Castle non era ancora tornato. Era via da molto tempo, Kate cominciò a impensierirsi. Controllò il telefono usa e getta che lui le aveva fatto pervenire, e che non aveva mai usato. Non era mai stato necessario.
Loro due erano sempre stati insieme e quindi non le era mai servito, non le era interessato contattare il resto del mondo. Qualche volta aveva pensato, provando un po' di senso di colpa, che avrebbe dovuto informarsi almeno riguardo a quello che stava succedendo al distretto. Aveva dato il suo nuovo numero di telefono solo a una persona, l'unica di cui potesse fidarsi, e che non aveva fatto domande. In caso di emergenza sapeva che non avrebbe esitato a comunicare con lei. Finora non aveva mai ricevuto chiamate, segno che stava andando tutto bene, se la stavano cavando da soli.
Si chiese per quanti giorni sarebbero ancora rimasti. Non lo sapeva e non osava fare la domanda ad alta voce. Non osava nemmeno porla a se stessa. Andava avanti fingendo che fosse tutto quello che avevano. E forse era proprio così.

Si alzò dal divano e andò a controllare dalla finestrella verticale vicino alla porta. Scostò la tenda di cotone bianco, ricamata a punti sottili. Da lì si riusciva a vedere la strada per un lungo tratto, ma di Castle nessuna traccia.
Era tutta colpa sua. A quell'ora avrebbero potuto starsene rilassati a godersi la pace della giornata.
A un tratto le era venuto l'assurdo desiderio di preparare una torta. Di mele. Proprio lei che avrebbe piuttosto preferito stare chiusa per ore dentro alla sala interrogatori, a cercare di far cedere un sospettato particolarmente tenace.
Castle aveva cercato di dissuaderla. Non sarebbe stato meglio uscire di casa, prendere un po' d'aria e finire in qualche pasticceria, magari a bere una cioccolata bollente e scegliere tra un vasto assortimento di torte quella che le ispirava di più?
L'aveva seguita fino in cucina, mentre lei apriva cassetti e sportelli per valutare quello che avevano in casa e che cosa le sarebbe servito.
Kate aveva finto di indignarsi. Suo marito non la riteneva in grado di cimentarsi con una torta? Grazie tante per la fiducia. Aveva parlato brandendo una paletta piatta di cui non conosceva la funzione, ma che le sembrava adatta per la circostanza.
No, certo che ti credo capace di cucinare, tesoro. Si era affrettato a contraddirla, per cancellare nella sua mente l'onta di essere stata accusata di non saper fare qualcosa. A Katherine Beckett viene bene tutto, aveva cercato di lusingarla.
La verità era che aveva ragione. Non aveva idea di come fare. Ma non poteva essere tanto difficile. Lei aveva lavorato all'FBI. Poteva non essere in grado di cavarsela di fronte a un compito così semplice? Erano capaci tutti. Bastava trovare una ricetta e seguirla in modo preciso e ordinato. Che osa poteva andare storto?
Nel frattempo si era appuntata in un angolo della mente quel "tesoro" lasciato scivolare fuori in modo tanto naturale, senza che lui se ne rendesse conto. Lei aveva colto e fatto silenzio. Castle non la chiamava con nomignoli affettuosi da quando se ne era andata.

Si era perfino offerto di farla lui. O di aiutarla. Lei l'aveva redarguito con un'occhiataccia e lui si era rassegnato. Non gli aveva spiegato, perché non lo sapeva lei stessa, da dove venisse quel bisogno viscerale di riempire la casa di profumo di dolce alle mele, proprio come quando era piccola. Di aspettare che l'impasto lievitasse e si trasformasse in qualcosa di fragrante e irresistibile.
"Perché devi farlo da sola? Facciamolo insieme", le aveva proposto ancora una volta, senza cedere. Non l'aveva fatto neanche lei.
Kate non aveva compreso perché la ritenesse tanto inetta dietro ai fornelli. In passato gli aveva preparato pasti regolari dopo l'incidente con gli sci. Qualcosa di semplice, d'accordo, ma che l'aveva sfamato e fatto sopravvivere.
Il problema era che forse non voleva perdere il suo ruolo primario di uomo che la nutriva? All'improvviso si era ricordata di quando non aveva voluto confessarle quale fosse l'ingrediente segreto grazie al quale l'aveva fatta diventare dipendente dai suoi caffè. Se te lo svelo non avrai più bisogno di me. Allora non dirmelo.
Rammentava molto bene il loro scambio e come le si era stretto il cuore quando l'aveva visto seduto sulla sua vecchia scrivania, ad aspettarla con una tazza in mano, e l'aveva rassicurata che era solo un gesto di conforto dopo una lunga giornata, non un agguato per convincerla a tornare con lui.
Kate aveva scosso la testa per scacciare i brutti ricordi. Era tutto passato. Erano insieme.

Quando si era reso conto che lei non era intenzionata ad abbandonare l'idea del suo progetto, aveva fatto l'ultimo, disperato, tentativo. Sarebbe andato lui a prendere gli ingredienti. Poteva permettergli di fare almeno questo? L'aveva visto così speranzoso e abbattuto insieme, che si era dovuta trattenere dal buttargli le braccia al collo, altrimenti sarebbero finiti di nuovo di sopra e tanti saluti alla torta. Non riusciva a capire perché fosse diventata così sentimentale. Castle però sembrava apprezzare. Forse non l'aveva mai vista tanto trasparente nel dimostrargli quello che provava per lui.
Kate sospirò. Aveva dato per scontate molte cose tra di loro, ma era sua ferma intenzione impegnarsi a essere grata di averlo ancora tenacemente presente nella sua vita e a esprimere sempre quello che provava per lui. Anche se andava contro la sua natura.

Perché ci metteva così tanto? L'avevano trattenuto a lavorare come fruttivendolo, usando il suo bell'aspetto per attirare clienti?
Aveva lasciato che uscisse lui sotto la pioggia, invece che andarci da sola, proprio per far sì che si rendesse utile in qualche modo. Dopo una rapida ricerca in rete, si era segnata quello che mancava, e che era invece necessario, e aveva appuntato l'esatto tipo di mele che le sarebbero servite. Di quelle era certa, le ricordava bene dalla sua infanzia. Gli aveva ripetuto più volte che doveva comprarle di quella forma e colore e di non tornare con qualche sostituto non adatto. Forse non le aveva trovate, nel negozietto dove erano passati qualche volta a fare la spesa, e si era dovuto spingere più lontano. Forse le strade erano diventate impraticabili, per via della pioggia. O forse qualche commessa troppo zelante lo stava trattenendo con la scusa di essergli d'aiuto. Si inquietò. Castle stava avendo un po' troppo successo tra le donne del posto, molto più che a casa, dove già la risposta femminile al suo fascino non era da considerarsi trascurabile.

Dopo una decina di minuti sentì con sollievo il rumore della ghiaia sotto le ruote dell'auto. Si affacciò di nuovo. Era tornato e stava correndo verso l'ingresso con più pacchetti e borse di quanti si aspettasse. Mistero risolto. Aveva di nuovo svaligiato qualche supermercato.
Gli aprì la porta lei stessa, per non fargli perdere tempo a cercare le chiavi. Fu accolta da un grande sorriso, schizzi di pioggia e la solita vitalità di suo marito che sembrò riempire la casa altrimenti vuota e tetra.
"Ehi", la baciò con labbra che sapevano di caffè. "Scusa il ritardo. Il vicino mi ha fermato per darmi questo". Le mise tra le braccia un pacco avvolto da uno spesso telo di stoffa, legato con un nastrino dorato. Si trattava di certo di qualcosa di commestibile. Non era la prima volta che venivano riforniti di prodotti locali, senza averne fatto richiesta. Avevano sempre sorriso e ringraziato, senza dare troppa confidenza. Non perché fossero schivi, ma perché avevano bisogno di stare da soli.
Doveva essere un'usanza del posto. Spostò i lembi del tessuto, scoprendo una torta rotonda che, invece di essere dolce, era salata. Ne assaggiò un pezzetto. Era formaggio quello sbriciolato nell'impasto?
"Sua moglie si è alzata all'alba per tre mattine, per prepararla", la informò togliendosi la giacca.
"Tutto questo disturbo per darla a noi?". Kate era già all'erta per la menzione di un soggetto femminile. Adesso si erano messe a cucinare per lui?
"No", Castle rise, prima di vedere l'espressione incupita del suo viso. "La cucinano in questo periodo per i loro parenti. Sono stati tanto gentili da tenerne una per noi".
Le appoggiò le mani sulle spalle, costringendola a guardarlo. "Non è un modo per sedurmi, come temi che faccia chiunque".
"Lo temo per un motivo reale. Sbaglio o ti hanno invitato a bere un caffè?".
"Come fai a sapere...?". Castle era sbalordito.
"Ero un detective, prima di diventare capitano", commentò asciutta.
"Sì, hanno insistito per offrirmi almeno un caffè e ho accettato. Mi sembrava il minimo. Sono sempre stati gentili con noi".
Certo. Gentili. Adesso si diceva così. Lo fissò torva.
"Sei sexy quando sei gelosa". Non l'avrebbe blandita con un po' di voce roca e occhi ammiccanti. Non si sarebbe data via per così poco.
"Non sono gelosa", replicò simulando indifferenza. "Mi limito a riassumere i fatti".
Gli diede le spalle. "Adesso ho del lavoro da fare", gli annunciò sostenuta.
"Posso venire con te?".
"No".
Con quel secco diniego lo spinse fuori dalla sua cucina. Sua almeno per le prossime ore.

Nonostante tutta la sua buona volontà, preparare la torta non si rivelò così facile come aveva creduto. Eppure aveva seguito la ricetta passo per passo, pensò desolata e sul punto di farsi prendere dalla disperazione.
Aveva sbucciato e tagliato le mele, senza spiluccare. Aveva allineato gli ingredienti davanti a lei. Li aveva perfino fotografati, tanto era stata orgogliosa. Aveva impastato, mescolato, unito, tutto secondo le regole. Il forno era stato acceso alla temperatura giusta. Forse la ricetta era sbagliata in partenza? O lei una catastrofe in cucina, constatò osservando il disastro che si trovò tra le mani dopo qualche tempo.
Il profumo che aleggiava in cucina non era quello che aveva pregustato. Non invogliava nessuno a correre in casa per sedersi a chiacchierare davanti al camino. Non osò assaggiarla, ma già dall'aspetto si vedeva che non era commestibile.
Con la teglia stretta contro il petto si lasciò scivolare con la schiena contro la credenza di legno antico. Doveva dichiarare la disfatta. Il contenitore le scivolò di mano e cadde a terra, producendo un rumore di sconfitta.
Chi l'avrebbe detto a Castle adesso? Aveva ubbidito ai suoi ordini ed era rimasto lontano da lei, per non disturbarla e non innervosirla.
Il trambusto attirò suo marito, che avanzò rapido verso di lei, preoccupato dal vederla seduta sul pavimento.
"Che cosa c'è, Kate? È successo qualcosa?".
A suo onore Kate riconobbe che aveva solo lanciato un'occhiata al risultato dei suo sforzi – non poteva in tutta onestà chiamarla torta – ed era riuscito a rimanere impassibile.
Lei si coprì gli occhi con le mani e non disse niente.
Castle raccolse la teglia e la mise al riparo sul tavolo, prima di sedersi a terra accanto a lei. Kate si appoggiò alla sua spalla.
"Volevo farti una torta di mele", esclamò con voce piagnucolosa, come se quella frase ovvia potesse spiegare tutto.
Castle la baciò su una tempia. "Lo so. Grazie", mormorò.
Non aggiunse altro, sapendo che altrimenti lei se lo sarebbe mangiato vivo.
"È venuto un orrore", ammise in un sussurro.
Castle doveva di certo sapere che per lei non era facile non essere brava in tutto. Si impegnava al massimo delle sue possibilità e i risultati erano sempre arrivati. Tranne in questo caso.
Le passò un braccio intorno alle spalle. Kate si rifugiò nel suo petto.
"Mi dispiace averti mandato in giro per la campagna allagata a farti concupire dalle tutte le donne della regione", continuò con tono lugubre.
Castle fece una smorfia. "Dove sarebbero tutte queste donne che...". Non concluse, per via degli istinti omicidi che le lesse in volto.
"Perché volevi farmi una torta?", le domandò con voce così affettuosa che la fece stare peggio. Era stato felice, quindi, della sua idea. Peccato che fosse andata in fumo.
"Perché è quello che fanno le mogli", rispose veemente.
Castle si mise a ridere. "Da quando?".
Kate si irritò. "Non c'è bisogno di...", iniziò agguerrita.
"D'accordo, d'accordo", la fermò subito. "I mariti escono a caccia e le mogli stanno a casa a preparare le torte". Si stava prendendo gioco di lei. Lasciò correre perché le era venuto un pensiero folle e inaspettato.
"Rimaniamo qui", gli propose implorante parlando contro la sua camicia.
"Qui?". Castle era stupito.
"Sì. Tu scrivi e io... ", cosa poteva fare per convincerlo? "Imparo a cucinare. Te lo prometto. Ti faccio anche le conserve. E l'orto. Ti congelo gli spinaci per l'inverno. E anche quei cosi dentro al baccello". Più ci pensava e meno le sembrava attuabile. E per questo ancora più desiderabile. Anche se non sapeva i nomi delle verdure.
Castle non rispose e la tenne stretta. Forse stava valutando la sua proposta. Sarebbe stato tanto brutto vivere un'esistenza rilassata e tranquilla lontana dai pericoli di casa? Si rispose da sola: dopo qualche tempo sarebbe impazzita. L'immagine però era bella lo stesso.
Dopo qualche tempo Castle si girò a guardarla. Era molto serio.
"Qual è il tuo piano?", volle sapere.
Kate rimase interdetta. L'aveva presa sul serio?
"No, non qui. A casa. Come faremo con la finta separazione e le indagini segrete su LokSat? Qual è il mio ruolo?".
Kate rimase di stuccò. Provò a parlare ma non uscì nessun suono. Morì e risorse senza mai lasciare la pietra dura e fredda del pavimento. Boccheggiò. L'aveva perdonata? La stava riaccogliendo? Era finito il loro tormento?
Si tuffò su di lui stritolandolo, Castle si lamentò, ridendo.
Quando riuscì a tornare in sé le venne un dubbio. "Significa che vuoi tornare a New York? Adesso?".
"No". Capì che lui non ci aveva nemmeno pensato. "A meno che non debba o voglia farlo tu".
Lei scosse la testa vigorosamente. Voleva passare ancora qualche giorno con lui, nel loro mondo protetto e inaccessibile.
"Ok", mormorò prima di baciarla. "Sono passato a prendere una torta di mele", le confessò muovendo le labbra sulle sue.
"Che cosa?!". Kate si stupì, ma seppe che non avrebbe dovuto. Era così tipico di lui.
"Prima di tornare qui sono andato in quel bar dove ti ho portato la prima mattina e ho comprato una torta intera. È lì che ho bevuto il caffè, non sono andato dai vicini".
Kate si girò furibonda a cercare un oggetto contundente con cui colpirlo ripetutamente. Lui le bloccò le braccia prima che trovasse quello che stava cercando.
"Non potevo dirtelo. Ti saresti arrabbiata".
In quanto a quello, non era di buon umore nemmeno adesso. Non si era fidato delle sue capacità.
Ma lo perdonò con grande bontà d'animo quando si ritrovò accoccolata vicino a lui, sotto la coperta e con la torta di mele più buona che avesse mai mangiato.