Castle sedeva esiliato su una delle scomode sedie di plastica arancione in sala d'attesa. Chi aveva avuto la brillante idea di decidere per quel colore? Di certo lui non ne veniva rallegrato, come dovevano aver pensato i solerti arredatori.

Aveva fatto irruzione nel piccolo pronto soccorso volando sulle ali della tragedia, proclamando che si trattava di una questione di vita o di morte e gridando a gran voce che qualcuno corresse ad aiutare sua moglie. Molto scenografico.
La moglie in questione era arrivata alle sue spalle qualche istante dopo, camminando sulle sue gambe e perfettamente in grado, all'apparenza, di prendersi cura di se stessa. Questo era bastato al personale di turno per decidere, con sua grande frustrazione, che la situazione non era così grave.
Li avevano fatti accomodare in una saletta soffocante, non più grande di una cucina di piccole dimensioni e che puzzava di disinfettante, promettendo che qualcuno si sarebbe preso cura di loro. Invece, li avevano lasciati ad attendere infiniti minuti preziosi, senza che nessuno si accertasse del motivo per cui erano finiti lì.

Castle, al colmo dell'agitazione, aveva deciso, nell'ordine, di radere al suolo l'intero ospedale, appiccando un incendio, andarsene altrove sbattendo la porta, e denunciarli tutti. Solo il provvidenziale intervento di una Kate molto composta e determinata l'aveva convinto a desistere. Aveva affermato in tono perentorio che non sarebbero andati da nessun'altra parte, lei non aveva intenzione di muoversi di lì. Lui aveva già controllato e scoperto che il primo veroospedale, attrezzato in modo adeguato, era a soli trenta chilometri.
Lei aveva scosso la testa e la questione era stata accantonata, nonostante Castle sentisse provenire del fumo dalle sue narici. Era sempre stata una donna irragionevole e testarda, chi meglio di lui poteva testimoniarlo? Avrebbe dovuto prenderla di peso e rimetterla in auto.

Quando erano stati finalmente chiamati, con tutta la calma di questo mondo, per definire il motivo della loro presenza, Kate aveva preferito entrare da sola nel bugigattolo adibito ad accettazione, rifiutando la sua premurosa offerta di accompagnarla. L'aveva ringraziato ma, con un'occhiata delle sue, gli aveva imposto di non muoversi per nessun motivo.
Castle aveva quindi ricominciato a contare le piastrelle del pavimento, attività che avrebbe dovuto calmargli i nervi, ma che si stava rivelando del tutto inutile.
Kate era tornata presto a sedersi vicino a lui, cosa che l'aveva lasciato sgomento.
Come era possibile che, dopo aver saputo di cosa si trattava, non la sottoponessero subito a ogni tipo di esame? Dove erano capitati?
Kate gli aveva spiegato, sempre con grande pazienza, che prima dovevano andare a chiamare il ginecologo di turno, perché di certo avrebbero preferito che la visitasse qualcuno di competente, giusto? Non il primo specializzando che passava tra i corridoi. Se era un tentativo di rabbonirlo, non aveva dato i risultati sperati.
Non riusciva a capire perché nessuno si rendesse conto dell'urgenza della situazione. Erano gli unici in attesa di una visita, non erano certo approdati lì la notte di capodanno. Il luogo era deserto. Non era possibile fare un po' più in fretta?
Si sarebbe alzato per lamentarsi a gran voce, se non fosse stato messo in allerta dalle condizioni in cui versava Kate.
Aveva fino a quel punto dato mostra di un invidiabile contegno e controllo, solida sulle sue gambe come se non stesse bruciando dentro per il suo stesso timore, quello che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di dire ad alta voce: stavano perdendo il loro microscopico bambino, della cui esistenza erano stati ignari fino a qualche ora prima, ma che era già una presenza fissa del loro immaginario?
Era un'ipotesi che gli faceva mancare il fiato. Lei doveva essere altrettanto sconvolta, ma finora non lo aveva dimostrato.

Con il passare dei minuti l'attesa doveva aver iniziato a snervarla. Si era progressivamente incupita, incurvandosi contro lo schienale della sedia, diventando sempre più cinerea in volto.
Castle se ne accorse tra una pausa e l'altra dei suoi borbottii interiori. Si strappò alle sue fantasie di ritorsioni contro il sistema ospedaliero per occuparsi di lei.
Le passò un braccio intorno alle spalle, tirandosela vicino. Potevano essere ancora ai ferri corti, ma la situazione attuale necessitava di una tregua, secondo la sua opinione. Quando si fossero chiarite le cause del suo malessere avrebbero potuto ricominciare a non parlarsi, o a tenersi lontani. In quel momento non potevano permetterselo, dovevano rimanere uniti.
Kate doveva essere del medesimo avviso, perché appoggiò la testa sulla sua spalla, senza scostarsi o opporre resistenza. Tenendola vicina Castle si accorse che tremava: un tremito impercettibile, che avrebbe ingannato un osservatore distratto, ma non lui, che la conosceva bene.
La baciò su una tempia.
"Andrà tutto bene", la rassicurò ostentando maggiore sicurezza di quanta ne provasse in realtà.
Temette che si sarebbe arrabbiata, e ne avrebbe avuto motivo. Lui odiava questo genere di falsa consolazione a poco prezzo. Nessuno poteva saper come sarebbe andata, tanto meno lui che era intimamente convinto che, invece, non andasse bene per niente.
Invece, Kate non disse nulla. Non reagì in nessun modo. Come se non l'avesse nemmeno sentito.
"Castle...", mormorò dopo qualche minuto di silenzio. Si voltò a guardarlo con un'espressione di paura che non le aveva mai visto.
"E se si è trattato solo di un ritardo? Se non ci fosse mai stato nessun bambino?". Non erano domande, erano vere e proprie richieste di aiuto. Cercò di fare del suo meglio per alleviare la sua ansia, pur gravato dai suoi stessi foschi pensieri.
"Hai fatto il test", replicò, sforzandosi di apparire convinto di quel che diceva.
"Magari era un falso positivo".
"Non esistono i falsi positivi". Non aveva la benché minima idea se quello che andava affermando con tanta certezza avesse un qualche fondamento. Del resto, che ne sapeva lui di test di gravidanza? L'ultimo risaliva a decenni prima.
"Andrà tutto bene" ripeté, cercando di convincersene per primo.
Kate non rispose. Strinse la mascella e nascose il viso nel bavero della sua giacca. Avrebbe voluto avvolgerla e portarsela via, ma non poteva.

"Signora Castle?". Quando aveva iniziato a temere che avrebbero passato lì tutta la notte, un'anima compassionevole venne a occuparsi di loro.
Il cuore di Castle sussultò quando si rese conto che si erano rivolti a lei usando il suo cognome da sposata. Kate doveva aver fatto confusione, quando aveva fornito i suoi dati, dimenticando non solo che erano lì all'insaputa di tutti e, in un certo senso, sotto copertura, ma anche che lei aveva sempre e solo usato il proprio nome. La cosa, per un motivo che non riuscì a definire, perché troppo impegnato a raccogliere i loro oggetti personali e seguirla, lo fece sentire molto in colpa. E triste. Di quella tristezza che scende lieve e di cui non si conosce di preciso l'origine.
Percorsero alcuni corridoi deserti e vennero infine fatti accomodare in un ambulatorio che doveva aver visto giorni migliori. Oppure era appena passata una tribù di barbari a fare razzie.
Ad attenderli c'era un medico che li salutò con un sorriso cordiale. Era una donna di mezza età, che sembrava avere bisogno di farsi una buona dormita, ma che si predispose ad ascoltarli con molta partecipazione e attenzione.

Kate era seduta rigida sul bordo della poltroncina collocata davanti alla scrivania ingombra di oggetti, le mani strette sulla borsa, come se fosse stata la sua ancora di salvezza. Era bellissima, sembrava scolpita nel marmo. Fu un pensiero rapido e inopportuno che sfuggì alle maglie del suo controllo.
Ora che il momento della verità era vicino, Castle si accorse che lei faticava a dominare la paura. Lo notò dal tremolio delle sue mani quando si aggiustò una ciocca di capelli dietro le orecchie. L'aveva vista deglutire una paio di volte. Pensò di chiederle se aveva bisogno di qualcosa, potevano uscire, prendere aria e rientrare. Forse un bicchiere di acqua fresca avrebbe potuto aiutarla?
Non disse niente. Kate era molto concentrata e non avrebbe gradito nessuna distrazione. Si limitò ad appoggiarle una mano sul ginocchio. Se Kate si accorse del suo gesto non lo diede a vedere.
Con loro grande fortuna la ginecologa parlava inglese molto meglio di quanto loro due, insieme, sarebbero mai riusciti a comunicare in italiano.
Kate le spiegò tutta la faccenda per filo e per segno, dal test del pomeriggio, i sintomi, la stanchezza, fino al dramma accaduto all'improvviso, il sangue di cui si era accorta andando in bagno, e i dolori forti.
La donna, senza tradire nessun allarme o altra emozione, volle sapere di che natura fossero questi dolori.
Kate rispose sommessamente che le sembravano uguali a quelli che le venivano prima del ciclo.
Castle sentì suonare le campane a morto. Si trattava di un aborto spontaneo, a quel punto ne era sicuro. Non era così anomalo, considerando che era all'inizio. Lo sapeva perfino lui.
La dottoressa prese appunti, senza aggiungere nessuna considerazione. Castle cominciava a innervosirsi.
Kate, per riempire il silenzio, chiese anche a lei se era possibile che non fosse mai stata incinta, nonostante il test, e se si trattasse, magari, di normali mestruazioni, arrivate semplicemente in ritardo, per via del cambiamento d'aria.
Non ricevette risposta. La donna continuò a scrivere sul suo dannato cartoncino. Non avevano dei computer? La civiltà non era ancora arrivata?
Kate sparò la domanda che la terrorizzava di più. Castle la ammirò per il coraggio di aver pronunciato la parola che nessuno voleva nominare.
Volle sapere se poteva essere uno dei casi in cui la natura aveva tolto di mezzo precocemente qualcosa di inadatto alla vita. Un aborto, quindi.

L'altra la guardò da sopra gli occhiali con espressione indecifrabile. Castle era sicuro che se ne sarebbe uscita con un ovvio: "Signora, qui il medico sono io. Lei pensi al suo distretto".
Invece disse solo: "Facciamo un'ecografia", alzandosi in piedi e scortandoli verso il lettino addossato contro una parete.
Castle rimase in piedi nello spazio ristretto, sentendosi molto male. Era inutile cercare di negarlo. Si faceva forza per sostenere Kate, ma rischiava di cedere da un momento all'altro.
Kate fece un respiro profondo, slacciandosi la cintura. Tenne sempre gli occhi fissi sul soffitto. Castle le prese una mano, che lei abbandonò docile tra le sue. Forse non si trovava più accanto a lui, persa in un mondo immaginario che non registrava traccia del dolore che temeva sarebbe arrivato presto.
La sonda passò e ripassò sul ventre di Kate, che rabbrividì per il liquido freddo e gli strinse forte la mano. Trattennero il fiato entrambi, il tempo sembrò dilatarsi. La ginecologa continuava a tacere, osservando uno schermo nero in cui lui non intravedeva nulla. Sentiva rimbombare i battiti del cuore nelle orecchie.

"Va tutto bene", fu la laconica sentenza, che arrivò all'improvviso, non mediata da nessuna adeguata preparazione.
"Che cosa?!", gridò Castle con una voce in falsetto che ebbe il risultato di far alzare un sopracciglio a entrambe le donne che si volsero a guardarlo.
Doveva sedersi, altrimenti sarebbe caduto. Liberò la mano di Kate, la cui stretta d'acciaio gli aveva bloccato la circolazione e si lasciò cadere, con tutto il peso del suo corpo di piombo, su uno sgabello di metallo. Si prese la testa tra le mani, per far tornare il sangue al cervello. Fece un gesto vago per dir loro di continuare senza curarsi di lui.
Kate, dotata di nervi molto più saldi, bersagliò l'altra di infinite domande. Come era possibile che andasse tutto bene? E i dolori? E le perdite? Era incinta davvero, quindi? E non lo aveva perso?
Castle non era molto presente a se stesso, ma gli sembrò di notare una sfumatura di isteria nel tono con cui sua moglie incalzava l'altra, senza darle il tempo di rispondere.
Sì, la gravidanza era in corso. E no, non c'era stato nessun aborto spontaneo. Era ancora troppo presto perché si vedesse il cuore pulsare, ma si poteva essere ragionevolmente certi che lei fosse incinta. Castle perse il filo del discorso quando si iniziò a parlare di "camera gestazionale" e "perdite da impianto". Era così disorientato che non capì chi avesse tirato fuori quei termini, se erano dubbi di Kate o se si trattava della spiegazione dei suoi sintomi.
Fintanto che il bambino c'era, a lui non sarebbe interessato altro.

La sua mente cominciò a rischiararsi quando tornarono a sedere composti, e molto più sollevati, di fronte alla scrivania. Vagava ancora perso nelle sue fantasie di beatitudine, senza riuscire a dare un senso ai consigli che venivano ordinatamente esposti: vitamine, prenotare una visita una volta a casa, riposare, analisi da effettuare. Il medico parlava, Kate annuiva, lui fluttuava sopra le loro teste.
Una successiva domanda, fatta in modo casuale, destò la sua attenzione, sprofondandolo nell'apprensione e nel senso di colpa.
"È successo qualcosa poco prima della comparsa dei dolori? Si è affaticata? È stata sottoposta a uno stress imprevisto? Qualche preoccupazione? I dolori possono essere una reazione del suo corpo che le segnalano di prendersela con calma".
Kate tenne lo sguardo fisso davanti a sé. Castle si sentì come se stessero per ammanettarlo e portarlo in tribunale.
Era stato lui. L'aveva costretta a vagare da sola per quei viottoli in salita, per trovare un modo di tornare a casa in preda allo sconforto, dovendo difendersi dalle sue accuse. Altro che stress. Lui aveva attentato alla vita del loro bambino, senza un minimo di sensibilità, senza tener conto delle sue condizioni delicate. Doveva andare a costituirsi, non gli era rimasto altro da fare. Il mondo doveva conoscere la sua meschinità.
"È stato un periodo un po' movimentato...", iniziò a spiegare, imbarazzato, ma Kate lo fermò appoggiandogli una mano sul braccio. Il medico lanciò loro uno sguardo penetrante, senza commentare.
"Può essere stata colpa mia?", domandò Kate con voce accorata.
No, non poteva accettare che lei si assumesse l'intera responsabilità di quello che era successo. Se doveva esserci un colpevole, quello era lui.
"Non avevo idea che potessi...", si girò a dargli un'occhiata nervosa, prima di tornare a parlare. "Essere incinta. Ho lavorato, sono andata in palestra. Ho preso un sacco di caffè", ammise abbassando gli occhi. Si portò una mano alla bocca. "E ho anche bevuto qualche bicchiere di vino. Si è trattato di questo? Sono stata io? È che... non lo sapevo...", concluse allarmata e mortificata insieme.
Ricevette in cambio un sorriso. "Signora, se gli embrioni non sopravvivessero alle prime settimane in cui madri ignare continuano con la loro solita vita, il mondo si sarebbe già estinto".
Castle avrebbe voluto sorridere a sua volta, grato per la rassicurazione, che almeno avrebbe sollevato Kate da inutili fardelli, ma non ci riuscì. Si sentiva svuotato.
"Adesso lo sa e può agire di conseguenza, modificando il suo stile di vita, senza però infilarsi a letto per nove mesi. Non è necessario".
Mentre parlava, aprì uno dei cassetti ed estrasse un cartoncino rotondo. Castle la osservò incuriosito. Controllò qualcosa nei suoi appunti, girò la rotella e, voilà, ecco sfornata la data presunta del parto. La fissarono stupefatti.
Castle rimase allibito in primo luogo per il fatto che non esistesse qualcosa di più tecnologico. E poi perché questo dato stava rendendo tutto reale. C'era un bambino, che sarebbe nato entro una certa scadenza temporale definita. Avrebbero avutoun bambino in carne e ossa.
Incrociò lo sguardo di Kate e si sorrisero per la prima volta, da quando il loro mondo era stato messo sottosopra.