Per qualche giorno non ebbe più notizie da Castle, cosa che la confuse e la mise in apprensione, oltre a non permetterle di potersi organizzare in nessun modo. Non era più nemmeno sicura su chi dovesse contattare l'altro.
Doveva almeno sapere quali date di partenza avesse in mente, per poter avvisare al lavoro che si sarebbe assentata. Non era brava con le attese, questo era il problema.
Il telefono rimase ostinatamente muto, nonostante lo controllasse molto spesso. Forse per quello. Non giunsero a sorpresa altri biglietti, nessuno sconosciuto passante l'aveva fermata per affidarle messaggi segreti e il ragazzo del bar le consegnava puntuale ogni mattina il suo caffè, senza l'aggiunta di misteriosi pezzi di carta. Era tipico di Castle comportarsi in modo così incomprensibile e irritante. Le stava facendo passare la voglia di andare via con lui.
Non era vero, sospirò controllando la posta elettronica per l'ennesima volta e bevendo il caffè freddo che si era preparata qualche tempo prima, ma che aveva dimenticato sulla scrivania.
Da quando si erano lasciati quella sera al locale, le sembrava di aver vissuto sempre sulle spine, il che si ripercuoteva sul suo corpo in lievi disturbi di natura psicosomatica di cui non riusciva a liberarsi. Qualche volta si trattava di un vago malessere, altre di un cerchio alla testa che rendeva i suoi compiti giornalieri ancora più gravosi.
Era metà pomeriggio, quasi l'imbrunire. Aveva davanti l'avvilente prospettiva di rimanere prigioniera nel suo ufficio, incatenata alla sedia per altre interminabili ore, almeno fino a sera inoltrata. Si raddrizzò, massaggiandosi i muscoli doloranti della schiena, rimasta per troppo tempo nella stessa posizione. Di quel passo avrebbe rischiato di passare lì anche la notte. Qualche buona notizia sarebbe stata gradita.
Si decise a chiamarlo. La segretezza, d'accordo. Se anche fossero stati in procinto di separarsi sul serio, dei contatti sporadici sarebbero stati normali. Forse sarebbe perfino stato strano il contrario. Le persone quasi divorziate si telefonano, qualche volta, per accordarsi di passare a prendere il servizio di porcellana antica regalo di nozze di qualche lontano parente.
Salvo per il fatto che loro non avevano ricevuto doni per via del matrimonio improvvisato e perché lei aveva già dovuto rimandare indietro quelli della loro cerimonia saltata. Tornare con la mente a quel periodo, tra i più brutti della sua vita, ebbe come unica conseguenza quella di peggiorare il suo umore.
Sbuffò. Represse il desiderio di lanciare un fermacarte contro la parete.
Cercò di migliorare la situazione fantasticando sulla loro prossima vacanza, quando sarebbero stati immersi nel silenzio e nella pace della natura. Aveva un estremo bisogno di una pausa. Non era chiedere molto. Era solo un'altra pausa nella pausa. Si divertì riflettendo su quanto non fosse mai stata credibile nella sua pretesa di "stargli lontana perché aveva bisogno di tempo". Alla prima occasione era venuta meno ai suoi principi. Non era stato facile resistere, tentò di giustificarsi. Anche perché non aveva voluto farlo.
Qualcuno bussò piano alla porta, rimanendo fuori dal suo spazio visivo. Sperò solo per un istante di veder comparire la testa di Castle, nella stessa posizione da cui l'aveva spiata mentre lei scopriva il suo invito a cena per il loro anniversario. Sembrava fosse successo secoli fa.
Non era Castle. Era Esposito.
"Posso entrare?", chiese rimanendo sulle sue, invece di irrompere precipitandosi verso la sua scrivania come faceva di solito.
Kate mise da parte i noiosi documenti che stava controllando, felice di avere la scusa di concedersi un'interruzione.
"Certo".
Esposito avanzò verso il centro della stanza, tenendo stretta in mano una borsa. Kate le diede una rapida occhiata, ma non la riconobbe. Sembrava un borsone di quelli che si lasciano chiusi a chiave negli armadietti della stazione, prima di scomparire per andare a rifarsi una vita.
"Un altro pacco anonimo?", scherzò, ma solo fino a un certo punto. Sapeva che era molto suscettibile sull'argomento.
"No". Il tono serio la prese in contropiede. Espo appoggiò la borsa sulla sua scrivania, tenendola sempre vicina a sé, quasi a non volergliela mostrare.
Dalla sua esitazione Kate capì che stava per comunicarle qualcosa che lui non voleva dirle, e che lei non avrebbe gradito sentire.
"Ce l'ha data Castle", le spiegò. Il suo sforzo di mantenere un tono neutro, scegliendo con cura le parole, era visibile a occhio nudo. "Voleva fartela avere".
Oh. Un altro dei suoi tipici modi inaspettati di comunicarle notizie.
Non volendosi mostrare troppo curiosa, aspettò che Esposito si congedasse, per poter scoprire cosa Castle avesse in serbo per lei questa volta.
Credeva che il suo ruolo di messaggero di suo marito fosse finito. Esposito non sembrava invece intenzionato ad andarsene.
"Ci ha detto che sono le ultime cose che avevi lasciato a casa sua. Vostra".
Dal tono teso Kate capì che la correzione finale, aggiunta di tutta fretta, non fosse la trasmissione esatta delle parole di Castle. Doveva aver detto "casa mia", specificandolo bene, a beneficio dei suoi interlocutori. Ci stava andando pesante. Faceva male sentirlo anche se conosceva la verità e il motivo per cui si comportava in quel modo.
"Capisco. Grazie". Abbassò gli occhi. Non era facile dover sostenere la parte della donna in crisi con il proprio marito, quando stava per fuggirsene via con lui in vacanza. Doveva dissimulare le bolle di euforia che le stavano scoppiando a una a una nella pancia.
"È passato di qui a lasciarla?". Lo chiese perché non sapeva cosa aggiungere, per non tradirsi. E poi perché nessuno l'aveva avvisata? Avrebbe voluto incontrarlo.
"No. Ci ha dato appuntamento. A me e a Ryan. Ci ha raggiunti mentre andavamo a verificare dei nuovi indizi".
Quindi non aveva evitato di passare nel suo ufficio. Non era proprio venuto.
"Va così male?", le domandò con tono accorato, dopo una pausa di silenzio, quasi scusandosi di intromettersi nella sua vita, anche se ci era finito in mezzo per via della richiesta di Castle di far da tramite tra loro due.
Kate annuì, non poteva fare di meglio. Tutte le altre possibilità le erano precluse.
Si alzò in piedi, girò intorno alla scrivania e lo fronteggiò. Posò una mano sulla borsa, accarezzando la pelle morbida, pensierosa. Odiava mentire alle persone a cui teneva, ma era la situazione a richiederlo.
"Sì. Credo che... voglia che ci separiamo. Definitivamente". Deglutì. Era spaventoso dirlo ad alta voce. Se fosse stato vero non avrebbe saputo che fare di se stessa.
"Mi dispiace". Era sconvolto e preoccupato per lei. Si sentì un verme. Ma non poteva dirgli la verità.
Kate cercò di fingere il sorriso coraggioso di chi sta per affrontare un destino avverso. "Credo che sia meglio così. Per entrambi".
Una volta intrapresa la strada delle menzogne, era impressionate vedere come queste si inanellassero una dopo l'altra con una naturalezza sorprendente, stringendoti il cappio intorno al collo.
Espo ritenne saggio non indagare oltre.
"Se hai bisogno di qualcosa... Io e Ryan...". Apprezzò molto il gesto, anche se la stava facendo sentire in colpa.
Kate colse l'occasione al volo.
"Credo che... andrò via qualche giorno". Si era chiesta più volte come affrontare il discorso con loro, quale scusa avrebbe scelto per giustificare la sua assenza.
La guardò allibito. Lei non si prendeva mai dei giorni liberi, soprattutto quando qualcosa non andava.
Per sostenere la propria posizione, e convincerlo delle sue intenzioni, aggiunse parole a caso come "Convegno", "Riunione internazionale", "Ho ricevuto l'invito qualche giorno fa, ma non avevo pensato di andarci, credo però che sia la cosa migliore, per me e per il distretto", cercando di non farfugliare.
Non era sicura che se la fosse bevuta, ma almeno non sollevò alcun dubbio. Sembrò anzi quasi sollevato all'idea che lei si prendesse del tempo per sé, dopo tutta quella brutta storia. Forse temeva che se ne sarebbe rimasta chiusa in ufficio per giornate intere in compagnia del suo cattivo umore, che avrebbe riversato su di loro.
Fu più difficile comunicarlo a Vikram. Passò da lui molto tardi, quando riuscì a liberarsi di gran parte delle scartoffie. Non aveva ancora aperto la borsa che Castle le aveva inviato. Non voleva che occhi indiscreti scoprissero le diavolerie che doveva averci ficcato dentro. Il suo fantasioso marito poteva essersi inventato qualsiasi cosa.
L'aveva nascosta nel bagagliaio dell'auto, con l'unico desiderio di varcare la soglia del suo appartamento per rovesciare il suo contenuto sul tavolo. Dovette invece rimandare per affrontare un altro uomo stupefatto e preoccupato. Non per il suo benessere – per lui il divorzio da Castle sarebbe stata una manna dal cielo-, quanto per il fatto che se ne sarebbe andata per qualche giorno.
Venne investita dalla solita litania petulante: "Non puoi lasciarmi qui da solo", "Sai che cosa c'è in ballo", "E se scopro qualcosa di importante", "Non potrai tornare abbastanza in tempo". La familiare irritazione che provava in sua presenza, quando doveva gestire le sue esplosioni ansiose, si fece strada dentro di lei. Capiva molto bene che c'erano dentro fino al collo, insieme. Erano loro due quelli in prima linea, e in pericolo. Rischiavano in ogni momento di cadere inavvertitamente sulla miccia che avrebbe portato LokSat a mettersi sulle sua tracce. E non stavano facendo nessun passo avanti.
Era però stanca morta di questa storia, di non poter tornarsene a casa con Castle, di pensare solo a rimettere in piedi la loro relazione e, soprattutto, doversi giustificare con chiunque. Lui per primo.
Fu forse un po' troppo brusca nel ricordargli con fare seccato che era consapevole dei rischi che correvano e che conosceva molto bene la loro situazione. Forse meglio di lui. Aveva però anche degli obblighi lavorativi (mentì) che richiedevano la sua presenza e il sacrosanto diritto di prendersi qualche giorno libero per pensare a se stessa, a causa della fine del suo matrimonio, dovuta proprio alla sua decisione di procedere con questa stessa storia che lui l'accusava di prendere sottogamba.
Alla fine della sua lunga tirata si era già pentita di aver scaricato su di lui la frustrazione per qualcosa di cui nessuno aveva colpa. Aveva pensato che sarebbe stato facile rintracciare LokSat e trovare le prove della sua colpevolezza. Ma ne aveva fin sopra i capelli di tutto.
Quella con Castle più che come una legittima vacanza tra marito e moglie cominciava a sembrare una fuga d'amore progettata da due incoscienti.
La borsa conteneva proprio quello che avrebbe dovuto. Al suo interno trovò solo cose che le appartenevano. Vestiti, per lo più. Il libro che stava leggendo prima di andarsene e che era rimasto a giacere abbandonato sul comodino fino a ora. Un soprammobile che si era portata con sé dal suo vecchio appartamento, che a lei piaceva molto, e a Castle no. Era stato fonte di molteplici discussioni accese che ai tempi aveva vissuto quasi con rabbia, reputando lui irragionevole. Avrebbe preferito non avessero sprecato tempo in tali banalità.
Lo appoggiò su una mensola della libreria, che per il resto era vuota. Non aveva fatto nessuna aggiunta personale allo scarno arredamento. Non voleva lasciare la sua impronta. Era solo un lungo dove tornare di sera per trascorrere la notte, e che si augurava di lasciare presto per non rivederlo mai più.
Di bigliettini nemmeno a parlarne. Non voleva frasi carine, ma almeno qualche istruzione su come aveva intenzione di procedere pensò che le fosse dovuta.
Altrimenti perché prendersi tanto disturbo?
Le venne l'orribile pensiero che Castle avesse cambiato idea, che non ci fosse più nessun viaggio all'orizzonte e che lei ora fosse obbligata ad andarsene in giro per l'Europa da sola, perché l'aveva già annunciato a tutti, e doveva quindi salvarsi la faccia.
No, era impossibile. Castle poteva saltare da un'idea avventurosa all'altra senza ponderare bene la questione, ma non era il genere di persona che cambiasse idea con tanta volubilità, oltretutto su una questione così segreta.
La borsa doveva nascondere un doppio fondo segreto. Era l'unica spiegazione logica. All'inizio non trovò niente, ma a una ricerca più accurata le sue dita incontrarono un punto in cui il tessuto presentava uno strano cedimento. Controllò meglio, spostandosi sotto la lampada. Sì, c'era qualcosa. Rimosse l'ostacolo e, con sua soddisfazione, trovò gli oggetti che Castle aveva nascosto contando sul fatto che lei li avrebbe cercati e trovati, mentre il resto del mondo ne sarebbe rimasto all'oscuro.
Doveva aver pensato di aver avuto una trovata brillante.
Questa storia doveva finire presto, si ripromise. Non aveva idea di quello che lui si sarebbe inventato proseguendo su quella strada. O forse era proprio perché ce l'aveva.
Estrasse un sacchetto di plastica trasparente che conteneva un telefono. Aveva dimenticato che dovevano comunicare in gran segreto anche una volta lasciati gli Stati Uniti. Lei desiderava solo fingere per qualche giorno che fossero una coppia normale. Lui la faceva sempre tornare alla realtà.
C'era anche una busta sigillata. Strappò la carta, trovandosi tra le mani diversi documenti scritti a mano da Castle. Li portò con sé, andando a sedersi sul piccolo divano posizionato in una scomoda zona di passaggio.
Si trattava di comunicazioni impersonali, efficaci e poco prolisse. Non doveva accendere il telefono prima di atterrare a Londra. Non ne capiva il motivo, ma si guardò bene dal farlo. Si limitò a dare un'occhiata al cellulare sottile che aveva tenuto in mano mentre leggeva le regole che Castle si era premurato di annotare in una lista piuttosto lunga.
C'erano i dettagli del suo volo, riportati con molta precisione. Scoprì che aveva intenzione di farla partire quattro giorni dopo. Significava, così le scriveva, che lui sarebbe partito un paio di giorni prima di lei, per affrontare la sua parte di viaggio, prendere possesso del loro casale e accertarsi che fosse tutto pronto per il suo arrivo.
Scoprì che l'aveva affittato già da prima di proporle di andare in Italia con lei. Non seppe decidere se dimostrava il suo solito incrollabile ottimismo, o se non avesse mai avuto nessuna intenzione di farsi dire di no, a costo di darle la caccia e farla cedere per sfinimento. In altre circostanze avrebbe pensato che era stata una mossa irrispettosa non consultarla prima di agire, ma nella loro attuale situazione le fece piacere scoprire che, in fondo, teneva ancora molto al loro matrimonio.
Lei doveva solo acquistare i biglietti aerei per entrambe le destinazioni, meglio farlo in agenzia in modo che sul suo computer non rimanesse traccia (Castle, inizi a essere paranoico), prenotare una camera d'albergo, che lui le aveva indicato, e farsi trovare, cinque giorni dopo, nel piccolo aeroporto fuori mano dove lui sarebbe stato pronto ad accoglierla. Si diceva rammaricato di non poter occuparsi in prima persona di tutte le noiose faccende pratiche, di cui si sarebbe fatto carico volentieri, togliendole ogni peso, ma dovevano essere discreti. Per un uomo che si era presentato al distretto quasi ogni giorno ficcando il naso in tutti i suoi casi era una strana scelta semantica.
Non aveva aggiunto altro, solo note minuziose sui loro spostamenti logistici. Nessun messaggio personale. Solo una firma alla fine. Rick. La cosa la inquietò.
Il biglietto era già compromettente in base alla sua stessa esistenza, e sarebbe stato necessario bruciarlo sul serio questa volta. Aggiungere una frase affettuosa, o un Ti amonon avrebbe certo peggiorato le cose.
La verità che le strizzò il cuore in una morsa gelida era che, forse, non aveva voluto scriverlo di proposito.
Il solito disagio si insinuò dentro di lei. Non l'aveva lasciata, ma non l'aveva ripresa con sé. Non subito, almeno. Non ora. Per quanto trovasse meraviglioso poter passare qualche giorno con lui, per quanto il solo pensiero la rendesse euforica e la tenesse sveglia di notte, al contrario di tutte le altre volte in cui aveva vagato insonne da una stanza all'altra della casa in preda all'ansia, questo non significava che fosse tornato tutto come un tempo. Altrimenti a quest'ora sarebbe stata accanto a lui, al loft, a trascorrere la serata insieme.
La lieve apprensione che non l'abbandonava mai, e che le offuscava la gioia di quello che si apprestava a vivere, tornò a farsi sentire. Il suo cielo non era del tutto privo di nuvole. Avrebbe voluto spazzarle via a forza, ma non sapeva ancora come. Lo avrebbe fatto. A qualsiasi costo.
Rimaneva il problema di come fare a comunicargli che era d'accordo con i suoi programmi. Castle non poteva certo dare per scontato che lei non avesse altri impegni che le impedivano di partire nella data indicata, e andarsene così alla cieca senza sapere che lei lo avrebbe raggiunto seguendo la tabella di marcia che lui aveva stabilito. Non c'erano però indicazioni su come avrebbe potuto farglielo sapere. Si trattava di silenzio-assenso? Si aspettava che lo contattasse solo in caso di problemi?
Non le parve giusto. Gli avrebbe almeno mandato un messaggio. E pazienza se lui avrebbe dato di matto perché non sarebbero stati "discreti". Marito e moglie, se pur in procinto di divorziare, possono sentirsi per definire la questione, giusto? Anche solo per comunicare all'altro il nome del proprio avvocato. Rabbrividì. Perché finiva sempre a fare certi discorsi, nella sua mente?
Non voleva separarsi da Castle, nemmeno per finta. Al solo pensiero lo stomaco si trasformava in una piccola palla di piombo.
Prese il telefono, quello ufficiale, recuperò il numero di Castle, che non era più tra le ultime chiamate inviate, e digitò un messaggio. Niente di personale. Niente come stai, mi manchi, vorrei essere lì con te. Solo uno scarno: "Ho ricevuto la borsa, grazie".
La risposta arrivò subito. "Prego". Era vero, non potevano comunicare, non potevano lasciare tracce scritte, ma era molto brutto lo stesso. Era quello a cui si era condannata andandosene. Si rendeva conto solo ora di quello che aveva rischiato, lasciandolo. Era una prospettiva triste. Desolante.
Si rannicchiò sul divano, coprendosi con la coperta leggera che aveva sempre lasciato ripiegata in un angolo, le braccia a mo' di cuscino sotto la testa, le gambe vicino al petto.
Si svegliò di colpo con il trillo del telefono che le rimbombò nel cervello, provocandole una scarica di adrenalina da pericolo imminente. Doveva essersi appisolata solo per qualche minuto, che l'aveva però già ridotta a un catorcio. Era intontita, poco reattiva e con un'emicrania in rapido sviluppo. Le pulsava un occhio. Non era un buon segno.
"Beckett", gracchiò nel telefono, con il cuore che le rimbombava nelle orecchie.
"Dormivi?", le chiese una voce molto amata che la fece subito tornare in forma. E felice.
"No". Non poteva mentire. Sembrava appena essere tornata dall'oltretomba. "Sì", ammise.
"Scusa".
"Non c'è problema", fu quello che rispose, ma avrebbe voluto dire: "Chiama a qualsiasi ora del giorno e della notte".
"Non possiamo scriverci messaggi", sottolineò Castle con fare paziente.
Sì, lo sapeva anche lei, non era stupida. Infatti non aveva inviato niente di clamoroso.
"Però non credo che una telefonata sia sospetta, giusto? A meno che tu non abbia una cimice in casa", aggiunse.
Kate lo fermò prima che prendesse la tangente del complotto.
"No, nessuna cimice". Aveva controllato. "E credo che possiamo permetterci di far risultare che ci siamo chiamati una voltanon pensi? Anche da separati...", calcò bene la parola, caso mai la CIA fosse stata sulle loro tracce, di sicuro lui lo stava pensando: "Possiamo avere rapporti civili".
Castle sembrò ritenerla una giustificazione valida.
"E... visto che siamo qui...", continuò Kate tornando a sdraiarsi, "Non vedo l'ora che passino questi cinque giorni".
Era rischioso dirglielo per diversi motivi, il più importante dei quali era che lui poteva rispondere con qualcosa di cortese e salutarla. Lei aveva volontariamente scelto di esporsi.
Il silenzio che seguì non fu per nulla rincuorante. Aveva rischiato e perso.
"Vuol dire che ti va bene? Riesci a liberarti e organizzarti per tempo? Possiamo rimandare, se vuoi...".
Glielo chiese con una piccola nota di ansia che lei riuscì a percepire, come se non volesse affatto posticipare il loro viaggio. Ma non le disse che anche lui non vedeva l'ora. Sfumature. Non poteva dire che le cose andassero male. Ma di certo non andavano bene, tra loro.
"Nessun problema. Ce la farò", lo tranquillizzò subito.
"Bene".
Silenzio. Silenzio goffo e imbarazzato. Silenzio triste, per due come loro.
"Kate...". Il suo cuore fece una capriola e si permise di sperare. "Ne sono felice".
Tristezza e frustrazione fecero capolino. Non aveva detto niente di negativo. Ma non era nemmeno una grande dichiarazione d'amore. Non riusciva ad abituarsi a quel tipo di rapporto. Sembrava che si muovessero al rallentatore. Nessuno poteva negare che stessero avanzando. Certo non erano fermi. Ma vivere premendo sull'acceleratore era un'altra cosa.
"Anche io", sussurrò. "E ti amo". Ci provò ancora, mossa dalla forza della disperazione.
Altro silenzio di tomba. Le sembrò di sentirlo annaspare, ma tutto quello che ricevette in cambio fu un: "Buonanotte, Kate", che la fece sentire più sola che mai.
Il sole era basso sull'orizzonte, e non scaldava.
