3° Capitolo
"Accidenti che assembramento", pensò una delle infermiere quando vide la sala d'attesa del suo reparto occupata da tutte le ragazze della III A. Persino Evangeline, anche se a distanza, era presente.
Nessuna parlava, mentre Satsuki e Chao, col capo chino, stavano sedute su una panca.
Nagase e Ayaka le tenevano per mano.
Asuna guardava verso l'ingresso dell'infermeria. "Perché ci mettono tanto?"
Negi fissava impassibile il letto dove era stata sistemata Ku Fei: la ragazza, con indosso un pigiama ospedaliero, giaceva inerte e circondata da flebo, le braccia e il collo erano pieni di graffi; soprattutto, la parte destra del volto era completamente bendata, ma qualcosa di scuro sulla sua pelle sporgeva
anche oltre il bendaggio.
Numerosi monitor la tenevano sotto controllo.
Takamichi entrò nella stanza. "Negi, forse dovresti…"
"E' una mia allieva, e amica", rispose senza emozioni il giovanissimo insegnante.
Arrivò uno dei medici e si accostò a Takamichi, sussurrando qualcosa.
"Parli apertamente, dottore", gli disse Negi quasi con tono da rimprovero. "Voglio sapere tutto anch'io".
Dopo essersi scambiato un'occhiata con l'altro professore, il dottore sospirò.
"Va bene. Allora, posso rassicurarvi che non è in pericolo di vita. Le ferite che ha sul corpo sono superficiali e guariranno in poco tempo. Il problema è la testa. Qualcuno, infatti, l'ha colpita sul lato destro del volto usando una forza considerevole, che le ha incrinato una parte delle ossa del cranio, spezzato la mascella e provocato una commozione cerebrale. Ora è in coma farmacologico e da domani cominceremo una serie di operazioni per ridurre l'ematoma e ricomporre le ossa. Se tutto va bene, tra un mese sarà dimessa. Comunque considero quasi un miracolo che le ferite non siano ancora più gravi, anzi", e il dottore abbassò lo sguardo, "mi sembra stupefacente che sia sopravvissuta a un colpo che doveva avere la forza di un martello pneumatico. E dopo aver passato tutta la notte in quelle condizioni, legata per i piedi a un ramo e
appesa a testa in giù…"
Il piccolo insegnante uscì con passo affrettato dalla stanza.
"La ringrazio dottore, provvederò io ad avvisare le compagne della paziente. Lei faccia del suo meglio, mi raccomando", concluse Takamichi andandosene anche lui.
Negi stava seduto nella sala insegnanti, giocherellando con una matita, lo sguardo concentrato su quest'ultima.
"Professor Negi, la disturbo?", domandò la professoressa Shizuna Minamoto entrando.
L'altro scosse la testa e la donna gli si avvicinò, notando quanto la sua espressione fosse impassibile.
"Mi hanno detto delle condizioni di Ku Fei e lo sanno anche le sue compagne. Lei invece come sta?"
Negi la guardò negli occhi. "Mi sento impotente".
"Impotente?"
"Sì. Una mia allieva è stata ferita gravemente, ha rischiato di morire per colpa di un bastardo che l'ha lasciata agonizzante sopra quell'albero ed io non ho fatto nulla".
"Professor Negi", lo richiamò con una certa severità Shizuna, "mi spiega come fa a sentirsi in colpa per un fatto accaduto quando lei non era neppure presente? Inoltre non mi risulta che lei fosse la guardia del corpo di Ku Fei".
"Sono le mie allieve e sono sotto la mia responsabilità".
"Durante le lezioni, non durante tutta la loro vita. Lei sta esagerando".
Negi la guardò furente. "Esagero?!"
Shizuna non si lasciò assolutamente intimorire. "Sì. Perché lei è un bambino e non si rende conto che la nostra capacità di controllare gli eventi è limitata. Lei pensa di poter gestire tutta la vita di quelle ragazze. E' un discorso sbagliato e arrogante, nonché irrispettoso nei confronti delle sue stesse allieve. Finirà per trattarle come tante bambinette che senza di lei non sanno muovere un passo".
"Non lo farei mai!"
"Solo se imparerà adesso a non accollarsi responsabilità che nessuna persona può sostenere".
"Mi sta forse invitando a non comportarmi in modo responsabile?"
"Assolutamente no. Voglio solo farle capire che in tutte le cose ci vuole senso della misura. Si può iniziare con le migliori intenzioni e finire nel peggiore dei modi. Lei fa bene a preoccuparsi per le sue allieve, il rapporto che ha stretto con tutte loro è molto bello e invidiabile. Però non si senta in colpa per un evento così drammatico accaduto senza preavvisi e quando lei non c'era".
Negi tornò a guardare la matita. "Qui può pure avere ragione lei, ma una colpa l'ho comunque: ho ingannato le mie allieve, le ho illuse, ho minimizzato quello che poteva essere accaduto, l'ho definito una cosa da nulla, e invece…"
A quel punto le parole gli morirono in gola e prese a singhiozzare a capo chino.
Shizuna si sedette affianco a lui, mettendogli un braccio intorno alle spalle.
"Lei ha fatto la cosa giusta in quel momento. Ha detto di aver minimizzato, mentre io userei un'altra espressione: ha voluto infondere speranza. E questo non è mai sbagliato. Senza contare che quando hanno riferito le condizioni di Ku alle sue compagne, queste ultime sono ovviamente rimaste sconvolte, ma hanno anche chiesto del professor Negi. Hanno voluto sapere come l'avesse presa ed erano preoccupate per lei.
Può forse sentirsi in colpa quando proprio le persone che ritiene di aver illuso non sono per nulla arrabbiate?"
Negi la guardò negli occhi. "E' sicura?"
"Assolutamente. Ora", disse Shizuna tirando fuori un fazzoletto, "asciughiamo queste lacrime. Le sue allieve hanno bisogno di lei, professore, e lei di loro. Sono sicura che vi sosterrete a meraviglia in attesa che tutta questa brutta faccenda si chiarisca".
"Lei ha proprio ragione. La ringrazio".
Shizuna gli sorrise, asciugò le sue lacrime e gli fece un buffetto su una guancia.
Poi di colpo, la donna si mise a fissare la finestra.
"Professoressa, cosa succede?"
La donna scrutò con attenzione, poi distolse lo sguardo.
"Niente. Mi era parso di vedere… qualcosa tra gli alberi. Sarà stata un'impressione".
Cominciò una nuova notte e tra le poche luci ancora accese al Mahora, c'era quella dello studio del preside.
"Quello che è accaduto", dichiarò Konoemon Konoe, massaggiandosi la barba, "è gravissimo. Una nostra studentessa è stata aggredita e quasi ridotta in fin di vita. Dobbiamo scoprire il colpevole e prendere precauzioni".
Nello studio erano presenti anche Takamichi, Kotaro e Mana.
"Lei ha ragione", esordì il primo, "ma purtroppo non ci sono indizi. Nessuno ha visto o sentito nulla e anche le telecamere non hanno ripreso nulla. Sembra che Fei sia stata aggredita da un fantasma".
"Anche io", continuò Kotaro, "non posso dare indizi. All'inizio non ci ho fatto caso, ma in seguito mi sono accorto che non ho mai percepito un odore che potesse essere quello dell'assalitore. Su quegli alberi c'è solo l'odore della ragazza".
Mana invece apparve soprappensiero.
"Signorina Tatsumiya, ha qualche sospetto?", domandò il preside accorgendosene.
"Uh? No, niente", rispose la giovane mercenaria.
L'anziano la scrutò per un momento, poi si rivolse a Takamichi: "Da domani, voglio che l'accesso al bosco sia interdetto a tutti gli studenti. I suoi confini dovranno essere sorvegliati con discrezione. E dovremo incaricare membri fidati della sezione ingegneria di approntare dispositivi che ne permettano l'esplorazione. Non conoscendo l'identità del nemico è meglio non correre rischi. Informi gli altri docenti, professor Takamichi".
"Bene", rispose quest'ultimo congedandosi con un lieve inchino.
Anche gli altri due uscirono.
Rimasto solo, Konoemon ritornò alla sua scrivania e dopo un po', qualcuno bussò alla sua porta.
"Avanti".
Konoka, nipote del preside, fece la sua comparsa.
"Nonno, vorrei chiederti un favore", disse la giovane con un'espressione speranzosa.
"Chiedi pure".
"Riguarda Ku Fei… ci hanno detto come sta, e anche se non è in pericolo di vita, so che dovrà restare ricoverata per almeno un mese…"
"Quindi?"
"Voglio aiutarla con la mia magia. Non hanno detto che sono una guaritrice? Allora potrei farla guarire seduta stante, no?"
"Questo ti fa onore, davvero, nipotina. Dimostra il tuo altruismo. Tuttavia devo rifiutare".
"Eh? Perché?"
"Ecco, vedi", cominciò il preside scandendo bene ogni parola, "il tuo potere è certamente grande, puoi guarire ogni genere di ferita, ma allo stato attuale le tue conoscenze sono troppo scarse, mentre Fei ha riportato un danno cerebrale e in questo momento è molto debole. Per poterla guarire, dovresti adoperare la tua magia con la stessa precisione con cui… Be, con cui un chirurgo maneggia il bisturi. E tu ancora non ce l'hai tale abilità".
"Capisco", commentò mortificata Konoka abbassando lo sguardo.
"Ops, forse ho esagerato", pensò Konoemon, che quindi aggiunse: "Tuttavia alla fine dovrai pur imparare, e questa esperienza potrebbe esserti utile. Col passare del tempo, la tua amica migliorerà e sono sicuro che potrai aiutarla lo stesso. Quando sarà il momento, le permetterai di uscire con largo anticipo dall'infermeria".
Una grande felicità apparve sul volto di Konoka. "Davvero? Oh, grazie nonno, grazie mille!"
"Ora vai a dormire, piccolina, è tardi", la congedò il preside ammiccando con lo sguardo.
Anche nell'infermeria del Mahora era scesa la calma della sera.
Accanto alla porta della stanza di Ku c'era un divano, su cui Haruna Saotome stava leggendo e insieme dormicchiando.
Un'infermiera si avvicinò: "Signorina, si svegli", le disse toccandole una spalla.
"Eh? Che ore sono?"
"Sono quasi le dieci di sera. Penso che debba andare a letto".
Haruna si alzò cercando di reprimere uno sbadiglio.
"Yawn… e Ku come sta?"
"Oh, è tutto sotto controllo. Avete fatto una bella cosa, voi della III A, è da oggi pomeriggio che vi alternate nello starle vicino. Mi dispiace che non potete entrare direttamente nella stanza, il dottore vuole calma assoluta attorno alla paziente. Ma sono sicura che la vostra amica sente comunque che le state accanto".
"La ringrazio", rispose Haruna che cercò di nascondere l'imbarazzo sistemandosi meglio gli occhiali.
Una lieve corrente di aria fredda investì i loro piedi, arrivando da sotto la porta della camera di Ku.
"Brr", commentò Haruna, "che corrente. Fino a un secondo fa non c'era. Avete aperto la finestra in questa stanza?"
"Certo che no. Le finestre sono chiuse e i locali climatizzati automaticamente. Inoltre l'unico accesso è questo, quindi per entrare bisogna per forza passare da qui".
L'infermiera e la studentessa si guardarono ed entrarono.
Neanche un attimo dopo, la prima corse a chiamare il medico, mentre la seconda impallidì restando di sasso: la finestra era aperta e Ku Fei era sparita.
