La prima tappa dove si fermarono, una volta lasciata la casa alla volta dei loro vagabondaggi nella campagna italiana, si rivelò un locale in una tipica zona di recupero industriale, un tempo dismessa, dove Castle la condusse a "fare colazione". Lei aveva protestato ricordandogli che aveva già bevuto la loro tazza di caffè mattutina, ma lui aveva subito rettificato che quella non era una vera e propria colazione. Non in questo Paese. Non avevano infatti mangiato nulla, a differenza degli usi locali. Lei avrebbe voluto fargli presente che loro non avevano quasi mai tempo per imbandire una ricca tavola, soprattutto quando lei doveva uscire presto per un omicidio alle prime ore dell'alba.
Aveva però ritenuto saggio fare silenzio. Faticava ad accettare l'idea che fossero in vacanza e liberi di fare quello che volevano. Anche una doppia colazione.
Aveva lasciato che Castle le facesse strada, seguendolo con un rinnovato entusiasmo e curiosa di scoprire cosa avesse scovato per lei nella loro prima giornata insieme.
Se si era aspettata graziosi e intimi tavolini di ferro battuto posizionati all'aperto in uno stretto vicolo a ridosso delle mura che sembravano racchiudere ogni minuscolo paesino arroccato dei dintorni, si era sbagliata.
Castle la condusse in una caffetteria che definire strana, o sopra le righe, sarebbe stato riduttivo. Le sembrò piuttosto il caotico punto di incontro tra una piantagione coloniale creola e Versailles. Non che non avesse una sua individualità molto specifica, non si erano certo limitati a mettere insieme mobili in modo casuale. Si vedeva che c'era uno studio e una mano esperta che aveva fatto da regista. Era solo che non si aspettava di trovarlo all'interno di un edificio squadrato e anonimo.
L'insieme aveva un suo fascino che lei non stentò a riconoscergli ed era di certo l'ultimo posto in cui pensava sarebbero finiti.
Il locale era gremito. Castle doveva ritenere, come nel caso del ritrovo della sera precedente, che fosse un buon criterio di scelta. Come aveva fatto a scovarlo? Aveva seguito la folla?
Si sedettero su due poltrone massicce, rivestite di stoffa a righe bianche e verdi, di fronte a un caminetto di marmo bianco, inutilizzato, dove giacevano in pile ordinate pesanti volumi di fotografia e architettura. Ne prese subito uno, aspettandosi di trovare i consigli di arredamento stilati di proprio pugno dal Re Sole, ma fu sorpresa di scoprire, invece, che si trattava di una raccolta che aveva come protagonista Marilyn Monroe. Lo sfogliò incuriosita e, man man che voltava le pagine, sempre più interessata.
Non si accorse neppure che Castle l'aveva lasciata da sola per andare a ordinare. Né si chiese da quando riuscisse a farsi capire senza conoscere una parola di italiano. Rimase a leggere felice e concentrata, sprofondata nel suo sedile di lusso completato da enormi braccioli di legno lucido scuro. Si trovò, senza accorgersene, a passare il dito avanti e indietro sulla superficie liscia e levigata.
Alzò la testa, riemergendo dalle pagine patinate, solo quando Castle tornò da lei con un piccolo vassoio di ceramica riccamente decorato – la semplicità doveva essere un concetto estraneo ai proprietari - su cui facevano bella mostra di sé tutti i dolci del circondario. Non aveva nessun dubbio che Castle avesse avuto la precisa intenzione di svaligiare il laboratorio dello sprovveduto pasticcere che lavorava nel retro.
"Dobbiamo sfamare un esercito?", si informò sarcastica, troppo stupita per cercare una metafora più accattivante.
"No. In base al recente comportamento manifestato, direi che dobbiamo sfamare te".
Beh, era offensivo, a dirla tutta. Forse lui aveva inteso essere affettuoso e divertente, ma lei trovava un po' insultante che lui pensasse che il suo stomaco fosse un pozzo senza fondo. Aveva già capito che sarebbe diventato il tormentone della vacanza. Doveva fermarlo.
"Voglio informarti che, per quanto queste prelibatezze abbiano un'aria invitante, mi difendo con forza dall'accusa di avere un robusto appetito. Infatti, mi limiterò a bere solo dell'altro caffè", replicò compunta e molto seria, anche se le veniva da ridere.
Li interruppe il cameriere che venne a portare loro due cappuccini fumanti. Kate lo ringraziò sorridendo, ne prese uno, accingendosi ad avvicinarlo alle labbra, disdegnando il resto delle cibarie esposte che la stavano già stregando. Non gli avrebbe dato quella soddisfazione. E, in più, non aveva affatto fame.
Avrebbe giusto assaggiato l'angolo del pasticcino più piccolo, quello relegato in un angolo. Solo per educazione.
Castle non le diede retta, concentrato a scegliere con quale ghiottoneria iniziare la giornata. Kate lo osservò con un po' di apprensione, che divenne presto allarme, quando lo vide fiondarsi sicuro proprio su quello che stava puntando lei. E non si trattava di quello meno appariscente.
Con un gesto fulmineo calò su di lui e glielo portò via.
"Kate!", protestò Castle, rimasto con la mano aperta su cui fino a qualche istante prima era posato il dolce, che adesso stava spandendo la sua squisitezza delicata dentro alla bocca di lei.
"Lo vedi che mi rubi davvero il cibo dal piatto? Hai un problema. Ammettilo".
"Non ho nessun problema. Era solo quello che volevo anche io. E sapevo che me l'avresti lasciato comunque, se te lo avessi chiesto. È questo che fanno i mariti, no? L'hai promesso". Lasciò che l'intenzione delle sue parole rimanesse vaga e leggera.
"Ho solo promesso di amarti per sempre", ribatté Castle prendendo un altro dolce e nascondendolo nel tovagliolo prima che lei glielo levasse dalle mani di nuovo.
"Era sottinteso", mugugnò Kate a bocca piena, puntandogli contro la forchetta. Avrebbe poi registrato tra le sue memorie, in altra sede, la dichiarazione d'amore lasciata a far capriole in mezzo a loro. "Per quale altro motivo ti avrei sposato, altrimenti?".
"Perché sono di bell'aspetto?", scherzò Castle.
Kate finse di considerare il suggerimento con aria critica, mentre controllava che lui non sgraffignasse altri pasticcini che avrebbe voluto lei, cioè quasi tutti. Con molta magnanimità si prese quelli al cioccolato, accatastandoli sul suo piattino, lasciando a lui quelli alla frutta. Si sentì molto generosa e per niente affamata. Li mangiava solo perché erano buoni, non perché ne sentisse il bisogno.
"Sì. Credo che sia stato uno dei motivi principali. Soprattutto quando ti svegli spettinato e non hai ancora fatto la barba".
Fu ricompensata da uno sguardo lusingato. Fu il turno di Castle di tenere in piedi quella sciocca conversazione che stava facendo così bene al loro umore.
"Io ti ho sposata...".
"Perché sono alta. Sì, lo so. Tendi un po' a ripeterti", puntualizzò, rubandogli non solo il cibo, ma anche le parole di bocca.
"No. Perché sei prepotente. Vuoi sempre passare prima dalle porte".
Kate si accorse che aveva trattenuto il fiato, perché temeva che dalla menzione della sua prepotenza si sarebbe facilmente scivolati lungo la china delle sue mancanze, con rapida e immediata incursione verso le ultime vicende. Risero, ciascuno sollevato in segreto per aver evitato il pernicioso argomento, sicura fonte di discussioni spiacevoli.
Chiacchierarono sorseggiando i loro cappuccini e spartendosi quello che era rimasto sul vassoio, condividendolo di buona grazia, senza litigarselo.
Kate si accorse di ridere spesso, e di sentirsi ubriaca di belle sensazioni, proprio come se si fosse trattato del loro primo appuntamento. Che non avevano mai avuto. Si accomodò meglio appoggiandosi all'alto schienale del trono su cui era seduta, allungando le gambe che sfiorarono quelle di Castle. Lui non si spostò. La guardò invece come se volesse portarla in fretta a casa per festeggiare altrimenti la loro ritrovata spontaneità. Sembrava che riuscissero a parlarsi senza nessuna fatica e in sintonia, come non accadeva da quel giorno di due mesi prima in cui gli aveva dovuto mentire, e che aveva segnato l'inizio della fine.
"Ti prego, Rick, torniamo insieme. Riprendimi con te".
La bomba deflagrò in mezzo a loro, inaspettata anche per lei. Castle la fissò sconvolto come se avesse appena proclamato l'annessione della Polonia, lei desiderò una morte istantanea.
Forse aveva parlato per via dello stato di totale benessere che non provava da tanto tempo. O perché si stava crogiolando al calore della sua presenza. O perché lui non aveva più quei segni scuri sotto agli occhi e la fronte sempre corrugata.
Dimenticò per un istante i suoi buoni propositi e lo implorò.
Si rese conto dell'orrore che aveva combinato solo un attimo dopo aver pronunciato la frase che mai, fosse vissuta altri mille anni, aveva pensato di indirizzargli.
Doveva essere lui a deciderlo. Erano qui per questo. Lei non doveva mettere fretta, o mostrarsi impaziente. Proprio il contrario di come si era appena comportata. Il danno era fatto. Poteva solo cercare di porvi rimedio in qualche modo a lei ignoto.
"Kate".
Se fosse stato arrabbiato, o addolorato, lei avrebbe capito. L'avrebbe trovato giusto. Ma fu il tono paternalistico con cui iniziò a risponderle, come se lei fosse stata una bambina irragionevole e lui l'adulto saggio, a mandarla in bestia.
Come se lei stesse facendo i capricci. Se fosse arrivato uno dei suoi soliti sproloqui da motivatore new age lei l'avrebbe preso a sprangate sulla testa, usando l'attizzatoio alle sue spalle che aveva solo una funzione decorativa. Fino a questo momento.
Si prese la testa tra le mani, stringendo le tempie, non per disperazione, ma per trattenere l'ira gelida che le stava montando dentro.
"Rick". Il tono era teso. Controllato. L'uso del suo nome non lasciava presagire niente di buono. L'aveva usato apposta.
"È troppo presto", la interruppe, scortese. La sentenza espressa con un tono che a lei sembrò compiaciuto e odioso la fece imbufalire.
"Non è troppo presto", sbottò furibonda.
Perché finivano sempre a discutere nei locali pubblici, dove non potevano tirarsi le sedie addosso? Era una mossa strategica di Castle? Si pentì subito di un pensiero così meschino. Non capiva da dove le arrivasse tutta quella rabbia e perché il controllo di se stessa fosse volato fuori dalla finestra.
"Sei arrivata ieri sera", continuò Castle, la voce ridotta a un sibilo, per marcare ancora di più la differenza tra le loro reazioni. Lui era impassibile, lei era ridotta a uno straccio sguaiato.
"Sono arrivata ieri sera. È vero...". Meglio essere conciliante. Si protese verso di lui. I capelli le scesero a coprirle il viso, lei li scostò bruscamente, provocandosi una fitta di dolore.
Castle si era ritratto il più lontano da lei, le mani stringevano entrambi i braccioli, l'unico segnale di tensione evidente. Rimase in silenzio, gli occhi stretti in una fessura sottile che non prometteva niente di buono. Perché era ostile? Quando era diventato un nemico?
"Ma nel frattempo sono successe diverse cose che...", fece una pausa per prendere fiato e far sì che lui avesse ben presente a cosa si riferisse con diverse cose. "Che secondo me hanno cambiato la situazione. Siamo sposati. Ci amiamo. Ridiamo. Ci divertiamo. Stiano bene insieme come lo siamo sempre stati. È solo successo prima di quanto ci aspettassimo. O ti aspettassi tu. Che cosa manca, ancora, per convincerti a riprendermi con te?".
La sua lunga tirata ben espressa e molto razionale, almeno alle sue orecchie, non ebbe nessun effetto se non quello di irrigidirlo ancora di più.
"Si parla sempre di te, vero? Si deve sempre fare quello che vuoi tu. Con i tuoi tempi. Te ne vai e torni, come e quando ti pare. E se le cose non vanno secondo i tuoi desideri, ti metti a sbraitare. Mi sorprende che tu non sia ancora uscita dalla porta. Vuoi mollarmi anche questa volta?".
Kate lo fissò impietrita. Non doveva piangere. Perché le veniva sempre da piangere?
Non le aveva mai parlato così. Non si era mai comportato così. Ed era ingiusto. Lei non sbraitava mai, per prima cosa. E se ne era andata per proteggerlo. Perché non capiva che non avrebbe sopportato se gli fosse capitato qualcosa? Se fosse morto per colpa sua?
Piegò con molta cura il tovagliolo. In due parti, poi altre due, poi ancora finché fu possibile torcere il pezzo di carta. Non lo guardò mai negli occhi. O glieli avrebbe cavati.
Si sentiva svuotata. Triste. Disillusa. Non sapeva chi aveva davanti. Chi era suo marito?
"È per questo che sono qui, Rick? Perché devo passare quello che hai passato tu? Vuoi tenermi a distanza per farmi provare come ti sei sentito? Pensi che io non abbia sofferto tanto quanto te, solo perché la decisione l'ho presa io?". Parlava con molta amarezza. Non si curò di nascondere le sue ferite.
Si alzò in piedi.
"Questa è una ripicca, Rick. Non è più un matrimonio. Non sono venuta qui per questo".
Con molta calma, per dimostrargli che non era una fuga, si rimise il cappotto, prese la sua borsa, e se ne tornò in auto, piantandolo in asso.
