Viaggiavano pressoché in silenzio ormai da qualche ora. L'aeroporto era davvero fuori mano, rispetto alla loro destinazione finale. Kate cominciò a domandarsi se sarebbero mai arrivati da qualche parte, o se avrebbero continuato a muoversi nella notte per un tempo infinito. Forse non era un'idea da buttare via.
Se ne stava seduta composta sul suo sedile, rispettosa delle distanze, pronunciando a tratti qualche parola di nessuna importanza. Una breve risposta a una domanda di Castle. Un commento generico su niente in particolare.
Era strano, e naturale insieme, condividere lo spazio ristretto dell'abitacolo, per la prima volta senza la necessità di celarsi a occhi indiscreti.
Era da molto che non rimanevano da soli, in privato. Un tempo sarebbe stato del tutto normale allungare una mano e appoggiarla sulla sua gamba. Lui avrebbe guidato accarezzandole il dorso con dita leggere, avrebbero ascoltato qualche brutta canzone che avrebbero presto dimenticato e avrebbero lasciato che le loro menti ricreassero quell'istintiva connessione fatta di tutto e di nulla.
Non era così. Castle guidava concentrato sulla strada poco illuminata, attento a seguire le indicazioni del navigatore.
Uno spiritello malvagio le consigliò di cercare un contatto con lui. Sarebbe stata una forzatura, un imporsi fisicamente, che però desiderava più di ogni altra cosa.
Meglio di no, convenne tra sé. Non era pronta a farsi allontanare la mano, che rimase abbandonata in grembo. Sospirò. Uno dei tanti sospiri che servivano a sfogare la frustrazione che, altrimenti, sarebbe stata costretta a inghiottire e che avrebbe finito per implodere dentro di lei.
Cominciava ad avere voglia di scrollarlo e imporgli di dirle cosa non andava. Non che non lo sapesse. Ma dovevano parlarsi, non scambiarsi educate cortesie. Non era venuta fin lì per...
No. Non doveva essere impetuosa, si ammonì mordendosi l'interno della guancia. Per quanto fosse una situazione difficile e strana, almeno erano insieme. Ci stavano provando insieme. Avrebbe solo voluto che questo provarci assumesse le sembianze di qualcosa di riconoscibile, di concreto.
Sospirò di nuovo, odiandosi perché non non era riuscita a trattenersi.
Dopo altri minuti di mutismo, trascorsi da Castle a guardare fisso davanti a sé, e lei a cercare di indovinare il panorama immerso nell'oscurità, lui ruppe il silenzio, quasi spaventandola.
"Pensavo che potremmo fermarci a mangiare qualcosa per strada, se a te va bene".
No, non lo andava bene. Lei voleva andare a casa, mettersi comoda e aiutarlo a preparare la cena, sbuffando perché lui l'avrebbe relegata a compiti marginali come tagliare la verdura. Lei si sarebbe annoiata presto e avrebbe preferito mettersi seduta davanti a lui, dove avrebbe piluccato qualcosa chiacchierando e bevendo un bicchiere di vino. Non voleva stare con lui in una sala piena di persone rumorose, nell'atmosfera ufficiale di un ristorante, con qualche cameriere troppo sollecito a interromperli.
Sempre che ci fosse stato qualcosa da interrompere.
"D'accordo", rispose cercando di infondere un po' di entusiasmo nella sua voce. Non aveva voglia di discutere di cose di poca importanza. Se lui voleva stare fuori a cena, invece che andare dritti a casa, avrebbero fatto così. Era più facile cedere che impuntarsi.

Con suo grande stupore, non si trattava di un ristorante in senso classico. Quando erano entrati nel parcheggio, Kate aveva pensato che Castle volesse solo usare lo spazio per fare manovra, perché forse aveva sbagliato strada. Quando lui aveva spento il motore e si era girato a guardarla, lei era ancora molto lontana dall'idea che dovessero fermarsi a mangiare proprio lì. All'inizio non aveva nemmeno capito dove dovessero entrare di preciso, poi aveva scorto un edificio che aveva necessità di urgenti migliorie e che non le sembrava aver l'aria di un posto dove potessero servire qualcosa di commestibile.
Aveva però deciso di non creare inutili polemiche. Erano entrati camminando vicini, ma senza sfiorarsi, lei stretta alla sua borsa, come se fosse un salvagente, lui con le mani in tasca e avevano dovuto aspettare di poter ordinare alla cassa perché "Si faceva così".
Kate aveva quindi scoperto che Castle conosceva già quel ritrovo, non era riuscita a trovare una parola migliore, e che teneva in particolar modo che anche lei assaggiasse tali prelibatezze.
Si guardò in giro. I tavoli erano pieni di persone del luogo, da quel che riusciva a comprendere dal loro modo di parlare, e questo era di norma un buon segno. La televisione enorme proiettava un gioco a quiz ad alto volume, che la gente tentava di superare aumentando il frastuono. Al centro della stanza una grossa stufa scaldava chi aveva la sventura di sedersi di fronte, lasciando gli altri a gelare.
Dovevano davvero apprezzare molto la scelta gastronomica, per sottoporsi a tali disagi.
Castle ordinò per lei qualcosa che non capì, affascinando al contempo l'attempata proprietaria del locale. Niente di nuovo, ma a lei per una volta diede molto fastidio. Doveva per forza farsi fare gli occhi dolci da tutte le donne che incontrava?
Si accomodarono a un tavolo traballante, apparecchiato con delle tovagliette di carta, e posate di plastica che non solo lei, ma Castle stesso si sarebbe rifiutato di usare, nel mondo da cui provenivano.
Le cose erano due: o si mangiava davvero bene, o lui riceveva sottobanco delle percentuali per promuovere il ristorante. L'immagine di Castle adescatore di clienti, inspiegabilmente, la fece ridacchiare.
"Va tutto bene?", le chiese Castle osservandola incuriosito, senza capire da dove provenisse la sua ilarità.
"Sì. Benissimo. È un posto molto... caratteristico". Le sembrò un aggettivo sicuro. Non era offensivo, e non l'aveva costretta a mentire.
"Lo so che pensi che sono impazzito a portarti qui".
Lei rise di gola. "Sì, è vero. Lo penso". Non poteva negarlo.
Castle simulò un contegno offeso. "Ti assicuro che ne vale la pena, nonostante il servizio non sia di prima classe". Ruppe l'involucro delle sue posate, che tenne in mano in modo goffo, senza sapere cosa farne, aumentando la sua allegria, che straripò quando lo vide cercare di trovare una posizione adeguata al minuscolo tovagliolo di carta che aveva le dimensioni di un francobollo.
Castle rise con lei, che sentì qualcosa dentro di lei cedere. Da quando era arrivata era la prima volta che riusciva a rilassarsi.
Arrivò subito da loro una ragazza molto giovane a portare quello che avevano ordinato. Un servizio davvero celere, pensò Kate, subito sopraffatta dall'acquolina in bocca nel sentire i diversi profumi accattivanti che penetrarono nelle sue narici. Non si era resa conto di avere così tanta fame.
Si rivelò tutto squisito, proprio come Castle le aveva promesso. Anzi, di più. Kate rubò perfino qualcosa dal suo piatto, che lui si lasciò sottrarre senza lamentarsi come al solito e si fece ordinare un secondo giro di portate. Le sembrava di avere un buco nello stomaco che non riusciva a colmare. Innaffiarono il tutto con del vino che giudicò molto buono, o forse era solo perché a quel punto avrebbe trovato tutto ottimo.
Non si lasciò sfuggire l'occasione di mangiare un paio dei dolci esposti sul carrello, senza permettere a Castle di affondare il cucchiaino nella crema delicata che stava gustando. Alla fine conclusero con un altro caffè. Rifiutò però la grappa che la avevano gentilmente offerto, dopo aver visto e apprezzato la voracità con cui aveva spazzolato tutto quello che aveva nei piatti che via via le avevano portato.
Era sicura che Castle volesse nascondersi sotto al tavolo per la vergogna. Non sapeva che i cuochi sono felici quando i piatti tornano vuoti in cucina?

"Dai l'impressione di non mangiare da settimane", mormorò fiero di averla portata in un posto che aveva gradito, ma preoccupato per la vita poco sana che doveva aver condotto, così suppose.
Non dite mai a mio marito che non mangio abbastanza, pensò Kate divertita.
"Magari è così", gli rispose decidendo all'improvviso di dire la verità.
Castle non colse l'occasione di indagare oltre su come avesse trascorso le settimane lontano da lui. Non le aveva mai chiesto nemmeno dove abitasse. Forse era per lasciarle spazio, o forse perché voleva fare finta che la loro separazione non esistesse. Non aveva ancora capito su quali frequenze si muovesse e, finora, era stata troppo presa dall'emergenza per potersi finalmente fermare a riflettere su quello che lui aveva nascosto dentro, oltre all'inevitabile sofferenza che sapeva di aver creato.
Kate cambiò discorso in fretta. "Di cosa è fatto questo... pane?". Non sapeva come chiamarlo. Era molto buono, ma non capiva cosa fosse.
"Non lo so di preciso. È qualcosa che fanno in questi posti. C'entra una pietra, ed è per quello che non è riproducibile, se non come brutta copia".
"A meno di non avere quella pietra".
"E di sapere come fare".
"Ci vuole esperienza, immagino. Che peccato, doverlo lasciare qui". Si finse molto rammaricata.
"È un modo di dirmi che vuoi che ne ordiniamo dell'altro, così puoi mangiarlo durante il viaggio? O vuoi che la gentile proprietaria ti insegni i segreti della sua bisnonna?".
No, beh non era il caso di esagerare. "La prima che hai detto". Annuì entusiasta.
Castle si voltò a cercare la cameriera, che fu pronta ad assicurarli, con orgoglio e in un inglese cantilenante, tipico del luogo, che avrebbero portato subito alla "signora" quello che desiderava.
Qualche minuto dopo tornò portando molti strati di quello strano pane, che non era una piadina, così le aveva spiegato Castle, come se lei riuscisse a comprenderne la differenza, avvolti nella carta.
Kate ne aprì subito un angolo per rubarne un piccolo pezzetto, mentre salutavano con calore i proprietari e gli altri ospiti e tornavano alla loro auto.
Castle si accorse dei suoi sotterfugi e del suo tentativo di passare inosservata mentre si sbafava le ultime briciole. Le passò un braccio intorno alle spalle per tenerla ferma e impedirle di sfuggire al suo interrogatorio.
"Beckett, davvero, non è normale tutta la fame che hai", la prese in giro, non nascondendo un certo allarme.
"Smettila di dirlo", rise Kate ruotando verso di lui e alzando la testa, trovandosi in perfetta traiettoria per essere baciata.