Kate ripensò al biglietto, e all'intera faccenda, solo quando aprì la porta di casa, che l'accolse buia e silenziosa. Il palazzo sembrava deserto. Nessun rumore di televisioni accese, scalpiccio di piccoli passi affrettati, voci di variegata umanità. Forse era tardi. O forse non c'era nessuno.
Decise di saltare la cena e di prepararsi un bagno caldo. Ci volevano delle candele, molte. E un bicchiere di vino, magari due. Sperò di avere ancora qualche bottiglia. Non andava a fare la spesa da giorni. Era un disastro. La sua vita era un caos da ogni punto di vista.
Decise di non dar retta al cattivo umore. Avrebbe cercato di trarre il meglio dalla situazione in cui si trovava. Forse non ci sarebbe voluto molto prima di catturare LokSat, e forse il suo matrimonio non era finito. Con un po' di fortuna, tutto sarebbe tornato presto alla normalità. Sapeva di illudersi da sola.
Lasciò cadere i vestiti sul pavimento, li avrebbe raccolti più tardi. Doveva passare in lavanderia. Ormai i pochi cambi che si era portata via da casa stavano finendo. Doveva tornare a prenderne ancora, o comprarne di nuovi.
Entrò nella vasca fumante, piena quasi fino all'orlo. La piccola stanza piena di vapore era illuminata solo dalla luce delle candele, che proiettavano ombre sinistre sul muro. Rabbrividì a contatto con l'acqua bollente che si chiuse sopra di lei, quando immerse la testa, sprofondando nel suo abbraccio. I muscoli tesi cominciarono a rilassarsi.
Era stanca, la notte prima aveva dormito poco e male, e quella in arrivo non prometteva niente di buono. Non voleva piangersi addosso, ma certi giorni, certe serate, erano più difficili di altre.
Però questa volta c'era il biglietto.
Spalancò gli occhi, mettendosi a sedere, rischiando di far traboccare l'acqua. Il biglietto. Fu inondata da eccitazione mista ad aspettativa. Non aveva risolto l'enigma: quando era tornata al distretto era stata, di nuovo, fagocitata da impegni e richieste. Si chiese se ci fosse qualcosa in lei che non andava, visto che non trovava mai un minuto di pace. Era stato così anche per gli altri capitani? Forse sarebbe stato saggio iniziare a delegare, anche se non era proprio nel suo carattere.
Bando alle chiacchiere, si disse. Doveva aver ragione del rebus di Castle. Ne andava della sua autostima. Oppure poteva sempre rivestirsi e andare da lui a tirargli sassi alla finestra. Prima però avrebbe dovuto asciugarsi i capelli. O magari no. I capelli bagnati avevano portato fortuna, in una situazione molto simile. Meglio non pensarci. Faceva troppo male.
Concentriamoci sugli indizi ed escludiamo messaggi subliminali, dichiarazioni d'amore (purtroppo, ammise abbozzando un piccolo broncio), e parallelismi sentimentali. Non perché non fossero tutte ipotesi valide, ma perché le si stringeva il cuore all'idea di scoprire il futuro del suo matrimonio da un biglietto cifrato. Castle non sarebbe stato così privo di tatto. Quella era lei. Era lei che causava distruzione e sofferenza.
Per un giusto motivo! Urlò in silenzio. Non mi sono divertita a farlo!
Tacitò le voci ribelli che minacciavano di toglierle lucidità. Era una strada che aveva già percorso molte volte e sapeva per esperienza che non ne sarebbe venuto niente di buono.
Focus. Manette, fedi, corona.
Ormai lo ripeteva canticchiando come se fosse stata una filastrocca.
Le fedi. Si chiese se si riferisse al legame in sé, o se indicasse la celebrazione delle nozze. Era stata così emozionata. Non aprire quella porta, si ammonì. La spalancò, invece. Lui più bello di quanto non fosse mai stato e lei tremante al punto da doversi reggere a suo padre.
E le promesse. Le risentiva ancora scivolare nella mente in un elegante movimento a spirale. Appoggiò di nuovo la schiena alla vasca, cedendo alla tentazione di ripeterle di nuovo, a voce bassa.
"The day we met my life became...".
Si tirò su bruscamente, facendo debordare l'acqua sulle piastrelle del pavimento. Era un riferimento al giorno in cui si erano incontrati? Si trattava forse dei numeri che componevano la data? Indicavano un indirizzo? Nove marzo. Nove. Tre. Non le facevano suonare nessun campanello. Scosse la testa in segno di diniego. Ripensò a quella serata. Il lancio del libro, l'interrogatorio e tutti i modi in cui l'aveva irritata al punto da farla quasi dare di matto in pubblico, nei giorni seguenti.
Aveva perfino dovuto arrestarlo, per dargli una lezione, ma non era servito a niente. Aveva continuato a essere insopportabile e irresistibile, con quel sorriso impudente che aveva sfoggiato per tutto il tempo.
Per fortuna negli anni era cambiato.
Un momento. Si passò una mano tra i capelli. Aveva detto: "Arrestarlo?". La biblioteca! Ecco cosa significavano i primi due indizi. Più ci pensava e più l'idea le sembrava quella giusta. Il cattivo umore era ormai sbiadito, sostituito dall'euforia di aver fatto un passo avanti nella comprensione del mistero. Le manette, certo. Era talmente palese che si vergognò di non averci pensato prima. Quando era finito dietro le sbarre per colpa di Tyson, aveva usato proprio quel riferimento per farle capire dove trovarlo, una volta evaso. "Do you remember the first time you handcuffed me?"
In quel caso era riuscita subito a stabilire la connessione. Forse aveva perso di smalto. O forse l'emergenza le aveva aguzzato l'ingegno. Una biblioteca, quindi. Ancora la stessa? Dovevano vedersi lì? Ma... quando? Oppure si riferiva ad altro?
I brividi di freddo e la pelle raggrinzita dei polpastrelli la avvisarono che era rimasta troppo a lungo a mollo. Si sentiva piena di energie come non le succedeva da tempo. Si vedeva già corrergli incontro e abbracciarlo, come era successo in quell'occasione.
Il terzo indizio doveva quindi servire a indicare geograficamente la biblioteca. Altrimenti sarebbero bastati i primi due. Una corona. Esisteva forse una "Royal Library"? Magari qualcosa di nobile? Di storico? Doveva fare delle ricerche. Magari era associata alla famiglia reale inglese, alla regina.
La seconda epifania la colpì in testa come se si fosse trattato della famosa tegola che tramortiva ignari passanti. La regina. Si diede quasi un pizzicotto per rimproverarsi di non esserci arrivata prima.
Quanti punti stava perdendo, in brillantezza? La biblioteca era nel Queens.
Si sentì molto soddisfatta. Quasi al punto da chiamarlo per informarlo che in poche ore (poteva fingere e dire invece "Qualche minuto", giusto?) ce l'aveva fatta a risolvere tutto. Chi è il detective più intelligente del reame? Si sorrise nello specchio. Andò a letto per la prima volta rilassata, come se avesse ottenuto un grande risultato. Almeno si era divertita e aveva tenuto lontano i pensieri cupi. Castle riusciva sempre nel suo scopo. Domani avrebbe pensato a localizzare il luogo esatto. Non poteva certo battere tutte le biblioteche del Queens. O forse sì.
La mattina dopo si fece viva tardi al distretto. Era stata impegnata con diverse commissioni dell'ultimo minuto che le avevano fatto perdere tempo. E lei odiava perdere tempo.
Si diresse a passo di marcia verso il suo ufficio, irritata e con la pazienza al limite. E non era nemmeno ora di pranzo. Sperò di poter avere qualche momento tranquillo, voleva solo essere lasciata in pace.
A quanto pareva non era il suo giorno fortunato. Non lo era da settimane.
Notò un insolito movimento. Capannelli di gente raccolta in un angolo a confabulare. Generale atmosfera di mistero. Palpabile ansia e preoccupazione, che scesero come una cappa su di lei. Altri problemi? Gemette tra sé. Non era sicura di riuscire a farsene carico.
"Che c'è?", chiese sgarbata alla prima persona che si trovò a tiro. Venne fuori che era Ryan, ben poco desideroso di avere a che fare con il suo capitano, quando era di umore così poco conciliante. Infatti mandò avanti Esposito.
"Capitano, buongiorno", la salutò lui con grande deferenza. Troppa. Quando prendevano le distanze sottolineando il suo status significava che c'era il rischio che finissero ai ferri corti a breve. Intervenne mitigando i toni.
"Buongiorno". Fu ricompensata da un cenno del capo. "È successo qualcosa? Perché siete tutti agitati?".
Le sembrava di essere dentro a un alveare a cui qualcuno avesse appena tirato un calcio.
"È arrivato un pacchetto anonimo. Indirizzato a te", le spiegò in modo succinto.
"Dov'è? Voglio vederlo".
Esposito si fece da parte, mostrandole un involucro di cartone, legato con dello spago e nessuna scritta. Si avvicinò per osservarlo meglio. Allungò una mano per toccarlo.
"Non vorrai aprirlo spero. C'è un protocollo da seguire". Esposito la fermò, incredulo che lei osasse tanto.
Conosceva le istruzioni. Qualsiasi pacco sospetto, di origine ignota, doveva essere prima controllato da chi di dovere. Non poteva lei decidere di aprirlo come se niente fosse. Poteva essere pericoloso. Tranne per il fatto che in questo caso non lo era. Aveva ben più di un sospetto su chi potesse averglielo mandato ed era quasi certa che riguardasse la sua personale caccia al tesoro, ma a loro non poteva dirlo.
"Vuoi chiamare gli artificieri, Espo?", ironizzò, cercando di diminuire la sensazione generale di tragedia imminente.
"E tu vuoi farci saltare in aria tutti?", replicò tagliente. Ne aveva abbastanza anche di lui.
"Pensi che qualcuno mi abbia mandato una bomba avvolta nel cartone? Non ticchetta nemmeno".
"Come se non fosse mai successo, Beckett. Sei un capitano, adesso. Qualche pazzo là fuori che odia le istituzioni, credendole colpevoli delle cazzate che ha combinato nella sua vita, può decidere di prendersela con te".
Era vero. Aveva ragione. Ma lei sapeva che quel pacchetto era innocuo. Solo, non poteva svelarne il motivo.
"Me ne occuperò io", annunciò sbrigativa.
"Vuoi aprirlo nel tuo ufficio? Avvisaci, così almeno sgomberiamo il piano". Espo le lanciò un'occhiata esasperata. Stava prendendo la faccenda troppo sul serio. E cioè nel modo giusto in cui erano stati addestrati a prenderla. Era lei che stava deviando dalla norma.
"No. Me ne vado e lo porto con me, così starete al sicuro", gli rispose sarcastica, mettendosi il pacchetto sotto braccio e marciando verso l'ascensore.
Almeno si era guadagnata un po' di privacy.
Fu affiancata da Vikram. La solitudine e un po' di pace non erano contemplate. "Qualcosa che ci riguarda?", volle sapere, lanciandosi occhiate guardinghe alle spalle. "Nuovi indizi su LokSat?".
Si fermò a fronteggiarlo. "Non che io sappia. Nel caso ti informerò".
La faccenda stava assumendo dimensioni ridicole. Si chiese se Castle avesse previsto tutto e si stesse divertendo alle sue spalle. O forse si stava vendicando?
Quando si chiusero le porte dell'ascensore respirò di sollievo. Ruppe lo spago che avvolgeva il pacchetto, cosa che non le riuscì al primo tentativo e che rischiò di procurarle qualche taglio, e strappò il cartone, senza curarsi di seguire le frecce che agevolavano l'apertura.
Era più che curiosa. Non aveva idea di quello che potesse contenere, e non vedeva l'ora di scoprire cosa si fosse inventato questa volta per metterla alla prova.
Il mistero fu presto risolto. Si trattava di un libro. Nascondendolo contro di sé per non mostrarlo a nessuno, Kate uscì in strada. Avrebbe buttato i resti dell'imballaggio in un cestino poco lontano, così avrebbe evitato ulteriori indagini su una cosa che riguardava solo lei e nessun altro. Sarebbe stata dura convincerli in via ufficiale, era meglio far scomparire le prove. Era un'infrazione delle regole, non era così ingenua da non saperlo, ma non provò nemmeno un briciolo di senso di colpa.
Kate osservò con molta attenzione il libro che le aveva mandato Castle. "Wide Sargasso Sea". Che scelta inconsueta. Perché non direttamente Jane Eyre? Lei non era così preparata in letteratura come lo era lui, che lo faceva di mestiere. Non rammentava di preciso la trama. Sapeva solo che era la storia della prima moglie di Rochester, quella chiusa in soffitta. La pazza che aveva creato qualche problema, per usare un eufemismo.
C'era qualche simbologia da cogliere? Ai suoi occhi anche lei era andata via di testa e si aggirava con occhi selvaggi e capelli arruffati? Era sempre così che aveva immaginato Bertha, quelle rare volte in cui ci aveva pensato, se doveva dirla tutta.
Sapeva che il libro era ambientato ai Caraibi, Bertha era creola. Ma non ricordava in quale colonia. Lesse il risvolto di copertina ed ebbe la risposta. Si trattava della Jamaica.
Jamaica. Ripeté la parola a bassa voce, concentrandosi. Gli indizi del giorno prima le avevano permesso di definire a grandi linee il luogo che Castle voleva indicarle, per un non meglio specificato motivo: una biblioteca nel Queens. Era chiaro che successivi elementi avrebbero dovuto restringere il cerchio. Di certo non significava che volesse portarla ai Caraibi. Peccato. Ogni tanto sognava ancora le Maldive del loro mancato viaggio di nozze, saltato per cause di forza maggiore. Erano rimasti senza lo sposo.
Esisteva una strada con quel nome? Non a Manhattan, ne era certa. Quando era stata una giovane agente di pattuglia aveva imparato a conoscere bene la città. Non era una strada, infatti. Era un quartiere del Queens.
Felice della sua nuova scoperta, prese il telefono dalla tasca e inserì velocemente le chiavi di ricerca di cui era in possesso. Bingo. Scoprì che in quella zona esisteva una biblioteca per l'infanzia.
Ce l'aveva fatta. Aveva decifrato il codice. Ora doveva solo... Si voltò per tornare dentro, ma la mossa improvvisa fece cadere qualcosa da libro, che volteggiò fio a posarsi a terra, proprio come aveva fatto il primo biglietto al chiosco dei caffè. Un altro indizio? Aveva voglia di battere le mani per l'entusiasmo. Si augurò che a Castle fosse piaciuto prepararle quelle sorprese, proprio come lei si stava divertendo a risolvere i suoi rompicapo.
Si trattava di una carta da gioco. La cosa diventava interessante. La voltò. Regina di cuori. Ancora? Aveva capito che si trattava del Queens. Forza, Castle. Quasi si offese pensando che lui la ritenesse così poco brillante, da doverle mandare lo stesso indizio in forme diverse. Era pur sempre un detective.
O forse... era un elemento da aggiungere a quelli che aveva già in mano, invece che essere una mera copia? Regina di cuori. Le veniva in mente solo Alice in Wonderland. La cosa aveva un senso, visto che si trattava di una biblioteca per bambini. Rifiutò l'idea che si trattasse, anche in questo caso, di un doppione. Doveva significare qualcosa d'altro. Ci arrivò dopo poco. Sorrise. Come sempre cadeva sulle cose più ovvie.
Doveva presentarsi alla biblioteca e cercare quel libro e lì avrebbe ottenuto altre indicazioni. Come? Non lo sapeva. Avrebbe controllato gli orari di apertura e ci sarebbe andata, quel pomeriggio stesso.
Valutò per un istante di telefonare, ma cosa avrebbe potuto dire? Mio marito, dal quale sono separata, perché lo proteggo da un criminale di cui non conosco l'identità, ha deciso che non mi rivuole con sé, per il momento, ma si diverte a farmi impazzire con i suoi indovinelli. E io mi innamoro ogni giorno di più. No. Era più saggio andare di persona. Qualcosa si sarebbe inventata.
Guardò di nuovo la carta. Regina di Cuori, eh, Castle? Niente di meno che la bellicosa regnante del "Paese delle Meraviglie", sposata a un ben più mite e bonario "Re di Cuori". Simbolismo un po' troppo ovvio per essere casuale.
