Kate si sedette sul bordo del letto. Appoggiò la valigia davanti a sé, la aprì e represse un gemito. L'ultima cosa che desiderava fare era disfare i bagagli. Rifletté su quale fosse il modo più veloce di tirar fuori quello che le sarebbe servito nell'immediato; al resto ci avrebbe pensato più tardi. Era troppo stanca per un attività così poco piacevole.
Lo sguardo di Castle si mantenne per tutto il tempo fisso sulla sua nuca. Quando non fu più in grado di reggerne la tensione, si girò verso di lui. Cominciava a innervosirla.
"Il bagno è da quella parte, se hai bisogno di rinfrescarti. C'è anche una vasca, proprio come piace a te". Castle indicò un locale al quale si poteva accedere senza che fosse necessario uscire dalla stanza.
Non era male pensare che non avrebbe dovuto vagare a piedi nudi di notte in una casa sconosciuta.
Il problema però era un altro: perché Castle continuava a insistere perché si lavasse? Era forse un modo di rimandare il momento in cui si sarebbero guardati in faccia e avrebbero dovuto affrontare il grosso elefante in mezzo alla stanza, cioè decidere cosa fare di loro stessi?
Un'altra domanda che non avrebbe avuto risposta.
"Grazie. Finisco di mettere a posto qui e poi ti raggiungo, d'accordo?".
Di quel passo avrebbero dovuto prenderla come mediatrice all'ONU.
Castle non fu troppo sollevato all'idea di andarsene e questo le fece piacere. Lo capì dall'espressione del suo viso: scrutarlo in volto per indovinare i suoi pensieri era diventato per lei un atto automatico. Non ricordava l'ultima volta in cui non aveva avuto bisogno di farlo. Dal suo primo giorno come capitano era andato tutto a rotoli.
"Ti preparo qualcosa?".
Kate era tornata a frugare tra i suoi vestiti e gli rispose distratta.
"Intendi l'acqua della vasca?".
Castle ammutolì. Kate percepì d'istinto di aver detto qualcosa di sbagliato.
"No... pensavo più a una tazza di tè. O qualcosa d'altro, se non ti va".
Vedendolo in difficoltà, corse a soccorrerlo.
"Il tè andrà benissimo. Grazie". Nemmeno le piaceva.
Non c'era bisogno di sottolineare come, fino a qualche mese prima, lui l'avrebbe anticipata cominciando a far scorrere l'acqua ancora prima che infilasse le chiavi nella porta, in modo che tutto fosse pronto ad accoglierla al suo ritorno.
Lei si sarebbe spogliata velocemente, sotto i suoi occhi attenti e soddisfatti e sarebbe sprofondata nella schiuma – Castle svuotava interi flaconi tutti in una volta. Lui si sarebbe seduto sul pavimento con la schiena appoggiata alla parete per chiacchierare della loro giornata, mentre lei si toglieva di dosso la fatica delle lunghe ore lavorative. Sempre che non decidesse di entrare a farle compagnia. In quel caso la stanchezza se ne sarebbe andata via molto più in fretta.
Se aveva pensato stupidamente che le cose sarebbero tornate a posto per magia, la realtà l'aveva riportata in fretta con i piedi per terra.
Fece solo una rapida doccia, per non perdere ulteriore tempo. Non voleva stare da sola, adesso che era lì con lui e nessuno li avrebbe disturbati.
Si tamponò i capelli, legandoli in un nodo ancora umido, indossò qualcosa di comodo e lo raggiunse di sotto.
Castle era seduto sull'ampio divano ad angolo, dandole le spalle. Aveva acceso il fuoco nel camino, che scoppiettava allegramente, dando alla stanza un'aria festosa e cancellando la precedente atmosfera fredda e cupa. Si sentì subito meglio. Vide che aveva recuperato anche il suo mazzo di fiori, che lei aveva lasciato sul sedile dell'auto, e lo aveva sistemato con cura in un vaso di cristallo dalle linee molto semplici che adesso dava bella mostra di sé sul tavolino davanti al fuoco.
Castle le sorrise, indicandole di prendere posto vicino a lui. Kate si sedette, accettando riconoscente dalla sue mani la tazza fumante che le stava porgendo. Era bollente e profumava di cannella. Fece attenzione a non toccarlo, nemmeno per sbaglio.
"Spero ti piaccia".
Kate non andava pazza per la cannella, ma annuì ringraziandolo. Sempre per le sue doti di rappresentante diplomatica recentemente apprese.
"Ci sono altri gusti in cucina, se non ti piace. Non ero del tutto sicuro, in effetti, quando ieri ti ho comprato le tisane".
Lui le comprava tisane? Da quando? Dove erano finiti i bicchieri di vino dopo cena? Doveva averlo guardato un po' stupita, perché lui si mise subito sulla difensiva.
"Mentre aspettavo di venire a prenderti in aeroporto sono stato in paese – tre case, per la cronaca - e c'era questo negozietto pieno di erbe. Una specie di scantinato con un'atmosfera da 'ho un cadavere nel retro'. Pensavo potesse piacerti, nonostante non ci fossero morti, così ho pensato di prenderti qualcosa. I contenitori sugli scaffali erano molto... colorati?".
Kate si mise a ridere, quando lo vide ingarbugliarsi con le sue stesse parole. Tipico di Castle comprare qualcosa solo perché era colorato. Stava parlando troppo, per mascherare forse il medesimo imbarazzo.
"Hai svaligiato il negozio?", lo canzonò.
Si portò la tazza alle labbra, sorseggiando la bevanda dall'aroma molto forte. Non era male, per essere cannella.
"Temo di sì", confessò contrito. "E so che non bevi le tisane, ma... pensavo fosse un gesto carino farti trovare qualcosa al tuo arrivo".
Kate si intenerì all'idea di Castle che bighellonava attendendo di passare a prenderla e che pensava a lei.
Certo, il fatto che si trattasse di tè e tisane forse non era il massimo, non poteva buttare sui dolci locali, magari?
Si rese conto con orrore che aveva ancora fame, nonostante il sontuoso banchetto che aveva spazzolato solo qualche tempo prima.
Le settimane senza di lui erano state vuote e angoscianti. Era sempre stata tesa e nervosa e questo aveva influito per ovvi motivi anche sul suo stomaco. Bastava stargli vicino perché si risvegliasse in lei il suo solito appetito, più gli interessi.
Appoggiò una mano sulla sua gamba. "Mi piace molto, grazie. È stato un bel pensiero". Lui sembrò rasserenarsi, ma non ricambiò il contatto fisico.
Kate si raggomitolò sul divano, sprofondando tra i morbidi cuscini. Il caldo, la bevanda e le ore di sonno arretrate, insieme al progressivo rilassamento, si stavano rivelando un insieme letale che la stava spedendo dritta nel mondo dei sogni.
Non voleva addormentarsi. Voleva stare con lui, dovevano parlarsi. Almeno decidere cosa avrebbero fatto il giorno dopo. Si riscosse, cercando di mantenersi sveglia e partecipe.
"Che cosa hai in mente per i prossimi giorni?".
Questo era un altro dettaglio di cui dovevano discutere. Quanto sarebbe stato lungo il loro soggiorno? La data del suo volo di ritorno non era stata fissata. Era una decisione che aveva preso all'ultimo, senza avvisarlo. Dopo l'ultima – e unica - telefonata non si erano più sentiti. Aveva quasi del miracoloso il fatto che fosse andato tutto liscio senza nessun contrattempo.
Castle si illuminò. "Non sei troppo stanca per parlarne? Possiamo rimandare a domani".
Questo cosa significava? Che cosa aveva in mente? Untour de forcein cui avrebbero visitato qualsiasi cittadina, chiesa, museo, palazzo storico del circondario?
Sembrò che fosse proprio così. Castle si alzò dal divano, andò ad aprire un cassetto e tornò da lei pieno di grinta, passandole alcuni fogli che lei osservò con curiosità e apprensione.
Era un programma molto articolato e ben dettagliato di cosa avrebbero potuto fare, diviso per giorni, con tanto di mappe e appunti su dove eventualmente fermarsi a fare una sosta, se fossero stati troppo stanchi, o affamati. Aveva segnato anche delle alternative, da uomo previdente qual era. Kate non riusciva a credere ai suoi occhi: suo marito si era trasformato in una guida turistica.
"Non pensi che sia... troppo?". Non voleva essere scortese, era chiaro che lui si era impegnato per trovare attività piacevoli da fare insieme, ma le sembrava di essere finita nel programma giornaliero di un villaggio turistico votato al massacro degli ospiti. Dov'era il tempo per loro?
"Visto che siamo qui, perché non diamo un'occhiata ai dintorni?".
Si strinse nelle spalle, non capendo perché lei non condividesse il suo entusiasmo. "Se non ti piace e hai altre idee, dille pure", concluse un po' seccato, come se lei fosse stata una guastafeste.
Sì, lei aveva altre idee. Perché, per esempio, non buttiamo tutto nel fuoco, ci sediamo vicini, tu mi abbracci e mi dici che mi ami come prima?
Ecco quello che avrebbe voluto dire.
Quello che si costrinse a far uscire dalla sue labbra fu un sobrio: "Possiamo decidere di volta in volta, no? Potrà capitare che avremo voglia di...". Si morse un labbro.
"Di...?".
"Stare a casa. A riposare". Sottolineò con intenzione l'ultimo verbo espresso, ma Castle non colse l'allusione.
"Certo, hai ragione. Possiamo fare delle piccole pause, quando sarai stanca".
Oh, quindi le pause dovevano essere piccole. Suo marito era terrorizzato all'idea di stare da solo con lei troppo a lungo. Che cosa temeva che succedesse? Che lo seducesse contro la sua volontà?
Ne fu ferita. Razionalmente capiva tutto e poteva trovare una giustificazione al suo comportamento ritroso. Da un punto di vista solo emotivo, i suoi continui e sottili rifiuti la stavano distruggendo.
D'accordo, avrebbe voluto gridare alzandosi in piedi ad affrontarlo, ti ho lasciato, ti ho fatto soffrire e adesso non ti fidi di me. Ma questa costante tortura mi sta facendo a pezzi. Dammi un colpo in testa e facciamola finita.
Non disse niente. Ancora una volta fece silenzio, cercando di mostrarsi collaborativa e bendisposta. Tuttavia, anche lei aveva un limite e quella sera l'aveva raggiunto. Ne aveva abbastanza. Aveva bisogno di una buona notte di sonno per recuperare le energie e ricominciare il giorno dopo con il solito stillicidio.
Appoggiò la tazza sul tavolino, vicino al suo vaso di fiori. Le venne voglia di frantumarlo contro il muro e dare inizio alla più grande sfuriata del secolo, ma, come era ovvio, sarebbe stato solo un gesto insensato e inutile.
"Penso che andrò a dormire. Tu rimani pure, se hai qualcosa da fare", sorrise desiderando invece scuoterlo.
"Vengo con te", si propose subito Castle, pronto ad andarle dietro.
Si era aspettata che avrebbe colto l'occasione per fissare cupo il fuoco riflettendo su altri modi di farle sanguinare il cuore. Sì, la colpevole era lei. Lo sapeva. La storia cominciava a diventare vecchia, però.
"Metto a posto le ultime cose e arrivo. Tu vai pure".
Non serviva che glielo dicesse, era già a metà scala. Era fuggita.
Si infilò veloce sotto le coperte e spense la luce. Le lenzuola erano lisce e ben tirate, anche se ancora fredde. Si premette forte i palmi delle mani sugli occhi, per reprimere il bisogno che avvertiva di piangersi un po' addosso. Ingoiò il grumo di sofferenza che le stringeva la gola. Non faceva che piagnucolare a ogni angolo: la giornata era stata troppo impegnativa e lei non riusciva più a controllare le sue emozioni. La tensione dei giorni precedenti se ne stava andando lasciandola spossata e fragile.
Si girò su un fianco, dando le spalle alla porta, quando sentì i suoi passi avvicinarsi.
Castle si distese accanto a lei. Kate era sempre voltata dall'altra parte, fingendo di dormire. Non sarebbe stata in grado di dire una sola parola senza esplodere. Che si trattasse di lacrime o di urla, questo non era in grado di prevederlo.
Era una sensazione strana dormire di nuovo con qualcuno nel letto. Era più straniante, piuttosto, che si trattasse di lui, che lo avessero fatto per anni e che adesso se ne stessero silenziosi e rigidi, ognuno dalla propria parte, attenti a non oltrepassare i limiti. Protetta dall'oscurità, tornò a girarsi sulla schiena, fissando il soffitto. Era tesa e frustrata. Di quel passo le sarebbe stato impossibile prendere sonno.
Aveva bisogno di sentirgli dire che sarebbe andato tutto bene, anche se nessuno poteva saperlo. Non sopportava di sentirsi in preda a una solitudine così feroce, proprio mentre era accanto a lui. Ma non avrebbe tollerato un altro rifiuto.
Decise che avrebbe spostato il braccio di qualche centimetro, per farsi trovare più vicina nel caso in cui lui...
Ma non avrebbe fatto la prima mossa.
Si sentì riempire di calore e speranza quando trovò la mano di Castle ad attenderla, al centro del letto. Si sentì le guance bagnate ancora prima di capire che le era di nuovo venuto da piangere. Fece un paio di respiri soffocati, senza curarsi di asciugarle. Castle intrecciò le dita alle proprie. Kate si accorse con stupore che la sua mano si muoveva verso l'alto, trascinata da quella di Castle. Le sfiorò il polso con le labbra, e la tenne vicina, appoggiandola contro la sua bocca chiusa.
Kate si sentì rincuorata e grata che lui avesse deciso di accorciare la distanza tra loro. Forse non era pronto a farlo alla luce del sole, ma di certo lo desiderava tanto quanto lei. Un altro passo era stato fatto.
