Kate aprì la pesante porta a vetri della biblioteca, che Castle le aveva indicato, senza aver chiaro nella mente come avrebbe agito una volta all'interno. Si era precipitata nel Queens nel primo pomeriggio. Aveva saltato il pranzo per portare a termine dei lavori urgenti e avere qualche ora libera.
Sapeva di dover cercare il libro delle avventure di Alice, ma non aveva idea di come localizzarlo. Una volta dentro, fu sopraffatta dalla grandiosità dell'edificio, dall'ambiente aperto, su più piani, le linee ariose. Sembrava la copertina di una rivista di settore, più che un luogo dedicato alle giovani menti. Si era immaginata qualcosa di angusto, polveroso e buio. Non gli ampi spazi, l'arredamento luminoso e i mobili di design.
Smise di ammirare le scelte stilistiche e tornò a riflettere sul compito che l'aspettava.
Immaginò di non poter bighellonare in autonomia, almeno non senza prima aver capito come erano organizzati i settori. Sapeva che il sistema di catalogazione bibliotecario era piuttosto standard, ma le era consentito aggirarsi libera di curiosare, o doveva chiedere a qualcuno, che a sua volta avrebbe recuperato il libro per lei?
Era necessario almeno sapere in quale zona fosse collocato, altrimenti avrebbe perso tutta la giornata cercandolo e non sapeva se avesse tutto quel tempo. Forse gli indizi erano a scadenza? Troppe domande senza risposta. Doveva fidarsi del gioco di Castle. Non era uno sprovveduto, sapeva di sicuro cosa stava facendo e aveva valutato tutto, anche che lei arrivasse in ritardo, o interpretasse male le sue indicazioni nebulose. Anche se era poco probabile: una volta decifrate diventavano molto chiare, perfino ovvie.
Si rassegnò a chiedere aiuto.

Si guardò intorno alla ricerca di un bibliotecario, o qualche addetto che facesse al caso suo. La scelta cadde su una donna di mezza età, dall'aspetto florido, che intercettò il suo sguardo e le sorrise con calore.
Fu anche una questione di comodità, visto che era quella seduta nella postazione più vicina a lei. O forse fu una questione d'istinto. Le guance rubizze e l'aria materna, da spacciatrice di caramelle sottobanco, la misero subito a suo agio. Del resto gli altri non avevano alzato gli occhi dai loro monitor.

"Buongiorno", esordì dopo averla raggiunta. "Sto cercando un libro". Quale acume. Era una biblioteca, certo non davano via camicie gratis.
La donna non sembrò notare la sua uscita poco brillante. "Quale libro, cara? Ne abbiamo molti". Rettifica: aveva invece colto in pieno la sua goffaggine. Forse non era così materna, dopotutto.
"Alice". Si fermò. "Entrambi i libri", continuò dopo una pausa. Non era sicura se i romanzi fossero di norma inseriti in un unico volume. Nel dubbio li avrebbe consultati tutti e due. Stava iniziando a diventare maniacale con questa storia?
La sua interlocutrice cambiò espressione, quando si sentì richiedere quello specifico titolo. Diventò molto seria. Quasi severa. Aveva detto qualcosa di sbagliato? Non le sembrava. Era lei a leggere troppo in quelli che erano semplici cambiamenti di umore di una persona forse un po' stanca dalla giornata lavorativa?
"Il suo nome?".
"Il mio...?". Kate era sbalordita. Era un'informazione pertinente per quale motivo? Aveva il diritto di chiedere le sue generalità? E lei era tenuta a dargliele? Pensava di no. La poliziotta che era in lei le fece aumentare la soglia di attenzione.
Raddrizzò le spalle, fissando Rosemary, così riportava la targhetta appuntata sulla camicia bianca inamidata, con aria molto determinata, quasi truce. Se la immaginò sul divano a fiori con venti gatti intorno. Era un'idea meschina, ma l'altra non stava facendo niente per rendersi gradevole. La tipica occhiata da Beckett, che aveva fatto crollare tanti sospettati, non sembrò essere di alcun aiuto.

Kate fece alcune rapide considerazioni, per capire il da farsi. Non era l'area di intervento del suo distretto, ma non avrebbe esitato un istante a tirar fuori il distintivo e proclamare che si trattava di un'indagine della polizia e il libro era considerato una prova fondamentale. Voleva vedere se qualcuno avrebbe osato fiatare, a quel punto.
Ma non avrebbe saputo comunque come trovarlo, avrebbe sempre avuto bisogno che qualcuno di loro le desse una mano. E questo la riportava alle buone maniere e al fare buon viso a cattivo gioco.
Si sforzò di sorridere in modo conciliante. L'altra non batté ciglio, aspettando che ci decidesse a rispondere, mostrando la sua stessa limitata predisposizione alla pazienza.
"Kate Beckett". Omise il capitano. Non avrebbe di certo ammorbidito la draghessa.
L'altra divenne di pietra. Il cambiamento che si compì sotto ai suoi occhi fu evidente e incomprensibile. C'era qualcosa di sbagliato in tutto questo, pensò Kate, ma non riusciva a capire cosa.
"È in ritardo". Non era una constatazione, suonava come un'accusa.
"Prego?". Non riuscì a trattenere un'esclamazione di sorpresa. Cominciava ad averne fin sopra i capelli di questa donna. Si sarebbe rivolta altrove. Avrebbe anzi contattato il responsabile delle risorse umane perché non potevano lasciare gente così ostile in una posizione a contatto con il pubblico.
Rosemary alzò una mano per indicare qualcosa dietro alle sue spalle. Kate si voltò. Vide un grande orologio dalla forma astratta, che ben si inseriva nel generale contesto architettonico, ma che, a parte quello, non le diceva altro.
Nel silenzio che seguì, la successiva frase della donna rimbombò come la tromba che annunciava l'apocalisse. Il tono altrettanto solenne.
"È normale. Quell'orologio è indietro di due giorni esatti".

D'accordo, si disse Kate. Mentre lei era troppo presa da altro per accorgersene, la gente era impazzita del tutto. Assunse un'espressione di circostanza, preparandosi a darle ragione, per non agitarla. Non è forse così che si fa con i matti?
"Ho un indovinello per lei, capitano", la precedette Rosemary, come se fosse del tutto normale conversare con le persone parlando a sproposito, senza alcun nesso logico. Povera donna. Forse la tenevano in biblioteca per darle qualcosa da fare.
Come faceva a sapere che era un capitano, però? Mise da parte per un attimo la questione, sorridendole incoraggiante. La sua buona azione giornaliera.
"Sentiamo. Sono pronta". Sarebbe stato qualcosa di assurdo, ne era certa.
"Perché un corvo è simile a una scrivania?".
Solo allora Kate capì, rimproverandosi ancora una volta di averci messo così tanto. Ancorata alle sua basi di logica faticava a inserirsi nei mondi fantasiosi che Castle costruiva per lei, soprattutto perché non era presente ad accompagnarla.
Rosemary non era pazza. O forse sì, ma non era quello il punto. La cosa importante era che aveva rivelato di essere complice di suo marito. Doveva pur saperlo che Castle se le sarebbe inventate tutte. Che cosa si era aspettata? Un altro foglietto dentro al libro? Castle non era così prevedibile.

La donna attendeva la sua risposta, come se non avesse altro pensiero al mondo. Dall'espressione Kate non capì se teneva al fatto che rispondesse nel modo corretto, se era quindi una sua alleata, o se sperava che sbagliasse, per poter ridere alle sue spalle. Non era sicura di esserle simpatica, ma di certo Castle aveva fatto colpo su di lei, per convincerla a prestarsi al suo gioco.
In più sembrava divertirsi moltissimo. Buon per lei.
Kate conosceva molto bene la soluzione dell'enigma. Per chi l'avevano presa, quei due? Aveva fatto i compiti a casa. Si era velocemente informata su Alice, prima di avventurarsi nel Queens a caccia di informazioni.
"La versione ufficiale è che non esiste nessuna risposta all'indovinello. Lewis Carroll non l'aveva prevista, anche se i lettori hanno insistito perché ne trovasse una", snocciolò soddisfatta di sé. Nessuno mette Kate Beckett in un angolo.
Rosemary la beneficiò di un'occhiata sorpresa in cui si intravedeva malcelata ammirazione. Non te lo aspettavi, eh? Mai sottovalutare una moglie che vaga nel disperato tentativo di capire cosa c'è nella mente di suo marito.
"Venga con me". Rosemary si alzò a fatica dalla sedia girevole, facendole segno di seguirla.
Non era ancora finita? Castle stava giocando pesante. Voleva che desse fondo a tutte le sue cartucce?
La condusse a un tavolino appartato, provvisto di un pc. A differenza degli altri aveva il monitor spento. La donna lo accese, attendendo la comparsa della schermata che le interessava.
"Deve inserire una password, e solo allora avrà l'ultimo indizio. Non so quale sia, quindi non me lo chieda", si affrettò a precisare. Kate sospettò che non glielo avrebbe detto lo stesso.
"Una password? Riferita a cosa?".
"Le ho già spiegato che non ne ho idea", le rispose seccata.
"D'accordo ma... non ci sono delle istruzioni? Devo inserire parole a caso?".
La donna alzò le spalle, disinteressandosi della questione e piantandola in asso. Kate rimase da sola di fronte all'ultimo dilemma.
Provava l'intimo desiderio di scovare Castle e lanciarlo giù da una rupe, tra gli alti flutti e il fondale roccioso. Cominciava a sembrarle un gioco al massacro che non sarebbe mai finito.
Non si perse d'animo. Provò a inserire la prima parola che le venne in mente. Always. Era certa che si trattasse di quella.
La combinazione inserita non è valida.
Fissò il monitor incredula, provando il desiderio di insultarlo. Non era possibile.
La riscrisse in tutti modi in cui potevano aver sbagliato a digitarla, perchè doveva essere la risposta giusta, ma non successe nulla.
A ogni errore comparivano sul monitor emoticon animate che mostravano reazioni diverse a seconda del suo errore. Le venne il dubbio che Castle fosse in linea con lei e che le scegliesse personalmente. Le piacque l'idea di avere un filo diretto con suo marito, proprio in quel momento. Erano vicini. Più di quanto lo fossero stati nell'ultimo periodo. Fece altri tentativi, che andarono a vuoto: date di nascita, anniversari, ricorrenze. Scrisse perfino "pancake". Tutto inutile.

Rosemary venne in suo soccorso in un momento di particolare scoraggiamento. Dopo averla osservata perdere progressivamente le speranze, doveva aver avuto compassione di lei.
Kate si era presa la testa tra le mani, incerta se mollare tutto e dichiarare la sconfitta o provarci ancora. Vide comparire accanto a sé una tazza di caffè. Solo per un istante sperò che fosse Castle, ma l'entusiasmo che stava già baluginando nei suoi occhi sbiadì presto.
"Il signor Castle mi ha dato istruzioni di portarle qualche genere di conforto", le spiegò.
Kate le fu molto grata. In mancanza di Castle si sarebbe accontentata di un po' di caffeina.
"Mi tolga una curiosità", le chiese abbandonandosi contro lo schienale, decisa a concedersi qualche minuto di pausa, la tazza tra le mani. Non voleva nemmeno pensare al distretto rimasto sguarnito da ore.
"Come ha fatto a convincerla a partecipare a questa follia? Deve essere stato un bell'impegno per lei". Preferì lisciarle le penne.
"È bello vedere un uomo innamorato, di tanto in tanto". Per quanto stupido potesse essere, le parole le scaldarono il cuore. Represse la voglia di chiederle: "Davvero le è parso innamorato?", perché non voleva scendere tanto in basso. Lei era sua moglie. Doveva saperlo meglio di chiunque altro. Tranne per il fatto che non lo sapeva. Cercava di caprine le intenzioni cogliendo indizi di ben altra natura, rispetto a quelli con cui aveva a che fare in quel momento.
"E ha fatto una generosa donazione per incoraggiare i bambini bisognosi alla lettura", illustrò compiaciuta.
Kate sorrise dietro alla tazza. Innamorato, eh? Erano stati ben altri gli argomenti atti a convincerti, dì la verità, Rosemary.
La donna attese che Kate finisse di bere il suo caffè e le indicò un'icona sullo schermo, di cui Kate non si era accorta.
"Qui c'è un piccolo aiuto", annunciò prima di andarsene.
Non poteva dirglielo prima? No. Doveva soffrire fino alla fine.
Cliccò subito. Si aprì una nuova finestra, con breve scritta. "Uno più uno non fa due".
Un altro indovinello? Non sarebbe mai finita?
Tornò a concentrarsi, non aveva alternative. Cosa poteva voler dire? Era riferito a loro o ai libri? Decise che era troppo personale. Doveva riguardare la loro coppia.
Lei e Castle erano gli "uno" che componevano la prima parte della frase. Perché insieme non facevano due? Pensò e ripensò, ma l'unica cosa che le venne in mente fu che Castle stesse parlando di un bambino. Il loro bambino. Per quale motivo avrebbe dovuto farlo? Non era qualcosa di cui avessero parlato. Nemmeno prima di separarsi. Prima che leilo lasciasse.
Inserì la parola "Baby", ma il computer gliela rimandò indietro. Due figure comparvero una dopo l'altra: prima una faccina che rideva fino alle lacrime. E poi un cuore che riempì lo schermo. Sì, Castle era decisamente connesso in diretta con lei. Le sarebbe piaciuto avere un modo di comunicare con lui.
Rimaneva il fatto che non era la risposta giusta.

La soluzione arrivò facile e lieve, come era naturale che fosse, in meno tempo del previsto. Non ci volle molto prima che si rendesse conto che la somma di loro due, di Castle e Beckett, non erano due entità separate. Erano una cosa sola. Erano i Caskett.
D'accordo, aveva dovuto scrivere i loro nomi su un foglio di carta, per arrivarci. Era molto bello che lui avesse scelto quel termine, anche se non lo avevano più usato da quella volta negli Hamptons. A lui non lo aveva mai confessato, e avrebbe anzi negato con forza, nel caso fosse uscito l'argomento, ma ogni tanto lei aveva pensato a loro in quel modo. A quanto pareva anche lui.

L'ultimo tassello della caccia al tesoro si palesò come una citazione presa da Alice. Sospirò rassegnata a un altro giro di congetture.
- "Sometimes I believe in as many as six impossible things before breakfast".
- "That is an excellent practice".

Prese il blocco di fogli che era posato accanto a lei, pronta a decifrare per l'ultima volta il suo quiz. Una rapida ricerca le svelò che si trattava di un dialogo tra Alice e Il Cappellaio Matto. E, a parte il simbolismo del credere a cose impossibili, che ben si adattava alla loro situazione (così sperava), c'era un riferimento concreto. Colazione. Era certa, a questo punto del gioco, che si trattasse di un invito. Dovevano vedersi per mangiare qualcosa, dove? E, soprattutto, quando? Se non c'era altro in serbo per lei, aveva quindi raggranellato tutti gli elementi utile a capirlo.
Il Cappellaio Matto era stato accusato di aver assassinato il tempo, lesse di nuovo. Il suo orologio segnava sempre l'ora del tè.
Aveva ragione, il cibo era coinvolto.
Si chiese se non ci fosse una tavola calda, o qualcosa di simile, che avesse per tema Alice o, con un po' di fortuna, proprio il cappellaio. Venne fuori che era proprio così. Non nel Queens, ma appena al di là del ponte, proprio in quella direzione. Non riuscì a credere ai suoi occhi quando vide comparirle davanti l'interno di un pub, buio e fumoso, proprio nello stile di Castle. Si segnò l'indirizzo. Se aveva ancora dei dubbi, il numero civico e quello della strada si componevano a formare la data del loro primo incontro. Le fedi, ricordò. Tutto tornava.
Il posto era giusto. Anche l'ora, quella del tè, decise. Castle non poteva volerla far correre fin lì al mattino presto. A novembre, inoltre, le cinque del pomeriggio erano già avvolte dall'oscurità. Se teneva tanto alla segretezza doveva per forza aver preferito quella finestra temporale.
Rimaneva il problema della data. Non poteva andarci tutti i giorni in attesa di vederlo. Sarebbe stata una perdita di tempo. Non avrebbe retto alla delusione.
Quando vuoi che ci vediamo, Castle?
Era a un passo dalla soluzione. E dal rivederlo, tutto considerato. Non era una prospettiva da sottovalutare.
Ripercorse tutte le tappe della vicenda. Batté i vicoli della sua memoria per capire se avesse omesso qualche particolare importante, qualche stranezza.
Oh, sì, ne aveva lasciata fuori una. Sorrise vittoriosa. La strana uscita di Rosemary sull'orologio in ritardo di due giorni esatti.
Quarantotto ore dopo si sarebbe presentata al locale che Castle le aveva indicato in modo così laborioso, per incontrarlo. Solo adesso che era finita riuscì a rilassarsi. Si sarebbe precipitata anche il quel momento, se avesse potuto.
Gioì all'idea di un invito da parte di suo marito. A breve. Non così breve come avrebbe voluto, ma non le lunghe settimane di silenzio che aveva temuto. Era sempre stato con lei, in fondo, accompagnandola nel gioco labirintico. Aveva trovato un modo per starle vicino, anche da lontano. Voleva forse dire che... Non si concesse di sperare sul lungo periodo. Ma doveva significare per forza qualcosa, per loro, per il loro matrimonio. Volle credere fermamente che si trattasse di un passo avanti nella direzione giusta.

Si congedò da Rosemary con un grande sorriso, ringraziandola. Magari avrebbe fatto anche lei una donazione per i giovani lettori in erba. Avrebbero avuto carovane di libri da leggere, di quel passo.
Avrebbe rivisto Castle. Le batteva già forte il cuore dalla felicità.