmo di paura.

Temevo seriamente per quello che avrebbe potuto dirmi, magari non avrebbe voluto vedermi, magari la mia idea di noi che discutevamo con calma dei motivi per cui non potevamo stare insieme era un po' troppo ottimista.

Tremai al pensiero che potesse gridarmi nuovamente in faccia il suo odio.
Non lo avrei sopportato ancora.

Ma forse ciò che davvero non avrei sopportato sarebbe stata la voglia di averla tra le mie braccia non appena i miei occhi si fossero posati su di lei.

Improvvisamente pensai che non era poi una grande idea quel chiarimento, forse non avrebbe fatto altro che renderci ancora più difficile la separazione.

Ripresi a torturarmi le mani in preda al panico.

Rachel se ne accorse, allungò una mano sulle mie e strinse forte la presa sorridendomi mentre guardava la strada.

"Andrà tutto bene" mi rassicurò.

Cercai di convincermi che sarebbe stato cosi, che sarebbe andato tutto bene ma, al nostro arrivo, trovammo Quinn ad attenderci sotto il portico e, guardando il suo viso, dovetti ricredermi.

Nulla sarebbe andato bene quella sera.

"Quinn" cercai di parlare ma la bionda alzò una mano nella mia direzione facendo segno di zittirmi, mi guardò con disprezzo poi si rivolse a Rachel.

"Perché lei è qui?" domandò severa.

"Quinn devono parlare" tentò Rachel.

"Sei tornata per chiedere scusa? Per rimangiarti quello che hai detto?" domandò poi gelida, rivolgendosi a me.

"Sono tornata per spiegarmi meglio" dissi ingoiando a vuoto "..San merita.."

"Santana merita qualcuno che la ami, qualcuno che se le promette di restare poi resti davvero. Non ha bisogno di un tuo chiarimento, non se ne fa nulla delle tue stupide spiegazioni, ha bisogno che tu scelga lei" ringhiò severa.

Abbassai lo sguardo, incapace di parlare.

"Hai fatto la tua scelta Brittany, ora vattene" disse dura "..perché vuoi farle più male di quanto tu non abbia già fatto? Non capisci che rivederti e sentirti ribadire che è finita la ucciderebbe? Sei davvero cosi insensibile e meschina da esporla nuovamente a tanto dolore?" quasi urlò avvicinandosi pericolosamente a me che rimasi immobile con le lacrime agli occhi a fissarmi le scarpe.

"Quinn, ti prego, lascia che…" Rachel tentò di nuovo.

"No!" urlò la bionda spaventandola e facendomi tremare.
"Non lascerò che le faccia ancora più male! San è distrutta ed è tutta colpa sua, non la farò più avvicinare a lei" sentenziò.

"Io credo che non siano affari nostri Quinn" rispose prontamente la mora.

"Ti sbagli Berry. Forse non sono affari tuoi ma San è la mia famiglia, io sono l'unica persona che le rimane, tocca a me proteggerla perché non può farlo da sola" le ringhiò in faccia.

"B-Berry?" balbettò incredula Rachel.

"Sparisci Brittany, hai già fatto abbastanza danni" continuò la bionda rivolta a me ignorando l'espressione scioccata di Rachel.

"E prega Dio che io non sia costretta a rivedere tanto presto la tua faccia" aggiunse acida prima di rientrare in casa sbattendo la porta dietro di se.

Tutto il dolore provato prima mi sembrò nulla al confronto con quella nuova consapevolezza, avevo commesso l'errore più grande della mia vita e non potevo più tornare indietro, non potevo neanche sperare di parlare con lei, di spiegarmi, di aiutarla a capire.

Quinn aveva ragione, le avrei fatto ancora più male e peggio mi sarei sentita io.

Era finita, tra urla cariche d'odio e pianti disperati.

Cosi doveva andare. Non avrei potuto far altro che rassegnarmi alla cosa.