Sentendo bussare alla porta – un paio di colpi discreti – Kate si sentì gelare. Nessuno conosceva il suo indirizzo temporaneo, tranne Vikram. E dopo la scenata avuta luogo nel pomeriggio in cui si erano lasciati in pessimi rapporti, come se lei fosse rimasta incinta apposta per fargli dispetto, era certa che il suo visitatore notturno non fosse lui.

Era inoltre strano che il portiere non l'avesse avvisata che qualcuno aveva chiesto di lei. Aveva scelto quell'appartamento non solo per via dell'anonimato che offriva, ma anche per la sicurezza garantita. L'ultima cosa che si aspettava era che arrivassero ospiti a sorpresa e direttamente fuori dalla soglia.
Si voltò d'istinto a controllare che la sua pistola fosse in un luogo accessibile e attese. Forse l'intruso se ne sarebbe andato, rendendosi conto di aver sbagliato interno.
Non lo fece. Bussò di nuovo, questa volta con più insistenza.
Kate afferrò la pistola e si avvicinò con circospezione. Spalancò la porta di colpo, decisa a cogliere di sorpresa l'intruso e cacciarlo via dopo averlo spaventato a morte.

Non poté dirsi di essere troppo stupita quando si trovò davanti Castle. O quello che riusciva a intravedere di lui, nascosto dietro a una torre incerta di pacchetti piatti e rettangolari.
"Castle?", chiese sperando, anche contro l'evidenza, che non si trattasse di lui.
"No. È il catering", rispose con un tono così soddisfatto di sé da farle venire voglia di chiuderlo fuori alle intemperie fino a data da destinarsi.
"Posa la pistola. Viho solo portato da mangiare. Scommetto che hai il frigorifero vuoto".
"Se ti dico che è pieno te ne vai?".
Era così contenta di vederlo che non lo avrebbe mai ammesso davanti a lui.
Da quando era tornata a casa aveva passato giorni così terribili che il solo pensiero le faceva venire voglia di correre in strada a gridare. Ovviamente, non l'avrebbe fatto. Si meritava però un po' di conforto. Culinario e coniugale.
"Prima voglio le prove".
Kate represse un sorriso, mordendosi le labbra. Era vuoto. Castle la conosceva bene.
Sbuffò ostentando immensa frustrazione.
"D'accordo. Entra".

Si fece da parte per farlo passare ma, prima di chiudere la porta, diede un'occhiata nel corridoio in entrambe le direzioni, per accertarsi che non ci fosse nessuno. Quando si voltò incrociò lo sguardo indagatore di Castle, incuriosito dal suo atteggiamento guardingo.
"Puoi stare tranquilla, sono venuto da solo. Il cocchio trainato dagli unicorni che mi ha accompagnato fin qui passa a prendermi più tardi".
Kate avrebbe voluto farlo a pezzi nella doccia, con grande freddezza e perizia, e poi smistare i suoi resti, proprio come descritto nel libro sulle quattro casalinghe giapponesi che aveva letto di recente. Aveva fatto venire i brividi perfino a lei.
Desiderava anche abbracciarlo. Implorò gli ormoni di non ridurla a uno straccio piangente, come al solito, perché se ne sarebbe vergognata per sempre. Sentiva già le lacrime pungerle gli occhi.
Castle era rimasto in piedi con la sua pila di pacchetti salda in mano. Non era da lui evitare di irrompere nella stanza, mettersi comodo, integrarsi nello spazio come se ne avesse sempre fatto parte. Era strano averlo lì: in fondo l'aveva solo desiderato quasi ogni giorno del suo esilio volontario trascorso in quell'appartamento.
"Accomodati", lo invitò, appoggiando la pistola e prendendogli i numerosi contenitori dalle mani. Le sembrò una frase strana da rivolgere a un marito.
Castle si sedette molto compito sul divano. Lo vide guardarsi attorno, cercando di non farsi notare.
"È molto carino, qui", commentò con garbo. A Kate venne da ridere. "Sai, Beckett, di tutti i tuoi appartamenti è quello più...".
"Triste?", replicò lei, che si era diretta in cucina e al momento aveva la testa nel frigorifero, intenta a riporre le provviste.
"Funzionale", la corresse con estrema cortesia, alzando la voce per farsi sentire da una stanza all'altra.

Kate tornò da lui con in mano un piattino su cui aveva deposto una porzione più che abbondante di lasagne, rubate da una delle scatole felicemente arrivate nella sua dispensa. La scelta non era stata facile, il profumo che proveniva da tutto quel cibo che sarebbe bastato a sfamare un intero villaggio in tempo di guerra, era molto invitante.
Lo appoggiò sul tavolo, prese una sedia e la girò nella sua direzione. Le sembrava di accingersi a interrogarlo.
Affondò la forchetta e se ne mise in bocca un pezzo, evitando di fare commenti. Erano buonissime. Sapevano entrambi che non aveva mangiato dal mattino.
Attese spiegazioni spontanee della sua presenza non programmata nel suo territorio.
"Che cosa ci fai qui?", gli chiese quando si fu stancata del silenzio che ricevette in risposta.
"Di chi parli?".
"Di te".
"Io non sono qui", le rispose come se si fosse preparato la conversazione per ore davanti allo specchio. "Non in veste di marito, almeno".
"Sei il mio amante clandestino?".
"Pensavo più al ragazzo delle consegne dal grande fascino, ma non mi tiro di certo indietro di fronte a un invito del genere".
Nemmeno lei, a dirla tutta, ma non era quello il punto. Non rispose al suo sorriso.
"Come facevi a sapere dove vivo?".
"Era scritto sull'ordinazione. Io faccio solo il fattorino".

Bene, era ora di finirla. Di quel passo non sarebbero arrivati da nessuna parte e lei non aveva voglia di fare conversazione con un interlocutore reticente. Per non parlare di divertirsi.
"Se non sei qui e non sei mio marito, finisco di mangiare il pasto che qualcuno di buon cuore mi ha lasciato sullo zerbino e poi vado a letto. Tanto non c'è nessuno seduto sul mio divano".
"Dovresti scaldarle. Vuoi che lo faccia io?". Non avrebbe retto di fronte alle sue premure affettuose.
"Mi piacciono fredde", gli rispose asciutta, infilzando un altro pezzo con la forchetta.
Ripulì il piatto, lo prese, si alzò, gettò gli avanzi e lo fece scomparire nella lavastoviglie.
Si ripresentò davanti a lui. Se era uno dei suoi giochi incomprensibili, lei non aveva nessuna voglia di partecipare. Era spossata e per questo se ne sarebbe tirata fuori.
"Grazie per la cena, gentile uomo del catering. Adesso però vado a dormire".
"Buonanotte", la salutò allegramente, senza mostrare nessuna intenzione di andarsene.
Non voleva cedere per prima, ma si trovò costretta a farlo.
"Castle, ti prego... sono esausta...". Le uscì una voce molto più lamentosa di quanto avesse previsto.
"Riposati, allora".
Non sembrava avere un solo problema al mondo. Né dava segno di trovare assurda la situazione, al contrario di lei.
"E tu? E ti prego, non rispondermi 'Io chi?' perché non ho le forze, davvero...".
"D'accordo. Pensavo che nella mia condizioni di non-presenza avrei potuto non-dormire sul tuo divano, almeno per questa notte".
Era andato fuori di testa?
"Per quale motivo?". Si sforzò di rimanere calma e pose la domanda come se stesse parlando a qualcuno dotato di senno.
"Perché è più comodo di quello nel mio studio".
Di che cosa stava parlando? Un'altra delle sue stranezze?
"Perché dovresti dormire nel tuo studio?".
Seppe la risposta prima ancora di sentirla dalle sue labbra, le bastò guardarlo negli occhi.
"Perché non riesco... il nostro letto è stato un po'... vuoto, ultimamente".
Concluse a fatica, facendole venire voglia di arrampicarsi su di lui e abbracciarlo. Le si era stretto un po' il cuore a immaginare la scena di lui incapace di dormire nella loro stanza.

Prese posto accanto a lui sul divano.
"Anche il mio letto è vuoto. Però, Castle... avevamo un accordo. Dovevi prenderti del tempo per capire cosa fare del nostro matrimonio". Era sempre brutto dover formulare quel pensiero, tutte le volte.
"Lo so. Hai ragione. E lo sto facendo. Ma non hai mai detto che, nel frattempo, non dovessimo vederci, giusto?".
"Che pausa sarebbe, se ci frequentiamo?".
"Chi ha parlato di pause?", replicò allarmato.
Kate chiuse gli occhi. Non sarebbe mai uscita viva da quella conversazione.
"Castle, è una cosa seria. Non mi sto divertendo ad aspettare che tu decida se...". Non riuscì a terminare la frase. L'avrebbe lasciata in sospeso e se ne sarebbe andata.
Le prese entrambe le mani.
"Lo so, Kate. E non voglio prendere la cosa alla leggera. Però mi manchi. Sono tornato stamattina e ho dovuto quasi legarmi le caviglie per non venire al distretto, solo per vederti".
Di quel passo avrebbe pianto molto prima di rinchiudersi nella sua stanza.
"Se però per te è troppo, me ne vado. Posso almeno salutarebaby Kate?".
Era un colpo molto, molto basso. Lei e i suoi ormoni non si meritavano di venire attaccati alle spalle in quel modo. Gli puntò un dito contro.
"Stai giocando molto pesante, Castle, e lo sai benissimo".
"Solo perché voglio accertarmi che metà del mio patrimonio genetico stia bene, prima di andarmene?".
"Stiamo tutti bene".
"Mi hai insegnato tu a pretendere di vedere le prove".
Castle accavallò le gambe, molto soddisfatto di sé. Kate lo osservò per qualche istante, rassegnata.
"Non mi darai pace finché non ti infilerai nel letto con me, vero?".
"Non ci avevo pensato, ma visto che sei tu a tirar fuori l'argomento...".
Kate alzò una mano per farlo tacere. Ne aveva abbastanza.
"Sono troppo stanca per continuare questa conversazione. Vado a dormire. Tu fa' quello che vuoi".

Era stata convinta che se lo sarebbe trovato nell'altra parte di letto ad attenderla impaziente, quando era uscita dal bagno, dove si era cambiata e struccata. Fu molto sorpresa, invece, nel trovare la camera immersa nel buio e nessuna traccia di Castle. Temette che se ne fosse andato e la cosa le spiacque molto.
Tornò in salotto in punta di piedi, le luci erano spente anche lì. Si avvicinò al divano e lo scorse rannicchiato con le ginocchia che quasi toccavano il pavimento e con una coperta troppo corta tirata alla meglio sulle spalle.
Lo toccò piano su un braccio.
"Vieni di là", gli sussurrò.
"Non voglio disturbare".
"Non voglio un uomo lagnoso con la schiena bloccata girarmi per casa domani mattina".
"Mi sembra un discorso convincente. Ma lo faccio solo perché hai insistito".
Kate sorrise, precedendolo nella sua camera.

Era strano vederlo disteso nel suo letto, di solito tanto vuoto e freddo. Sembrava riempire l'intera stanza della sua presenza.
Kate sapeva che non era la cosa più ragionevole da fare, visti i loro rapporti, la specie di ultimatum che gli aveva dato, e il fatto stesso che fossero tornati a New York separati. Sarebbero finiti a fare quello che facevano di solito: confusione.
Avrebbero ritardato il momento dei discorsi chiari e delle decisioni definitive. Ma anche lei aveva voglia di stare con lui e aveva immaginato così tante volte di sentirlo bussare alla sua porta che pensò di meritarsi una piccola concessione.
Il letto divenne presto molto caldo e confortevole, a differenza del solito. Kate si crogiolò nel benessere indotto dalla vicinanza del corpo di Castle, decisa a godersi il meglio della situazione. Per una notte sarebbe riuscita a risposare in santa pace, e non si sarebbe svegliata stanca come se qualcuno l'avesse investita con un tir. Anche lei aveva problemi a dormire senza di lui. Anche a lei mancava.
Assunsero in modo naturale le loro posizioni abituali, come se si trattasse di una consuetudine automatica.
Kate stava già scivolando nel sonno, appagata dal braccio che l'avvolgeva, quando sentì Castle chiamare il suo nome.
Lo sapeva che non sarebbe riuscito a fare silenzio.
"Domani mattina devo alzarmi preso. Fammi dormire", lo implorò, sperando di metterlo a tacere.
"Posso parlare al tuo cartonato? Terrò la voce bassa e tediosa, così non ti darò fastidio. Fa' come se non ci fossi".
Già, come se fosse stato facile.
"Che cosa c'è?", gli chiese a bassa voce.
"Non so come fare, Kate".
"A parlare?". Aprì gli occhi, ma non si voltò verso di lui.
"A fare quello che mi hai chiesto".
Quindi era il momento dei grandi discorsi. Kate si girò sull'altro fianco a fronteggiarlo.
"Che cosa vuoi dire?".
"Che capisco il tuo punto di vista. So di averti accusato ingiustamente e mi dispiace. Perdonami. So anche che se l'ho fatto è perché sono ancora arrabbiato perché te ne sei andata in quel modo. E ferito. Non voglio giustificarmi, solo elencare i fatti".
Kate gli appoggiò una mano sulla guancia. Tremava dentro, ma non voleva darlo a vedere. Non aveva la minima idea di dove volesse andare a parare, ma le premesse non erano delle migliori.
"Continua".
"Ma non posso stare senza di te. Quando sei partita avrei voluto tirarti giù a forza dall'aereo".
Gli sorrise. "Io avrei voluto scendere e tornare indietro".
Castle affondò la mano tra i suoi capelli.
"Non so come fare a smettere di essere arrabbiato per convincerti a tornare a casa con me. E riaverti nella mia vita".
Le cose non stavano decisamente procedendo al meglio.
Kate si mise seduta e incrociò le gambe. Castle le accarezzò un ginocchio.
"Immagino che prima o poi mi passerà. O magari qualche volta sbaglierò di nuovo e avrò paura dei tuoi segreti e litigheremo. Ti farò soffrire. O tu farai soffrire me. Ma è così che deve andare, no?".
"Che ci faremo soffrire a vicenda? Che bel quadretto". Un po' di sarcasmo avrebbe aiutato a non farsi prendere dal panico.
"No, che cercheremo di andare avanti, e poi sbaglieremo e ci proveremo di nuovo. Non è questo che ci siamo promessi?".
"Stai tirando fuori la buona e la cattiva sorte?".
Castle rise. "No. Sto dicendo che non voglio aspettare che vada tutto bene e gli astri siano tutti allineati prima di chiederti di tornare a casa. Perché quel momento non arriverà mai. Il momento perfetto, intendo".
"Potrai fidarti di me?". Le costò molto chiederlo, ma non poteva fare diversamente.
"Non so se posso. So che voglio".
"E se non bastasse volerlo?".
"Kate, non riesco a stare senza di te per due giorni, figurati se posso pensare di lasciarti, o di far finire il nostro matrimonio".
Era tutto molto bello, ma lei non voleva illudersi, per poi essere colpita di nuovo a tradimento.
"Non voglio più essere accusata ingiustamente. Non voglio che ci siano ombre tra di noi. Era quello il senso della mia decisione. Finché non ci saranno queste condizioni...".
"E io invece ti propongo di tenerci le ombre, di superarle insieme, di tirarci i piatti, di mangiare le lasagne fredde, di prenderci per mano. Anche se io sono ancora un po' malconcio e tu ferita. Però possiamo solo stare insieme. Lo sai che non c'è alternativa".
"Lo fai perché sono incinta?".
"Ma certo che lo faccio perché sei incinta. Ti ho solo voluto per anni e ti ho quasi dovuto sposare portandotici di peso, mi sembra ovvio che mi interessi solo quello".
Kate gli fece un sorriso timido. Forse il salto da fare non era così alto e spaventoso.
"E se non funziona? Se faremo casino?".
"Lo faremo funzionare. Saremo il miglior casino funzionante al mondo".
Le passò un braccio dietro le spalle e la trascinò contro di sé.
"Non ho ancora deciso...".
"Se non la smetti di parlare ti imbavaglio e approfitto di te".
"Se sono finita così è perché hai giàapprofittato di me".
"Eri consenziente".
"Mi hai assalito con l'inganno quando avevo ancora il sacchetto con il cibo del nostro anniversario in mano!".
"Ti ho comprato la borsa".
"Quale borsa?".
"Quella del negozio dentro all'aeroporto".
"Sei impazzito? Non si comprano borse alle donne!".
"Ti piaceva".
"Non ricordo nemmeno cosa stessi guardando. Potevano pure essere squali vivi".
"È a casa che ti aspetta".
"Devi farla sparire prima del mio ritorno".
Andarono avanti a chiacchierare e ridere finché non crollarono addormentati entrambi.
L'ultimo pensiero cosciente di Kate fu che quello che avevano in quel momento non era perfetto. Però era tutto quello che possedevano. Era tutto loro.