Castle era rimasto diverso tempo seduto sul divano a guardare l'oscurità calare piano e le ombre dentro casa allungarsi fino a raggiungerlo. Dal piano di sopra non era arrivato alcun rumore e lui non aveva osato entrare a disturbarla. Sperava che fosse riuscita a dormire almeno un po'. Lui era sicuro che non avrebbe mai più chiuso occhio. Non quella notte, almeno.
Con il trascorrere delle ore cominciò a sentirsi inquieto all'idea che fosse chiusa dentro da sola, senza che li fosse andato a controllare nemmeno una volta che stesse bene, o che non avesse bisogno di qualcosa.
Sperare che avesse bisogno di lui era troppo.
Valutò cosa potesse accadere di male se si fosse presentato al suo cospetto: al peggio l'avrebbe cacciato di nuovo, magari urlando. Nel frattempo però lui sarebbe stato in grado di accertarsi se stava andando tutto bene, se aveva fame, freddo, se le girava la testa, o se le andava di alzarsi, fare due passi. Lui l'avrebbe guardata dalla finestra, per assecondare i suoi desideri.
Era sicuro che avrebbe grugnito in risposta e non sarebbe scesa con lui. Né avrebbe permesso che lui rimanesse a farle compagnia.
Quando aprì la porta della sua nuova camera da letto, i suoi occhi non riuscirono a vedere nulla. La sentì respirare in modo regolare e quel suono rassicurante fu sufficiente a farlo retrocedere verso l'uscita. Se lo sarebbe fatto bastare.
Kate invece lo sorprese allungandosi a premere il pulsante della lampada di vetro colorato che inondò la stanza di una luce soffusa.
"Che cosa c'è, Castle?", gli chiese un po' seccata. Non capì se l'avesse svegliata o fosse rimasta sdraiata con gli occhi chiusi a pentirsi di averlo sposato.
"Non rimanere lì impalato, entra". Decisamente la seconda ipotesi.
Ebbe quasi timore ad avvicinarsi, non volendo risvegliare la iena infuriata, non per evitare una scenata, ma perché non voleva farla agitare. Si accorse che la stava già trattando da invalida e Kate non glielo avrebbe mai perdonato.
Si sedette sul bordo del letto, il più lontano possibile da lei, per non turbarla. Non sapeva come cominciare.
"Stai bene?", si informò banalmente, sentendosi molto stupido.
"Sto come prima", gli rispose da sotto la coperta dentro cui era tornata ad arrotolarsi.
Castle fece un respiro profondo.
"Dobbiamo uscire a cena", buttò fuori, stringendo gli occhi in attesa del colpo che era certo sarebbe seguito.
"Sei impazzito?". Kate tirò fuori la testa trapassandolo con gli occhi fiammeggianti. "Non intendo uscire di casa. Con te, soprattutto".
"Lo so", ammise a malincuore.
"Se lo sai allora perché mi proponi queste idee assurde?". Non stava andando male, tentò di convincersi Castle. Poteva sempre iniziare a insultarlo.
"Perché non ho niente da cucinare per te".
Aveva pensato di assentarsi per andare a comprare gli ingredienti per preparare qualcosa di salutare per lei e il bambino, ma non aveva voluto lasciarla in casa da sola. Sapeva di essere troppo protettivo, ma non gli era rimasto molto altro da fare.
"Non ho fame".
"Tu e il bambino dovete mangiare. Lo sai".
Risposta errata. Kate si tirò su come una furia, desiderando, con ogni probabilità, che lui scomparisse dalla sua vista, non tollerando oltre la sua presenza.
"Ti preoccupi per me solo perchè sono il contenitore di tuo figlio?".
Era un colpo basso che lui accolse senza battere ciglio. Era stata ingiusta, e lo sapevano entrambi. Lui si era sempre interessato del suo benessere, anche prima che lei si accorgesse della sua esistenza. Anche quando era saltato fuori che chiunque era un candidato migliore di lui, costringendolo a rimanere in un angolo a guardarla sorridere ad altri uomini.
Decise di non raccogliere la sua provocazione. Non intendeva litigare con lei, non voleva passare la serata tra urla e recriminazioni. Non perché fosse un uomo pavido, ma perché non sarebbe servito a nessuno. Lei non avrebbe smesso di essere arrabbiata e lui non sarebbe riuscito a farsi perdonare.
"Il tempo di cenare da qualche parte vicino a casa e poi torniamo qui". Però doveva mettersi qualcosa nello stomaco, su quello non intendeva transigere.
Kate valutò la situazione. Dovette rendersi conto che la sua proposta era ragionevole, oppure aveva fame. Di fatto accettò con riluttanza di uscire con lui.
"Però non ci parleremo", chiarì. "E non avremo nessun contatto".
"D'accordo".
A dire il vero gli venne un po' da ridere, immaginando loro due seduti a tavoli diversi, impegnati a mangiare il più in fretta possibile, e poi tornare muti all'auto.
Il sorriso gli morì sulle labbra quando si rese conto che forse non era un'ipotesi così campata in aria. Meglio non farle venire idee strambe.
Kate non aveva voluto accomodarsi a due tavoli separati, con suo enorme sollievo. Ne aveva scelto uno piccolo al centro della sala, e non uno di quelli rettangolari più grandi, dove avrebbe potuto prendere posto lontano da lui. Sarebbe stato imbarazzante, ma con lei non si poteva mai sapere.
Sedeva rigida e composta, gli occhi puntati sul menu, una nuvola di astio a incoronarle la testa.
L'aveva raggiunto in salotto in perfetto silenzio che, come da patti, nessuno aveva ancora rotto. Castle non le aveva nemmeno appoggiato una mano sulla schiena, come faceva di solito, per accompagnarla mentre entrava nel locale. Per prima, come sempre.
Era un giorno settimanale, quindi il locale era tranquillo. I pochi clienti condividevano il loro stesso desiderio di discrezione, anche se, diversamente da loro, gli altri almeno si scambiavano qualche frase sporadica.
Le loro pietanze arrivarono molto in fretta, Castle percepì il sollievo di sua moglie e ne fu ferito.
Kate aveva scelto un'austera zuppa di legumi, invece dei piatti ricolmi di cibo con cui aveva banchettato nei giorni precedenti. Era iniziata una nuova era, a quel che vedeva.
Per il momento si sarebbe fatto andar bene quel minimo quantitativo di calorie. Del resto aveva promesso di non aprire bocca, quindi non avrebbe potuto lamentarsene.
Era evidente che Kate moriva dalla voglia di finire il suo pasto e tornarsene a casa. Ma era altrettanto chiaro che non aveva appetito, perché giocherellava con ceci e lenticchie, come se fossero state pedine di un gioco di società, invece che qualcosa di commestibile. Si limitava a spostarli nel piatto, sforzandosi di mangiucchiarli.
Castle non si sarebbe mosso da lì finché non avesse finito tutto.
Kate si incupì all'improvviso, Castle si allarmò di conseguenza. Era diventata molto pallida. Forse non si sentiva bene e lui aveva sbagliato a costringerla a uscire.
"Scusami. Devo... vado un attimo in bagno". Castle si dimenticò che non dovevano parlarsi. Del resto era stata lei a farlo per prima.
"Stai bene?", le chiese inquieto. "Possiamo andarcene quando vogliamo, Kate... non c'è bisogno che ti sforzi di mangiare". A quello avrebbe pensato dopo.
Lei fece un gesto per fargli capire che non doveva preoccuparsi, - come se fosse stato facile-, e scomparì in fondo al ristorante, dove un sollecito cameriere le aveva indicato la via per la toilette.
Castle aspettò con impazienza che tornasse a farsi viva. Non era forse normale avere bisogno di andare spesso in bagno, viste le sue condizioni? Forse era troppo presto, ma preferì pensare che non ci fosse nessun altro problema che non un naturale bisogno fisiologico.
Eppure qualcosa non quadrava. Era lui o si stava attardando, ovunque fosse? Era uscita dalla finestra?
Si guardò intorno, sempre più agitato. E sì, c'era qualcosa non andava.
Kate rientrò nella sala a passo malfermo. Era già pronto a balzare da lei, trattenendosi solo per decoro, quando la vide appoggiarsi con una mano alla parete, e fare una smorfia di dolore.
Non sarebbero riusciti a trattenerlo nemmeno legandolo con le catene. Scattò in piedi, rischiando di travolgere tavoli, sedie e ogni ostacolo che avesse osato frapporsi tra lui e Kate. Piombò accanto a lei, che, trovandoselo vicino, si afflosciò appoggiandosi a lui.
"Kate. Kate! Che cosa c'è?".
Piegarono entrambi le gambe, lei per prima e lui per continuare a sorreggerla.
Era più pallida di prima e molto spaventata. L'insieme contribuì a farlo andare fuori di testa. Gli altri clienti avevano cominciato ad allungare occhiate curiose e il proprietario del locale si era avvicinato per capire meglio la situazione. Castle lo scacciò con un gesto della mano.
"Kate. Stai male? Vuoi andare a casa?".
Kate scosse la testa.
"Devi dirmi cosa c'è che non va". Lo guardò stranita. "Con le parole". Non gli importò di sembrare ridicolo, lei non stava bene, era l'unica cosa importante.
Kate si toccò l'addome, gesto che lo atterrì. Lo mandò ancora più fuori di sé l'unica parola che sua moglie riuscì a pronunciare e che lui interpretò come "sangue". La successiva occhiata di panico che lei gli rivolse lo convinse che la situazione era grave.
Capì che era il momento di agire. Si tirò su di scatto, trascinandola con sé. Attraversò la sala, sotto gli occhi di tutti, pronto a far saltare in aria il ristorante, se non lo avessero fatto uscire subito di lì.
Kate si fermò, interrompendo anche la sua corsa. Si staccò da lui. Sembrava aver ritrovato il sangue freddo e un po' di compostezza.
"Castle. Fermati". Si voltò a guardarla. Pensò che non volesse uscire di lì.
"Dobbiamo andare in ospedale". L'avrebbe portata con la forza.
"Lo so. E sono d'accordo. Ma non sappiamo dove sia. E non serve a niente precipitarci fuori per cercarlo a caso,. Ci metteremmo il triplo del tempo".
Castle non seppe se era rimasto più stupito dalla sua ragionevolezza, anche per il fatto che era la prima volta che gli parlava senza volerlo incenerire, o se doveva spaventarsi a morte perché anche lei concordava che fosse un'emergenza.
Aveva assurdamente sperato che fosse un brutto sogno e che lei gli avrebbe comunicato che si era immaginato tutto per via della sua fervida fantasia. A gesti, perché sarebbe stato ancora valido il loro patto di silenzio.
Invece era tutto vero.
Si informarono su dove fosse la clinica più vicina, che risultò essere a qualche chilometro da lì, in cima a una collina. C'era un grande parcheggio davanti, lo rassicurarono. Kate cercò di mostrarsi impassibile, ma Castle si accorse che stringeva i denti, piegandosi in avanti.
La parola "sangue" continuava a rimbombargli in testa.
