Kate si appoggiò al muretto che le arrivava fino alla vita e lanciò un'occhiata di sotto. Era solo un modo per prendere fiato dopo l'ultima discesa dalla pendenza così ripida e il selciato tanto scivoloso da farle temere che sarebbe caduta rovinosamente a terra da un momento all'altro, sotto gli occhi di tutti.
Castle aveva continuato a dirle che era tutta colpa di quei tacchi che ostinava a mettersi, ogni volta che l'aveva afferrata prima che capitombolasse giù dai gradini.
I tacchi non c'entravano niente, gli aveva risposto piccata. Erano quelle stradine che scendevano dalla collina a essere state progettate da una mente diabolica. Si chiese come facesse la gente quando pioveva, con la pietra bagnata e sdrucciolevole o, ancora peggio, quando nevicava.
Che quella giornata si sarebbe rivelata un'impresa ardua l'aveva capito fin da quando Castle aveva parcheggiato fuori dalle mura della cittadina arroccata in cima a un pendio.
All'inizio era stata troppo distratta a osservare il panorama della campagna sottostante, che riempiva lo sguardo fino all'orizzonte. C'era un po' di foschia, l'orizzonte si confondeva con il cielo biancastro. Si era accorta all'ultimo che Castle si era diretto verso una delle entrate principali, e l'aveva raggiunto correndo, rischiando di inciampare in una delle radici nodose che sbucavano dall'asfalto.
Quando si era accorta di quanto fosse impervia la salita, si era quasi rifiutata di seguirlo. Doveva esserci un altro modo per accedere alla piazza principale, la gente non poteva davvero farsela a piedi. Non tutti, perlomeno.
Cos'era, una specie di via crucis per mettere alla prova la loro fede? No, aveva riso Castle. Però c'era in effetti una via crucis reale lungo la strada che portava alla basilica. Quale basilica, Castle? Quella più in alto. E non era finita lì, aveva aggiunto sibillino. Più sopra ancora c'era una fortezza, ma non l'avrebbero visitata. Era chiusa. Bene, aveva pensato Kate tra sé, uscendosene invece con un: "Oh, che peccato", che non aveva convinto nessuno.
"Fosse per te, Beckett, ce ne staremmo in casa per tutto il tempo". Da quando era una brutta idea? Finalmente suo marito l'aveva capito.

Si era rassegnata e gli era andata dietro. Non era stato così faticoso risalire il viale di accesso. C'erano molti negozietti, in cui era voluta entrare a curiosare, rallentando di fatto la scarpinata. In più Castle le aveva tenuto un braccio sulla schiena con il secondo fine, non molto ben occultato, di spingerla in avanti. Gli era stata grata, anche se per orgoglio avrebbe voluto dimostrargli che ce la faceva benissimo. O forse sarebbero stati graditi dei cani da slitta. Aveva già visto qualche proprietario farsi dare una mano da quattro zampe allenate che sgambettavano senza fatica.
Una volta arrivati in cima si era detta felice di aver fatto lo sforzo. Aveva amato la scenografia che era apparsa davanti ai loro occhi: una piazza circolare, con i palazzi storici molto antichi a fare da sfondo e una scalinata centrale su cui bivaccavano turisti intenti a riposare dopo la fatica, o a scattare fotografie. Nonostante la giornata nuvolosa, il posto era pieno di gente. Si erano confusi nell'anonimato della folla, avevano passeggiato pigramente e si erano fermati ad ammirare gli scorci dei vicoli con le case addossate una sull'altra. Come era ovvio quando suo marito si metteva in testa qualcosa, erano saliti fino alla chiesa superiore, prendendo un sentiero esterno ed erano arrivati boccheggiando fino alla fine.
Dopo sarebbe stata tutta discesa, l'aveva rassicurata Castle. Peccato che avesse rischiato in più punti di dover dire addio alle sue ginocchia.

Kate era contenta. Non quella felicità euforica che arrivava come un'onda e ti portava in alto solo per farti precipitare nella tristezza del dopo sbornia. Non si svegliava più con il respiro corto e non temeva più che la sua vita, costruita con tanta fatica, scivolasse via come sabbia tra le dita.
Non sapeva come si sarebbero comportati una volta a casa. Non avevano fatto progetti. Dopo essere stata con lui giorno e notte temeva che sarebbe stato difficile tornare nel suo vecchio appartamento, da sola.
Ma Castle le aveva promesso infinite volte, a parole o con gesti silenziosi, che ci sarebbe stato. Di più. Che non avrebbe fatto mosse avventate e non si sarebbe messo nei guai, il che era più di quello che aveva osato sperare. La situazione era molto pericolosa, questa volta lui sembrava averne capito la gravità. Le aveva giurato che si sarebbe fatto solo come voleva lei. Lei aveva corrugato la fronte, poco convinta. Castle aveva sempre trovato il modo di insinuarsi nelle sue faccende personali senza curarsi dei suoi desideri. Spesso si era rivelata la scelta migliore, ma non questa volta. Qui c'era in ballo la loro incolumità. E se poteva accettare l'idea che LokSat se la prendesse con lei, non avrebbe mai più tollerato che lui fosse in pericolo. Non poteva rischiare di perderlo. O di temere che fosse morto, tenendo in vita la speranza con rituali che sconfinavano nella magia, allontanandosi da quella razionalità che era sempre stata la sua amica fidata.

Castle aveva ascoltato in silenzio il suo lungo sfogo. Stavano facendo una passeggiata lungo un viottolo polveroso, che li aveva portati a una casa diroccata, identica a tante altre di cui il paesaggio era punteggiato. Il tetto era sfondato, le tegole erano crollate in quello che doveva essere stato il corpo principale. Le finestre erano rettangoli vuoti. Da una di esse Kate aveva scorto le ceramiche di un blu intenso che dovevano aver adornato la cucina. Una scelta insolita, aveva pensato. La campagna era silenziosa e immobile. Non c'erano trattori all'opera. Si stava preparando al lungo sonno rigenerante dell'inverno.
Si erano fermati vicino a un albero dalla folta chioma e dal tronco distorto e piegato da chissà quali intemperie. Aveva continuato a crescere partendo da quell'angolatura strana, senza cedere alle forze naturali, traendo linfa dall'interno.
Alla fine aveva annuito. Le aveva detto di aver capito. Non era del tutto convinta che avesse realmente compreso i motivi per cui era stata costretta ad andarsene, anche se glieli aveva spiegati più volte. Ne aveva colto forse il nesso di causa ed effetto, ma non poteva aver già dimenticato i mesi di sofferenza. Forse li avrebbe sempre tenuti relegati in uno spazio nascosto del suo cuore, pronti a balzare fuori e fargli del male. E forse con il tempo il dolore si sarebbe stemperato. Quel che contava era che in quel momento fossero insieme e decisi a farcela in due. Non solo non ci sarebbero stati più segreti, lo aveva rassicurato, ma lei non se ne sarebbe andata. Mai. Più.
Aveva calcato bene le ultime parole, guardandolo fisso negli occhi per convincerlo che era molto più di una promessa. Castle era stato colpito dal suo tono determinato e, forse, anche dalla luce implacabile dei suoi occhi.
Aveva riflettuto per qualche istante e poi, con molta gravità, le aveva chiesto se volesse sigillare il tutto con un patto di sangue, vista l'aria sinistra con cui gli aveva parlato e che gli stava facendo credere che avesse nascosto sotto al cappotto un coltellaccio da macellaio con il quale intendeva ridurlo in poltiglia.
Kate non si era offesa per l'apparente mancanza di serietà. Lo conosceva troppo bene per non capire che era il suo modo di dirle che aveva ascoltato tutto con attenzione e che aveva colto con molta precisione quello che voleva comunicargli. Poi aveva coperto tutto con qualche trovata sciocca per alleggerire la tensione. Era così che facevano sempre. E più o meno aveva sempre funzionato.

La piazza sottostante era gremita di persone, più di quando erano arrivati. Kate capì che stava per aver luogo un matrimonio. Gli invitati arrivavano alla chetichella, scherzando e ridendo euforici, con i loro vestiti ben stirati, le gonne fluttuanti e i tacchi a spillo, su cui qualcuno avrebbe detto addio alle proprie caviglie.
Si girò a chiamare Castle, che stava controllando il suo telefono. Notizie da casa, forse? Non lo aveva mai visto armeggiare con l'inutile cellulare usa e getta che era rimasto muto per tutto il tempo della loro vacanza.
La raggiunse, in tempo per vedere arrivare uno sposo molto nervoso.
"È un bel posto per sposarsi, non credi?", gli domandò continuando a guardare verso il basso.
"Lo pensi davvero?". Kate si chiese perché avesse un'aria così assorta.
"Sì, beh... è una bella cornice. Storica. E artistica". Le sembrava di parlare come un dépliant turistico.
Castle fece silenzio per qualche minuto. Kate pensò che l'argomento fosse chiuso, ma non era così.
"Vuoi che ci risposiamo qui?".
Non avrebbe potuto coglierla più di sorpresa.
"Che cosa?! Certo che no", gli rispose con violenza, alzando la voce. "Vuoi davvero ricelebrare il nostro matrimonio?", si informò con più calma. Da dove gli venivano certe idee?
"Io no. Ma magari tu... vuoi qualcosa di più tradizionale che non una cerimonia veloce agli Hamptons".
Gli infilò una mano sotto al braccio. Aveva capito da dove era saltata fuori quella domanda a ciel sereno. Era ancora dispiaciuto di non averle dato quello che credeva avesse sempre sognato fin da piccola.
"Il nostro matrimonio è stato perfetto. Non ho bisogno di nient'altro. Tanto meno di farlo di nuovo".
La fronte di Castle si distese. Ognuno aveva i propri punti deboli, che ogni tanto facevano capolino.

Gli invitati avevano bloccato il passaggio, riempiendo gran parte dei vicoli che confluivano nella piazza antistante.
"Possiamo intrufolarci in quel bar all'angolo, in attesa che entrino in chiesa".
Kate indicò a Castle un piccolo locale soffocato tra un negozio di ceramiche e uno che vendeva borse di pelle artigianali.
"Quando siamo passati ho visto che aveva in vetrina diversi tipi di cioccolatini. Magari è un negozio specializzato".
"Perché non mi stupisce che tu abbia ancora fame, dopo il pranzo completo che ti sei mangiata non più tardi di...", guardò l'orologio. "Due ore fa? Io fatico ancora a respirare".
Erano stati in un ristorante nascosto in una via secondaria, che era sembrato più una cantina rimessa a nuovo che non un locale alla moda. Pareti di pietra, travi a vista e un ricco menu dal quale avevano faticato a scegliere cosa prendere, con il risultato che avevano ordinato molti più piatti di quanti fossero in grado di svuotare, ma si era rivelato tutto così buono che, in un modo o nell'altro, erano riusciti ad avere la meglio di tutto quel cibo. Non era colpa sua se le piacevano i prodotti locali. L'Italia era famosa per le sue tradizioni gastronomiche, no?
"Se stai tirando fuori ancora la storia della mia fame insaziabile, vorrei ricordarti che nelle ultime due ore abbiamo fatto su e giù per la collina e di conseguenza ho bruciato tutte le calorie. E poi un cioccolatino non ha mai fatto male a nessuno".
Più ci pensava più le veniva voglia di sedersi di fronte a una tazza bollente e profumata. Erano i loro ultimi giorni lì. Anche se non avevano deciso una data precisa, e, anzi, non avevano più tirato fuori l'argomento, la verità era che non potevano rimanere ancora a lungo. A casa non avrebbero potuto passeggiare senza una meta e fermarsi a bere qualcosa nel primo locale che li avrebbe ispirati.
Castle le sorrise. "Non mi lamento affatto del tuo appetito. È grazie a quello che sei così diversa da quando sei qui".
Kate si accigliò. Che cosa aveva voluto dire?
"Diversa, come?", si informò.
"Diversa", ripeté ottusamente lui, non riuscendo a capire il nocciolo della questione. "Più rilassata. Non hai più quei segni violacei sotto agli occhi. E sei più... morbida. Sei sempre stata molto bella...", continuò, correndo ai ripari e temendo di averla offesa insinuando che fosse stata meno che splendida, quando era arrivata. Doveva essere convinto che si trattasse di una mancanza di apprezzamento estetico da parte sua e voleva porvi rimedio.
"Ma adesso sei più luminosa. Felice, oserei dire", concluse allarmato. "Non c'è niente di male a essere felici, no?". Stava andando in panico.

Kate strinse le dita sulla pietra del muretto, che si sbriciolò, sporcandole le mani. Se le pulì sulla giacca. Si ricordò di quella chiesa imponente che avevano incontrato salendo in auto i lunghi tornanti e di cui aveva letto che era stata costruita con un materiale poco resistente. Tufo. Le venne in mente la parola esatta. Nei secoli non aveva resistito all'erosione degli elementi, o forse solo allo scorrere del tempo.
"Morbida?", ripeté con voce incolore, fissando un punto oltre la sua spalla.
"In senso positivo. Solo meno stanca". Castle stava finendo i sinonimi. Le mise le mani sui fianchi, scuotendola piano. "Kate, cancella tutto. Era solo un modo di dire che sono contento di vederti felice. Tutto qui".
Kate non lo stava ascoltando. Guardò verso il basso, staccandosi da lui. La fame. La stanchezza. Il fiato corto. Le lacrime. Il suo essere insolitamente emotiva. Un chilo in più, forse. Morbida. Non aveva voluto dirle che era ingrassata.
Armeggiò con la chiusura della borsa e prese il cellulare. Lo assemblò e lo accese, lasciando da parte la prudenza, per una volta. Controllò la sua agenda. Era come temeva. Stando in vacanza aveva perso il conto del tempo.
Le tremarono le gambe. E le venne da sorridere. Si sentì vacillare, Castle si affrettò a sorreggerla.
Si voltò verso di lui. Lo vide confuso perché non capiva cosa stesse succedendo ed era preoccupato per lei.
Si sentì frastornata e incapace di articolare delle parole sensate. E intanto le fiorì sulle labbra il sorriso più travolgente che avesse mai provato nella sua vita. A parte forse il giorno del suo matrimonio.
"Castle...", gli toccò un braccio con un movimento febbrile. "Non sono solo rilassata. Cioè anche quello, sì". Le venne da ridere. "È che sono incinta".
Glielo disse come se una parte dentro di lei non avesse alcun dubbio che fosse così. Quando parlò si rese conto di esserne sicura, senza capire da dove le venisse quella strana sensazione alla bocca dello stomaco che aveva scacciato ogni incertezza. Era reale.
Non sapeva cosa si era aspettata. Che fosse sorpreso, o sotto shock. Forse perfino impaurito.
Ma di certo non si era immaginata quel che successe davvero. Castle si irrigidì, trasformandosi sotto ai suoi occhi in uno sconosciuto ostile. Si staccò da lei, facendo qualche passo indietro. Le sembrò quasi che la odiasse.
"L'hai sempre saputo", la accusò, ghiacciandola all'istante. "Lo sapevi e non me l'hai detto".
Di cosa stava parlando? Se ne era accorta solo ora.
"No, Castle...".
Non la fece parlare.
"Per tutto questo tempo. Mentre mi facevi credere che volevi prenderti una pausa. Mentre indagavi da sola mettendoti in pericolo. Come hai potuto farlo?".
Kate ascoltò in un silenzio raggelato, non volendo credere a quello che sentiva, alle accuse che le stava lanciando contro. Non capì nemmeno il suo livore, fino a un certo punto. Lei era incinta da poco, se lo era davvero. Prima doveva fare un test, o delle analisi, per esserne sicura.
Che cosa c'entrava quindi la loro separazione? Doveva essere successo la sera dopo il loro anniversario. Chiuse gli occhi. In effetti poteva essersi distratta abbastanza da lasciare che accadesse l'irreparabile. Del resto non si era aspettata che la serata finisse in quel modo. Li riaprì. Non era il momento di fare certe considerazioni.
Non aveva mai visto Castle tanto arrabbiato. Offeso. Ferito. Nemmeno quando se ne era andata.
"Che razza di persona fa una cosa del genere?", aggiunse esterrefatto.
Era troppo. L'ingiustizia della condanna senza appello che l'aveva travolta rendeva inutile cercare di spiegarsi di fronte a quell'uomo irragionevole che aveva deciso, senza pietà, che lei era colpevole. Di nuovo.