Castle diede un'occhiata fuori dalla finestra collocata sopra il lavandino della cucina. Kate era fuori da quasi un'ora ormai e non c'era traccia di lei nei dintorni.
Dopo il crollo emotivo arrivato a concludere quella giornata campale, si erano addormentati di botto, svegliandosi solo nel primo pomeriggio del giorno dopo. Lui si era rivestito ed era uscito per fare una rapida sortita al supermercato più vicino, mentre lei aveva continuato a sonnecchiare. Quando era tornato l'aveva trovata di nuovo addormentata. Se era stato merito della sua camomilla, avrebbe dovuto farla brevettare.
Si era steso accanto a lei dedicandosi al suo ruolo di angelo custode, approfittando della quiete per lavorare al suo ultimo romanzo, che nelle ultime settimane era andato molto a rilento, per non ammettere che la cartella sul suo computer era rimasta chiusa fino a quel momento.
Dopo un'altra notte di letargo, finalmente quel mattino si era alzata piena di energia e, in apparenza, di buon umore. Avevano però evitato di parlare della sua gravidanza e non avevano fatto progetti per il loro futuro. Castle non era del tutto sicuro di sapere con esattezza in che rapporti fossero. Era ancora arrabbiata con lui? Gli ultimi accadimenti potevano averli riuniti solo temporaneamente per fare fronte comune contro l'emergenza, ma i nodi irrisolti dovevano essere affrontati, o si sarebbero trascinati troppo a lungo, con il rischio che continuassero a ingigantirsi nell'ombra, per poi esplodere in modo inaspettato di fronte alla prima miccia.
Decise di uscire a cercarla. La giornata era insolitamente calda, con una temperatura molto diversa rispetto a quelle a cui l'inverno italiano li aveva abituati. Era sembrato preferibile a entrambi, pur senza dirselo, evitare di andarsene a zonzo in cerca di nuove mete. Lui temeva che lei si stancasse troppo e lei non aveva avanzato richieste, accontentandosi di rimanere a casa.
Nel primo pomeriggio l'aveva informato che sarebbe andata a fare due passi, senza invitarlo. Castle aveva annuito come se la trovasse una magnifica idea e le aveva sorriso incoraggiante. Kate era rimasto a fissarlo esitante, già quasi fuori dalla porta. Castle aveva aspettato – e sperato - che lo invitasse ad andare con lei, ma senza volerla forzare. Kate non aveva detto niente ed era uscita lasciandolo solo. L'aveva vista scomparire dietro la casa senza voltarsi indietro. Fu proprio lì che andò a cercarla.
Non poteva evitare di sentirsi apprensivo. Secondo il suo parere, ne aveva motivo.
Si guardò intorno, sperando di vederla di ritorno da quella che doveva essersi rivelata una passeggiata più lunga del previsto. Il moto fisico faceva bene, lo sapeva. Ma il medico aveva detto riposo. Non voleva essere accusato di eccessiva apprensione, ma non poteva fare a meno di preoccuparsi del lorobenessere.
Appena girò l'angolo la trovò sdraiata sopra una coperta stesa sopra l'erba. Era sempre stata lì.
Castle si diede dello sciocco per essersi agitato tanto. Non aveva fatto nessuna maratona in mezzo alla campagna.
Le si avvicinò parandosi davanti a lei, oscurandole il sole. Kate aprì gli occhi.
"Non mi sono sentita male. Non sono svenuta. Non ho freddo, né sonno, né fame. Le formiche non mi hanno assalito", lo precedette elencando la sfilza di domande con cui, si accorse, doveva averle dato il tormento negli ultimi giorni, senza rendersene conto.
"Non cercare di ingannarmi. Le formiche si fanno vive in primavera, lo so benissimo", le rispose con una smorfia.
Kate scosse la testa. "Per fortuna abiti in città, Castle". Si spostò sulla coperta per fargli spazio accanto a lei. Castle si stese, controllando che non ci fossero formiche. Non si poteva mai sapere.
Rimasero a guardare le nuvole muoversi rapide nel cielo. Sentì qualcosa toccargli il braccio. Si mise una mano davanti agli occhi per ripararsi dal sole. Vide che Kate gli stava offrendo metà di uno snack di cioccolato che aveva trovato chissà dove.
"Dove sono finite le barrette nutrienti che ti ho comprato? Quelle con la frutta disidratata?". Finse di rimproverarla, ma accettò la sua offerta.
Kate ridacchiò. Amava sentire di nuovo il suono della sua risata. Era bello che fosse di nuovo così spensierata.
Kate frugò nella tasca della giacca e tirò fuori quello che si rivelò essere un malconcio pacchetto di patatine che, a quel punto, dovevano essere tutte schiacciate.
"Ehi! Nascondi il cibo come gli scoiattoli? Lo metti via per l'inverno?".
Kate si mise a ridere di gusto.
"Sembra che io non ti dia da mangiare".
"Tu mi prepareresti la zuppa di verdure. Devo pur sopravvivere", obbiettò, non senza un fondo di ragione.
"È vero, per via delle vitamine. Però te la frullerei, prima". Se glielo avesse chiesto l'avrebbe fatto davvero.
"Non so quale delle due cose sia più inquietante, mamma chioccia".
Si sorrisero. Castle ringraziò la divinità che stava rendendo possibile tornare ai loro scambi di un tempo. Solo lui sapeva quanto gli fossero mancati.
Kate si slacciò l'ultimo bottone della giacca. Gli prese la mano e si alzò la maglietta, guidandolo ad appoggiarla sulla sua pancia.
"So che muori dalla voglia di farlo", gli concesse magnanima.
Castle rimase senza parole. Non toccava il corpo di sua moglie in modo tanto intimo da giorni. Non pensava nemmeno che fossero in rapporti così distesi da potersi permettere di osare invadere il suo spazio personale senza che lei reagisse malamente.
Allargò le dita per coprire una superficie più ampia.
"Non farmi il solletico", lo redarguì approfittando per posare una mano sulla sua, in modo da trattenerlo.
"Devo stabilire un contatto telepatico", le spiegò Castle offeso.
"Non è più grande di un paio di millimetri".
"Però è nostro".
La colse in contropiede. Notò che si stava irrigidendo e corse subito ai ripari.
"Intendo dire che, grazie alla condivisione dei geni, siamo già in grado di comunicare anche se è così piccolo".
Sperò che la sua tattica avesse funzionato. Parlare del loro bambino, ammetterne l'esistenza ad alta voce non era ancora facile, per lei, a quanto pareva. Forse gli faceva tornare in mente il ricordo doloroso della sua reazione spiacevole alla notizia sorprendente.
Preferì rimanere zitto, godendosi la vicinanza fisica inaspettata. Sentì il peso degli ultimi giorni scendergli dalle spalle.
Kate ruppe il silenzio rilassato qualche istante dopo.
"Domani torno a casa", annunciò con voce tranquilla. Castle percepì nettamente il suo cuore fermarsi. Si era illuso che andasse tutto bene. Non era così.
Il peso tornò a stabilirsi saldamente sul suo collo.
Tolse la mano, girandosi a guardarla, stupefatto. Kate si riabbassò la maglietta, continuato a fissare il cielo.
"Kate...". Si sentiva impotente. Non sapeva da che parte cominciare ad affrontare la cosa. Non sapeva nemmeno di preciso cosa significasse una decisione del genere, presa senza consultarlo. O almeno avvisarlo.
"Ho prenotato un volo diretto", continuò. "Fare tappa da qualche parte sarebbe troppo stancante e io non credo di sentirmela di...".
Castle non stette ad ascoltare le sue spiegazioni piene di buon senso, quando gli aveva appena comunicato che ne sarebbe andata. Faticò a rimanere calmo.
"Perché?".
Kate gli lanciò un'occhiata stupita.
"Perché, come ti ho appena spiegato, fermarmi da qualche parte a dormire sarebbe...".
"No", la interruppe bruscamente. "Perché te ne vai".
Kate tese le labbra in una linea sottile.
"Perché sono rimasta troppo a lungo. Devo tornare al lavoro. E prenotare una visita dal mio ginecologo. Devo... organizzarmi".
Questo poteva in effetti avere senso, ma Castle riuscì a formulare nella sua mente confusa un solo pensiero.
"Devi tornare alle tue indagini su LokSat? Ti ha chiamato Vikram?".
Si pentì subito di averlo detto. O pensato. E, soprattutto, di aver utilizzato quel tono accusatorio. Di nuovo.
Kate fece un respiro profondo.
"Rick. Guardami". Usava la stessa tecnica a cui lui ricorreva quando voleva calmarla e farsi ascoltare con attenzione. Non era piacevole essere dall'altra parte, per una volta.
"Non darò più la caccia a LokSat. Come potrei?".
"Per via della pancia?".
Se Kate si irritò per la domanda fatta in modo tanto duro non lo diede non lo diede a vedere.
"No, per via del fatto che non posso mettere in pericolo la vita del nostro bambino. Fuori e dentro la pancia", gli rispose con grande dignità, anche se doveva essere stata ferita dalle sue parole. Lo notò da come si scostò da lui di qualche centimetro. "E Vikram non ha il numero che uso qui", puntualizzò, anche se lui era già partito in quarta con altre considerazioni.
"Se non dobbiamo più nasconderci, perché non mi hai detto che volevi tornare a casa? Potevamo organizzare il viaggio insieme. Anzi, possiamo farlo ancora. Dammi il numero del volo".
Prese il telefono dalla tasca, per mettersi all'opera, ma il silenzio di Kate fu molto eloquente. Castle ripose il cellulare là dove lo aveva trovato.
"Perché vuoi tornare a casa da sola", concluse per lei, sentendo una grande tristezza invaderlo.
"Rick...".
"No, niente Rick". Era arrabbiato e ferito. Era sempre la stessa storia. Quando pensava che avanzassero affiancati, lei si staccava da loro e proseguiva per conto suo, con lui ad arrancare per starle dietro.
"Pensavo che quello che abbiamo ricostruito qui significasse qualcosa per te. E invece non è così. Si fa sempre quello che vuoi tu. Tu decidi, io subisco". Si mise a sedere. Era troppo nervoso per rimanere sdraiato. "È una specie di vendetta per quello che ho fatto? Sei ancora arrabbiata con me? Non possiamo parlarne, come fanno tutti, senza che tu scappi di nuovo?".
Avrebbe continuato a blaterare all'infinito, se non l'avesse fermato.
Si tirò su anche lei.
"Non sto scappando. Torno semplicemente a casa. Se avessi voluto andarmene l'avrei fatto dopo che tu mi hai accusato di averti tenuto nascosta la gravidanza. Invece sono rimasta. Quante altre volte dovrò dimostrartelo?".
"Che cosa vuoi dire?".
"Che non ti fidi di me".
Un silenzio attonito e incredulo accolse le sue ultime parole. Castle non seppe cosa dire.
"E il fatto stesso che tu non ti sia precipitato a negare quello che ho detto lo dimostra. La tua prima reazione istintiva è quella di credere che io ti nasconda le cose, o faccia di testa mia, come se non mi importasse di te. Di noi".
"Non è vero". Castle non riusciva a intravedere dove volesse andare a parare, ma cominciava ad avere paura.
"Sì, Castle. Quando ti ho detto che sarei tornata a casa hai pensato subito a LokSat. Come se io potessi davvero essere così irresponsabile da preoccuparmi più dell'indagine che del bambino".
Di me però non ti sei preoccupata, quella sera.Sperò di non averlo detto ad alta voce.
Kate gli accarezzò la guancia.
"Non sono arrabbiata per quello che hai fatto. Mi ha ferito molto, ma capisco da dove sia saltato fuori".
"Quindi?". A quel punto avrebbe preferito se fosse stata arrabbiata. Le sedie in testa avrebbero fatto meno male.
"Quindi devi decidere se vuoi riprendermi con te".
La paura divenne qualcosa di vivo che strisciò lentamente lungo la sua schiena.
Le strinse un polso, rischiando di farle male.
"Certo che voglio che torni a casa con me. Io ti amo, Kate. E te lo sto dicendo con i vestiti addosso".
Kate fece una risata fiacca, ricordando la sua uscita inopportuna la prima notte trascorsa insieme.
"Lo so che mi ami. E ti amo anche io. Ma non mi hai perdonato".
"Non c'è niente da perdonare. L'hai fatto per proteggermi". La motivazione suonò debole alle sue stesse orecchie.
"È vero. L'ho fatto per quello. E non dubito che tu l'abbia compreso. Però non l'hai accettato. Sii sincero, Rick. Sei ancora arrabbiato con me".
Voleva disperatamente negare che fosse così, ma, per onestà, non poteva farlo.
"Qualche volta", ammise per la prima volta, ma non fu come se si fosse liberato di un peso, come sarebbe dovuto essere. Si sentì anzi molto male.
Kate appoggiò la testa sulla sua spalla.
"Cosa succederà quando farò tardi al lavoro senza poterti dire il motivo? Quando starò via di più uscendo a comprare i pannolini? Penserai subito al peggio? Penserai che ti sto nascondendo qualcosa? Un matrimonio non può funzionare in questo modo".
Si stava sforzando di parlare senza far tremare la voce. Castle si sentì come se avesse appena ricevuto una sentenza di morte.
"Mi stai...", gli morirono le parole in gola. "Mi stai lasciando?". Dopo tutto quello che era successo, dopo che si erano riavvicinati e avevano superato tragedie che sarebbero bastate per un migliaio di vite, la loro storia finiva seduti su un prato di campagna a guardare il tramonto?
"No", replicò senza nessuna esitazione. "Io non ti sto lasciando. Sei sicuro che non voglia farlo tu?".
L'agguantò per le spalle.
"No, certo che no, Kate. Voglio che torni a casa. Voglio avere il nostro bambino, insieme".
"Lo voglio anche io".
"Siamo d'accordo, allora". Annuì con forza per convincerla. Sapeva già che non sarebbe servito a niente.
"E cosa succederà quando mi rinfaccerai di aver smesso di indagare LokSat per il bambino e non per te?".
Che cosa faceva? Gli leggeva nel pensiero?
"Kate, lo so bene che sono due cose diverse".
"Davvero?". Gli rivolse uno sguardo penetrante, che non riuscì a reggere. Lei lo capiva meglio di quanto pensasse.
L'abbracciò forte, era l'unica cosa che gli era rimasta da fare.
"Non voglio lasciarti".
"Devi decidere se puoi stare con me".
"Ho già deciso. Mi sono bastati pochi minuti".
Kate rise contro la sua spalla. "Qualche giorno, ok? Schiarisciti le idee. Poi mi fai sapere".
Come ai colloqui di lavoro, pensò Castle di sfuggita.
"Voglio solo che non mi guardi più sospettando che ti stia tenendo segreti".
"Basta che tu non me li tenga più, basta che tu me lo prometta".
Kate si scostò da lui.
"Merito un po' più di questo, Castle. E lo meriti anche tu. Non serve che te lo prometta. Non mi crederesti. Devi capire se vuoi davvero ricominciare. Senza ombre".
"È quello che volevo fare proponendoti questo viaggio. Invece è stata una sciocchezza. A partire dalla caccia al tesoro a tutte quelle ridicole misure per non farci scoprire".
Si alzò in piedi. Era molto amareggiato. Kate lo raggiunse. Lo strinse da dietro, appoggiando la testa contro la sua schiena. Per quanto fosse possibile, visto che era ancora lì con lui, sentiva già la sua mancanza. Di nuovo.
"È stato tutto bellissimo. Fin dall'inizio. E divertente. Altrimenti perché sarei venuta fin qui?".
"Perché non ti era rimasto altro da fare? Non ti avevo lasciato molte possibilità. A ripensarci è sembrato quasi un ricatto". Brutale, ma onesto.
Si mise davanti a lui, posandogli le dita sulle labbra, per non farlo continuare.
"Non ho mai pensato che fosse un ricatto. Volevo stare con te e avevamo bisogno di andare via da New York Adesso però...", si guardò lo stomaco. "Devo tornare a casa".
Si abbracciarono ancora. Castle aveva il vago timore che non sarebbe riuscito a smettere di farlo finché non l'avesse messa sull'aereo. Né di chiederle di non andare via.
"Posso accompagnarti all'aeroporto?".
"Sì, grazie. Purché non prenoti un posto accanto al mio di nascosto". Come se non l'avesse già fatto.
"Non ci stavo pensando, ma adesso che lo dici... ". Risero insieme.
Ci riprovò. "Voglio che torni a casa con me".
"Tornerò a casa con te quando sarai sicuro che è quello che vuoi". Era un osso duro. Doveva saperlo.
"Io ti amo", le ripeté per l'ennesima volta.
"Ti amo anche io".
E allora perché faceva così male?
