Solo tre minuti un corno!

Konan aveva l'impressione di essersi trasformata in una statua di sale seduta al tavolo della cucina con entrambi i gomiti puntellati sul legno, le mani chiuse a pugno e ferme a sostenere la testa. Le espadrillas rosse che adorava calzare a casa ruotarono verso l'interno fino a che le gambe, infilate nei jeans larghi, non collisero con l'interno delle ginocchia arrestando, per forza di cose, il movimento. Anche nell'ambiente domestico, pur scegliendo di vestite comoda, non le era mai piaciuto stare in ciabatte e pantofole, aveva sempre avuto l'impressione che le donne che cedevano alla tentazione di indossare capi del genere invecchiassero precocemente. Così come non si faceva mai mancare una lieve passata di mascara e di gloss, gesto che le veniva ormai praticamente automatico tutte le mattine.

Sentiva il fruscio pieno e rotondo della fiamma nel forno alle sue spalle, lo aveva sempre trovato un suono intimo e accogliente ma quella mattina si era trasformato anch'esso in una forma subdola di ansia.

Bugiarda, se non ci fosse stato questo mi sarei attaccata ad altro.

Forse i dolcetti al cioccolato con ripieno di gelato che stava preparando non sarebbero serviti a niente, lo aveva fatto solo perché il loro tempo di cottura era di cinque minuti, giusto poco più di quello che sarebbe stato necessario a lei per sapere. Poi Neji sarebbe entrato da quella porta di ritorno per il pranzo e lei gli avrebbe detto che…

Quella dannata finestrella si era messa in testa di ucciderla in un terribile stillicidio, da quando era iniziato, Konan aveva smesso di respirare e di muovesi. Aveva smesso di vivere aspettando il nulla osta di due piccole lineette rosa per ricominciare a farlo. Solo adesso la barra verticale era scorsa da sinistra verso destra prendendosi la briga di svegliarle.

Ci sei?

Tra le cose che sarebbero potute risultare inutili non c'erano solo i dolcetti al cioccolato, ma anche la gentilissima concessione di una settimana di riposo da parte del locale in cui lavorava ormai da quasi tre anni. Konan mandò un sospiro sentendosi tremare il diaframma in profondità, forse in un caso come quello una bella dose di scaramanzia non avrebbe guastato, si rammaricò di aver dato tutto troppo per scontato.

Già uscendo dallo studio di Kabuto si era sentita al settimo cielo e, forse, troppo presto e in maniera ingiustificata. Il ricercatore le aveva somministrato una sostanza per agevolare la gravidanza, a suo dire si trattava nient'altro che di un integratore con varie sostanze e ormoni. Anche se Konan non aveva mai visto integratori inseriti direttamente all'interno del corpo con una cannula, il sorriso fiducioso che Kabuto aveva sfoderato mentre le raccomandava di procedere alla pianificazione della gravidanza entro la giornata, era bastato per farla uscire da quella porta letteralmente accecata di gioia. Non aveva più per niente pensato ai metodi utilizzati da Kabuto, d'accordo che erano sempre molto inconsueti, ma avevano dimostrato di funzionare e a lei era interessato solo questo.

Adesso quei dannati tre minuti sembravano più lunghi dei quindici giorni che erano trascorsi da allora. La prima linea rosa, quella più netta e luminosa, apparve; il sospiro del forno continuò senza esserne per nulla sconvolto. Per forza, la prima non significava assolutamente niente.

Dai dimmi se ci sei, ho già capito che sarai in bel birbante se già di diverti a fare ammattire la tua mamma così.

Konan si sarebbe presa a schiaffi da sola, probabilmente quelle parole erano state rivolte al vuoto e poi cosa aveva fatto? Si era arrogata persino il diritto di chiamare sé stessa mamma.

No, doveva assolutamente prendere atto che lei quella parola non l'avrebbe mai sentita, d'altronde era stata colpa sua se aveva atteso troppo prima di decidersi ad avere un bambino, adesso doveva prendersi la responsabilità delle sue scelte come fanno tutti. Però come sarebbe stato bello sentirla per la prima volta!

Si alzò di scatto dal tavolo prima di combinare altri disastri, girò la manopola del forno aprendo subito dopo lo sportello per tirare fuori i dolcetti. La ventata calda e intensamente profumata di cioccolato fondente le investì il viso facendo evaporare in parte le lacrime che avevano iniziato a gonfiarle gli occhi. Ripresero a scorrere subito dopo, giusto il tempo di infilarsi i guanti e di posare la teglia sul bancone. Avrebbe inviato Akira per magiare i dolcetti, quel pomeriggio stesso. Già, era meglio recuperare il telefono per chiamare Rin.

Il cellulare era sul tavolo, vicino a…

Un'altra piccola lineetta rosa faceva timidamente capolino.

"Ci sei!"

Il ruotare delle chiavi nella toppa del portone la congelò nel fermo immagine del suo salto di gioia, Neji se la trovò davanti nel momento in cui era appena atterrata con entrambe le mani alzate a pugno e la bocca aperta in un grazioso triangolo rovesciato, i bellissimi denti di perla sbucavano dal labbro superiore mentre stava trattenendo il fiato di nuovo, ma stavolta per l'intensa felicità. Il suo piede destro iniziò il movimento per saltare al collo del marito.

"Una tragedia, Konan."

La notizia che stava per dargli della loro splendida vita rinata, le si rinsecchì sulle labbra di fronte all'immagine del marito sconvolto, tremante e che stava letteralmente per piangere.

Konan corse comunque verso di lui ma con l'espressione completamente cambiata e per prenderlo a braccetto prima che stramazzasse in terra, lo accompagnò fino alla sedia dove era stata lei fino a pochi muniti prima facendolo sedere. Neji era bianco come uno straccio e con la cute completamente congelata, faceva impressione.

"Non capisco come si possa fare. Ma come diavolo gli è venuto in mente?" Neji balbettava spezzoni di frasi a lei completamente incomprensibili.

Konan si affrettò a prendere un bicchiere d'acqua fresca per posarlo davanti al marito, lo osservò bere con le mani tremanti e sperando che la sua tacita richiesta di spiegazioni andasse a buon fine.

"Akira. Ieri sera era con Itachi sul lungomare e quello sprovveduto è stato capace di perderselo" Neji scosse la testa "Chissà dove sarà finito, povero piccolo, e come sarà spaventato. Ha passato fuori tutta la notte."

Konan si sentì morire: "Come sarebbe?"

"Hai sentito bene, Itachi a quanto pare è tutt'altro che il genio che hanno sempre descritto" la voce di Neji si era fatta improvvisamente dura "Se lo fosse stato, sarebbe stato lui stesso a rifiutarsi di portare fuori Akira da solo. Lo sanno tutti come sono i bambini dell'età di Akira, saltano e corrono dovunque e non ci si può permettere di perderli di vista. E con questo ti ho detto tutto."

Konan dovette sedersi a sua volta per non svenire, aveva iniziato a sentire il corpo dissolversi in un fastidioso formicolio, come se al suo interno non ci fosse più sangue.

"Obito e Rin sono talmente distrutti che è dovuto intervenire Naruto per chiamare la polizia, loro non riuscivano nemmeno a mettere insieme una frase" continuò Neji nel terribile racconto "In tutto questo ci ha messo del suo anche Shisui, avrebbe dovuto esserci pure lui con Akira e Itachi ma, non si sa perché, ad un certo punto se ne è andato piantando in asso il bambino in mezzo al caos della folla con un uomo completamente cieco. È incomprensibile questo comportamento, forse a causa dei traumi che entrambi hanno subito da giovani potrebbero non essere tutti interi emotivamente."

Due lacrime solcarono il viso immobile di Konan, gli occhi di ambra erano fissi sul pavimento, Neji le prese le mani: "Se il bambino che stiamo cercando arriverà, non chiedermi mai di affidarlo ad alcuni membri di quella famiglia."

Konan non si mosse, adesso assomigliava ad una statua di sale che piangeva. Il loro bambino era già lì ma, almeno per quella giornata, Neji non lo seppe. A Shisui e Itachi di sicuro era accaduto qualcosa di grave o non sarebbero arrivati a tanto, erano entrambi intelligenti, responsabili, e amavano Akira più della loro stessa vita. Itachi non era mai stato limitato in niente a causa della perdita della vista, anzi, per certi aspetti era addirittura diventato più abile. Questo sarebbe stato assodato presto e Konan avrebbe aspettato quel momento per parlare, adesso non aveva voglia di fare discussioni inutili, Akira andava assolutamente trovato.

Sasuke aveva l'impressione di vederlo il sangue che gli era salito al cervello, gli era capitato diverse volte di sentire qualcuno descrivere un'intensa rabbia dicendo vedo nero oppure non ci vedo più. Ma lui, in quelle occasioni, si era accorto di vedere rosso e questo gli era iniziato a succedere da quella ormai lontanissima e maledetta domenica di maggio, quando ancora aveva otto anni. Era da tanto tempo che non si trovava più in una situazione del genere, gli era capitato spesso da giovane nel periodo in cui scaricava l'intera responsabilità dell'incidente in cui aveva perso i genitori su Itachi. Una volta compreso che il fratello maggiore non lo aveva nient'altro che amato, il rosso del furore era stato interamente dedicato a sé stesso mentre si dibatteva disperato nella ragnatela del senso di colpa. Poi a Nagato, ritenuto erroneamente responsabile del malessere dell'epoca di Itachi. Neji si era preso il rosso della fine del matrimonio con Hinata e Madara quello del suo sempre vivo senso di protezione nei confronti del suo adorato Nii – san.

Nei quasi tre anni che erano trascorsi da allora, Sasuke aveva imparato, anche grazie all'amore di Sakura, a fare tesoro del suo carattere ardente, determinato ed estremamente amorevole eliminandone, però, gli aspetti negativi. Il rosso era uno di questi. Il sangue che saliva al cervello facendogli sentire le emozioni solo nella loro forma più potente, istintiva e arcaica, pure e semplici senza l'inquinamento della ragione e delle imposizioni della società. A volte gli sembrava che tutto questo fosse tremendamente ingiusto, soprattutto quando a farne le spese era qualcuno che lui amava.

Tuttavia era corretto anche quello che aveva capito grazie alla moglie, esistono diversi modi per risolvere le questioni, finire col prendersi il torto anche quando si ha pienamente ragione a volte può essere più rapido di una fucilata. Sasuke era miracolosamente riuscito ad imporsi tutto questo mentre veniva raggiunto dalla terribile notizia della scomparsa di Akira. In quel momento era al lavoro in compagnia di Izuna e Hinata. Il modo in cui Genma li aveva convocati tutti e tre nel suo ufficio non aveva presagito niente di buono sin dall'inizio.

Sasuke era stato l'ultimo del gruppo ad essere prelevato dalle mansioni che stava svolgendo, il fotografo che gli stava facendo il servizio in quel momento si era lasciato sfuggito un'imprecazione tra i denti quando Sasuke, sobbalzando al suono della porta aperta di botto da Genma, aveva fatto venire male l'ultimo scatto. Un gesto del genere fatto dal capo non era per niente inconsueto, tuttavia il tappo della penna che Genma aveva fatto letteralmente a brandelli in pochi secondi con gli incisivi e le facce pallide di Izuna e Hinata alle sue spalle, erano bastati per far fermare il cuore di Sasuke senza bisogno di nessuna parola.

Se era stata sufficiente una porta aperta di scatto a fargli fermare il cuore, alla notizia che udì una volta dentro l'ufficio di Genma, Sasuke si sentì abbandonare dall'anima. Lui era l'unico rimasto in piedi dal momento che le sedie per gli ospiti del capo erano due, solo per miracolo era riuscito a non svenire. Tuttavia fu l'unica persona a rimanere completamente paralizzata dallo choc per quasi un minuto intero. Hinata si era accasciata sulla sedia con la faccia tra le mani e il capelli che le scendevano quasi sul pavimento, Izuna le avvolse le spalle con un braccio voltandosi contemporaneamente indietro verso il cugino. Il maggiore vide Sasuke stringere i denti ma senza dire niente o muovere altri muscoli. Il silenzioso sguardo tra i due gridò una frase istintiva che nessun freno al mondo avrebbe potuto arrestare: Itachi e Shisui non c'entrano niente.

Akira non si era semplicemente perso ma era stato prelevato da qualcuno di proposito, Sasuke e Izuna ne erano certi e se lo erano appena comunicato con gli occhi. Il rosso del sangue iniziava ad annebbiare la vista di Sasuke ma lui riusciva a ancora restare ragionevole.

"È rimasto fuori tutta la notte, un bambino così piccolo. Gli è sicuramente accaduto qualcosa di brutto" Hinata, fuori di sé dalla disperazione, strattonava le mani di Izuna.

"No amore mio, con credo. Lo troveremo presto, Temari, Gaara, Naruto e la polizia sono stati al lavoro tutta la notte e ancora non si sono fermati. Non lo faranno finché Akira non salterà fuori." Izuna se la strinse al petto mandando l'ennesima occhiata a Sasuke. Lo aveva preso qualcuno, Akira non era stato solo nemmeno un minuto.

Le ondate di rosso si erano fatte sempre più violente nei suoi occhi finché non era arrivato a casa, Sakura non c'era, pur sapendo che sarebbe rientrata dalla palestra a momenti, Sasuke percepì la sua assenza come un ulteriore dramma. Aveva bisogno di lei per tenere a bada quello tsunami di sangue nel cervello ma ancora non era lì. Entrò nella piccola cucina della casa di legno dov'era cresciuto per per bersi un bicchiere d'acqua fresca sperando che servisse a calmarsi; sarebbe stata questione di pochi minuti, la notizia sicuramente aveva già raggiunto anche le orecchie di Sakura e lei sarebbe arrivata lì come un angelo con le parole giuste da dirgli.

È stato Danzo!

Shisui ormai aveva fatto il nome di quell'individuo confessando tutte le nefandezze a cui lo aveva costretto dall'inizio dell'estate ad ora. Era stato visto diverse volte nel parcheggio della palestra, lui e Hiruzen avevano appena subito l'intercettazione di un loro video ricatto e, sicuramente, non l'avevano mandata giù. Dalla sera prima tutte le forze si erano concentrate sul ritrovamento di Akira e le mosse di quei due, ovviamente, momentaneamente accantonate.

È stato Danzo!

Il rosso esplose in una bomba atomica, non solo negli occhi e nella testa di Sasuke, ma anche sullo sportello di legno in cui lui e Sakura custodivano le bottiglie di acqua e altre bevande. Il moro avvertì prima la carezza sulla pelle piuttosto che il dolore sulle sue nocche disintegrate e piene di schegge. Registrò gli occhi colmi di apprensione di Sakura come un fantasma.

"È stato Danzo!" un grido di guerra attraversò la casa come una lama.

"Sasuke, la polizia è già alla palestra che sta interrogando Itachi e Shisui, vedrai che troveremo Akira prima che il sole scenda" Sakura lo teneva per le spalle senza smettere di guardarlo negli occhi.

"Itachi sarà distrutto, non è il momento di torturarlo. Perché devono sempre tutti rovinargli la vita?" Sasuke si divincolò dalla presa della moglie con gli occhi che mandavano fiamme "Sono stati quei due, Sakura. Itachi e Shisui non c'entrano niente."

"Sasuke, cerca di ragionare, ogni dettaglio è prezioso in casi come questo" la ragazza riprese la mano ferita del marito cercando di ignorare la schiuma che gli si era formata agli angoli della bocca, poi riprese lentamente fiato per far capire a Sasuke che stava per dire una cosa importante "Danzo ha un alibi, nel momento in cui Akira è scomparso stava parlando con Shisui."

"Allora ho ragione, quel delinquente è tornato alla carica."

"Ormai ha le spalle al muro, Sasuke, il video è stato intercettato e abbiamo capito che le sue violenze su Shisui erano reali. Appena salta fuori da dovunque si nasconda scatteranno le manette, ma adesso è Akira ad avere la priorità" disse Sakura mentre lo guidava dolcemente a sedere sul divano pur avendo il viso terribilmente provato "Ora stai qui e fatti medicare quella mano, va bene? Purtroppo non possiamo fare altro."

Anche se non era scomparso completamente, Sakura era riuscita a far rientrare quasi tutto quel sangue che stava invadendo la testa di Sasuke rendendolo cieco. Ancora una volta, la moglie aveva compiuto il miracolo in soli tre minuti. Se al momento Danzo si era reso irreperibile forse non lo era quell'altro vecchiaccio. Danzo lo stava usando da scudo nascondendosi dietro la scusa dell'alibi, ma ora non era il caso di prendersi in pieno quella fucilata che trasforma la ragione in torto, non finché c'era Akira da salvare.

In tutto questo, Sasuke non era riuscito a vedere il terrore e l'angoscia che la moglie stava nascondendo solo per impedirgli di farsi male a sua volta.

Se al momento non si sapeva dove fosse Danzo, certamente Hiruzen era sempre ai suoi adorati comandi nella sala di regia di Tele Roots. Era possibile che il bambino fosse con lui.

Da ormai più di dieci anni a Hidan non capitava di vedere nero, ma in quella situazione sentiva di essere più che giustificato. Negli ultimi tre anni era stato alla palestra ogni giorno, quando non si allenava si posizionava con il laptop in giardino per svolgere il suo mestiere di copywriter. A volte accompagnava la moglie rimanendo in sua compagnia finché non aveva terminato il programma di allenamento, oppure restava incantato di fronte alle esibizioni di Itachi e Sai o alle lezioni di Taekwondo di Madara. Insomma, era affezionato ormai a tutti loro a tal punto da considerarli un'estensione della sua stessa famiglia.

Hidan non si era mai considerato un uomo particolarmente sdolcinato, anche per questo si era innamorato a prima vista di una donna energica e volitiva come Tayuya. Tuttavia, nonostante la sua natura, la scena che era venuto a trovarsi davanti agli occhi quella mattina nella palestra lo aveva addolorato al punto da averlo costretto ad allontanarsi. Itachi, completamente e comprensibilmente a pezzi, era stato tartassato dalla valanga di domande della polizia. Per il bene di Akira, aveva retto rispondendo a ogni cosa finché questi uomini non se ne erano andati, poi era scoppiato in un pianto disperato tra le braccia di Kisame per culminare in un gesto che, nel suo caso, era altamente autolesionistico. Kisame era stato costretto a caricarlo in macchina per portarlo a casa. Shisui era altrettanto affranto mentre spiegava ai poliziotti il perché della sua scelta di lasciare Akira momentaneamente con Itachi per non farlo scovare da Danzo.

Lo hanno trovato comunque.

Hidan vedeva nero ma conosceva ormai benissimo la strada che portava alla sede di Tele Roots. Digrignò i denti affondando ancora di più il gas, nonostante non si fosse reso pienamente conto di aver prelevato un manubrio da otto chili dalla sala pesi di Kisame, si ricordò benissimo di prenderlo dal sedile del passeggero scendendo dalla macchina una volta giunto nel parcheggio della televisione. Vedeva nero ma non gli sfuggì di chiudere la macchina mettendosi ordinatamente le chiavi in tasca.