Kate chiuse il libro su cui stava cercando di concentrare la sua attenzione da qualche tempo, senza successo, Le parole scorrevano davanti ai suoi occhi senza che lei riuscisse a dar loro un senso logico.
Si rassegnò e, con un sospiro, lo ripose nella borsa appoggiata sul sedile vuoto accanto al suo.
L'aereo aveva cominciato le operazioni di atterraggio. Dal finestrino riusciva a solo a scorgere un ammasso di minuscole luci, ancora troppo lontane perché potessero assumere una forma riconoscibile.

Si stava concludendo l'ultima tratta del suo lungo viaggio. Il giorno prima era arrivata a Londra sotto una pioggia torrenziale, dopo un volo tranquillo e noioso che era sembrato non finire mai.
Una volta sbrigate tutte le formalità richieste, si era accodata alla folla impaziente in attesa di un taxi, stanca morta e con l'unico desiderio di arrivare al suo albergo, prendere possesso della sua camera e sdraiarsi sul letto, per chiudere gli occhi fino al mattino dopo - o qualsiasi ora sarebbe stata al suo risveglio. Era al corrente di cosa dovesse fare per mitigare le conseguenze del disagio del cambio di fuso orario, ma non ne aveva avuto nessuna voglia. Era provata, insonnolita, e desiderosa che trascorressero le ultime ore prima di incontrare Castle.
Non le sarebbe importato di meno se avesse dovuto posare le membra stanche su un pagliericcio di qualche fatiscente ostello, ma l'hotel che suo marito le aveva consigliato corrispondeva esattamente ai suoi elevanti standard. Era tutto lussuoso e confortevole. L'aveva decisamente preferito all'alternativa dell'ostello. Ci si abitua in fretta gli agi.
Aveva quindi trascorso una fremente mattinata bighellonando per il centro di Londra, troppo euforica e distratta per dedicarsi allo shopping come qualsiasi altra turista, aspettando con impazienza che arrivasse l'ora che aveva stabilito fosse quella dignitosa per raggiungere l'aeroporto più lontano dalla città. Aveva ritenuto prova di saggezza morale non precipitarsi all'alba per accamparsi sulle scomode sedie, impegnata nell'inutile lotta interiore di far passare il tempo più in fretta.

Il viaggio, in sé molto più breve del precedente, si rivelò un'autentica tortura. Erano partiti molto in ritardo, per non meglio specificati problemi tecnici che avevano generato quasi isteria di massa, ancora prima di salire a bordo. Qualcuno si era perfino rifiutato di metter piede sull'aereo. A peggiorare le cose, si erano verificate minacciose turbolenze che avevano sconvolto la maggior parte dei passeggeri, che si erano rivolti atterriti alle hostess in cerca di conforto. Kate aveva scosso la testa più volte, pensando che non avrebbe mai potuto fare il loro lavoro.
Lei si era solo risentita all'idea che un incidente areo le avrebbe impedito di rivedere Castle, proprio ora che era così vicina alla meta e dopo aver attraversato un oceano e mezza Europa. No, non sarebbe morta prima di arrivare a destinazione.

Gli scossoni e i tremolii del mezzo su cui stava viaggiando erano l'esatta rappresentazione esterna dei suoi moti interiori. Era una metafora piuttosto banale, ma era proprio così. Da quando si era allacciata la cintura di sicurezza non era stata in grado di stare calma per più di qualche istante di seguito. Non sapeva se i vuoti nello stomaco e la difficoltà a respirare fossero indotti dalla perdita di quota, o se stormi di coleotteri si aggirassero nelle cavità delle sue viscere sbattendo contro le pareti con le loro ali bruciacchiate. Avrebbe voluto infilarsi una mano all'interno del suo corpo per fermare il caos di euforia, ansia, tensione, aspettativa e l'oscura preoccupazione, sempre annidata dentro di lei, che qualcosa potesse andare storto.
Che quel viaggio non servisse a recuperare il loro rapporto, che lei aveva danneggiato forse in modo irreparabile.

L'aereo toccò terra in modo molto brusco, con un tonfo che la fece sussultare e la obbligò ad afferrarsi ai braccioli per compensare la forza di inerzia che la stava trascinando in avanti. In quel momento tutto il groviglio di emozioni che l'aveva fatta da padrone si mutò in un'unica sensazione soverchiante: era terrorizzata a morte.
Non voleva scendere. Non era pronta ad affrontare la verità, e un eventuale fallimento. Se fino a poco prima avrebbe pagato per restringere i confini temporali che la separavano da Castle, adesso avrebbe voluto dilatarli. Non si sentiva pronta. In più, doveva avere un aspetto orribile. Non si guardava in uno specchio da ore. L'ultima volta che lo aveva fatto era stata troppo su di giri per analizzare l'immagine che si era trovata di fronte.

Lasciò che le sfilassero davanti tutti gli altri passeggeri. Fu un procedimento lento, reso snervante da ulteriori ritardi che nessuno si premurò di spiegare alla ressa vociante ammassata nello stretto corridoio.
Kate era rimasta seduta a guardare fuori dal finestrino, un pugno premuto contro la bocca, l'altra mano a stringere i manici della sua borsa, come se si fosse trattato del suo più importante possedimento terreno.
Cercò di indovinare dietro a quale vetrata si celasse Castle. Da quanto la stesse aspettando e se fosse anche lui nervoso, proprio come lei. Sperò di sì. Sarebbe stato più facile.
La macchinosa progettazione dei loro spostamenti, la necessità di non dare nell'occhio e tutta l'impalcatura di sotterfugi e precauzioni, che avevano dovuto inventarsi, aveva reso il punto finale dell'intera operazione, cioè il loro incontro, qualcosa dall'apparenza solenne e quasi mistica.
Le sembrava di andare incontro al proprio destino.
Arrivò il suo turno. Non poteva nascondersi più a lungo nello stretto sedile, che adesso si rammaricava di dover abbandonare tanto presto. La hostess le lanciò un'occhiata curiosa, temendo forse di trovarsi di fronte a un'altra emergenza, che non aveva la forza di gestire. Le sembrò che la implorasse di non rivelarsi un ennesimo problema.
Rendersi conto che esisteva un mondo al di fuori di lei, che non stava vivendo il suo stesso dramma, la calmò di colpo. Doveva scendere dall'aereo e incontrare Castle. Doveva smettere di creare spaventosi scenari nella sua mente. Era arrivata fino a lì, di certo non poteva tornare indietro. Non era mai stata una persona vigliacca.
Passò accanto alla donna e la salutò con un sorriso di scuse per la propria esitazione.

Risultò che l'incontro con Castle non era così prossimo come aveva sperato, e temuto. Ci fu qualche disservizio, una lunga coda al controllo documenti e le sembrò che il suo bagaglio non arrivasse mai. In realtà sbucò quasi tra i primi cadendo con un tonfo sul nastro trasportatore.
A differenza del solito non aspettò con pazienza e distacco che la raggiungesse in una zona meno assembrata, dove di solito si posizionava. Trovava inutile avventarsi sui propri averi, sgomitando per scansare altre persone sui carboni ardenti tanto quanto lei. Ma fu proprio quello che fece, incapace di sprecare altri preziosi minuti. A quel punto tutto quello che bramava era di incontrarlo e trovarsi faccia a faccia con lui.
Afferrò con forza la valigia, la caricò su un carrello, strinse bene il cappotto intorno al suo corpo, fece un ultimo respiro e si precipitò oltre le porte scorrevoli che l'avrebbero rimessa in contatto con il mondo reale lasciando la terra di nessuno che era un aeroporto.
Il suo veemente slancio fu però costretto a una rapida battuta d'arresto, quando si rese conto che Castle non c'era. Il ticchettio nervoso dei suoi stivali rallentò fino a fermarsi, mentre si guardava in giro spaesata, cercandolo. Invidiò chi era stato accolto da parenti e amici festosi, chi si era allontanato con passo sicuro verso una destinazione nota. Rimase in piedi, sentendosi sperduta, mentre gli altri viaggiatori la oltrepassavano indifferenti.
Non c'era. Non si era presentato. Si sentì morire.

Solo quando si fu calmata abbastanza da rendersi conto che non c'era una possibilità al mondo che Castle non fosse venuto a prenderla, non dopo tutto il daffare che gli aveva procurato inventarsi quel loro incontro segreto, senza dimenticare che l'aveva proposto lui, si guardò intorno e lo scorse poco lontano, impegnato ad avanzare piano verso di lei, sorridendo. Era solo rimasto indietro, per non mischiarsi alla folla che l'avrebbe reso invisibile, cercando il posto migliore per scrutare il lungo serpentone di viaggiatori che aveva rapidamente preso possesso dell'area degli arrivi, senza rischiare di perdersela.
Kate cominciò a correre. Se glielo avessero chiesto non avrebbe saputo descrivere con una parola, o molte, come si sentisse. Era solo una freccia impazzita proiettata contro di lui, che si era fermato per accoglierla. O forse per attutire il colpo della sua manifesta intenzione di schiantarglisi contro. Andò proprio così.
Kate gli si arrampicò addosso, tastandolo alla cieca nel desiderio di sentirlo più vicino, per aderire meglio contro il suo corpo, non volendo che nessuna parte di lei non fosse connessa a lui in qualche modo. Gli si aggrappò al collo, come se fosse appena stata salvata dai gorghi di una corrente minacciosa. Solo quando seppellì il viso contro la sua spalla riuscì a placare il moto convulso che l'aveva fin lì mossa e, insieme, anche il tremito che la rendeva malferma sulle gambe.
Respirò avidamente il suo profumo, artigliandogli la schiena e rifiutandosi di lasciarlo andare.
Castle non si irrigidì. Subì il suo assalto, barcollando all'indietro per recuperare l'equilibro. La tenne saldamente tra le braccia, lasciando che lei esplorasse il suo corpo, stringendolo come se uno dei due avesse appena avuto un incontro ravvicinato con la morte e fosse vivo per miracolo.

Dopo qualche minuto Kate sentì che stava cercando di allontanarla, indietreggiando di qualche passo, per mettere distanza tra loro. Forse voleva solo parlarle, o guardarla almeno negli occhi, ma lei rafforzò la presa, rischiando di soffocarlo. Non era pronta a lasciarlo andare, non era padrona delle sue emozioni. Soprattutto non aveva ancora le forze per ricacciare indietro le lacrime arrivate a pungerle gli occhi.
Non voleva farsi vedere piagnucolare in un momento gioioso. E non le importava se per questo l'avrebbe giudicata eccessiva e melodrammatica o se, peggio, non avesse nemmeno mai voluto abbracciarla, tanto per cominciare. Lei non era in grado di fare altrimenti. Avrebbero potuto benissimo proseguire verso il punto in cui aveva lasciato l'auto con lei sempre attaccata al collo come una bandiera svolazzante, per quello che le importava.
"Kate", le sussurrò a un orecchio, alzando una mano per allentare almeno la presa d'acciaio delle braccia di lei che non gli permettevano di respirare.
"Un minuto", lo pregò con voce soffocata, odiandosi per non aver mostrato dignitoso contegno ed eleganza, come ci si sarebbe aspettati. E per dare spettacolo in mezzo all'area degli arrivi, ormai quasi del tutto svuotata.
"Ok", accettò, lasciando che lo scorticasse vivo a suo piacimento e secondo i suoi bisogni.
Ondeggiò cullandola e accarezzandole la schiena con ampi gesti di conforto.
"Come è stato il viaggio?", le chiese dandole un piccolo bacio sulla mandibola, scostandole i capelli.
"Lungo. Infernale. Ha piovuto tutto il tempo", si lagnò Kate, vergognandosi di apparire così petulante. Che le importava del viaggio?
"Adesso sei qui". Era solo un'ovvia e scarna constatazione, ma lei si sentì riscaldata dalle sue parole. Le sembrò che avesse voluto darle il suo personale benvenuto. Fu abbastanza per convincerla a staccarsi da lui per farli tornare a esistere come due persone distinte, invece che un groviglio confuso di gambe e braccia.

Si accorse solo allora che Castle aveva tenuto in mano per tutto il tempo un mazzo di fiori, che adesso le porgeva con aria timorosa, forse temendo un'altra invasione. Forse era per quello che non l'aveva abbracciata con lo stesso impeto. Perché ne era stato impossibilitato per via dell'ingombro che aveva dovuto reggere.
Le fece tenerezza vederlo in piedi davanti a lei, impugnando incerto i fiori come se fossero stati un omaggio da offrire all'altare di qualche divinità. Per la prima volta le sembrò che condividessero lo stesso stato d'animo. Avrebbe preferito che si fosse trattato di gioia assoluta, invece che timorosa speranza, qual era, ma se era tutto quello che avevano, se lo sarebbero fatto bastare. Anche in questo caso rimandò indietro improvvise lacrime traditrici.
"Grazie. Non l'avevo visto prima. Ero un po'... distratta", si scusò ridendo per l'imbarazzo, ricevendo con piacere il mazzo di fiori, il cui profumo e la delicatezza delle piccole corolle bianche la fecero stare inaspettatamente bene.
Gli raddrizzò il colletto della giacca, rimettendolo in ordine, cercando di alleviare i danni lasciati dal suo impetuoso passaggio. Un gesto normale, quasi scontato nella sua precedente vita, ma non in questa.
Fu contenta e grata di poterselo ancora permettere.
Castle recuperò il suo carrello, che lei aveva abbandonato a qualche metro di distanza, prima di spiccare il volo verso di lui, e tornò da lei.
Non la baciò, come si sarebbe aspettata. O forse non se lo aspettava. Si limitò a metterle un braccio intorno alle spalle, avvicinando la testa alla sua.
"Andiamo? O vuoi mangiare qualcosa? Un caffè, magari?".
Oh, sì, lo voleva. Si avvicinarono al banco del primo bar che trovarono, l'unico del piccolo aeroporto, molto diverso da quello dal quale era partita, e che era abituata a frequentare. Il caffè la scaldò e la rinfrancò. Era forte, dall'aroma molto intenso. Sentì subito il suo effetto tonificante.
Camminando vicini, uscirono all'aperto. Castle la guidò fino all'auto che aveva preso a noleggio, mise tutte le sue borse nel bagagliaio e, con un gesto molto galante, le aprì lo sportello per farla accomodare.
Non si erano più detti nessuna parola.