Kate annaspò. Le sembrò di avere qualcosa conficcato in gola che rifiutava di muoversi. Qualcosa di ruvido.
Doveva alzarsi. Andare via. Prendere un po' d'aria.
"Scusami... Devo andare...". Faticava a prendere fiato tra una parola e l'altra. Si sentiva la testa incendiare.
Non poteva rimanere un minuto di più.
Si tirò indietro di scatto, la sedia oppose resistenza e nella foga di alzarsi la fece quasi cadere. Non osava guardare Castle in faccia.
Si mosse alla cieca cercando il bagno. Se fosse uscita dal locale magari l'avrebbe seguita, e lei non era ancora nelle condizioni di parlargli in modo ragionevole. Né poteva farsi vedere con lui in pubblico, ricordò dopo un istante.
O forse sarebbe rimasto dentro, aspettando che si calmasse da sola. Preferì non verificare la possibilità che suo marito si preoccupasse così poco del suo benessere.
Stava sragionando. Era per quello che doveva chiudersi lontano da occhi indiscreti.
Spinse la prima porta che si trovò davanti, pregando che fosse quella giusta. Corse al lavabo, aprì il rubinetto e infilò entrambi i polsi sotto l'acqua fredda.
Solo in quel momento si permise di lasciar uscire l'angoscia che premeva da dentro. Singhiozzò. Le tremavano le gambe. Non era la solita frase fatta che indicava un disagio, non riusciva proprio a tenerle ferme, non erano in grado di sostenerla. Si costrinse a respirare profondamente, più volte. Nei film era il momento in cui un soccorritore sarebbe entrato a portarle un sacchetto di carta perché ci soffiasse dentro. Non aveva mai capito in che modo potesse funzionare, e non le era mai importato. Finse di averne uno, chiuse gli occhi e soffiò, svuotando i polmoni e riempiendoli a forza, sempre con le mani sotto il getto forte dell'acqua.
Lentamente riuscì a calmarsi. Smise di forzare la respirazione e tornò a far circolare l'aria in modo più naturale. Prese del sapone, si lavò le mani, le sciacquò un'ultima volta e chiuse il rubinetto. Si guardò allo specchio.
Le stava tornando un po' di colore sulle guance e le gambe non sembravano più fatte di gelatina. Il peggio era passato.
Il suo viso però era quello di una persona che avesse appena visto un fantasma e, forse, era proprio così.
Castle non voleva lasciarla. In compenso, lei voleva ucciderlo.
Uscì come una furia. Castle, che aveva alzato uno sguardo preoccupato al suo riapparire, cambiò subito la sua espressione, che divenne quella di chi si aspettava di venir investito da un uragano.
"Mi stai proponendo una vacanza?!". Gli sibilò furente appena tornò a sedersi, protendendosi verso di lui e minacciandolo con gli occhi.
Lo stava spaventando. Era giusto. Era proprio il suo intento.
"Perchè... Kate...". Stava balbettando. Missione compiuta. Kate si permise un sorriso di trionfo. Dentro di lei.
Castle tossì. Si prese il tempo che gli serviva.
"Perché sei arrabbiata? Sembra che ti abbia proposto di prendere a sassate i gabbiani", fu tutto quello che riuscì a formulare una volta ritrovato il coraggio.
"Pensavo volessi divorziare!". Kate aveva alzato la voce, per sottolineare meglio il suo dissenso. Peccato che il vociare degli altri avventori fosse cessato di colpo, cosicché la sua uscita rimbalzò cristallina su tutte le pareti del locale.
All'improvviso erano tutti interessati alla loro situazione matrimoniale. Kate fece ruotare nervosamente il braccialetto che lui le aveva regalato due mesi prima.
Castle diede una rapida occhiata dietro di sé, fece un sorriso di cortesia per convincerli che andava tutto bene e poi tornò a rivolgersi a lei.
"Offrendoti un viaggio?!", le rispose con lo stesso tono concitato, per mostrarle l'assurdità della sua precedente affermazione.
"È che sei così serio...".
"Perché è una cosa seria!".
La rabbia di Kate si sgonfiò come un palloncino appena scappato di mano.
Gli sorrise con dolcezza. "Credo di aver già sentito questa conversazione".
Castle annuì, ricambiando il sorriso. "Sembra familiare anche a me".
Kate si passò una mano sulla fronte, sentendosi sfinita.
"Il fatto è che... sei stato strano per tutto il tempo", mormorò.
Castle le fece abbassare il braccio, per prendere la mano tra le sue. Kate non se lo aspettava, ma si abbandonò con piacere al calore del contatto fisico. Era tutto quello che voleva. Essere tenuta per mano. Era così difficile da capire?
"Non sono strano. È la situazione che è... insolita", le spiegò.
Kate si sentì peggio. Non voleva sentirsi dire che era una situazione insolita. Quello lo sapeva già. Voleva che lui le dicesse che sarebbe tornato tutto come prima. Era un'illusione, da qualche parte dentro di lei lo sapeva. Se fosse stata lucida avrebbe capito da sola che non poteva essere così, ma lo aveva sperato. E adesso era troppo addolorata per rendersi conto di essere irragionevole.
Tolse la mano. Non voleva la compassione di nessuno. Castle accettò il suo gesto di rifiuto, senza insistere.
E poi diceva di non essere strano.
"È un no?". Castle ruppe il nuovo silenzio calato tra loro.
"Di che cosa stai parlando?". Non voleva mostrarsi tanto brusca, ma non riuscì a fare altrimenti.
"Del viaggio".
Odiò il modo condiscendente che aveva di trattarla, come se fosse stata una bambina idiota.
"Castle, non posso partire in questo momento. E credo abbiamo problemi più grandi che andarcene dell'altra parte dell'oceano, non credi?", blaterò piccata.
Se aveva avuto intenzione di ferirlo, c'era riuscita alla grande. Sembrava che l'avesse appena schiaffeggiato.
"Ok. Come non detto". Il viso di Castle era una maschera di gelo.
No, no, no. Come erano potuti scivolare in una spirale di incomprensioni in cui sembrava che ogni frase scavasse un varco sempre più grande tra loro?
Decise che si meritavano un'altra possibilità. La situazione era difficile per tutti. Era normale che avessero i nervi sensibili. Entrambi.
"Rifacciamo. Perché il viaggio? È una cosa... insolita". Dovette usare lo stesso termine pronunciato da Castle qualche minuto prima, perché era quello più adatto.
Castle si preparò a risponderle, manifestando una certa cautela. Quando avevano smesso di parlarsi in modo spontaneo e autentico? Da quando se ne era andata. La risposta era arrivata rapida e tagliente. Non avrebbe mai smesso di punirsi?
"Ho solo pensato che fosse una buona idea per stare insieme. Voglio stare con te. Lontano da qui, dal lavoro, i doveri, i pericoli. Solo noi. Abbiamo bisogno di stare insieme". Pronunciò le frasi con molta calma, ma con un tono così accorato da farle sanguinare il cuore.
Non poteva lasciare il distretto, l'indagine su LokSat e prendersi dei giorni di vacanza. Non subito dopo essere diventata capitano. Non con quello che incombeva sulle loro teste. E se fosse successo qualcosa? Se Vikram avesse scoperto cose importanti? Si morse la lingua, riflettendo.
"Stai dicendo che non vuoi lasciarmi ma... non vuoi nemmeno stare con me adesso, giusto? È a questo che serve il viaggio. Vedere se c'è ancora qualcosa da salvare".
Preferiva sapere la verità. Subito. Non voleva cullarsi in false speranze. Forse il rischio della rottura non era ancora accantonato.
Le prese di nuovo la mano e la trattenne con forza. Questa volta non l'avrebbe lasciata andare.
"Kate. Ehi. Stai parlando con me. Ti pare che non voglia stare con te? L'ho sempre voluto e lo vorrò sempre. E non intendo divorziare. Mai".
Per qualche strano motivo, le sue parole non la rassicurarono. Questa leggenda per cui lui l'avrebbe amata per sempre non aveva più senso. Avrebbe potuto benissimo smettere di amarla e, che lui se ne accorgesse o meno, non era mai stato così tanto vicino a farlo.
"Ma...". Lo invitò a continuare.
"Ma?". Castle la fissò confuso.
"C'è sempre un 'ma'. Vai avanti".
"Ma non è stato facile, per me. E non lo sarà, se dobbiamo continuare a fingere di essere separati, mentre tu vivi altrove e combattitusaichi da sola. Te lo chiedo per me. Vieni via con me".
Kate era già sull'aereo a mangiare noccioline, per quel che la riguardava. Come poteva resistergli? In più, aveva ragione. Aveva sempre temuto che l'intera faccenda avrebbe significato la fine del suo matrimonio. Castle le stava dando l'opportunità di fare qualcosa di concreto per salvarlo. Sarebbe stata una pazza a dire di no.
Sospirò.
"Illustrami il piano. Tanto lo so che ne hai uno".
"Esatto. Era tutto nella busta. Che tu hai fatto saltare in aria nemmeno fosse un pacco sospetto".
Sentendolo scherzare, Kate si sentì solo un po' meno disperata.
Castle raccolse le carte sparse sul tavolo.
"Pronta?". Attese il suo cenno affermativo.
"Visto che non possiamo farci vedere insieme, è evidente che non possiamo viaggiare sugli stessi mezzi. Quindi...".
"Perché temo che questa parte della storia ti piaccia parecchio?".
Castle non le diede retta, preso dai suoi progetti. Nonostante le sue pose, lo amava quando era così entusiasta per qualcosa. In quel caso, di stare con lei.
"Ho pensato a dei documenti falsi. Per me, almeno", aggiunse quando la vide irrigidirsi. "Conosco qualcuno a cui chiedere di prestarmi un aereo privato e...".
Kate smise di ascoltarlo. Richard Castle, l'uomo che trovava aerei privati dietro l'angolo.
Tornò a concentrarsi su di lui.
"Io atterrerò nel sud della Francia e da lì prenderò un'auto a noleggio per arrivare a destinazione. Tu...".
Kate ebbe paura di scoprire quello che aveva in serbo per lei.
"Posso farti avere dei documenti falsi, se vuoi...", la guardò dubbioso. "Ma non credo che tu li voglia".
"No, Castle. Non infrangerò la legge. E fingerò di non aver sentito che vuoi farlo anche tu".
Castle alzò una mano per fermarla.
"Lo immaginavo. Ho pensato che tu potresti viaggiare fino a Londra, rimanere a dormire una notte, tornare in aeroporto, prendere una compagnia aerea low cost e arrivare in Italia in un aeroporto fuori mano, a qualche ora di strada dalla destinazione finale. E lì ci sarò io ad aspettarti".
Castle fece una pausa aspettandosi una reazione. Quando non la ottenne, andò avanti.
"Useremo anche due telefoni usa e getta, che ti farò recapitare in qualche modo. Oppure dovrai procurartene uno da sola, ma quello non è contro la legge, giusto? E il mio lo lascerò a casa, acceso, e chiederò ad Alexis o Hayley di tenerlo attivo. Così se qualcuno dovesse controllare...".
"Tu risulterai a New York", concluse per lui. Aveva pensato a tutto.
"Potrei anche... No, lascia stare".
Era il modo più rapido di innervosirla.
"Se hai qualcosa da dire, dilla, Castle".
"Pensavo... potrei far uscire un falso gossip su me che frequento un'altra, giusto? Servirebbe a far sapere che siamo separati, ed è sempre pubblicità utile per...".
Kate grugnì. "Ti ha dato di volta il cervello?", gli gridò in faccia. Castle le ricordò che dovevano essere discreti.
Lasciò vagare lo sguardo nel locale. Per la prima volta si accorse della scritta che capeggiava sulla parete dietro al bancone. "We are all mad here".
Riconobbe un'altra citazione presa da Alice,quanto mai pertinente. Sì, erano tutti matti. Lui di sicuro.
"Per finta, Beckett. Per finta". Le parlava di nuovo come se lei non fosse troppo sveglia.
"Ringrazia che non ho con me la pistola", lo minacciò.
"Lo dici da quando conosciamo, ma poi non lo fai mai".
Si permetteva anche di scherzare. Doveva fargliela pagare.
Toccava a lei parlare. Cercò di raccogliere le idee. Castle attendeva speranzoso.
"Non hai tralasciato nessun dettaglio, vedo. Apprezzo molto la tua offerta. E ne capisco l'importanza. Ma... è un periodo impegnativo, per me". Eufemismo.
Lo vide incurvare le spalle. Le fece molta tenerezza.
"Non credo di poter partire con così poco preavviso". La risposta era no. Non poteva. Se la vide passare davanti grande quanto uno striscione attaccato a un aereo.
"Ok, non serve che...". Castle cercò di fermarla.
"Ma mi piacerebbe molto".
"D'accordo. Grazie. Sarà per un'altra volta". Castle cercò di dissimulare la delusione.
"No, Rick. Intendo mi piacerebbe venici e ci verrò". La festa che lesse nei suoi occhi non l'avrebbe dimenticata tanto in fretta. Non si sarebbe stupita di vederlo fare capriole all'indietro.
Si limitò a strizzarle forte la mano. "Davvero? Sei sicura?".
Non era sicura di molte cose, ma di voler stare con suo marito, sì. Se fosse successo qualcosa di importante... beh, potevano sempre tornare. Non erano irraggiungibili. E sarebbe stato solo per qualche giorno.
"Sono sicura". Annuì. "So che è rischioso e che possono andare storte molte cose. Ma non il nostro matrimonio". Lo aggiunse perché fosse molto chiaro il suo pensiero. Era il momento di iniziare a raddrizzare la situazione. "Ma a una condizione".
"No, mi dispiace, l'auto a noleggio la guiderò io. Non può risultare il tuo nome".
Risero insieme. Lei in effetti non ci aveva pensato.
"Non uscirà nessun articolo su te che vedi altre persone. Mai. Nemmeno se... o quando...". Non riusciva a dirlo."Non accadrà mai".
"Ok". Sorrise.
"Ok". Sorrise anche lui.
Era ora di andare. Avrebbe voluto stare con lui tutta la sera, cenare fuori, tornare a casa, dormire nel suo letto. Non poteva. Però c'era il loro viaggio a cui pensare, qualcosa da aspettare con impazienza.
"Devo scappare", gli comunicò con rammarico. "Come rimaniamo? Quando vuoi partire? Devi darmi il tempo di prepararmi". Si infilò il cappotto.
Lui non la invitò a trascorrere altro tempo con lui. Non capiva se era perchè era confuso quanto lei sulla loro situazione, o se un paio di ore erano tutto quello che, in quel momento, era disposto a concederle.
"Appena riesci a organizzarti, fammi sapere. Vorrei che fosse... presto, se a te va bene".
Kate si alzò. "D'accordo. Il prima possibile. Adesso devo andare".
Continuava a ripeterlo, perché si sentiva in imbarazzo. Non sapeva come salutarlo. Non sapeva cosa dire.
"Buona serata", le augurò lui.
Tornò ad avere voglia di sparargli, ma si trattenne.
"Grazie per... tutto. Per la caccia al tesoro, per questo appuntamento, per la proposta del viaggio".
Grazie per non avermi lasciato. Era la verità, ma non voleva fargli pena dicendolo ad alta voce.
Gli tese la mano. Risultò il gesto più goffo che fosse mai intercorso tra loro. Castle gli porse la sua, rise, e la tirò contro di sé. "Beckett, non sono il vigile che saluti dopo che ti ha fatto la multa. Sono tuo marito".
Buon per lui che se ne ricordava.
La baciò sulla guancia. "Non vedo l'ora di partire".
Kate chiuse gli occhi assaporando il contatto delle sue labbra sulla pelle. Si dimenticò di dirgli che anche lei non vedeva l'ora di essere con lui, molto lontano da lì.
