Aveva aspettato per tutto il giorno il trascorrere delle lunghe, lente, ore che la separavano dal loro appuntamento, in un crescendo di euforia e di paura.
Avrebbe rivisto Castle. Questa era la parte che le faceva rombare il sangue nelle orecchie.
Avrebbe anche ricevuto una sentenza di morte? Era un pensiero che non l'abbandonava mai e che scavava come un coltello dentro di lei: il loro matrimonio era finito?
Era convinta che Castle avesse preso una decisione sul loro rapporto e che intendesse comunicargliela in quell'occasione, visto quello che c'era in ballo. Non voleva solo incontrarla per il piacere di farlo.
Quei giorni dovano essergli serviti per riflettere su quanto accaduto, sui motivi per cui se ne era andata e decidere il da farsi.
Era stupita, ma felice, che non l'avesse lasciata sulle spine per molto tempo. Non sapeva però se questo significasse l'arrivo di buone o cattive notizie. Era forse il canto del cigno del loro matrimonio?
Serrò forte entrambe le mani sulla borsa che teneva in grembo, fino a farsi sbiancare le nocche. Era seduta sul sedile posteriore del taxi che la stava portando a destinazione. Era stata troppo nervosa per riuscire a guidare in mezzo al traffico,
aveva pensato che in quel modo si sarebbe potuta preparare al meglio. Tutto quello che riusciva a fare, invece, era lasciar vagare lo sguardo fuori dal finestrino, senza in realtà vedere niente, e cercare di farsi passare i morsi allo stomaco e le ondate di ansia.
Era arrivata.
Forse il posto non era quello giusto, forse aveva sbagliato tutto. E se Castle la stava aspettando altrove? Non sarebbe stato più semplice darsi appuntamento per telefono?
Aprì la porta.
Il locale era fiocamente illuminato. Gli interni scuri e l'arredamento maschile contribuivano a rendere l'atmosfera cupa e ombrosa. Adatta a incontri clandestini, pensò fuggevolmente. Quando gli occhi si abituarono alla luce rarefatta, scorse Castle seduto al bancone.
Lo osservò per qualche istante. Lui non si era voltato a controllare chi fosse entrato, e questo le dava un vantaggio. Avrebbe potuto recuperare calma e contegno prima di incontrarlo.
Con il cappotto lungo e nero, il bavero rialzato e il cappello inclinato per nascondergli parte del volto, gli mancava giusto un sigaro in mano e la nebbia sullo sfondo per essere scelto per un remake di Casablanca.
Sapeva bene che la situazione era seria, ma non resistette alla tentazione di prendersi gioco di lui, così grave e compassato nel suo ruolo di uomo che viveva nell'ombra. La spia che venne dal freddo. Si avvicinò con circospezione, gli posò piano una mano sul braccio e, assumendo un'aria ispirata adatta alla circostanza, proclamò un solenne: "Avremo sempre Parigi, Rick". Non c'era nessun motivo per cui, se era la fine, dovesse avvenire tra lacrime e amarezza. Si erano sempre divertiti insieme. Potevano chiuderla in grande.
Castle sussultò quando si sentì toccare all'improvviso e si voltò verso di lei in perfetto silenzio. Per un istante, che a lei parve eterno, la fissò senza dire niente. Senza sorriderle.
Tolse la mano, quando si accorse che era diventata un peso morto sul braccio rigido di lui. La freddezza del suo sguardo la respinse di nuovo nel suo cantuccio, quello in cui stava seduta a terra tenendosi la testa tra le mani.
Mutevole come un cielo primaverile, la sua espressione si addolcì e gli occhi si illuminarono nel riconoscerla. Kate si sentì di colpo trasportata a casa, come se tutto fosse tornato al proprio posto.
Ritrovarsi al cospetto di quello che era stato il suo mondo per tanto tempo le fece acutamente percepire la differenza con il deserto inospitale nel quale si era costretta ad esistere da quando se ne era andata.
Aveva sempre pensato che fosse un'esperienza di cui avrebbe volentieri fatto a meno, ma solo adesso si rendeva conto di come fosse innaturale per lei vivere senza Castle.
Castle non la baciò, nemmeno sulla guancia, nemmeno il gesto vuoto fatto per rispettare le convenienze sociali.
Non la toccò. Era cordiale, ma distante.
"Credo di essere fuori tempo massimo per alzare il calice e risponderti con un 'Alla tua salute, bambina', vero? E poi quella è una battuta di Rick. Avrei dovuta dirla io".
Kate rise. Cercò di farlo, ma tutto quello che riuscì a produrre fu una smorfia nervosa. Era un buon segno che lui fosse stato al gioco, ma quello non era il Castle che conosceva. Era un estraneo molto gentile. Tutto qui.
Sentì nella sua testa le prime note delRequiem. Quindi è così. Lasciò andare di colpo tutto l'ossigeno contenuto nei suoi polmoni, sentendo il baricentro precipitare e preparandosi a una dignitosa disfatta. Non considerò neppure per un attimo altre possibilità. E questo la diceva lunga non solo su come si sentisse in colpa, ma anche di come fosse convinta di meritare la punizione più dura.
"Ci sediamo?". Castle le indicò un tavolino appartato, non visibile dall'esterno. La discrezione, certo. Come se a quel punto servisse a qualcosa.
"D'accordo", accettò con un sorriso tirato, attenta che il mento non iniziasse a tremarle, sentendosi un nodo di pianto in gola.
Deglutì. Il nodo rimase al suo posto.
Prese posto di fronte a lui. Tenne le gambe con cura nel suo spazio, per non sfiorarlo per sbaglio. Bisognava pur difendersi in qualche modo.
"Prendi qualcosa?" le domandò cortese. Riecco il vicino di casa sul pianerottolo.
"Quello che stai bevendo tu", gli rispose con fare sbrigativo. Pochi convenevoli, sputiamo il rospo e andiamo a casa.
Kate chinò il capo, tenendo fissi gli occhi sulle mani che aveva in grembo, mentre Castle ordinava anche per lei. Strinse forte i pugni, lasciandosi dei minuscoli segni nei punti in cui le unghie erano affondate nella carte.
Tornò a indossare una maschera allegra quando Castle si rivolse di nuovo a lei.
"Sei stata brava a risolvere gli indizi", commentò con la sua tipica voce bassa e avvolgente che le strappò un brivido.
Sarebbe stato arduo rinunciare a questo. E a tutto il resto.
Raccolse una ciocca di capelli e se la portò dietro le orecchie. Lasciò che tornasse subito al suo posto quando si rese conto che poteva sembrare un tentativo di flirtare con lui.
"Pensavi che non ce la facessi?", gli chiese modulando la voce su un tono leggero.
"Non ho mai avuto dubbi". Rapido incontro di occhi, altri brividi. Non era semplice farsi lasciare, se aveva intenzione di guardarla a lungo in quel modo.
"Non sarebbe stato più semplice mandarmi un biglietto anonimo con scritto sopra data e ora?".
Le era uscito così senza pensarci, solo per portare avanti la finzione di una conversazione senza pretese, ma lui si era incupito.
Non ne faceva una giusta.
"E dove sarebbe finito tutto il divertimento?", obiettò deluso.
Dovette correre ai ripari, e in fretta.
"No, aspetta. Stavo scherzando. Mi è piaciuto. Davvero". Aggiungeva parole a caso per far tornare un po' di calore tra di loro. O almeno quello che ne era rimasto.
In altri tempi felici gli avrebbe sfiorato una mano, per convincerlo della sua affermazione. Non osò tanto.
"Il tuo pacchetto senza mittente ha fatto impazzire tutti, al distretto. Ha rischiato di essere fatto saltare in aria", aggiunse rapida, tanto per dire qualcosa e strappargli un sorriso.
Approcciarlo con cautela, attenta al minimo cambiamento di umore e modificare il suo comportamento per evitare errori, era difficile. Di più. Era estenuante. Per la prima volta si rese conto che lui aveva sempre vissuto così, per anni, mentre tentava di starle vicino prendendola con le pinze.
Castle fu estasiato dall'idea del trambusto che aveva creato. Non aveva più alcun dubbio che lo avesse fatto apposta.
"Hai bruciato il biglietto?" volle sapere subito dopo. L'ansia era palpabile, tra le righe.
"Sì, certo". Lo rassicurò. No, certo. L'aveva conservato e non aveva alcuna intenzione di buttarlo. Non glielo avrebbe mai confessato.
Bevve un piccolo sorso dal bicchiere che aveva davanti. Era forte. Proprio quello che ci voleva. Doveva andarci piano perché non era il caso di ubriacarsi in una circostanza del genere. Quello era rimandato a dopo.
"Hai fame?", le chiese premuroso. Per la prima volta non sembrò cortesia vuota. Ma lui aveva sempre ricoperto con passione il ruolo dell'uomo che la nutriva.
Non devo usare i verbi al passato.
"No, grazie. Ho pranzato tardi". Non era vero. Era a digiuno dal mattino. Non sarebbe riuscita a inghiottire nemmeno un boccone.
La conversazione approdò a un nuovo stallo. Era suo marito. Erano loro. Come poteva essere tanto difficile parlarsi?
"Come stai?". Era una domanda banale che richiese tutto il suo coraggio.
Castle non disse niente. Le venne il dubbio che non avesse sentito.
"Non lo so", le rispose con molta onestà, alzando gli occhi che erano rimasti fissi sul bicchiere davanti a lui, per lanciarle un sguardo in cui lesse una richiesta di aiuto. Le sembrò per la prima volta privo di corazza, e vulnerabile. "Tu?".
Lei avrebbe voluto aprire le dighe e inondarlo di parole, per comunicargli tutto quello che si agitava dentro di lei. Dirgli che non voleva che si lasciassero. Ripetere che non aveva voluto farlo soffrire, ma che qualsiasi cosa sarebbe stata preferibile al vederlo morto. Per favore. Per favore, poteva darle retta? Potevano fare insieme questa cosa? Poteva rimanere con lei? Ancora? Sempre?
Non disse niente. Non uscì una parola dalle labbra secche. A furia di stringerle si sarebbero presto spaccate e avrebbero sanguinato. Scosse la testa. Fu la sua unica risposta.
Castle si scrollò di dosso la tristezza.
"Ho una cosa per te", annunciò con un tono che non lasciava trapelare le sue intenzioni.
"Non un altro indovinello, spero". Finse che la prospettiva non fosse entusiasmante. Avrebbe risolto indovinelli per sempre, se era quello che voleva.
"No". La voce era molto seria.
Alzò il cappotto, che era sempre rimasto ripiegato in un angolo, e che doveva aver appoggiato prima che lei arrivasse ed estrasse una grande busta gialla, di quelle che contenevano documenti ufficiali.
Kate capì che era quello, dunque, l'odore della morte. Lo vide porgergliela come se niente fosse e lei prenderla, incapace di reagire o di fare altro che non fosse contare i minuti che ci volevano prima di perdere i sensi.
Era questomorire? Sentirsi scivolare verso il basso, oppressa da un peso indicibile e intanto fluttuare in aria, osservandosi da fuori senza provare nessuna emozione?
Era stata cacciata dalla porta senza nessuna compassione. In un attimo si era spento il sole. Dal quel momento lei sarebbe stata una presenza indesiderata.
Si guardò intorno: le sembrò tutto freddo, e ostile. Le sembrò perfino che gli altri clienti del bar la stessero guardando. E giudicando.
Che cosa aveva combinato per meritarsi le carte del divorzio sbattute sul tavolo in quel modo? Era sicura che stessero pensando che doveva essere stata una moglie terribile. Era così. Ma qualcosa si ribellò dentro di lei.
Non era giusto. Non così. Non senza parlare. Quale persona chiede del tempo e poi si presenta con i documenti da firmare? Non Castle. Era impossibile. E lei si meritava di meglio.
Le aveva mandato un cuore, quando aveva pensato a un bambino, come soluzione del rebus. E la password delle loro vite era stata Caskett. L'aveva scelta lui.
No. Non lo accettava. Appoggiò la busta sul tavolo e la spinse verso di lui, sfidandolo a riprendersela.
"Aprila", le ordinò.
"No". Incrociò le braccia contro il petto. Avrebbe dovuto costringerla.
Castle non si aspettava una reazione così decisa. Lo capì dall'iniziale mancanza di reazione.
"Beckett, apri la busta", insistette dopo una pausa.
"No". Avrebbe ripetuto quel "No" anche in tribunale. Pazienza se sembrava irragionevole.
"Beckett, smettila per una volta di essere sempre tanto testarda e guarda cosa c'è dentro. Non ho organizzato tutto questo per fermarmi a un passo dalla fine".
Lei non capì di preciso cosa intendesse, ma non importava. Se ci teneva tanto avrebbe aperto quella dannata busta, avrebbe tirato fuori il contenuto, l'avrebbe appoggiato sul tavolo e l'avrebbe piantato in asso.
Anzi, poteva prima farlo in brandelli e lanciarglieli in testa come coriandoli. No, troppo poco di classe. Sarebbe stato più memorabile se si fosse alzata, l'avesse schiaffeggiato su entrambe le guance con dei guanti di seta tenuti stretti in una mano – salvo per il fatto che non li possedeva - e avesse lasciato il palco tra ali festanti di folla acclamante.
No, caro marito mio. Non si divorzia così facilmente da Kate Beckett. Tutta la vita. L'hai promesso.
Fece proprio come aveva deciso. Con un gesto plateale estrasse i i fogli di carta che volarono in tutte le direzioni, sparpagliandosi sul tavolo.
Non avevano l'aria di essere importanti documenti legali. Non che lei li avesse mai visti, ma di certo non avrebbero dovuto comprendere delle fotografie.
A che scopo? Provare la sua colpevolezza?
Castle sembrava aver deciso che lei era un caso senza speranza. Non stava nemmeno raccogliendo la carta sparsa ovunque. Si era appoggiato allo schienale della sedia rassegnato ad avere per moglie una pazza.
L'attenzione di Kate fu catturata da una delle immagini più vicina a lei. La prese per guardarla meglio. Era... un casale? Perché mai era finito tra carte del loro divorzio? Era una costruzione di pietra antica stagliata contro le colline ondulate alle sue spalle. File di cipressi su entrambi i lati del viale che risaliva fino alla casa. Un posto che trasmetteva la pace che pensava le fosse stata portata via per sempre.
"Kate". Distolse lo sguardo dal paesaggio bucolico, per dargli retta. "Vuoi venire in Italia con me?".
