4° Capitolo
"Mi spiegate come può essere successo?"
Da quando era arrivata al Mahora, Chao Lingshen era sempre stata una ragazza dolce, gioviale e simpatica.
Ma in quel momento, davanti ad un turbato Konoemon e nel suo studio, c'era solo una persona furiosa e indignata.
"La prego di capire, signorina Lingshen, questa vicenda è cominciata così all'improvviso… e sono successe troppe cose prima che potessimo organizzarci…".
"Storie!", urlò Chao sbattendo un pugno sulla scrivania. "La verità è che siete stati degli incompetenti! Non avete pensato che quello schifoso, chiunque sia, avrebbe potuto tornare da lei e finire il lavoro!"
"Se avesse voluto ucciderla, avrebbe avuto un'intera nottata per farlo, quando l'ha aggredita".
"Un pazzo agisce secondo una logica tutta sua! Comunque, mi sembra chiaro che dovrò prendere la situazione in mano. Voi avevate chiesto l'aiuto della sezione ingegneria? Bene, io sono il genio dell'istituto, quindi a condurre le indagini ci penserò io! Naturalmente mi aspetto massima collaborazione da voi… adulti!"
Pronunciata l'ultima parola come se le facesse pena, Chao uscì dall'ufficio.
Da una porta laterale entrò, con volto sbigottito, Shizuna Minamoto. "Preside, ho sentito le grida nel corridoio… Cosa è successo?"
"Abbiamo avuto la conferma che l'amicizia, quando viene ferita, diventa la più rabbiosa delle armi", rispose il preside dopo aver ripreso il suo autocontrollo.
"Ho sentito le sue ultime parole. Intende assegnare veramente a quella ragazza le ricerche?"
"Direttamente no, questa faccenda è molto pericolosa e misteriosa, non possiamo affidarla a una quattordicenne, per quanto di talento. Ma non possiamo nemmeno escluderla. Possiamo sperare, e mi auguro di non apparire cinico, che la sua furia incrementi la sua intelligenza il più possibile per
questa ricerca. Lei intanto ha fatto circolare per la scuola le nuove direttive?"
"Certo".
"Quindi da questo momento, l'area del bosco e le zone limitrofe sono interdette a tutti. Inoltre è vietato girare da soli. Dovrete essere sempre almeno in due e frequentare solo zone con altre persone".
Finito l'annuncio, Negi osservò i volti delle sue studentesse, tutte presenti tranne Chao e Hakase: erano la preoccupazione e l'agitazione personificate.
La sparizione di Ku e la consapevolezza che qualcosa fosse in agguato nell'immenso bosco interno al Mahora avevano fatto svanire la loro solita allegria.
"Ehm… ragazze", riprese con una certa titubanza Negi, "se ve la sentite, potremmo continuare la lezione prevista per oggi".
In mezzo al silenzio di reazioni, il "Che cosa?!" pronunciato da Yuna risultò ancora più penetrante.
La giovane Akashi si alzò in piedi con uno sguardo accusatore. "Professore, ma come si permette di poter anche solo pensare a una cosa del genere?"
"Ecco… io…"
"Una di noi è scomparsa, si trova là fuori, forse è…", Yuna non riuscì a pronunciare quella parola, "e lei pensa che potremmo studiare senza fare nulla per Ku?! Mi ha davvero deluso, professore, non credevo fosse così cinico e insensibile!"
Negi si sentì morire dentro a causa di quella frase.
"Chiedigli scusa, Akashi!", tuonò la capoclasse alzandosi in piedi. "Non ci si rivolge così a un insegnante!"
"Solo per questo? Non hai nulla da ridire sull'argomento? Allora mi dai ragione!"
"Certo che no… io…"
"Non sai cosa dire? Be, non mi stupisce, sei brava solo a fare l'oca, maledetta riccastra dei miei stivali!"
"Come ti permetti?! Si vede che hai avuto una pessima educazione. Ed è ovvio, sei un'orfana!"
Neanche due secondi dopo, Yuna fu addosso ad Ayaka, le tirò con violenza i capelli e finirono per terra.
Fulminea l'agitazione si sparse per tutta la classe e tutte si misero in piedi, tra chi cercava di calmare e chi invece sosteneva la posizione di Yuna o Ayaka.
"Santo cielo… smettetela, ragazze, vi prego", supplicò Negi, la cui voce era come uno squittio davanti a quel caos.
"BASTA!"
Quell'ordine perentorio fu accompagnato da un forte frastuono e la loro combinazione ebbe l'effetto di paralizzare tutte.
Mana, con un'espressione di ghiaccio, aveva sfondato con un pugno il suo banco.
Si alzò in piedi e chi l'era vicina si scostò timorosa.
"Ascoltatemi bene, perché lo dirò una volta sola: questa situazione pesa a tutte noi, tutte siamo preoccupate per la sorte di Ku, ma dobbiamo comunque avere fiducia. Chi la sta cercando adesso, tiene a lei quanto noi, e farà di tutto per riportarla indietro. Sono certa che la nostra compagna sta bene, non è il tipo che subisce passivamente. Però non sarà di aiuto per nessuno perdere il controllo, insultarsi a vicenda. Nelle situazioni di pericolo, che io conosco fin troppo bene, c'è sempre un elemento indispensabile: mantenere il sangue freddo! Che cosa dovremmo fare altrimenti? Trasformarci in esploratrici e andare a cercare la nostra amica nel bosco? Sarebbe solo un'incoscienza, questo non è un gioco. Il professore", e qui Mana guardò direttamente Negi, "è per questo ammirevole. Egli è preoccupato come noi, eppure ha la forza per non dimenticare i propri doveri e non farli dimenticare agli altri. Siamo studentesse delle medie: se ci sarà l'occasione per aiutare Fei, la sfrutteremo. Fino ad allora, dobbiamo comportarci come studentesse delle medie, non come super eroine da fumetto". Fece una pausa. "O come animali in gabbia".
Mana tornò a sedersi al suo posto, nonostante il banco distrutto, mettendosi a braccia conserte e chiudendo gli occhi, come per meditare.
Le sue compagne si guardarono, poi Yuna aiutò Ayaka a rialzarsi: "Mi dispiace, capoclasse, mi dispiace davvero".
"Oh, non preoccuparti", si schernì Ayaka. "Semmai io devo scusarmi, ti ho detto una cosa orribile. Proprio io che so molto bene cosa significa avere avuto un lutto in famiglia".
Sentito questo, Yuna si mise davanti a Negi e chinò il capo. "Le faccio le mie scuse più sentite, professore. Faccia pure la sua lezione".
Con una certa commozione, tutte le altre tornarono a sedersi.
Negi non sapeva cosa dire, comunque ricacciò una lacrima di gratitudine e mise mano al suo testo.
Mana invece, per una frazione di secondo, ebbe come l'impressione di essere spiata.
Aprì gli occhi e scrutò fuori dalla finestra: non vedeva nessuno, ma la sensazione non la abbandonò.
"Ah, quanti ricordi", disse Rosa Ushiromiya osservando il campus universitario del Mahora.
Erano passati ben dieci anni da quando aveva lasciato l'istituto, e tante cose erano cambiate per lei, che da ragazzina acqua e sapone era diventata una splendida trentacinquenne in carriera, ma l'immensa città dello studio era rimasta sempre la stessa.
Anche se in quel pomeriggio, c'era fin troppa calma in giro, mentre in base ai suoi ricordi c'era sempre un viavai continuo nel Mahora.
"Mamma, voglio giocare!"
Una bella bambina con i capelli castani, un orsacchiotto e una spada di plastica in mano, si affiancò alla donna.
"Maria, giocheremo dopo. Ora la mamma, trovandosi qui di passaggio, vuole perdersi un po' nei ricordi".
"Uffa, Maria vuole giocare. E lo vuole anche Sakutaro. Vero Sakutaro?"
"Certo, uryu-uryu!", dichiarò l'orsacchiotto grazie alla voce prestatagli dalla piccola.
"Che ne dite se prima di giocare, vi accompagno in gelateria? Qui vicino ce ne dovrebbe essere una davvero ottima. Ti comprerò anche le caramelle. Non hai quasi finito quelle di stamattina?"
"No, Maria vuole giocare!"
Con uno scatto la bambina si allontanò dalla madre, iniziando a correre.
"Maria! Torna subito qui!", le gridò dietro Rosa, inutilmente.
Cominciò a inseguirla, ma la figlia era assai più veloce di lei e rapidamente sparì dalla sua vista.
"Magnifico! Ci manca solo che si perda. Già io, i primi tempi che ero qui, mi sarò persa una decina di volte. Dannazione!"
Rosa riprese a correre chiamando Maria a gran voce.
"Forza Sakutaro, andiamo a sconfiggere i mostri!", esclamò Maria brandendo la sua spadina di plastica e dirigendosi verso il grande bosco che si parava di fronte a lei.
Non appena vi entrò, passando per un sentiero in terra battuta, fu come colta da una sensazione di freschezza, dovuta alla maggiore quantità di ossigeno, e si sentì ulteriormente galvanizzata, addentrandosi sempre di più tra gli alberi.
"Yu-hu! Al galoppo, Sakutaro! Mostro, beccati questo e quest'altro!", gridò ridendo.
Poi, quando girò dietro un albero, si bloccò.
Spostò lo sguardo verso l'alto, come ipnotizzata da qualcosa.
Era così concentrata da non accorgersi nemmeno delle tre piccole luci rosse, che insieme formavano un triangolo, apparse prima sulla sua fronte, per poi spostarsi scendendo fino alla piccola spada di plastica.
Le luci scomparvero di botto.
Maria mise una mano nella tasca della sua gonna. "Vuoi una caramella?", chiese con stupore e curiosità, mentre davanti a lei le foglie cadute per terra iniziarono a muoversi.
Rosa, nel suo peregrinare per le piazzette del Mahora, iniziò ad agitarsi sempre di più.
Si sollevò quando vide un ragazzo e una ragazza, liceali, venirle incontro dalla direzione opposta.
"Le serve qualcosa, signora?", domandò la ragazza, molto bella e con lunghi capelli neri.
"Oh sì. Ho perso mia figlia. E' una bambina di nove anni, con i capelli castani e un orsacchiotto giallo. Si chiama Maria".
"Non si preoccupi, la troveremo!" affermò con risolutezza la ragazza. "Makoto, vai a informare quelli del personale di sicurezza, che chiamino altre persone".
"Sì, senpai Eiko!"
" Signora, lei resti qui e continui a chiamare sua figlia, io comincerò a guardare qui intorno".
"Oh vi ringrazio, vi ringrazio infinitamente!"
"Dovere", terminò con un sorriso Eiko allontanandosi.
Il ragazzo, prima di andarsene, non poté non ammirare ancora di più la sua senpai, che nonostante la sua fama di arroganza, sapeva in realtà essere molto altruista e responsabile.
Quando si fu allontanata abbastanza, rimanendo sola, la giovane liceale del Sant'Ursula si guardò in giro, senza trovare nulla.
Alla fine dovette ammettere con se stessa, che solo un luogo aveva la maggior possibilità di successo: il grande bosco che si parava, maestoso e minaccioso, davanti a lei.
Conosceva bene i nuovi regolamenti e li approvava, poiché il fato di Ku Fei era stato diffuso dal passaparola degli studenti.
Però forse c'era anche una bambina in pericolo, quindi decise di trovare una via di mezzo: "Entro, senza perdere di vista gli edifici, sto attenta dietro gli alberi e mi tengo sempre pronta a correre via", pensò tra sé e sé.
Quindi si addentrò nel bosco, camminando con estrema cautela, quasi fosse su un campo minato.
La vegetazione era sempre la stessa, quella che aveva visto in tutti i suoi anni al Mahora, eppure ora le appariva in qualche modo minacciosa, estranea.
"Maria?", tentò di chiamare senza troppa convinzione.
Un cespuglio si mosse a circa sei metri dalla sua destra.
"Maria? Sono un'amica di tua madre. Sei tu?"
Rosa si stringeva tra le braccia, preda di un'angoscia crescente, mentre volgeva lo sguardo tutt'intorno.
Inizialmente le sembrò strano che, ad esempio, non ci fossero stati altoparlanti in azione per chiedere alle persone in giro di cercare Maria.
Poi si ricordò dell'inconsueto deserto che era in quel momento il Mahora, quasi ci fosse il coprifuoco.
Provò una forte inquietudine, che aumentava guardando in direzione del bosco, distante un centinaio di metri da dove si trovava lei.
"Maria!", urlò per l'ennesima volta. "Dove sei? La mamma ti cerca!"
La donna sentì una specie di fruscio, vide un cespuglio muoversi proprio ai bordi del bosco.
Ansiosa, corse verso quel punto, e grande fu la sua gioia nel veder comparire la figlia.
Subito la abbracciò. "Brutta stupida! Non capisci quanto mi hai fatto preoccupare?"
Maria non rispose, aveva uno sguardo strano.
"Figlia mia, stai bene? Cosa c'è?"
"Mamma, io e Sakutaro abbiamo visto un fantasma".
"Come?"
"Ehi, signora", gridò qualcuno dietro di loro.
Makoto giunse con un gruppo di quattro uomini.
"Oh, siete arrivati. Per fortuna Maria è ritornata da sola. Anzi, mi scuso per avervi scomodato inutilmente".
"Non si preoccupi, signora. L'importante è che tutto si sia concluso bene", le disse uno degli uomini.
"Signora, scusi, dov'è la ragazza che stava con me prima?"
"Oh sì, è andata da quella parte".
Mentre Rosa si allontanò con la figlia in braccio, Makoto tirò fuori il cellulare. "Meglio chiamarla ora che tutto è finito".
Ma nonostante la linea fosse libera, nessuno rispose.
