3.
«Che cosa significa Hyoga se n'è andato?»
Seiya guardava Shun nella poltrona preferita di Shiryu, le braccia conserte e il viso basso sulle ginocchia allineate.
«Quello che vuol dire, Seiya. Ieri canticchiava allegro facendo colazione, e a pranzo era già sul treno per Sapporo.»
«Così, all'improvviso?»
«Così, all'improvviso…», ripeté Shun svogliato.
«Ma perché? Se è partito così, senza salutare…»
«Con l'Armatura dietro…»
«Che sia andato in missione?»
Shun scosse la testa. «No. Saori ce l'avrebbe detto. È tornato in Siberia.»
«Ah, ma quando torna, mi sente! Andarsene così, ma non si salutano i fra…» Seiya si fermò, la parola ancora in bocca. Shun lo fissò. «… gli amici?», concluse a mezza bocca.
«Anche per me è difficile credere che voi siate miei fratelli…»
«Difficile. Difficile. Ah, adesso è difficile, vero? Ma durante tutte le battaglie che abbiamo affrontato vi faceva comodo sapere di avere dei fratelli, vero?»
«Seiya…»
«Seiya un corno!» Lo sollevò dalla poltrona tenendolo per lo scollo della polo. Istintivamente, Shun gli piazzò una mano sul polso e rimasero a fissarsi.
«Ascoltami… Voi siete i miei fratelli, e vi amo quasi quanto amo Ikki», disse Shun guardandolo dritto negli occhi. «Ma sto razionalizzando solo adesso che questo implica avere Mitsumasa Kido come padre! Anche io odio quello che ci ha fatto quell'uomo, come ha trattato nostra madre e come l'ha ingannata. Quando morì, io ero in fasce. Lei disse a Ikki che saremmo stati bene con i nonni. Che ci avrebbero cresciuti. Ma lui ci portò via da casa loro, e Dio solo sa che fine abbiano fatto.»
Seiya lasciò la presa.
«Si ricordò di noi solo quando gli tornammo comodi. E pensa a Hyoga. Lui venne con sua madre sotto ordine, sì ordine, di Kido. Se non fosse stato per quel viaggio, la madre di Hyoga forse sarebbe ancora viva.»
«Ah è vero! Morì…»
Shun annuì.
«Durante la traversata, un iceberg aprì una falla nella stiva della nave. Non era una nave da viaggio, ma trasportava merci. In piena guerra fredda non era possibile uscire dall'Unione Sovietica tanto facilmente. E il resto lo sai. E adesso sai anche perché Hyoga era così contrario alla proposta di Saori.»
Seiya cadde a sedere sul proprio letto a gambe aperte, in uno SBOFF di protesta da parte dal materasso.
«Certo. Tutti noi ne abbiamo passati di momenti tristi.»
«Già…», commentò Shun restandosene in piedi. «Tu hai perso le tracce di tua sorella, io e Ikki siamo stati separati, e anche Shiryu avrà avuto dei problemi. Lui non ne parla, ma…»
Seiya sospirò.
«Basta, se non esco esplodo! Andiamo a bere qualcosa?»
Il Divertissement aveva aperto da poco.
Il locale era ancora immerso nella quiete che avrebbe preceduto la bolgia del sabato sera. Si accomodarono allo stesso tavolo della prima volta e chiesero del caffè prima ancora che la cameriera in giallo aprisse bocca, ma stavolta non era lei. Non era la stessa che li aveva serviti la volta precedente, ma una timida ragazzina delle superiori, con la divisa che l'aspettava a fine turno nello spogliatoio.
«Due caffè, allora… Uno in tazza grande.»
«E uno corretto», aggiunse Shun appoggiato allo schienale imbottito.
Lei sparì e rimasero in silenzio a fissare il viavai abbronzato di chi rientrava dalla spiaggia.
Ripresero a parlare quando i loro caffè erano ormai tiepidi.
«Sto pensando anch'io di andarmene. Solo per un po', s'intende.»
«Vai a cercare Ikki?»
«No. Ho deciso di rispettare i suoi tempi. Voglio tornare all'Isola di Andromeda. Voglio andare a trovare il mio maestro.»
«Ma non…»
Shun lo guardò, poi capì.
«Hai ragione. Faccio ancora fatica ad abituarmi all'idea che sia morto. Vedere la sua tomba mi aiuterà, spero.»
Seiya mormorò qualcosa dando una sorsata al caffè. «Sarò sincero, ma anche io pensavo di allontanarmi…»
«Torni in Grecia?»
Annuì. «Devo parlare con Marin. Non so se sia lei mia sorella, e non posso permettermi di campare con questo peso sul cuore. Non dopo che sono quasi morto per colpa di… come si chiamava quel disgraziato?»
«Kaça?»
«Mah, può essere. Non so. Non importa, adesso. Devo saperlo. Devo sapere se Marin e Seika sono la stessa persona. Devo sapere se ho ritrovato mia sorella, o se devo rimettermi a cercarla in lungo e in largo. Tu mi capisci, vero?»
«Certo, ti capisco perfettamente. Però, scusami se te lo dico, ma se tu usassi i soldi della Fondazione…»
«No!»
La manata data da Seiya fece girare le cameriere che stavano controllando le ultime cose prima che la fiumana del sabato sera riempisse la sala.
«No…», riprese con tono più pacato Pegaso. «Già una volta Saori mi fregò con questa storia. Combatti nella Guerra Galattica, la trasmetteranno in mondovisione e sicuramente tua sorella ti vedrà. Anzi, se vinci il torneo, ti prometto che metterò tutti gli uomini della Fondazione sulle sue tracce! E com'è andata a finire?»
«Abbiamo salvato il mondo. E dunque anche lei.» Che potrebbe anche essere mia sorella, adesso che ci penso, rifletté Shun. «Qualcosa per lei l'hai fatto, dopo tutto.»
«Sì, diciamo che siamo stati impegnati. Ma adesso, che non devo più scalare gradinate di marmo o tuffarmi sotto gli Oceani…»
«…negli Oceani », lo corresse Shun.
«Adesso, dicevo, voglio trovare mia sorella. Da solo. E non voglio che quell'uomo sia ancora legato a noi.»
«Capisco… Allora, buona fortuna!», gli augurò Shun che non capiva, non capiva affatto quale piega avrebbe preso il fiume in piena del destino che minacciava di portarseli via uno dopo l'altro.
E anche Agosto se n'è andato, pensò posando il rossetto sulla consolle. Oggi compi quattordici anni, Saori. Buon compleanno.
Tatsumi aveva organizzato un party in piena regola, a cui avrebbe partecipato tutta la Tokyo che contava e il Jet-Set internazionale.
Quattordici anni.
Tatsumi voleva fosse una sorpresa, ma lei aveva visto la grande decorazione di ghiaccio artico che era stata modellata a forma di rami d'ulivo intrecciati e che avrebbe troneggiato al centro del Salone delle feste di Villa Fujimi, la residenza privata in cui si tenevano gli eventi mondani organizzati dalla famiglia Kido.
Villa Fujimi, dedicata alla madre del vecchio Mitsumasa, le piaceva. Era una casa in stile georgiano, con le colonne bianche che si allargavano attorno all'ingresso principale e una grande aiuola di rose rarissime di un cupo blu notte.
Quando il nonno era ancora vivo vi passavano l'intera estate, e il suo compleanno coincideva quasi sempre con il rientro a Villa Kido. «Così conserverai un bel ricordo dell'estate, piccola mia», le diceva il nonno mentre la limousine nera si allontanava da quella casa per rientrare a Kido Manor.
Sciocca!, si disse asciugandosi le lacrime con un fazzolettino di carta. Non vorrai rovinare il trucco?
Saori sospirò. Aveva più volte ordinato a Tatsumi di non esagerare con le stravaganze, ma di organizzare una festa sobria. Sobria. Non era stato lui quello che aveva commentato acidamente la festa per il compleanno di Julian Solo come una ridicola ed esagerata esibizione di lusso sfrenato, del tutto stonata per il compleanno di un ragazzino di soli sedici anni?
Saori sapeva che quel party aveva una doppia valenza: la festa per il compleanno della rampolla ufficiale - almeno per poco - di una delle più grandi famiglie dell'Estremo Oriente e la risposta mondana alla famiglia Solo, da sempre amica e rivale dei Kido.
Saori sperava che Tatsumi non avesse previsto anche uno spettacolo pirotecnico, ma in cuor suo sapeva che la torta sarebbe arrivata in un tripudio di luci colorate che avrebbero tinteggiato il cielo di rosso, giallo, verde e bianco.
Coraggio, è quasi finita. Domani. Aspetta ancora domani e poi saprai, si disse pensando unicamente all'appuntamento che aveva per le undici del mattino a Villa Kido. Domani avrebbe saputo quali e quanti figli illegittimi di Mitsumasa Kido avrebbero accettato il riconoscimento legale da parte sua.
Sciocco come pensiero, specie a pochi minuti dalla sua entrata in scena nel Salone Azzurro, mentre l'orchestra jazz avrebbe eseguito un pezzo di Sinatra; ma Saori sapeva che a suo nonno quell'idea sarebbe andata a genio.
Si voltò ad osservare la fotografia che la guardava da dentro una preziosa cornice d'argento cesellato. Mitsumasa Kido era un uomo dall'aria austera e seriosa, ma quando rideva i suoi occhi assomigliavano a due virgole rovesciate, e dal suo viso scaturiva una luce interiore tale da fargli cambiare completamente espressione. Suo nonno sorrideva sempre. Perché a lei piaceva vederlo sorridere. Prima del suo arrivo nell'esistenza sregolata di quell'uomo di mezz'età, le foto ed i quadri ufficiali lo ritraevano serio, composto ed ingessato nel kimono nero che usava quando non trattava affari o riceveva ospiti importanti. Allora Mitsumasa tirava fuori dall'armadio uno dei suoi completi blu, tagliati su misura da un sarto francese, le sue scarpe di manifattura italiana, il Rolex d'acciaio e si accendeva un sigaro puzzolente.
Quando Saori sentiva quell'odore si rinchiudeva nella sua stanza e non voleva vedere il nonno fino a quando non si era lavato da capo a piedi.
E lui obbediva, lui l'ultimo dei Kido!
Proveniva da una famiglia di wako che scorrazzavano nel Mar Interno durante il Quindicesimo secolo, depredando le navi dei mercanti che tornavano cariche di ori e sete dalla Cina.
«Lavoravamo per lo Shogun in persona, mia piccola Saori…», le aveva detto con orgoglio, omettendole gli aspetti meno edificanti della faccenda. Non le aveva mai confessato che quel lavoravamo implicasse il saccheggio delle navi per conto dello stesso Shogun.
Poi era scoppiata la guerra civile, e i pirati si erano improvvisati mercanti d'armi. Quindi la Pace Tokugawa, il Rinnovamento Meiji e la corsa alla modernizzazione avevano visto la famiglia Kido conquistare un ruolo da protagonista nell'economia mondiale, e Mitsumasa aveva seguito le orme del padre e del nonno perseguendo un politica di assorbimento dei pesci piccoli fino a quando la Fondazione Grado non era diventata uno dei gruppi finanziari più potenti dell'Estremo Oriente. E lei era l'erede ufficiale di tutto quell'Impero, lei, che avrebbe dovuto, invece, sedere sul Trono Sacro in Grecia.
Saori guardava il proprio riflesso allo specchio ben sapendo che non avrebbe potuto continuare a vivere come Saori Kido ancora per molto tempo. Sapeva che il suo posto non era in quel lussuoso palazzo degli inizi del Novecento, né nel più maestoso Kido Manor, ma nel Sancta Sanctorum da cui avrebbe guidato le sue schiere contro Ade.
Deciditi!, le diceva la sua immagine allo specchio. L'immagine di Athena.
Saori aveva scoperto di essere la reincarnazione di una dea dalla bocca di suo nonno. Una confessione fatta sul letto di morte, mentre quell'uomo stringeva le sue dita tra le proprie, mentre nella stanza aleggiava il puzzo di malattia e medicinale misto all'olezzo che si porta appresso la morte. Saori aveva creduto di potersi abituare all'idea. Di poter gestire la situazione. Né, d'altro canto, avrebbe potuto sedersi sul lettino di uno psicanalista e confessargli quali fossero i motivi del suo malessere. «Sono una dea, dottore.» Quale medico le avrebbe creduto e si sarebbe risparmiato una telefonata al più vicino manicomio?
Nessuno.
Così Saori aveva tenuto quel segreto dentro di sé, esternandolo attraverso gli strumenti che aveva a disposizione. Era una dea, giusto? Ed una dea non è forse qualcosa di molto, molto simile ad una principessa?
Certo che sì. Ed ecco apparire il diadema. Ecco il linguaggio ricercato. Ecco i vestiti da principessa – da torta alla panna, come aveva sentito dire a Ikki, tempo prima.
La battaglia contro Saga le aveva messo davanti agli occhi la verità in tutta la sua crudezza. Quello stillicidio di morti aveva scalfito la superficie di un lago ghiacciato. Soltanto quando la freccia di Tramy le si era piantata in pieno petto, a pochi centimetri dal cuore Saori aveva capito che il tempo dei giochi e delle stravaganze era finito. Ma quella bambina che galoppava in sella a César e che sognava di innamorarsi, sposarsi ed avere dei figli, non era mai scomparsa del tutto. Viveva, da qualche parte dentro di lei. Portando una goccia di umanità all'anima adamantina della dea. E riemergendo quando la sua divina coscienza le rammentava quali fossero i suoi reali doveri. Che avevano l'oscuro e minaccioso nome di Fato e a cui Saori, no, non voleva sottostare. Anche a costo di battibeccare con una dea. Cosa avrebbe potuto farle, Athena? Trasformarla in un ragno? No, Athena non avrebbe fatto nulla di tutto ciò perché Saori era parte di Athena, e questo le dava un potere inimmaginabile.
Non ci riesco!, si disse allontanandosi dalla specchiera. Ho quattordici anni. Voglio provare a vivere come se fossi una ragazza normale; capisci, Athena?
No, non capisco. Non ricordi più quello che hai promesso ai Bronze Saint dopo la battaglia contro Saga? Hai dimenticato che hai promesso a quei ragazzi di assumerti le tue responsabilità?
Quando sarà il momento, Athena, lo farò. Non prima, non adesso. Adesso voglio solo vivere come i normali e comuni esseri umani. Loro. Ed io. Se io mi ritirassi, loro capirebbero che c'è qualcosa che non va, e allora…
Certo… capisco…
No, tu non capisci! Io non sono solo la tua reincarnazione! Io sono una ragazza di quattordici anni. Oh, per te è tutto così facile, ma io… è come se fossi divisa in due. Una parte sa quali siano i miei obblighi, i miei doveri, il perché io sia nata; ma Saori… Saori vuole vivere! Vivere! Innamorarsi! Correre al galoppo sul suo César. Ridere. Passare pomeriggi interi per negozi. Scrivere, cantare, cucinare… Saori vuole una vita normale.
E non hai avuto tutto questo, per quattordici anni? Pensa a come sarebbe stato se tu fossi rimasta al Santuario!
Taci! Che cosa ho avuto? Sono sempre restata qui, lontana da tutto e tutti, una principessa in una torre di vetro che vedeva il mondo andare avanti senza di lei, mentre i suoi vicini le sfilavano accanto. Non ho amici. Non ho una vita normale. Non mi sono mai innamorata!
Sai che non puoi…
Sì, lo so. So tutto, Athena. Ma sappi che mi pesa, mi pesa da morire. Mi sembra di essere viva a metà.
Saori si portò le mani alle tempie.
Sai cosa è più giusto fare, Saori. Gnoti s'autòn, e lo spirito di Athena l'abbandonò.
Saori era stanca.
Gnoti s'autòn, conosci te stesso.
Più passava il tempo, e più la natura divina premeva per far assopire e inglobare Saori. Questa era l'eredità lasciatale da Saga, questa era la sua croce. Sapeva che la voce della coscienza aveva ragione, ma Saori era sempre stata una ragazza ostinata. Si sarebbe arresa solo quando sarebbe stato impossibile ritardare quel momento. Saori sarebbe morta e Athena avrebbe preso il pieno possesso del suo corpo.
È così che deve finire? Così, con la parte umana prigioniera di quella divina? Incapace di ribellarmi? Dovrò guardare che il massacro si compia senza poter far nulla? E sia, se così dev'essere, sarà. Ma non stasera, non adesso!, si disse tornando a fissare il proprio riflesso sorriderle. Va bene, un giorno Athena si sveglierà del tutto, ma per il momento può attendere.
Rientrò nella sua stanza poco prima delle tre.
Era stanca, alticcia e i piedi le avevano fatto male subito, appena era scesa nel salone.
Le décolletés di Ferragamo erano state le prime ad essere abbandonate, scalzate via sul velluto e lasciate dietro le spalle. Via le mille forcine che le infilzavano la testa, via la spilla, via gli orecchini che pesavano una tonnellata. E via anche quell'accenno di trucco che sotto le luci del salone le si era attaccato alla pelle.
Era stata una serata lunga e impegnativa: tutte quelle facce da chiamare con il nome giusto, tutte quelle mani da stringere, quei sorrisi da fare, le idiozie sulla sua bellezza da ascoltare…
Se non altro, nessuno aveva sollevato l'argomento del fiasco colossale che era stata la Guerra Galattica; se l'anno precedente facevano a gara pur di inanellare frasi di circostanza sull'imminente torneo, quest'anno sembrava che non fosse mai esistita. Saori pensò distrattamente che avrebbe dovuto rinunciare alla sua uscita settimanale con César, se avesse voluto presentarsi all'incontro con i suoi Saint sufficientemente lucida.
Potrò sempre farla dopo… spero.
Bussarono alla porta.
«Milady, sono Kaori. Tatsumi mi ha pregato di portarle una tisana per dormire.»
Tipico di Tatsumi insistere anche quando lei aveva più volte detto di no. Una tisana rilassante… Male non farà, pensò dicendole: «Entra pure.».
Kaori apparve con un vassoio d'argento tra le mani guantate e un sorriso dolce sulle labbra. Era stata assunta all'inizio dell'estate, e vantava un curriculum professionale di tutto rispetto. A Saori piaceva quella mezzosangue dai modi cortesi. Era speciale. Kaori sapeva fare sempre la cosa giusta al momento giusto. Con lei si sentiva come quando era con Doko o con Shaka. Tranquilla. Kaori posò il vassoio e le porse la tisana già filtrata e dolcificata.
«Grazie… Sei stata molto gentile a restare fino a tardi…»
«Per così poco, milady. Sono la sua cameriera personale, e stasera aveva bisogno di me. E poi, confesso che mi piace spiare le feste dell'alta società. Come quando mia madre lavorava e mi portava con sé. Ricordo che mi nascondevo sulle scale di servizio e osservavo quelle belle signore in quegli abiti fruscianti… Un sogno.»
Saori sorrise.
«Se posso fare altro per lei, milady…»
Ci pensò su e poi le chiese: «Potresti farmi un massaggio? Di quelli al cuoio capelluto che riattivano la circolazione…».
Kaori sorrise, disse: «Ma certo» e si pose alle sue spalle. Le spazzolò lentamente i capelli, cento colpi per lucidarglieli, e poi iniziò il massaggio vero e proprio. E Saori rinacque. Le dita di Kaori compivano dei cerchi lenti lenti sulla sua pelle ispessita, le unghie corte la graffiavano appena, riattivando la circolazione.
Fronte, nuca, tempie… e Saori sospirò, mentre la tisana tra le dita le trasmetteva un senso di tranquillità. Kaori sapeva sempre cosa fare. Saori diede due sorsate e si assopì.
Note: Eccoci puntuali con un altro capitolo. Innanzitutto, grazie. Di aver accolto la storia, di volerla seguire lo stesso e di venire a dare una sbirciatina. Grazie per aver letto fin qui. Di cuore.
I wako erano i pirati che infestavano le acque del Mar della Cina nel Seicento, sotto ordine diretto (ma non ufficiale) dello Shogun (l'Imperatore, all'epoca, se la passava maluccio). Un po' come i corsari, insomma. Grossomodo. Suppergiù.
Ed ecco l'eredità di Saga. Da una parte abbiamo Saori, la ragazza che ha sempre creduto di essere normale (ricchissima, viziatissima, con un parco macchine da infarto ed un guardaroba fornitissimo, pur se inquietante) fino alla morte del nonno, che rappresenta l'umanità di Athena; e poi c'è Athena. La dea. Che spinge perché cessino queste stranezze umane e si inizi ad aspettare Ade con l'elmo sulla testa e lo scudo imbracciato.
