Guardavo distrattamente le immagini scorrere dietro il vetro come un film.
Il viaggio stava durando più di quanto mi aspettassi: avevamo deciso di prendere il treno per risparmiare rispetto al costo dell'aereo.
Cominciava a stancarmi quel panorama che sembrava sempre uguale, il rumore continuo del treno che viaggiava sui binari, il caldo quasi soffocante nel vagone.
Poggiai la testa contro lo schienale sbuffando appena.
"Siamo quasi arrivate" mi rassicurò Quinn seduta di fronte a me, intuendo il mio disagio.
Annuii lievemente e poi il mio sguardo cadde su Brittany che dormiva scompostamente nel sedile accanto al mio.
"Si è calmata?" domandò Quinn.
"Pare di sì" le risposi accarezzando lievemente i capelli della mia ragazza.
Erano due giorni che era tremendamente agitata. Più si avvicinava l'ora della partenza più aumentava in lei l'ansia di tornare a Lima.
Un po' mi dispiaceva. Natale era la sua festa preferita e non volevo che delle assurde preoccupazioni la rovinassero.
I rapporti con i suoi genitori si erano molto raffreddati da quando avevano scoperto di noi.
Lo avevano, in un certo senso, accettato anche se di malavoglia. Le mandavano regolarmente i soldi per la scuola e qualcosa in più per l'affitto e le telefonavano almeno una volta al giorno per sapere come stava, ma Brittany sentiva che era sorto come un muro. Soprattutto tra lei e suo padre, muro che pareva diventare più spesso di giorno in giorno e certo la lontananza non aiutava.
I suoi genitori non avevano ancora detto nulla al resto della famiglia e, per accontentarli, Brittany aveva deciso di non rivelarsi con loro. D'altra parte cosa doveva importargli con chi stesse?
Lo aveva deciso apparentemente senza rimpianto eppure io, che la conoscevo bene, vedevo quanto le costasse, nonostante tentasse di nasconderlo. Brittany non sapeva mentire, odiava farlo e sapevo che aveva paura che questa farsa le avrebbe rovinato le feste.
Non lo avrei permesso. Mi sarei impegnata affinchè tutto andasse per il verso giusto pur di farla stare bene.
In quel momento Quinn si agitò sul suo sedile richiamando la mia attenzione.
"Tu come stai?" chiesi.
Lei mi guardò e si incupì stringendosi nelle spalle.
"Che schifo" sbottò Rachel aprendo la porta della cabina ed entrando. La richiuse alle sue spalle sbuffando scocciata "I bagni dei treni sono la cosa più disgustosa che esista" aggiunse continuando a pulirsi freneticamente le mani con una salviettina imbevuta.
"Berry vuoi tapparti quel buco dentato? Brittany sta dormendo" gracchiai acida.
Rachel mi schioccò un'occhiataccia e si accomodò accanto a Quinn che le prese prontamente la mano.
"Tutto bene, piccola?" domandò la mora sorridendo dolcemente alla sua ragazza.
"Sono solo un po' in ansia" confessò la bionda fissando lo sguardo su un punto indefinito.
"E' per Beth?" domandò Rachel.
Quinn annuì piano.
"Sono certa che sarà felicissima di vederti" le dissi rassicurante.
"Ma certo che lo sarà! Sai che ti adora ed il regalo che le hai preso la farà impazzire" concordò Rachel baciandole la mano prima di stringerla più forte tra le sue mani.
"E' che non la vedo da mesi e stà crescendo così in fretta! Io mi stò perdendo tutto! Quando le feste finiranno andrò via di nuovo, dovrò lasciarla ancora" disse la mia amica sconfortata.
"Mi sembra così lontana da me" confessò.
Provai molta pena per Quinn.
Non lo dava a vedere spesso perché in fondo era una che cercava di farsi forza.
Ma sapevo che stare lontana da Beth le costava molto.
Puck era venuto a trovarci a Settembre portando con se la bimba, era stata una settimana intensa e Quinn sembrava rinata.
Poteva avere Beth per tutto il giorno senza sua madre che si intrometteva in continuazione tra loro. Poter dormire con la sua piccola e Rachel nel lettone era stata una delle esperienze più belle che avesse mai provato, me lo aveva confessato tempo prima.
Ora che si era trasferita e la sua vita stava cambiando radicalmente, più di qualunque altra cosa desiderava poter avere Beth con se. Sapevo che aveva più volte vagliato con Rachel l'ipotesi di poter chiedere ai suoi genitori di averne la custodia, di poterla portare a New York per farla crescere lì.
Ma Rachel era stata più ragionevole: le aveva spiegato che, ormai, Beth stava crescendo in quella casa, che per lei quelli erano i suoi genitori. Portarla via avrebbe significato in qualche modo traumatizzarla e Quinn, che studiava psicologia infantile, avrebbe dovuto saperlo meglio di chiunque altro.
"Amore" la chiamò Rachel poggiando due dita sotto il suo mento per costringerla a guardarla.
"Andrà tutto bene. Non lasciare che i pensieri sul futuro ti rovinino il presente. Sono mesi che non la vedi, goditi questi giorni con lei" le disse dolcemente.
Quinn prese un profondo respiro annuendo piano.
"Ascolta: potremmo, non so, chiedere ai tuoi di farla stare con noi per un po', magari in primavera, quando avrai finito gli esami del primo semestre. Che ne dici?" propose la mora sorridendole.
Quinn ci pensò su e annuì accennando un sorriso.
"Sì, magari sì" rispose.
"Ora però concentriamoci sul Natale. Lo passerai con lei, non è meraviglioso?" fece la diva entusiasta.
"Con lei e con te, cosa potrei chiedere di meglio?" rispose la bionda avvicinandosi per darle un bacio leggero che presto approfondirono.
Roteai gli occhi al cielo.
"Ma per carità" ringhiai tra i denti distogliendo lo sguardo.
"Grazie" mormorò Quinn sulle labbra dell'altra che sorrise baciandola ancora.
"Ti amo" le sussurrò la diva.
"Anche io."
"Io ho la nausea" sbottai sbuffando.
In quello stesso istante una voce metallica interruppe il bacio che le due si stavano scambiando, con mia grande gioia.
"Siamo arrivate" disse Rachel mentre il treno rallentava mano a mano che ci avvicinavamo alla stazione.
Tutte e tre ci perdemmo per un secondo ad osservare fuori dal finestrino.
Prendemmo un grosso respiro. Non sapevamo se fossimo realmente pronte a rivedere Lima, il ritorno porta sempre addosso mal di testa e mal d'anima.
Svegliai Brittany con una serie di piccoli baci sul viso e le annunciai che eravamo arrivate.
La vidi irrigidirsi appena e la strinsi a me più forte.
"Andrà tutto bene amore, vedrai" le sussurrai all'orecchio.
Ma lei sembrava come in trance.
"Resta a dormire da me stanotte, tornerai a casa domani, che ne dici?" proposi.
Lei parve illuminarsi ed annuì ripetutamente con il suo sguardo da cucciolo spaventato.
Recuperammo le valigie e Schifottolo che, per tutto il tempo, aveva dormito sotto il mio sedile, fortunatamente senza lamentarsi.
Quando scendemmo dal treno trovammo Puck e Sam ad aspettarci.
Mi tremò il cuore nel rivedere Noah. Mi faceva sempre un effetto strano. Fui tentata di corrergli incontro ma non lo feci perché ero pur sempre Santana Lopez. Ma non ci fu bisogno perché fu lui a correre da me sollevandomi in aria mentre mi stringeva in un abbraccio stritola ossa che non sembrò piacere molto a Brittany.
"San" sussurrò lui tra i miei capelli mentre mi rimetteva giù.
"Ciao scimmione" dissi cercando di mascherare la mia emozione.
Ci guardammo negli occhi per un istante infinito.
Poi lui mi lasciò un bacio sulla fronte.
"Come stai?" domandò.
"Bene e tu?" chiesi.
"Non mi lamento" rispose con il suo solito sorriso sghembo.
"E tua madre? Giuly?" feci io.
"Tutte e due bene" disse facendomi l'occhiolino, poi distolse l'attenzione da me per abbracciare Quinn che era appena stata liberata dall'abbraccio di Sam.
I due si strinsero per un tempo indefinito mentre il biondino mi veniva incontro.
"Ciao Satana" mi salutò scherzoso.
"Bocca da trota, ci sei anche tu? Chi ti ha ripescato dall'acquario?" domandai giocosa lasciandomi abbracciare.
"Uh ma guarda c'è la mia finta fidanzata preferita" disse poi allegro allargando le braccia per stringere Britt che lo lasciò fare.
"Vedo che ancora non hai imparato a tenere a posto le pinne" dissi acida mentre la mano del biondino scendeva pericolosamente lungo la schiena della mia ragazza. Lui si spostò alzando le mani colpevole e Brittany gli diede uno schiaffetto giocoso.
Ci dirigemmo fuori dalla stazione. Quinn e Puck camminavano abbracciati parlando per lo più di Beth. Rachel si guardava in giro come se si fosse appena svegliata da un sogno mentre Sam raccontava a Brittany e me della sua nuova vita a Los Angeles, dove studiava cinema, e del fatto che fosse tornato in città solo da qualche giorno.
Fuori dalla stazione trovammo i genitori di Rachel e alla moretta per poco non venne un colpo nel rivedere i suoi papà. Li abbracciò per quella che mi sembrò un'eternità.
I due si offrirono di riaccompagnare Quinn a casa.
Così salutai la mia amica e la rompiscatole.
Non lo avrei mai ammesso ad alta voce ma in quei giorni mi sarebbero mancate. Sapevo che ci saremmo viste comunque, a casa mia per lo Snixmas party annuale che si sarebbe tenuto la sera di capodanno a casa Lopez e per il quale avevo spedito sms di inviti la settimana prima, ma mi sarebbe mancata la nostra quotidianità: averle in giro per casa insomma.
Così come mi sarebbe mancato dormire con la mia Britt.
Sam e Puck ci riaccompagnarono a casa mia, chiacchierammo in macchina raccontandoci a vicenda vari aneddoti e, per qualche istante, mi sembrò che il tempo non fosse mai passato. Erano ancora i miei due stupidi amici del liceo, quelli un po' pazzi sempre pronti a correre dietro una bionda, che fosse una donna o una birra.
Malati di football e di festini occasionali, ma con un cuore d'oro.
Brittany chiamò i suoi durante il viaggio avvertendoli che era tornata e che sarebbe passata a casa l'indomani.
Mentre parlava a telefono mi persi a guardare fuori dal finestrino. Lima non era cambiata affatto anche se avevo l'impressione che fosse diventata più piccola di quanto ricordassi, ma forse era solo il confronto con l'immensità di New York a sminuirla.
Brittany chiuse la telefonata sbuffando.
"Che succede, amore?" domandai preoccupata.
"Ovviamente mio padre si è lamentato del fatto che rimango da te stasera, dice che non li vedo da mesi e nonostante questo li ignoro" mi spiegò cupa.
"Credi sia meglio andare a casa?" domandai.
"No. Non sono pronta, non stasera. Sono stanca e non me la sento di affrontarli, li vedrò domani, non c'è fretta" tagliò corto.
La macchina si fermò davanti a casa mia e presi un profondo respiro mentre ammiravo la facciata.
Era sempre stata così grande?
Schifottolo cominciò ad agitarsi tantissimo abbaiando mentre camminavamo lungo il vialetto con i ragazzi dietro di noi che portavano i bagagli.
Li salutammo con la promessa di rivederci alla mia festa.
Cercai le chiavi di casa in fondo alla mia borsa, ma ovviamente non riuscivo a trovarle ma non fu necessario perché Clara, probabilmente attirata dall'abbaiare del cane, corse ad aprire.
Un brivido mi attraversò la schiena nel rivederla.
Clara era stata per molti anni come una madre per me e non mi ero resa conto di quanto mi fosse mancata finché non la rividi sorridermi amorevolmente commossa davanti alla porta aperta.
La abbracciai senza dire nulla stringendomi a lei con una forza ed un entusiasmo che lei ricambiò prontamente, senza riuscire a non commuoversi.
Schifottolo continuava a scodinzolare abbaiando felice.
"Insomma cos'è tutto questo baccano?"
Mia madre spuntò dal salotto con la sua solita aria infastidita.
Il suo sguardo si illuminò quando ci vide.
"Oh siete arrivate" disse gioiosa.
Mi staccai dall'abbraccio di Clara ma non mi stupii affatto quando vidi mia madre correre incontro a Brittany per lasciarle un bacio sulla guancia senza troppe cerimonie.
"Ciao splendore, sei sempre più bella lascia che te lo dica" cinguettò carezzandole una guancia.
"Grazie" sorrise Brittany educatamente.
"Ciao anche a te, madre" dissi acida incrociando le braccia al petto.
"Oh ciao mija" disse lei abbracciandomi distrattamente per mezzo secondo prima di lasciare uno sguardo inceneritore al cane che smise all'istante di abbaiare.
"Amelia siamo pronti? Il taxi sarà qui a mometi... oh ciao, princessa" mio padre si fermò al centro della rampa di scale che stava scendendo guardando me e Brittany stupito.
"Credevo che sareste tornate domani" aggiunse.
"Ti ho telefonato ieri dicendoti che tornavamo stasera" puntualizzai.
"Oh, scusami mi amor, sai che sono un eterno distratto" si giustificò raggiungendomi per baciarmi la fronte prima di rivolgere a Brittany un sorriso che lei ricambiò.
"Siete in partenza?" chiesi poco sorpresa.
"Sai che ci aspettano in montagna, come ogni anno" fece mia madre con ovvietà.
"Certo, non sia mai si saltasse un Natale in montagna" dissi sarcastica.
Nessuno dei due sembrò farci caso.
"Oh Brittany il tuo regalo di Natale è sulla poltrona del salotto, fammi sapere se ti piace dolcezza" disse mia madre mentre un taxi accostava al lato della strada annunciando con un colpo di clacson la sua presenza.
Mio padre tirò fuori dal taschino il libretto degli assegni scrivendoci sopra frettolosamente.
"E questo è per te, princessa" disse staccando un foglietto e porgendomelo.
"Con tanti auguri di buon Natale da mamma e papà" aggiunse schioccandomi un bacio.
Brittany si sporse per guardare la cifra ed impallidì vedendo di quanti soldi si trattasse.
"Copre quasi quattro mesi di affitto" mi sussurrò.
"Lo so" risposi senza riuscire a smettere di fissare quel pezzo di carta.
I due ci salutarono abbastanza frettolosamente prima di andare via veloci.
Ci ritrovammo entrambe sole nel salotto.
Brittany osservava meravigliata la borsa da quasi mille dollari che mia madre le aveva preso ed io mi rigiravo tra le mani il mio assegno appoggiata al camino dentro il quale scoppiettava un bel fuoco.
"Non vorrai mica bruciarlo?" fece Brittany ironica.
Sorrisi amara.
"Scherzi? Questi assegni sono l'unica cosa buona che i miei fanno per me" risposi riponendo in tasca il foglio.
"Stai bene?" domandò lei tornando seria.
Mi strinsi nelle spalle. Lei si alzò venendomi incontro e mi strinse da dietro. Ci perdemmo entrambe a fissare il fuoco che scoppiettava allegro.
"Credevo che un po' gli sarei mancata. Ma forse ho preteso troppo sperando che almeno questo Natale rimanessero con me" dissi dal nulla mentre un pesante macigno mi schiacciava il petto.
Sentivo le lacrime riempirmi gli occhi ma imposi a me stessa di non piangere: non potevo, non dovevo farlo.
Tremai appena e Brittany mi strinse di più affondando il viso tra i miei capelli.
Mi resi conto in quel momento che tutto ciò che mi ero lasciata alle spalle era rimasto a Lima ad aspettarmi.
Ad aspettarci.
"Sei la mia unica famiglia" sussurrai.
Lei mi baciò una tempia e mi rigirai nel suo abbraccio nascondendo il viso nell'incavo del suo collo.
"Non credere che per me sia diverso" mormorò lei al mio orecchio stringendomi di più.
Ed era vero.
Eravamo due anime sole, da sole insieme contro tutto e tutti.
Ma questo non ci spaventava, non poteva spaventarci, perché io avevo lei e lei me e finché potevamo contare l'una sull'altra tutto sarebbe andato bene. Quel Natale, come tutti quelli a venire, avrebbe avuto senso perché lo avremmo passato vicine.
E chissà magari un giorno l'avremo creata noi una famiglia.
Non mi avrebbe mai sfiorato l'idea di averne una mia prima di incontrare Brittany. Ma, in quel momento, stretta tra le sue braccia, sentii forte il desiderio che arrivasse in fretta il giorno in cui avremmo potuto costruirci la felicità e la gioia di condividere il nostro amore con una famiglia tutta nostra.
Era un pensiero che mi faceva stare bene.
*****
Presi un profondo respiro deglutendo a vuoto.
Casa mia non mi era mai sembrata così bella come in quel momento, circondata dalla neve e dalle luci di Natale.
Per tutta la mattinata avevo provato un senso di nausea continuo e non ero riuscita ad alzarmi dal letto. Finché Santana non si era stufata, costringendomi a prepararmi.
Ed ora eccoci lì, fuori da casa mia, mentre il sole tramontava all'orizzonte.
Una scia di macchine circondava il vialetto innevato ed una luce calda e forte si irradiava dalle finestre.
"Non so se sono pronta" bisbigliai tremante.
"E' la vigilia di Natale, amore. Non avere paura, me l'hai insegnato tu che a Natale tutti sono più buoni. Andrà tutto bene" mi rassicurò Santana prendendomi la mano e stringendola forte.
La guardai specchiandomi nei suoi occhi che mi rassicurarono. Ci riuscivano sempre.
Annuii convinta mentre la sua stretta mi dava coraggio e ci avviammo verso l'ingresso.
Fu mia sorella ad aprire la porta e non riuscii ad evitare di commuovermi nel vederla.
"Brittany!" urlò lei con un sorriso smagliante mentre mi saltava in braccio.
"Mio Dio, Ashley! Sei diventata altissima" dissi con le lacrime agli occhi cercando di tenerla sollevata da terra "E pesantissima" aggiunsi.
Come era stato possibile che la mia sorellina, quella bimbetta rachitica e petulante con le treccine e gli occhi da gattino impaurito, fosse diventata così alta e robusta? Tanto che quasi mi sembrava un'altra persona.
"Mi sei mancata tanto" disse stringendomi forte.
"Anche tu" mormorai al suo orecchio respirando il suo odore.
La guardai negli occhi per un lungo istante.
"Allora? Curiosa di sapere cosa porterà babbo Natale?" domandai entusiasta.
Lei rise.
"Brittany, babbo Natale non esiste! Lo so ormai" disse altezzosa dedicandomi una smorfia.
Rimasi per un attimo interdetta.
La mia sorellina era davvero cresciuta, senza di me.
Non avrei più visto lo stupore e la meraviglia nei suoi occhi la mattina di Natale mentre scartava i regali.
La magia di quella festa meravigliosa, che rivivevo ogni anno grazie al suo entusiasmo, era finita. Eravamo davvero cresciute.
Tanto, troppo in fretta.
"Brittany" disse mia madre sbucando dal nulla e correndomi incontro seguita da una scia di parenti, mentre Ashley abbracciava Santana sbilanciandola quasi a causa del peso delle buste, piene di regali, che la latina portava in mano.
Sia io che mia madre ci commuovemmo nello stringerci, ritrovandoci dopo tanto tempo. Per un istante mi sembrò che nulla fosse cambiato, mi sentii così bene, così protetta nel suo abbraccio.
La donna corse ad abbracciare anche Santana.
Cominciai a salutare uno ad uno tutti i miei parenti. Ad ognuno ovviamente dovetti giustificare la presenza di Santana a cena per il secondo anno consecutivo, senza poter dire la verità cosa che mi infastidiva non poco. Ma, d'altra parte, così voleva mio padre e decisi di rispettare quella regola silenziosamente impostami, fosse solo per non rovinarmi ulteriormente le feste.
Fu proprio mio padre che abbracciai per ultimo.
Notai la freddezza del suo sguardo ed il suo abbraccio di circostanza, un po' impacciato. Finsi di non farci caso, decisa più che mai a godermi quel poco di gioia familiare che mi era rimasta.
Non volevo essere ingrata.
Non avevo una famiglia esemplare, soprattutto per il modo in cui ignoravano e cercavano di nascondere il mio rapporto con Santana, ma avevo una famiglia. Cosa che la latina non poteva dire e di questo almeno ero grata.
Mio padre salutò freddamente Santana che comunque non si scompose rimanendo educata e rispettosa.
La cena fu abbastanza tranquilla. Mi ritrovai a fare i conti con l'invadenza dei parenti che non mancarono di riempirmi di domande ed allusioni riguardo ad un ipotetico fidanzato newyorkese ed alla vita che facessi lì.
Raccontai delle mie esperienze e della scuola di danza, dei miei numerosi progressi, rendendo fieri tutti.
Di tanto in tanto cercavo sotto il tavolo la mano di Santana stringendola. Lei mi sorrideva amorevolmente regalandomi la forza di reggere a quella situazione. Soprattutto gli sguardi severi di mio padre che proprio non concepiva la presenza della latina lì, nonostante l'avesse accettata per quieto vivere e soprattutto per il volere, ne ero certa, di mia madre.
Quando arrivò la mezzanotte ci raggruppammo tutti intorno al pianoforte per cantare le classiche canzoni natalizie, mentre mio zio suonava per noi.
Riuscii a far cantare persino Santana e, mentre ascoltavo la sua voce e stringevo la sua mano, per un istante mi sembrò davvero che tutte le preoccupazioni sfumassero scivolando via come sabbia al vento.
Eravamo io e lei.
Non contava altro in quel momento.
Verso l'una ci ritrovammo fuori dalla veranda di casa mia.
"E' stata una bella serata dopotutto, no?" domandò lei stringendomi la mano.
"Sì, non posso lamentarmi, anche se aspetto di vedere cosa accadrà quando saremo soli" dissi senza nascondere un po' di preoccupazione.
Lei se ne accorse e poggiò una mano sulla mia guancia accarezzandola dolcemente, la guardai e mi sorrise calma.
"Andrà tutto bene amore vedrai, sono la tua famiglia e ti vogliono bene, lo sai" mi rassicurò ed io annuii accennando un sorriso.
"Sicura che non vuoi restare?" chiesi speranzosa.
Lei sorrise.
"No, devi stare con la tua famiglia e poi ho lasciato Schifottolo da solo a casa. Sai che odia stare solo" disse con una smorfia.
"Sì, è vero" convenni io "Non sono più abituata a dormire senza di te, non so se riuscirò a chiudere occhio stanotte" dissi pensierosa.
"A chi lo dici" fece lei avvicinandosi per cancellare il mio broncio con un bacio che io non tardai ad approfondire.
Non l'avevo baciata per tutta la sera e le sue labbra mi mancavano come l'aria.
"Buon Natale, amore" sussurrò sulle mie labbra.
"Buon Natale a te" risposi.
Poi un pensiero improvviso mi riscosse.
"Ho una cosa per te" dissi allegra tirando fuori dalla tasca una bustina rossa.
"Mi hai scritto una lettera?" domandò lei ironica.
"Spiritosa" dissi porgendole la busta "Dai, apri" la incitai.
Lei si affrettò ad aprirla e tirò fuori un foglietto bianco sul quale erano stampati i dati di un'iscrizione.
"E' uno stage di canto che dura un mese con quella tizia che insegna alla scuola di Rachel..." dissi io senza riuscire ad aspettare.
"Carmen Tibideaux" disse lei scioccata "La preside della NYADA?"
"Sì lei, Rachel mi aveva parlato di questo stage. Ti ho iscritta. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere, insomma, io adoro sentirti cantare e so che lo adori anche tu e sinceramente mi dispiace che tu non abbia coltivato questo tuo talento e magari... beh potresti trovarlo interessante questo stage e..." non riuscì a finire la frase: le labbra di Santana furono sulle mie.
"E' un regalo fantastico, Britt, lo adoro" disse entusiasta stringendomi a se.
"Sono contenta, amore" risposi abbracciandola.
"Anche io ho un regalo per te" disse poi saltellando come una bambina.
"A si? Cos'è?" domandai impaziente.
Santana prese un profondo respiro estraendo dalla borsa una scatolina blu ed io ingoiai a vuoto osservandola.
"Non mi stai facendo una proposta di matrimonio, vero?" domandai sospettosa.
"Mi diresti di no?" chiese fintamente offesa.
"Assolutamente, ti direi che non vedo l'ora! Ma temo che non abbiamo abbastanza fondi per quello" scherzai.
Lei rise per un attimo poi tornò seria.
"Non è una proposta di matrimonio. Ma potremmo dire che è una promessa" disse aprendo la scatolina per rivelare un paio di cerchietti d'oro bianco molto semplici ma che non mancarono di farmi palpitare il cuore.
La latina ne prese uno e lo infilò al mio dito prima di mettersi l'altro e avvicinare le nostre mani.
Erano due anelli gemelli .
"Così ogni volta che lo guarderai al tuo dito saprai che ti amo e che sei mia" disse arrossendo senza riuscire a guardarmi negli occhi.
Presi il suo viso tra le mani sentendo il cuore scoppiarmi di felicità nel petto e la bacia con tutto l'amore possibile.
"Ti amo" sussurrai sulle sue labbra con le lacrime agli occhi.
"Ti amo" rispose commossa.
"E sono tua, con o senza anello" precisai facendola ridere tra le lacrime e sorridendole a mia volta.
