Lima mi era mancata. In realtà non lo avrei mai creduto possibile, eppure quel giorno, mentre passeggiavo con Santana per le strade della città che ci aveva viste crescere, riscoprii ogni luogo, ogni minimo particolare, perfettamente intatto, così come lo avevo lasciato, come se il tempo non fosse mai trascorso.
Quanto piccola appariva adesso rispetto a New York? Da bambina credevo che lì fosse concentrato l'intero mondo, proprio lì, tra la scuola, il parco con gli anatroccoli ed il negozio di caramelle di fronte alla mia scuola di danza.

Crescendo avevo imparato che il mondo fuori esisteva, che c'erano altre persone, tante persone che lo riempivano, ma mi importava poco. Mi bastavano quelle poche che avevo: la mia famiglia, Rachel e me stessa.

La danza, la danza era il mio universo felice.
Poi era arrivata Santana e tutto il resto del mondo aveva totalmente smesso di avere importanza al confronto.

L'idea di separarmi da lei pesava come un macigno sul mio cuore. Era solo per poco tempo eppure percepivo come se quella fosse solo la prima di numerose altre separazioni, come se la vita ci stesse avvisando che non potevamo davvero pretendere che i problemi fossero finiti, erano solo diversi, cresciuti, come noi.

Avrei voluto poterla tenere con me, con me per sempre. Legata a me come era in quel preciso istante, mentre guidava la sua amata macchina e teneva una mano sullo sterzo e l'altra nella mia, come quando veniva a prendermi prima della scuola e mi sorrideva di tanto in tanto guardandomi di sfuggita.

"A che pensi?" mi domandò ridestandomi dai miei pensieri.
La guardai stringendomi nelle spalle.
"A te" risposi "Come sempre" precisai.
Lei sorrise ed il mio sguardo tornò al finestrino.
"San, perché hai svoltato qui? Credevo stessimo andando al McKinley" domandai stranita, quando vidi che imboccava una strada diversa.
"Ci passeremo più tardi, voglio andare in un posto prima" rispose lei con calma.
La guardai notando la fermezza e la sicurezza del suo sguardo fisso sulla strada, decisi di non fare domande, di lasciare semplicemente che facesse ciò di cui aveva bisogno.

Imboccammo un'altra stradina e ci ritrovammo appena fuori città, dal lato opposto al promontorio dove andavamo a guardare il tramonto.
Senza indugio Santana cominciò a salire con l'auto lungo una strada ripida e sterrata.

"San dove stiamo andando?" chiesi, non volevo fare domande, ma la cosa cominciava a risultarmi strana.
Lei non rispose, mi fece semplicemente capire di non preoccuparmi rivolgendomi uno sguardo sereno.
Presi ad osservare fuori, ai lati della strada si infittiva il bosco. Ingoiai a vuoto e fui felice che non fosse buio.
Salivamo sempre più in alto e, ad ogni tornante, la strada sembrava restringersi. Santana guidava attenta accigliata quasi nello sforzo di ricordare qualcosa.

Quando si fermò sul ciglio di un altopiano cercai di scorgere intorno qualcosa di familiare, ma ero assolutamente certa di non essere mai stata in quel posto.
C'era una specie di spiazzale tra gli alberi, Santana parcheggiò la macchina al lato della strada e scese senza dire nulla, lo stesso feci io.

Cercai il suo sguardo ma era come ipnotizzata da qualcosa, non sapevo cosa, guardava fisso davanti a se oltre gli alberi in lontananza.
Si sentiva il fruscio leggero delle foglie al vento, il canticchiare allegro degli uccellini e, lì in lontananza, potevo sentire mormorare il fiume.

Fu in quel momento che capii tutto.
Spalancai gli occhi e mi voltai verso di lei, ma non riuscì a dire nulla. Santana aveva già preso a camminare verso quel mormorio pigro, non cercai di fermarla, né di dire nulla, semplicemente mi limitai a seguila, stando due passi dietro di lei.

Mano mano che ci avvicinavamo il rumore dell'acqua si faceva più nitido e violento.
Santana si fermò un istante a contemplare un punto, una piccola zolla di terreno all'ombra degli alberi, poi riprese a camminare, quasi in modo strano, come se stesse cercando di riprodurre qualcosa, di riattraversare un sentiero già battuto.

Arrivammo al fiume e lì si fermò, proprio sulla riva, a contemplare il suo stesso riflesso nell'acqua.
Solo in quel momento si voltò verso di me, mi sorrise appena ed io tirai finalmente un sospiro di sollievo. Fino a quel momento mi era sembrata come sotto un incantesimo, e mi faceva paura.

Allungò una mano verso di me ed io la raggiunsi con due passi, posizionandomi dietro di lei per circondarle la vita con le braccia e poggiare il mento sulla sua spalla. Strinse le mani nelle mie mentre ancora osservava il fiume scorrere.

Respirava in modo irregolare, la sentivo rigida come un tronco. Aprì la bocca un istante come per parlare ma la richiuse quasi subito, poi sembrò riscuotersi.
"Qui è dove..." tentò con un filo di voce.
"Lo so" la interruppi baciandole la guancia per poi tornare nella mia posizione.
"Lo so" ripetei fissando l'acqua.

Santana dopo quella volta, non mi aveva mai più parlato del suo tentativo di suicidio, o dell'incidente come lo definiva Quinn.
Lei al contrario si era confidata spesso con me, in una delle sere in cui rientrando a notte fonda dalle prove la trovavo in salotto colta dall'insonnia e mi offriva un po' della sua camomilla.

Non avevo mai affrontato quel discorso con San, volevo che si sentisse pronta, che fosse lei a decidere, come aveva fatto quel giorno.
Non sapevo perché avesse deciso di rivelarmi quel posto in quel momento, non sapevo se ero realmente pronta a vederlo con i miei occhi, a starmene lì a guardarla mentre riviveva l'orrore.
Ma lei evidentemente lo era, era pronta ed allora lo ero anche io.

******

"Non ti avevo mai portata qui" constatai rilassandomi un poco nell'abbraccio di Brittany.
"No, mai" mi fece eco lei.
"Scusa se l'ho fatto ora, forse avevi un'idea più divertente per questa giornata" dissi abbassando lo sguardo.
"Ma ho sentito il bisogno di venire qui, di portarti qui. O di portarci me stessa, non lo so" dissi tutto d'un fiato.
"Non ci sono mai più tornata sai? Da quella notte, non sono più tornata qui" confessai a bassa voce.

"Avevi paura?" domandò lei.
"Credo di sì. Ho sempre pensato che, una parte di me, sia realmente morta quella notte, che sia annegata e che se ne stia ancora lì, in fondo al fiume" mormorai scrutando l'acqua.
Sentii Brittany trattenere appena il respiro.
"Avevo paura di tornare perché non volevo rifarci i conti" conclusi.

"E perché siamo qui allora?" domandò lei.
Mi voltai nel suo abbraccio e, per un attimo, mi persi nell'azzurro dei suoi occhi.
"Non lo so, credo di aver semplicemente sentito il bisogno di creare un nuovo ricordo con te. Volevo portare la cosa più bella che mi sia capitata nella vita, nel posto che più mi lega all'orrore del mio passato" chiusi gli occhi, liberando qualche lacrima "Volevo dire addio a quella parte di me che è annegata nel lago, perché non sono mai tornata a dirle addio, volevo mostrarle che sono una persona nuova ora, che quello che credevo, che ho creduto quella notte era una bugia. Esisteva un posto nel mondo per me, eri tu. E se Puck non mi avesse salvata io non ti avrei mai incontrata e…" non riuscii a terminare la frase, scoppiai in lacrime senza nemmeno accorgermene.

Brittany non disse nulla, lasciò che adagiassi la fronte sulla sua spalla e mi strinse a se forte, poggiando le labbra sulla mia tempia delicatamente, mentre con una mano mi accarezzava i capelli.

"Ti amo" mormorò "Va tutto bene" aggiunse "Sono qui, siamo qui insieme adesso, non dovrai mai più sentirti come quella notte. Non sarai mai più sola, lo sai. Non facciamo altro che giurarci che sarà così e finché entrambe ci crederemo non saremo sole" disse cullandomi appena.
"Non ti lascerò sola Santana" mi rassicurò.

Perché lei lo sapeva, lei sapeva sempre tutto, prima ancora che lo capissi io.
Sapeva perché l'avessi portata lì, proprio quel giorno, in quel periodo. Come sempre aveva capito. Lei mi capiva sempre, ed io come potevo non amarla?

"Mi dispiace" dissi tra i singhiozzi.
Lei continuò a stringermi forte ed a cullarmi asciugando con le labbra le mie lacrime.
"Hai fatto bene amore, se era ciò che sentivi di fare. A me non dispiace, anzi" mi rassicurò.
Restammo al fiume per quasi due ore, sedute su un enorme sasso, abbracciate.
Brittany mi raccontò di quando era piccola e andava con la sua famiglia in campeggio in un bosco simile a quello, riuscii perfino a farmi ridere con aneddoti improbabili che non conoscevo.

Non era esattamente un tuffo nei ricordi, era più uno scoprirsi da capo, per certi aspetti, e non mi dispiaceva.
Quando ritornammo alla macchina e risalimmo per tornare in città mi sembrava che ci conoscessimo un po' di più e questo pensiero mi faceva stare bene.

Andammo subito da Breadstix, avevamo deciso di non mangiare troppo visto che i genitori di Brittany ci aspettavano per la cena quella sera, ma appena ebbi tra le mani il menù non riuscii a resistere. Erano talmente tante le cose che desideravo riassaggiare in quel posto, che non sapevo scegliere.
Brittany rideva sempre di me quando dicevo che nessun altro posto era come quel locale, in nessun altro luogo si mangiava bene come al Breadstix di Lima, ne ero più che certa.

Ordinammo una quantità industriale di grissini e polpette, ovviamente Brittany fu quella delle due che mangiò di più.
Mi stupivo sempre di come fosse grande il suo appetito e di come riuscisse a mangiare qualunque cosa volesse e così tanto senza mettere su nemmeno un grammo.
Lei rispondeva sempre che era questione di metabolismo, io ero più del parere che si trattasse di fortuna sfacciata, ma le lasciavo credere che avesse ragione.

Verso la fine del pranzo mi sentivo sul punto di esplodere, Brittany invece ebbe persino la forza di chiedere il dessert.
La guardai giocherellare un po' con la panna sulla sua fetta di torta al cioccolato sorrisi osservandola e in quel momento sollevò lo sguardo nel mio regalandomi un sorrisetto soddisfatto.

"Vuoi assaggiarla?" mi propose.
"Sai che non mangio cioccolato, tesoro" risposi.
"Sì lo so, ma volevo essere educata" rispose facendomi una linguaccia prima di portare alla bocca un pezzo di dolce.

Sorrisi osservandola,allungai una mano per pulire via un po' di panna rimasta all'angolo delle sue labbra.
"Ho una cosa per te" dissi.
Lei si illuminò.
"Ah sì?" chiese.
"Sì" dissi tornando ad appoggiarmi allo schienale del divanetto "In realtà sono un po' di settimane che me la porto dietro, volevo sempre dartela ma, beh con tutti i litigi e le strane giornate che abbiamo passato, ho sempre rimandato" confessai.

Lei annuì "E ora è il momento giusto?" domandò.
Mi strinsi nelle spalle.
"Beh direi di sì, ho il cuore leggero e la pancia piena. Direi che è perfetto" dissi facendola ridere e ridendo a mia volta.

Cercai nella borsa fino a trovare un piccolo pacchetto.
Brittany lo afferrò subito scartandolo curiosa come una bambina.
"In realtà è un po' un regalo per entrambe" precisai mentre la osservavo aprirlo.
Avvolti nella carta c'erano due braccialetti, non erano chissà quanto preziosi, ma erano identici, due piccoli fili d'argento con alla base un ciondolo.
Brittany li osservò, erano due ciondoli a forma di puzzle. Mi guardò per qualche istante sorridendomi ed io presi i due bracciali, incastrai tra di loro i ciondoli che come pezzi perfetti di un unico puzzle combaciavano perfettamente.

Il sorriso di Brittany si allargò a dismisura.

"Uno per te" dissi porgendole uno dei bracciali "E uno per me" dissi infilando l'altro.
"Sei il mio incastro Britt e, finché sarai lontana, mancherà sempre un pezzo di me e saremo complete solo insieme" dissi prendendole la mano.
Lei sorrise.
"Quindi devo necessariamente tornare da te, sempre" concluse lei.
"Esatto, e viceversa, in fondo a nessuno piace essere incompleto, no?" scherzai io facendola ridacchiare.
"Non avevo bisogno di questo per tornare da te, sai che tornerei sempre da te" fece lei guardandomi dritta negli occhi.
"Lo so" dissi sicura ricambiando il suo sguardo.
"Ma una garanzia in più non fa mai male, no?" dissi ed ancora ridemmo insieme intrecciando le dita, senza riuscire a smettere di guardarci.