Kate era seduta sul divano. Fissava il caminetto, assorta, la tazza stretta tra le mani. La pioggia battente cadeva ritmica dalla sera precedente. La sentiva picchiettare implacabile sulle tegole del pergolato esterno. Le stava riempiendo di una piacevole sonnolenza, alla quale si sarebbe lasciata andare volentieri, se non fosse stato che era sola in casa, e che stava aspettando il ritorno di Castle.
Quella mattina si era svegliata cullata dal mormorio ipnotico delle gocce sul tetto e aveva deciso che quel giorno avrebbero sospeso le loro avventure turistiche e si sarebbero presi una pausa.
Non le importava se Castle, come era probabile, non sarebbe stato d'accordo. Nei giorni precedenti l'aveva trascinata ovunque, incurante del fatto che lei lo implorasse, a intervalli sempre più ravvicinati, di lasciare che si sedesse per qualche minuto, per riprendere fiato. Da quando suo marito era più allenato di lei?
Avevano scarpinato su numerosi acciottolati irregolari, rischiando di inciampare più volte, avevano visitato piccole chiese e famose basiliche, sempre a testa in su fino a farsi venire il torcicollo e l'aveva costretta a salire su tutte le torri e i campanili visitabili in cui si erano imbattuti. Purché fossero in alto. Ormai le strette scale a chiocciola di pietra umida, che giravano su se stesse con un angolo così stretto da farle venire le vertigini, si confondevano nella sua mente.
Castle, insospettabilmente agile, l'aveva sempre spronata a continuare ad andare avanti, anche quando avrebbe voluto cedere e lasciare che ci andasse da solo, se ci teneva così tanto. Non glielo aveva mai permesso; erano sempre arrivati in cima e, doveva ammetterlo, la vista l'aveva ripagata di tutta la fatica, ogni volta.
Erano stati giorni inaspettati, e intensi. Aveva avuto spesso la netta percezione che Castle si stesse sforzando di esserle più accessibile. E lo era stato, almeno fisicamente. Dal momento in cui l'aveva aiutata ad alzarsi dalla roccia su cui era seduta di fronte al lago, perché tornassero insieme in auto, aveva cercato di non farla più sentire respinta.
Si era chiesta spesso se non fosse tutto sbagliato, se non si rischiasse di peggiorare la loro situazione già incerta. La persone innamorate sul serio non devono costringersi a fare quello che non sentono, così aveva sempre pensato e ne era ancora convinta.
Doveva ammettere che però aveva funzionato. Si era ammorbidito, si era reso più avvicinabile. Lei ormai non si chiedeva più se fosse il caso di sfiorarlo, o se il contatto fisico lo avrebbe infastidito. Non gli toglieva le mani di dosso.
Rimaneva, però, molto non detto. Non avevano mai più parlato a cuore aperto e questo, se non li portava più vicini a una soluzione concreta, aveva in ogni caso permesso loro di godersi quello che avevano. Per brevi istanti, che erano durati sempre più a lungo, Kate si era illusa che non esistesse altro se non il momento presente. E in quello erano uniti, come prima.
Quel giorno, l'ultimo in cui aveva pianto, ponendo fine ai suoi insoliti crolli emotivi, e l'ultimo in cui si erano fatti del male, si era accorta, scrutando l'orizzonte, che nel lago c'era un isola. Più di una, l'aveva corretta Castle, diventato all'improvviso esperto conoscitore del posto. Aveva chiesto se ci fosse un modo per raggiungerla e se fosse prevista una visita almeno a uno di quei rifugi rocciosi, nel suo programma così rigido. Lui le aveva risposto che potevano fare tutto quello che volevano e lei aveva avuto una vaga reminiscenza del vecchio Castle, un tempo disposto a portarla illegalmente oltre la frontiera canadese e diventare latitante con lei, pur di metterla in salvo.
Il piccolo molo da cui partivano i traghetti si era presentato deserto davanti ai loro occhi. Erano arrivati giusto in tempo per prendere una delle rare corse giornaliere che partivano alla volta dell'isola durante la bassa stagione. Avevano comprato in fretta i biglietti ed erano corsi sul pontile dandosi la mano. Appena avevano messo piede sull'imbarcazione, la sirena aveva annunciato la partenza.
Castle si era diretto verso l'interno, più riparato, ma lei era sgusciata via, preferendo rimanere fuori a sentire il vento sulle guance, che le dava una piacevole sensazione di libertà. Era stato anche un modo per dargli spazio. Aveva temuto che lui avrebbe presto raggiunto il limite di tolleranza alla sua presenza continua. Aveva avuto tante paure di quel tipo, stupidamente.
Era molto freddo ma ne era valsa la pena. Era rimasta appoggiata al parapetto a fissare un punto dell'orizzonte, mentre il traghetto faceva un giro largo per avvicinarsi al molo di una delle isole, dentro a un'invisibile insenatura. Non ricordava nemmeno quale destinazione avessero scelto. Non era importante.
Castle l'aveva raggiunta, con ancora i biglietti i mano, senza dire niente. L'aveva abbracciata da dietro, avvolgendola per riscaldarla, ed erano rimasti in silenzio mentre solcavano le acque calme del lago e la loro meta si faceva sempre più vicina.
Era rimasta tesa, aggrappata alla sbarra arrugginita perché non sapeva cosa pensare di quelle effusioni pubbliche, così diverse dal tipico atteggiamento di Castle degli ultimi tempi.
Aveva chiuso gli occhi quando il mento di lui si era appoggiato alla sua spalla e aveva trattenuto il respiro quando aveva lui aveva premuto le labbra sul suo collo. A quel punto era stato necessario che la sorreggesse, oltre che tenerla al caldo. Aveva preferito farsi piccola e rimanere immobile perché il cambiamento era stato così repentino da renderla incapace di reagire. Si era aspettata che fosse solo un cedimento momentaneo, ma si era rivelato invece un nuovo atteggiamento che Castle aveva mantenuto, nel corso della giornata, quando erano risaliti lungo il viale principale, pieno di botteghe antiche e minuscoli negozi, fino in cima alla collina, per visitare le rovine.
A una a una erano crollate tutte le barriere che Castle aveva innalzato per proteggersi da lei. A sua volta, lei si era lasciata andare, prima con circospezione, allungando una mano esitante pronta a ritrarla in caso di rifiuto, che non era mai arrivato, e poi sempre più sicura. Nelle stradine deserte si erano comportati come se si fossero appena innamorati e il mondo fosse stato ai loro piedi.
Non rammentava di preciso cosa avessero visitato, quel giorno, perché tutto quello che le veniva in mente erano i loro baci, ovunque, senza cercare luoghi appartati. Le mani sotto al cappotto a stringerla e le braccia intorno al collo che con tanta naturalezza alzava ogni volta che lui la tirava contro di sé.
Era sembrato che non fossero in grado di fare più di qualche passo senza toccarsi, sfiorarsi o avvicinare le loro teste per raccontarsi qualche stupidaggine senza importanza.
Avevano pranzato in un ristorantino che conteneva a malapena una decina di tavoli, buio e intimo, dove nessuno li aveva disturbati. Erano entrati intirizziti dal vento sferzante, ed erano rimasti fino a metà pomeriggio, senza rendersi conto del tempo che scorreva veloce. Avevano mangiato, chiacchierato, riso.
Erano riusciti a prendere il traghetto che li avrebbe riportati sulla terraferma solo per un soffio e correndo senza fiato.
Erano rimasti sul ponte esterno, come all'andata. Abbracciandosi e baciandosi, con gli spruzzi che ogni tanto li colpivano a tradimento, interrompendoli. Kate, con la testa nascosta nel colletto del suo cappotto, aveva temuto che qualcuno sarebbe uscito a dir loro di smetterla di stare appiccicati, invitandoli a darsi un contegno, non erano forse adulti? Invece, con sua sorpresa, li avevano lasciati in pace. Nessuno si era lamentato, come se stessero tutti cospirando per far tornare il loro amore a brillare della luce che gli era naturale.
Lei non ricordava nemmeno come avessero fatto a tornare all'auto. In quale momento avevano smesso di baciarsi? Dovevano aver preso una pausa, se Castle era riuscito a portarli sani e salvi a casa.
Avevano avuto progetti per la serata che avevano deciso di comune accordo, senza necessità di dirselo, di mandare all'aria.
All'improvviso non avevano più avuto freddo, o fame, o altre necessità impellenti da soddisfare se non quella di chiudere la porta a chiave, lasciar fuori l'oscurità, e salire nella loro camera, tenendosi per mano.
Non c'era stata rabbia, né struggimento, né bisogni da colmare. Era stato tutto naturale, dolce e lento. Calmo come il mare nelle pigre mattine d'estate. Era durato fino al mattino dopo, in un continuo assopirsi e risvegliarsi e continuare ad amarsi.
Kate era entrata e uscita spesso da un dormiveglia confuso e irrequieto in cui le era bastato sentire il braccio di Castle appoggiato possessivamente sul suo corpo per tacitare di colpo il sottile senso di ansia che l'aveva accompagnata in tutte le settimane, e poi mesi, senza di lui.
Aveva smesso di sentirsi sola, e angosciata. Si era languidamente abbandonata tra le sue braccia, in quella lunga notte, trovando sempre il sorriso di Castle ad aspettarla, quando aveva aperto gli occhi e sorridendogli a sua volta quando non si era fatta scrupolo di svegliarlo, impaziente di tornare a sentirlo dentro di sé, come se avesse saputo, in qualche oscura e istintiva parte di lei, che quello era l'unico modo che avevano, per il momento, di chiudere le loro ferite.
Con la testa appoggiata sul suo petto, in un groviglio disordinato di braccia e lenzuola, non aveva saputo dire dove finiva il suo corpo e dove iniziava quello di lui.
Aveva ascoltato a occhi chiusi il suo cuore battere regolare. Aveva infilato la testa tra il cuscino e il suo collo perché il corpo di suo marito diventasse l'unico confine del suo mondo. Aveva lasciato che lui le affondasse le mani tra i capelli, mentre la baciava.
I giorni successivi erano stati una variante di quella prima notte della loro nuova vita, con la differenza che qualche volta si erano costretti a rimanere fuori a cena, continuando a fissarsi in modo inequivocabile e a guardare l'orologio, senza cedere al bisogno fuggire, lasciando i piatti intatti. All'improvviso la fame di Kate si era placata. Viveva per le loro lunghe e infinite notti.
