Kate frenò lo slancio con cui si era precipitata a risalire le scale. Le due tazze colme di caffè, che teneva in mano in un equilibrio precario, minacciavano di traboccare a ogni passo, se non fosse stata più attenta.
Aveva molta fretta. Quando era sgusciata fuori dal letto, districandosi dalle braccia di Castle che l'avevano tenuta stretta per tutta la notte, o quello che ne era rimasto, l'aveva fatto solo per preparargli la colazione prima che si svegliasse, così come innumerevoli altre volte lui l'aveva sorpresa nello stesso modo, nella loro vita insieme precedente.
Quando se ne stava in piedi per interi minuti a fissarla dormire, cosa di cui l'aveva sempre rimproverato, definendola un'attività da individuo socialmente pericoloso, ma che, di nascosto, le aveva sempre fatto molto piacere.

Era anche un modo per evitare a entrambi l'imbarazzo di svegliarsi abbracciati nello stesso letto, e dover interagire senza che fosse chiaro quale comportamento si aspettavano che l'altro tenesse. Non aveva idea se i recenti accadimenti notturni, e il loro inequivocabile riavvicinamento non solo fisico, mantenessero la loro validità anche alla luce del giorno, o se svanissero per ricomparire solo al calare del sole.
Non che si lamentasse. Era stata una notte molto piacevole. Intensa. Voleva solo sapere cosa ci si aspettava da lei, per non creare tensioni e forzature.
Le sembrava auspicabile scoprire le intenzioni di Castle, che intendeva accettare senza discussioni, per dimostrare la sua buona volontà, da una posizione di vantaggio che le avrebbe permesso di nascondersi dietro alla familiare corazza, in caso di reazione avversa. Doveva pur potersi difendere.

Appoggiò il suo bottino sul mobile basso che incontrò entrando, prima di dirigersi verso la finestra per dischiudere le persiane e permettere all'opaca luce del mattino di farsi strada nella loro camera, al momento ancora immersa nel buio.
Castle dormiva ancora. Fu felice che non si fosse accorto della sua fuga. Svegliarsi in un letto vuoto poteva rivelarsi una brutta esperienza, lei ne sapeva qualcosa.
Recuperò i due caffè, evitò di inciampare nei vestiti buttati per terra, e si sedette sul bordo del letto, cercando di non infastidirlo. Avrebbe lasciato che l'aroma invitante raggiungesse l'area del cervello preposta a reagire a una buona concentrazione di caffeina di ottima qualità.
Come si aspettava, Castle aprì un occhio, richiamato dai cambiamenti che si erano operati intorno a lui. Kate vide il caffè tremare appena, per colpa delle sue mani nervose, che non riusciva a tenere ferme, nonostante gli sforzi. Se fosse stata quel genere di persona, avrebbe inviato un'esortazione a qualsiasi divinità presente nel luogo, perché non dovesse più leggere negli occhi di suo marito il distacco mostrato nei giorni precedenti.
Castle metteva a nudo tutte le sue fragilità. Non un'esperienza che le piacesse vivere a ritmo continuo.

"Buongiorno", sussurrò, le labbra incurvate nel sorriso più luminoso che le fosse venuto spontaneo da molto tempo a questa parte. Non poteva – e non voleva nemmeno – negare la gioia che le procurava il sapere di poter trascorrere del tempo con lui, da soli, senza obblighi e doveri.
Castle sembrò valutare l'idea di rimettersi a dormire, ma, dopo una piccola disputa interiore, che si palesò solo con un lieve aggrottare della fronte, decise di tornare nel regno dei vivi. Con lei.
Bofonchiò qualcosa di incomprensibile, che le sembrò una risposta al suo saluto.
Gli porse la tazza, sempre continuando a sorridere, perché non aveva idea di come fare a smettere.
Castle si mise a sedere, passandosi una mano sugli occhi per togliere di mezzo le ultime tracce di sonno lente a svanire e poi si volse verso di lei per accettare, di buon grado, il suo atto di gentilezza.
Lei lo stava studiando. Lui sapeva di essere studiato. L'attesa riempì la stanza, rischiando di soffocarla.
"Grazie. Ti sei svegliata presto?".
Dal tono Kate dedusse che era tornato il vicino cortese che si informava del giorno in cui si buttava la spazzatura. Kate strinse forte le mani intorno alla tazza bollente. Se non le avesse tenute a bada, avrebbero, di spontanea volontà, preso la strada verso i suoi capelli, per spettinarli e chissà cos'altro fare. Doveva mantenersi composta.

Non si sarebbe fatta intristire dalla sua rinnovata freddezza. L'aveva messa in conto. Era una strada accidentata e in salita, quella che avevano deciso di percorrere. Ma nessuno dei due era rimasto fermo lasciando l'altro a faticare da solo. Erano insieme. E ce l'avrebbero fatta. Si sentì insolitamente ottimista, quel mattino in cui il sole cercava di farsi strada nella nebbia autunnale.
Decise che avrebbe apprezzato quello che avevano e avrebbe sorriso. Anche se adesso se lo sentiva morire in viso. Coraggiosamente, non smise di farlo.
"Deve essere il fuso orario".
Non aggiunse che sapeva benissimo che, nei viaggi verso ovest, il problema era proprio l'opposto. L'umido si ritira il martedì. Buona giornata.
Castle bevve il caffè a piccoli sorsi. Sembrò apprezzare la bevanda, anche se lui, forse, l'avrebbe preparata meglio. Pensieroso, tornò a guardarla.
"Ti sei cambiata?".
Kate arrossì. Sì, si era tolta quel ridicolo straccio e si era messa qualcosa di più adatto. Qualcosa che la coprisse e che non fosse un plateale suggerimento ad attività inadatte al contesto.
"Mi piaceva. Ti stava bene", commentò Castle lanciandole un'occhiata di apprezzamento che non lasciava nessun dubbio su quali fossero le idee che gli stavano frullando nella mente.
Oh, quindi qualcosaera cambiato, nei fatti. Suo marito non la considerava più la sconosciuta che abitava dall'altra parte del pianerottolo.
Kate non disse niente, abbassò gli occhi in attesa di successive mosse, che lei non avrebbe ostacolato in nessun modo, ma Castle si limitò a finire il caffè e appoggiare a terra la tazza.
Si stiracchiò. Kate cercò di non farsi sorprendere a dare un'occhiata rapida ai muscoli che si delinearono sotto la maglietta.
"Pronta per il nostro programma di oggi?", le chiese appoggiando i piedi sul pavimento, deciso a dare inizio alle attività giornaliere che con tanto entusiasmo aveva pianificato.
Kate si sentì subito frustrata. Gioire delle piccole cose belle e ignorare quelle brutte non era qualcosa che le venisse semplice. Non era brava a farlo. Era impaziente e voleva avere sempre tutto sotto controllo. Aveva quasi pensato, e sperato, che ci fosse il tempo e la predisposizione d'animo adatti per indulgere in un altro genere di occupazione che non prevedeva l'uscita da quella camera. O da quel letto.
Mantenne fede al suo proposito di non farsi abbattere. "Certo. Non vedo l'ora". Non era mai stata una brava attrice. Lo capì dallo sguardo perplesso che Castle le rivolse.
Si alzarono insieme, sfiorandosi. Kate arretrò, per lasciargli spazio e non fargli pressione, lui si sporse verso di lei, per baciarla sulle labbra.
Il risultato delle loro intenzioni di segno opposto fu dolce e goffo insieme. Kate non si aspettava che lui considerasse opportuno, o desiderabile, avere quel genere di contatto. Credeva che la paura di starle vicino si affievolisse solo quando il buio rendeva più facile mostrare i suoi reali sentimenti e che si traducesse invece, di giorno, in una cauta vicinanza.
Castle le sorrise, accarezzandole una guancia, prima di scomparire in bagno.

Kate scese di sotto, con la scusa di dover mettere in ordine. In realtà per far smettere al suo cuore di galoppare. Non voleva costruire castelli in aria, preferiva rimanere in quella terra di nessuno nebulosa che ormai le era familiare. Non avrebbe sopportato di illudersi che la situazione stesse migliorando, per poi venir scacciata di nuovo tra i rovi. Avrebbe tenuto a bada la speranza.

Lasciò le tazze in cucina, raccolse la coperta che giaceva scomposta sul pavimento e la ripiegò con cura, appoggiandola sul divano. Accarezzò i petali vellutati che sprigionavano ancora nell'aria un profumo delicato.
Sentì l'acqua scorrere, Castle era entrato nella doccia e, se lo conosceva almeno un po', non sarebbe sceso tanto presto. Di raggiungerlo non se ne parlava nemmeno.
Armeggiò con il chiavistello, per aprire la massiccia porta d'ingresso e uscire a prendere un po' d'aria. Ne aveva bisogno. Respirò voluttuosamente il freddo pungente del mattino.

Il panorama si stendeva a perdita d'occhio. Il casale sorgeva in collina, tutt'intorno c'erano campi appena arati e qualche rara costruzione lontana. Nessun segno di vita. Da quel che poteva vedere, erano molto isolati, ma l'idea non era spaventosa, anzi. Era quel genere di intimità di cui avevano bisogno. A sinistra un campo di ulivi, disposti in filari ordinati, digradava verso la strada da cui erano arrivati la sera prima e che le aveva causato qualche problema di nausea. Vicino all'auto di Castle un grosso albero con i rami che si stagliavano nudi verso il cielo prometteva ombrosi e freschi pomeriggi estivi cullati dalla brezza, quando fosse stato ricoperto di foglie e frutti. Era un peccato non poter tornare quando la natura sarebbe esplosa. Non aveva dubbi che di lì a qualche mese sarebbe successo e che sarebbe stato un tripudio di colori e profumi. Riusciva già a sentire il cinguettio degli uccelli e lo stridio delle cicale.
Di fronte a un tale scenario, solo immaginato, si rilassò all'istante. Erano in vacanza. Liberi. E insieme. La miglior prospettiva possibile.

Avanzò nell'erba coperta di rugiada, incamminandosi verso uno stretto sentiero infangato che si allontanava dalla casa, girandole dietro in un'ampia curva. Lo seguì, incuriosita. Sarebbe tornata indietro prima che Castle si accorgesse della sua assenza.
Proseguì sul terreno irregolare, pieno di buche e segni lasciati da qualche trattore passato in precedenza, pentendosi di non aver indossato scarpe più adatte.
Dopo qualche minuto di buon passo, arrivò un po' ansante a una costruzione diroccata. Le sembrò trattarsi di una piccola chiesetta solitaria, che si ergeva abbandonata nella campagna circostante. Si avvicinò. Un cartello avvertiva che la costruzione era pericolante e che era vietato entrare. Toccò il muro di pietra sgretolata. La roccia si polverizzò sotto le sue dita. Una pesante trave di ferro sosteneva la traversa del portone, chiuso con un grosso lucchetto arrugginito.
Sbirciò da una delle piccole finestre decorate con colori un tempo brillanti, e ora sbiaditi, facendosi ombra con le mani, per bandire la luce che le rendeva difficoltoso guardare l'interno buio.
Vide una doppia fila simmetrica di banchi e panche di legno, un panno bianco dimenticato sull'altare, altrimenti spoglio e impolverato, e un quadro di dimensioni ragguardevoli appeso alla parete di fronte a lei. Si chiese se avesse qualche valore. Non aveva abbastanza conoscenze per esserne sicura, ma le sembrava di aver già visto sul catalogo di qualche mostra altre opere aventi lo stesso tema religioso. Era in Italia, dopotutto. L'arte era a ogni angolo della strada, lo scrivevano su tutte le guide.

Le sarebbe piaciuto entrare, anche se non era permesso. L'atmosfera doveva essere molto particolare, lo era già all'esterno. Si chiese se fosse una cappella di proprietà e perché nessuno se ne prendesse cura. Era un peccato lasciare che la natura prendesse il sopravvento, come stava già facendo, infiltrandosi tra i sassi. Girando intorno alla costruzione vide una crepa sottile tagliare in diagonale una delle pareti più lunghe, dal tetto fino alle fondamenta. Forse era stato il terremoto, o forse il terreno su cui era costruita era ceduto. Ne avrebbe parlato a Castle. Lui ne avrebbe saputo di più.
Come evocato dai suoi pensieri, suo marito si materializzò vicino a lei, facendola sobbalzare.
"Mi chiedevo dove fossi".
Non era un rimprovero, più una curiosità di sapere dove fosse finita, ma lei si sentì subito in colpa, ricordando la confidenza strappata la notte precedente: "Ho paura di aprire gli occhi e non trovarti". Invece di rassicurarlo, come prima cosa aveva pensato bene di andarsene a bighellonare in giro, senza nemmeno avvisarlo.
"Scusami. Pensavo di tornare prima che uscissi dalla doccia".
Era preoccupata di aver rovinato qualcosa tra loro. Non sarebbe mai cessata la strisciante e costante paura di commettere un errore?
Castle sembrò non dar peso alla questione.
Si sedette su un rudimentale sedile costruito con rocce di dimensioni diverse, proprio all'angolo della struttura. Da lì la vista sulla campagna era invidiabile.

"Ti piace la nostra chiesa personale?".
"Fa parte della casa?".
Kate prese posto accanto a lui, che si spostò per farle spazio.
"Sì. Insieme a tutto quello che vedi, fino alla strada".
"Perché non fanno qualcosa per tenerla in piedi? È un peccato lasciarla così".
"Forse non gli importa. O non hanno le risorse adatte", commentò Castle.
"A me importerebbe", ribatté Kate decisa. Lo stato di abbandono in cui versava le spiaceva. Era un posto tranquillo e rasserenante. Era sicura che chiunque si fosse trovato nei pressi avrebbe percepito la stessa pace che aveva sostituito dentro di lei, senza che se ne accorgesse, il tumulto degli ultimi giorni.
Castle le prese una mano, portandosela in grembo. "Importerebbe anche a me". Kate non fu del tutto sicura che si stesse riferendo soltanto all'edificio di pietra alle loro spalle. Decise, senza nessun'altra prova evidente, che stesse parlando anche del loro rapporto.
La risposta la fece sentire spericolata abbastanza da appoggiare la testa sulla sua spalla.
"Compriamola, allora".
Aveva usato il "noi" di proposito. Osando. Sfidandolo a correggerla. Non lo fece.
"Vuoi che compriamo tutta la tenuta?".
Kate dissimulò il trionfo perché non aveva sostituito il pronome personale. Che lo avesse fatto di proposito, o per abitudine, era un ottimo segno.
"Perché no? Mi piace qui. È rilassante. Ci farebbe bene".
Castle fu visibilmente sollevato nello scoprire di aver scelto la destinazione giusta. E che a lei piacesse tutto quello che aveva predisposto per loro. Non era l'unica a spiare le sue reazioni, si rese conto. Lo faceva anche lui, ogni minuto del tempo in cui stavano insieme.
La baciò tra i capelli. "D'accordo".
Non avrebbero acquistato una casa al di là dell'oceano, lo sapevano entrambi. Ma era bello sapere che ci fosse ancora spazio per sognare e progettare qualcosa di irrealizzabile, insieme.