Kate si svegliò qualche ora dopo in un letto deserto. Il passaggio dal sonno alla veglia fu così brusco – forse per via di un rumore improvviso – che non riuscì a capire subito dove si trovasse. La sensazione di smarrimento le bloccò il respiro in gola, inondandola di panico.
Per un orribile momento credette di essere da sola nel suo anonimo appartamento infelice.
Tastò alla cieca vicino a lei, per cercare il suo cellulare. Lo schermo illuminato le permise di riconoscere i i mobili intorno a lei, così il suo cuore imbizzarrito poté calmarsi. Erano da poco passate le tre del mattino, e lei non era a New York, ma in Italia. Il sollievo le corse incontro festoso. Continuava però a non avere idea di dove fosse sparito suo marito.
Forse era sceso a controllare il piano di sotto, per via dello stesso rumore che aveva allarmato anche lei. Tese l'orecchio, ma non sentì provenire alcun suono. Magari era solo andato in bagno. Dovevano essercene altri oltre a quello privato della loro stanza. Non aveva informazioni sufficienti per localizzarlo, sapeva solo che la casa era silenziosa.
Uscì malvolentieri dal caldo rifugio delle coperte, portandosi dietro il telefono per farsi luce. Si era addormentata di colpo, con la mano stretta in quella di Castle e da allora la sua coscienza non aveva registrato altro. Era praticamente svenuta. Non si sentiva del tutto lucida nemmeno adesso.
Aveva molta sete, forse per colpa dei cibi troppo salati che avevano mangiato a cena. Sarebbe andata in cucina a riempirsi un bicchiere di acqua, avrebbe cercato Castle e avrebbe aspettato che finisse qualsiasi cosa stesse facendo, per tornare a letto insieme. La prospettiva era così realistica – cosa c'era di più naturale del dormire con il proprio marito? – che la rese subito di buonumore.
Si avvolse un'ampia sciarpa sulle spalle, pescandola dalla poltrona in fondo al letto dove aveva gettato abiti e altre cianfrusaglie in un ammasso disordinato di cui non si era curata.
Era a piedi nudi e il pavimento di pietra era freddo. Rabbrividì stringendosi i lembi della sciarpa intorno al corpo.
Era andata a letto indossando qualcosa del tutto inadatto alla situazione. Se ne rendeva conto ora, così come l'aveva capito fin da quando l'aveva visto in vetrina e una forza oscura l'aveva convinta a entrare. Non era quello che si metteva di solito per andare a dormire – nemmeno quando non era da sola - , né qualcosa con cui si fosse mai sentita a proprio agio. Era troppo corto e leggero. Poteva funzionare come folle regalo di Castle, che lei avrebbe indossato solo dietro precisa richiesta e in condizioni particolari. Che esulavano in modo assoluto dal contesto presente, già gravato da incomprensioni e lontananza. Ci mancava che pensasse che volesse sedurlo in modo tanto gratuito.
Non aveva però resistito alla morbidezza della seta, quando l'aveva sentita scorrere sotto le dita. Rivendendolo, la sera prima, si era quasi vergognata di averlo portato, ma la verità era che aveva fatto i bagagli così di corsa, per lo più attanagliata dall'ansia che qualcosa andasse storto, da non avere nient'altro con cui sostituirlo.
Si era infilata sotto le coperte in fretta, proprio perchè non voleva che Castle la vedesse conciata in quel modo. Non che fosse vistoso. Era molto semplice ed elegante, lasciava solo scoperta gran parte del suo corpo.
Sospirò, sentendosi in imbarazzo. Aveva solo voluto comprarsi qualcosa di bello, una specie di portafortuna per il giorni a venire. Adesso si sentiva solo ridicola.
Si appoggiò al corrimano per aiutarsi a scendere le scale. A parte la luce fioca che lei stessa stava proiettando, e che le consentiva un raggio d'azione limitato, la casa era immersa nel buio. Buio pesto. Le parve strano che Castle si stesse aggirando al piano inferiore, impegnato a fare chissà che cosa, senza aver acceso nemmeno una luce. Se non era lì, dove poteva essere finito? Perché si era alzato?
Quando arrivò di sotto cercò a tentoni l'interruttore della luce, che doveva essere da qualche parte vicino a lei, ma un movimento impercettibile attrasse la sua attenzione e la convinse a desistere. Preferì continuare a muoversi nell'oscurità, resa meno cupa grazie alla brace vivida del caminetto.
Avanzò di qualche passo e fu così che scoprì suo marito addormentato sul divano.
Si sentì diventare di pietra. Era l'ennesimo colpo che faceva male da morire.
Fece un respiro profondo, non si sarebbe fatta prendere di nuovo dalle lacrime. Avrebbe smesso una volta per tutte di piangersi addosso. Sarebbe andata in cucina a ingurgitare dell'acqua fresca e poi avrebbe pensato al da farsi.
Bevve d'un fiato, riempiendo di nuovo il bicchiere sotto al rubinetto, la fronte appoggiata allo sportello di legno. Non sapeva più cosa fare. Se le fosse rimasto qualcosa da fare. Un passo avanti, cinque indietro. Sembravano aver raggiunto un punto di incontro, una nuova timida intimità, che lui per primo aveva cercato, e quindi accettato, e adesso erano al punto di partenza. O forse perfino più indietro. Non sopportava di dormire con lei? Era questo il problema? Aveva sempre saputo che se ne sarebbe andato, una volta che lei si fosse addormentata?
Erano interrogativi che le facevano troppo male.
Udì in lontananza il verso stridulo di una civetta, che era forse una visitatrice abituale notturna del luogo. Il suono la fece stare peggio. Sembrava gridare tutta la sua solitudine.
Appoggiò il bicchiere dentro al lavandino, cercando di non fare rumore. Non avrebbe saputo come affrontare Castle, se si fosse svegliato a causa sua.
Forse la soluzione migliore era tornare di sopra. Con un po' di fortuna il mattino dopo se lo sarebbe ritrovato nel letto, a fingere che non fosse mai andato via. Era difficile non farsi spezzare il cuore ogni volta. Anche se a quel punto avrebbe dovuto essere abituata alle coltellate inferte senza preavviso.
Rimase in piedi a guardarlo da dietro lo schienale del divano.
Era così raggomitolato nella coperta troppo corta, che lei faticava a distinguere la sagoma del suo corpo. Era immobile. Solo un breve fremito delle palpebre a segnalarle che forse stava sognando. Era pronta a tornare di sopra, ritraendosi dal desiderio di toccarlo, quando un lieve gemito, quasi impercettibile, la convinse a rimanere. Magari il sogno non era piacevole. Forse era meglio accertarsi che stesse bene e farsi trovare lì pronta a rassicurarlo, nel caso si fosse trattato di un incubo spaventoso. Non sarebbe stato forse meglio avere qualcuno che si prendesse cura di lui?
Subito una voce dentro di lei si alzò a farle notare che era solo una scusa per non andare di sopra da sola. La scacciò.
Si accoccolò sul tappeto, incuneandosi nello spazio ristretto tra il divano e il tavolino. Si tirò le ginocchia contro il petto, abbracciandole, per via dello spazio ristretto. Mise la guancia contro il cuscino del divano, su cui era appoggiata la testa di Castle, senza sfiorarlo. Lui non si mosse.
Rimase a lungo in quella posizione, sincronizzando il proprio respiro a quello di lui, nonostante il freddo e la scomodità. Il silenzio, il ritmo lento e profondo con cui inalava ed espirava e la vicinanza di Castle vinsero gli altri disagi. Scivolò in un dormiveglia confuso e agitato.
Di lì a poco sentì qualcosa toccarla sulla testa. Spalancò gli occhi, di nuovo vigile. Forse si era addormentata, ma doveva essersi trattato solo di qualche minuto di sonno molto leggero.
La mano di Castle vagava piano tra i suoi capelli, accarezzandoli piano. Non volendo muoversi, per non interrompere la magia, cercò di capire con la coda dell'occhio quali intenzioni avesse.
Voleva parlare o solo confortare lei e se stesso?
Forse era la loro nuova frontiera comunicativa. Non se ne sarebbe lamentata. Non ne aveva nessun diritto e, in più, era piacevole.
Castle rimase in silenzio, affondando le dita tra i capelli con movimenti lenti e sicuri. Kate aspettò guardinga per qualche minuto, chiedendosi quale sarebbe stata la prossima mossa, ma sembrava che le stesse solo chiedendo di rimanere ferma e farsi toccare. Forse aveva bisogno di contatto fisico ed era l'unica forma con cui poteva permetterselo.
Le stava tornando la sonnolenza che non l'aveva mai abbandonata del tutto.
Il palmo della mano, asciutto e deciso, si abbassò sulla fronte. Non era più il gesto delicato e carezzevole di poco prima ma si intravedeva una certa urgenza, e determinazione. La mano premeva scendendo con forza sul suo viso. Le disegnò con il pollice il cerchio delle labbra con un tocco più rude del solito. Proseguì stringendole la mandibola tra le dita. Se avesse forzato di più le avrebbe fatto male. Già a quel punto era sicura che sarebbero affiorati presto dei segni rossi sulla sua pelle sottile, che forse il mattino dopo sarebbero stati ancora visibili. Non cercò di frenarlo. Lasciò che la portasse dove voleva. La mano concluse il suo sopralluogo fermandosi alla base del collo, lì dove il suo cuore pulsava impazzito.
Kate non aveva idea di quello che stava succedendo, ma non voleva che smettesse.
La costrinse ad alzare la testa verso di lui e, subito dopo, subì l'assalto delle sue labbra dure ed esigenti che la costrinsero a schiudere la proprie.
L'impalpabile spallina del suo top si era abbassata. Forse era stato lui, o forse si era strappata. Cercò di farla tornare al posto di prima, ma non glielo permise.
Continuando a baciarla con notevole trasporto, di cui non si lamentava affatto, Castle si sporse su di lei, allungò un braccio, le cinse la vita e, con un gesto deciso, che non avrebbe ammesso repliche, la trascinò con sé sul divano.
Kate si aggrappò a lui per non perdere l'equilibrio, mentre sentiva le sue mani fameliche sul proprio corpo, come se la bramasse da un tempo che era stato insopportabilmente lungo. Era la stessa necessità che sentiva anche lei.
Chiuse gli occhi e si lasciò andare. Spense l'interruttore del cervello razionale e si abbandonò al piacere di avere di nuovo la sua pelle a contatto della propria e di cedere sotto al familiare peso del suo corpo che la schiacciava contro la stoffa dei cuscini. Si lasciò scappare un sospiro di profondo godimento, per il fatto di essere così vicini e di desiderarlo entrambi.
Non ci fu il tempo per ulteriori riflessioni. Tutta l'urgenza e la tensione che Castle aveva trattenuto per ore, forse per giorni, si riversò nei gesti febbrili con cui la toccava, spostandosi veloce da una zona all'altra accendendole la pelle, toglieva di mezzo gli ostacoli che ancora li separavano, come se non sopportasse di essere diviso dal più piccolo strato di tessuto, e si impadroniva della sua bocca, appena lei si staccava.
Sembrava voler riprendere possesso di ogni centimetro del suo corpo e della sua anima. Kate rispondeva d'istinto, con uguale passione e bisogno, lasciando che lui dettasse il tempo e il ritmo della loro improvvisa e inaspettata unione.
Kate si trovò a combattere contro la sensazione di qualcosa di profondo venuto a trascinarla con sé, annebbiandole la coscienza, perché voleva rimanere presente e imprimere nella memoria, per futuri momenti di desolazione, quello che stava succedendo. Come si stava sentendo. In pace. Non più sola.
Smettendo di lottare, si lasciò portar via e finì in un mondo scuro e pulsante in cui non esistevano confini tra lei e Castle. Il punto dove si erano sempre ritrovati.
Avrebbe voluto non riemergere mai. Rimanere per sempre con lui in un limbo caldo e liquido dove nessuno l'avrebbe costretta a stargli lontano.
Lo tenne stretto contro di sé molto a lungo, sfiorandolo piano sulla schiena. Non perché volesse rimanere avvinghiata a lui, come qualche ora prima all'aeroporto, ma perché, a sorpresa, era Castle che non era pronto a staccarsi da lei e a lasciarla andare.
Si era spostato quanto bastava per darle maggiore spazio, ma poi aveva affondato la testa contro il suo collo e non si era più mosso. Un braccio era rimasto abbandonato sulla sua pancia, immobile. Un tempo le avrebbe fatto il solletico, avrebbero riso, si sarebbero baciati di nuovo.
Questo era tutto quello che avevano.
I respiri rapidi e ansanti di entrambi si erano calmati. La loro pelle aveva rilasciato il calore in eccesso, cominciando a raffreddarsi. I loro cuori vicini battevano in modo meno affrettato. Kate lo abbracciò per tutto il tempo, aspettando che si riprendesse. Per infiniti minuti nessuno disse niente.
Quindi era così, pensò Kate. Questo è il nostro nuovo "Non ci parliamo". Fu il suo turno di affondare la mano tra i suoi capelli, con più tenerezza di quella che le aveva usato lui, preso dall'ardore che non era riuscito a vincere. Era quasi sicura che avesse provato a combattere contro il desiderio di lei.
Sperò che almeno non si fosse pentito, perché non sarebbe stata in grado di sopportarlo.
Lo baciò su una spalla, e poi sul collo, inebriata dalla sensazione di non doversi più controllare, trattenere, o spiare le sue reazioni. Suo marito sembrava di nuovo accessibile, come se avesse eliminato, almeno per ora, la barriera che si era imposto di mettere tra loro.
Avevano trovato un modo di comunicare.
Non era così ingenua da pensare che si fosse risolto tutto, lo dimostrava il fatto che riuscissero a stare vicini solo al buio e senza dirsi niente. Ma era molto di più di quello che si aspettava. O che credeva di meritarsi.
Castle alzò la testa per guardarla, interrompendo pensieri che stavano prendendo la solita china di tristezza e apprensione. Kate gli aggiustò la chioma spettinata. Doveva fare qualcosa, deviare l'attenzione da lei, perché non era pronta al dopo.
Quello che era successo, quello che stavano vivendo, era qualcosa di troppo prezioso perchè venisse rovinato da spiegazioni o chiarimenti. Voleva addormentarsi e lasciare intatti i ricordi perfetti di quello che avevano condiviso. Doveva tenerli al riparo per il futuro.
Castle si girò su un fianco, costringendola a fare lo stesso, per mettersi di fronte a lei. Non era facile rimanere entrambi sul divano, per quanto grande, senza che lei rischiasse di perdere la presa e scivolare all'indietro. Lui aveva lo schienale contro cui appoggiarsi, ma lei non aveva niente che la sostenesse. Le passò un braccio sotto al fianco, per permetterle di rimanere salda al proprio posto. L'altro glielo appoggiò tra la nuca e il collo, delicatamente, continuando a guardarla.
Avrebbe voluto svignarsela di sopra, e seppellirsi nel letto. Lui non poteva, per cortesia, fare finta che fosse stato un sogno, e non un incidente di percorso, come era sicura che stesse giudicando tutta la faccenda?
Forse non era stato giusto, avevano ancora tanti altri problemi da risolvere, e quello che era successo aveva aggiunto semmai un ostacolo, non di certo facilitato la soluzione. Poteva almeno lasciare che si portasse via quel momento senza per forza distruggerlo?
Se si fosse scusato o avesse detto qualcosa di altrettanto sgradevole, o se fosse semplicemente tornato il Castle composto e cortese che la incontrava al mercato per caso, lei ne sarebbe morta. Lì, sul posto. Non avrebbe saputo come raccogliere gli ultimi barlumi di dignità per guardarlo in faccia il mattino dopo.
Strizzò forte gli occhi, per escludere il mondo esterno e tornare nella beatitudine da cui lui voleva estrarla a tutti i costi.
"Sento il tuo cervello rimuginare", le sussurrò Castle all'orecchio, appoggiando la guancia sopra la sua. Eccolo che cominciava. Kate non rispose. Per conto suo, non aveva parlato nessuno.
"Kate". Rimase immobile nella sua migliore interpretazione di una lastra di marmo impossibile da spostare.
"Apri gli occhi".
"No".
Castle si mise a ridere, un suono caldo e roco. Certo, aggiungiamo pure bellezza a un momento già meraviglioso. Così il rimpianto sarà ancora più doloroso.
"Perché non vuoi aprirli?". Le parlava come se fosse stata una bambina riluttante che se ne stava nascosta nell'armadio dei cappotti.
Com'è che all'improvviso era così ciarliero? Di solito sembrava che lo sforzo di comunicare con lei fosse superiore alle sue possibilità, o ai suoi principi.
"Se li apro, tu te ne andrai via. Forse te ne sei già andato". Voleva dire qualcosa di buffo e petulante insieme, ma quello che ne uscì fu la verità nuda e cruda, espressa con un'amarezza molto autentica.
Castle si zittì. Lo sentì trattenere il fiato. Bene, il premio per aver rovinato tutto a questo giro sarebbe toccato a lei.
Kate strinse le braccia contro il petto, una barriera protettiva inconscia contro il gelo che sentiva strisciare verso di lei.
"Kate. Io ti amo sempre".
Kate sentì sprofondare il cuore in qualche punto oscuro dentro di lei dove si perse senza possibilità di ritorno.
"Ehi, non vale", protestò.
Castle fu stupito quanto lei nel sentire quello che le era uscito dalla bocca.
"Come sarebbe 'Non vale'?".
"I 'Ti amo' non hanno valore, se vengono detti durante... o dopo... da svestiti, ecco. Dovresti saperlo". Era il discorso più sconclusionato che avesse mai pronunciato ad alta voce. Si vergognò di se stessa. Aveva parlato solo mossa da un meccanismo di difesa automatico, che le imponeva di allontanarsi da riflessioni troppo oneste e potenzialmente massacranti.
"Quindi devo aspettare di dirtelo quando ti sarai messa qualcosa addosso?".
"Sì. E alla luce del giorno. Facile dirlo quando non riesco nemmeno a vederti bene in faccia". Stava blaterando cose senza senso. Qualcuno doveva fermarla.
Castle lasciò perdere le sue stramberie. Si abbassò a muovere le labbra sulle sue. Fu un bacio lento e profondo.
Kate intrecciò le gambe tra quelle di lui. La faccenda stava tornando a farsi interessante. Perlomeno non stava parlando.
"Anche io ho paura di aprire gli occhi e non trovarti". Fu una confessione brutale, del tutto inaspettata. Kate rimase di nuovo a corto di risposte sensate, ma si impose di non rovinare tutto un'altra volta uscendosene con qualcosa di sciocco.
"È per questo che... ?". Aveva raccolto tutto il suo coraggio per fargli quella domanda, sommando tutte le briciole che le erano rimaste, ma non era riuscita comunque a concludere la frase. È per questo che mi tieni lontano?
"Sì".
Dal semplice monosillabo Kate capì molte cose. Che lui non la stava punendo. Non la stava nemmeno tenendo a distanza per mancanza di fiducia o per ripicca. La verità era che avrebbe voluto che tornasse tutto come prima, ma non ce la faceva. E apprezzò lo sforzo enorme che aveva dovuto imporsi per non allontanarla del tutto e per sempre, come lo spirito di sopravvivenza, o forse la paura di soffrire, gli avrebbero consigliato. Anzi, l'aveva invitata a stare con lui, da soli e lontani da casa. Doveva essergli costato molto.
Capì anche che non bastava promettergli che sarebbe rimasta. Non a parole. Doveva convincersene di nuovo, sentirlo dentro.
Avvertì d'un tratto tutta la sofferenza che aveva causato, che era lo specchio della propria, e straziava le carni nello stesso modo. Lui non l'aveva fatta andare fin lì perché doveva perdonarla, o punirla. Dovevano guarirsi a vicenda. Avevano bisogno di tempo, non di pressioni, non di discorsi.
"Torniamo a di sopra?".
Perché aveva sempre bisogno di muoversi altrove? Le sembrava che non trovasse mai pace. Non stavano bene lì? Di nuovo il letto troppo spazioso, dove sarebbero stati ancora una volta soli?
"Possiamo dormire qui".
"È scomodo. E tu stai per cadere". Era vero, ma non le importava. Erano vicini.
Si rassegnò ad accettare perché tanto avrebbe insistito fino al mattino seguente.
Il letto era molto più ospitale di quanto non ricordasse. Si rannicchiò con piacere nelle lenzuola, pronta a scivolare di nuovo nel sonno, senza opporre nessuna resistenza, felice del fatto che Castle si era rifiutato di lasciarla sdraiata lontano da lui e se l'era trascinata vicino, aderendo contro di lei, abbracciandola da dietro, il volto affondato nei suoi capelli.
Tempo. Avevano solo bisogno di tempo. Fu il suo ultimo pensiero cosciente.
