4.
Mentre l'auto sfrecciava sulla litoranea, e la sua preziosissima passeggera dormiva beata, non poteva non chiedersi come mai stesse filando tutto alla perfezione.
Un po' troppo alla perfezione.
Infiltrarsi in casa Kido era stato semplice. Uscirne con la principessina in spalla, come un sacco di patate, era stato divertente. Più complesso era stato sbarazzarsi del cadavere della vera Kaori Shibayaki, ma grazie al cielo il mercato clandestino degli organi era ancora fiorente e attivo. Una ragazza sana e robusta come Kaori si era rivelata una gallina dalle uova d'oro e i soldi ricavati dalla vendita del suo cadavere l'aspettavano su un conto sicuro. Avrebbe potuto comperarsi una bella moto e tornarsene a casa. Oppure lasciarli fruttare. La moto l'allettava, e tanto, ma alla fine optò per la seconda ipotesi: non avrebbe potuto fare quel lavoro per sempre ed era ora di mettere da parte qualche soldo per i momenti di magra, che – era pronta a scommettere la testa della principessina addormentata al suo fianco – l'aspettavano dietro l'angolo.
Controllò negli specchietti un'altra volta: niente. Non la stavano seguendo. Possibile?
Meglio così, si disse sterzando ed imboccando una serie di tornanti che l'avrebbero condotta al porto.
Estrasse il biglietto dalla tasca della giacca di pelle nera.
Molo 27. Magazzino 12. Ore sei del mattino.
Non sono neanche le cinque, si disse scalando in terza.
Avrebbe consegnato al suo cliente la merce e se ne sarebbe andata di corsa a prendere il primo aereo per Parigi. Qualcosa le diceva che non avrebbe potuto mettere piede in Giappone per almeno un paio d'anni.
Vedeva già i titoli dei giornali.
Saori Kido rapita dalla sua cameriera. Cameriera che sarebbe stata trovata morta in un fosso mesi dopo, ormai irriconoscibile, la faccia probabilmente scarnificata dai ratti di fogna, dai cani affamati o da dio solo sa cos'altro. Doveva solo acquistare una ragazza ammazzata durante uno snuff movie, lasciare che il tempo facesse la sua parte e regalare a quella povera infelice un oggetto personale di Kaori. Nessuno sarebbe risalito a lei.
Tutto si sarebbe incastrato alla perfezione. Come un meccanismo ad orologeria.
Ma allora cos'era quella sensazione che le sussurrava che no, un paio di dentini non s'incastravano affatto nei loro anditi e che avrebbe fatto meglio a non abbassare la guardia e mantenersi vigile e pronta a saltare per evitare di lasciarci le chiappe, e anche qualcos'altro?
Apparve all'uscita dall'ultima curva.
Una figura d'oro, un uomo, l'aspettava in fondo alla strada sterrata dove aveva deciso di lasciare l'auto e proseguire a piedi con la principessina chiusa in una cassa. Il vantaggio di essere alte neanche un metro e sessanta.
Sapeva che chiunque fosse era lì per un motivo. Riprendersi Saori Kido.
Spinse l'acceleratore a tavoletta: l'avrebbe investito. Ormai era in ballo, una morte in più che avrebbe cambiato? Niente. O meglio: quel ragazzo che vide con chiarezza man mano che l'auto macinava sempre più in fretta la strada sotto le ruote, si stava mettendo tra lei e il suo pagamento. Tra lei e tutti quei bei soldini che avrebbero confortato la sua vecchiaia.
Non poteva permetterlo, non dopo tutto quello che aveva fatto, non dopo tre mesi passati a fare da serva a quella cretina che dormiva placida accanto a lei.
Stiamo scherzando?, si chiese inserendo la quinta e preparandosi e veder decollare quel pagliaccio, vestito come un antico romano, che aveva deciso di romperle le uova nel paniere.
«Fai bye, bye con la manina…», disse, pregustandosi lo schianto del corpo sul parabrezza.
Peccato, quella Rover le piaceva.
Invece, quell'impiccione saltò via all'ultimo momento.
«Che cosa?», quasi gridò scalando velocemente fino in terza e rischiando di ribaltarsi. L'auto fece un testa-coda e si ritrovò ad illuminare la strada per cui era scesa. Il tizio era scomparso.
«Me lo sono sognato?»
Lo schianto che colpì il tetto dell'auto e il foro nella lamiera le dissero che no, non si era affatto sbagliata.
C'era qualcuno che l'aveva seguita. Ma chi poteva essere? Batman in trasferta? Spiderman? O solo un fenomeno da baraccone che non aspettava altro che essere crivellato dalla sua fedele Betsy, la Smith & Wesson ereditata da suo zio?
Estrasse l'arma dalla fondina ed esplose una raffica di colpi nello squarcio. Quando l'ultima eco si spense, svuotò il caricatore, ne prese un altro dal cruscotto e scese. Nessuno.
«Avanti, sono stanca e non ho voglia di scherzare. Esci fuori e facciamola finita.»
Un rumore alla sua destra. Si girò e sparò un paio di colpi in quella direzione.
«Vieni. Fuori!» ringhiò, tenendosi con le mani i capelli che le scivolavano sulla fronte. La sua voce si perse nel vento. «Oh, ma bravo… Non è leale! Esci fuori se sei un uomo!»
Niente.
Perse la pazienza. Controllò che la sua preda fosse ancora al suo posto. C'era. Saori dormiva ancora come un angioletto, ma quelle ciglia si muovevano un po' troppo per i suoi gusti: presto, molto presto, l'azione del sonnifero avrebbe iniziato a scemare.
Eppure le avevo dato una dose da cavalli!, pensò lei chiudendo le portiere e tornando ad osservare la strada. Rimettersi in viaggio sarebbe stata la cosa più sensata da fare, ma era meglio non correre rischi. Quel tizio era stato capace di sfondare il tetto di un'auto; le avrebbe dato altre rogne, e non le andava di correre rischi adesso, ad un passo dall'intascare quel bel gruzzoletto.
Si sarebbe sbarazzata dell'impiccione inscatolato, avrebbe messo Saori dentro la cassa, l'avrebbe chiusa alla bell'e meglio e l'avrebbe trasportata lungo il molo 27, così com'era nei piani.
O non mi chiamo più Candice Kotobuki!, si disse facendo scattare la chiusura dell'automobile ed uscendo a caccia del suo uomo.
Ferito, l'aveva ferito quasi sicuramente. Poteva essere illeso? Dopo una raffica di proiettili calibro .44? Niente, nell'aria c'era solo l'odore del mare e del petrolio scaricato dalle cisterne.
Niente sangue.
«Adesso facciamo un bel gioco, amico… Io conto fino a tre; se per allora non tiri fuori il tuo visino dal buio, ti giuro che prendo la bambolina e le faccio saltare le cervella… E credimi, lo faccio! »
Nessun rumore.
«Bene, cowboy… », proseguì Candice aprendo la portiera dal lato di Saori e puntandole la Magnum alla tempia. «Uno… Due… e…»
Un dolore improvviso, come una fitta lancinante, la colpì alla mano.
Poi, un fuoco doloroso iniziò ad investirle pian piano tutti i centri nervosi, come tessere del domino che cadono. Candice abbassò il braccio destro, che pulsava impazzito e le sembrava addirittura si fosse gonfiato.
«Oh… you…», e biascicò qualcosa che non fermò l'altro dal crivellarla di colpi. Spalle, addome, braccia e gambe: sei colpi in tutto, simile a punture di spillo, ma che le scendevano giù, in profondità, sotto la pelle, fino a colpire i centri nervosi, paralizzandoli. Ormai faceva fatica a respirare. A parlare. A vedere. Candice scivolò a terra contorcendosi come una serpe.
A quel punto, l'uomo si avvicinò. Ignorò completamente la donna stesa a terra e si chinò sulla ragazza che dormiva sul sedile.
«Come sta?», gli chiese una voce rimasta in disparte.
«Bene, grazie al Cielo. Dorme.»
«Ok, pensateci voi. Io devo scambiare due parole con quest'altra tizia.»
L'aria è così carica d'umidità che le sembra di camminare dentro un acquerello. I contorni dei monti, sfumati all'orizzonte, l'erba soffice sotto i piedi e quel filo di nebbia che avvolge il paesaggio. Shān shuǐ,montagne e acqua, lo chiamano. Sta andando a casa del drago. Sta andando sul Monte Lu. Segue Shunrei lungo il sentiero che la porterà da Doko. La ragazza cammina senza alcun rumore, la lunga treccia scura che le pende sulla schiena come una decorazione. Come un mantello. Non è felice della situazione, ma sopporta. Vorrebbe essere a chilometri da lì, al capezzale di Shiryu, ma sa che non può. Quando lei le ha chiesto se volesse tornare con loro in Giappone, Shunrei ha sorriso, paziente e gentile come le acque del ruscello alla base della cascata del Drago, e poi le ha detto: «Grazie. Ma non posso lasciare Roshi.».
Saori capisce che non la vorrebbe lì. Che per lei, la sua presenza è foriera di guai. Avrebbe avuto tutto il diritto di sbattere la porta in faccia a lei e a Jabu. Eppure non l'ha fatto. Eppure li ha accolti. Eppure li sta guidando verso il luogo dove il vecchio Doko spende le sue giornate meditando davanti alla cascata.
L'acqua rimbomba. Scende a valle, scrosciando, muggendo, rombando. Incessante. Dall'inizio dei tempi. E Doko sembra essere un tutt'uno con le rocce, l'acqua e il paesaggio. È una figuretta che emerge dalla nebbia. Un cappello di paglia sulla testa, il corpo nella posizione del loto, le mani in grembo. Shunrei gli ha portato una coperta e un thermos con del tè. Ha fatto freddo, stanotte. E ne farà ancora fino a quando il sole non uscirà dalle nuvole. Se uscirà. Il cielo è grigio. Potrebbe anche piovere. Marzo sa essere ancora più incostante e capriccioso, qui.
Jabu resta indietro di un paio di passi. Rispettoso. Sa che quello è un momento tutto per Saori e il vecchio Libra, ma i suoi piedi si fanno di piombo quando scorge un'altra figura accanto a Doko. Più alta, più sottile e che emana il brillio dell'oro. Pone una mano sul polso di Saori. La trattiene. Shunrei avanza. Parlotta con il vecchio Doko e gli avvolge la coperta sulle spalle incurvate dagli anni. Athena sa che sono più di duecentocinquanta. Saori lo scopre adesso. L'altra figura resta immobile, accanto a Libra, tanto che potrebbe sembrare un fantoccio fermo di fronte alla cascata.
Vado avanti io, dicono gli occhi scuri dell'Unicorno. Che si frappone tra lei e la cascata ed avanza. Arriva quasi alle spalle di Libra, cinque passi di cortesia, e si annuncia. E annuncia anche lei. Le fa ancora strano sentirsi chiamare Athena. Come se qualcuno la chiamasse architetto o ingegnere. Doko si volta e lei lo vede. Per la prima volta. I loro occhi si rincontrano dopo quanto? Duecentoquarantatré anni, le risponde Athena. E Saori sa. Di un'altra sé, della sua battaglia e della sua scomparsa. E dei doni terribili fatti a Doko e Sion.
«Quanto tempo», sente dire al Venerabile Libra. La sua voce sa di foglie di tè e della carta dei vecchi volumi. La carta dei rotoli. Pergamena inspessita dal tempo. Saori riconosce quella voce. Nonostante tutto. Athena le ricorda quando lo ascoltava al Santuario, quasi trecento anni prima. Quando aveva una voce solare e aperta e franca. Quando scherzava, per strapparle un sorriso e ammazzare il tedio dei pomeriggi d'estate. Quando battibeccava con Sion. Quando le raccontava del posto da dove veniva lui.
Così bello che sembra uscito da un dipinto, le aveva detto. E lei gli aveva chiesto di poterlo visitare.Certo, aveva risposto lui. Quando questa guerra sarà finita.
«Ho mantenuto la mia promessa», dice Doko. «Anche se è stata lei a venire a trovare me, e anche se non potrò essere un provetto Cicerone, dati gli acciacchi dell'età…»
Scherza ancora. Sotto quella scorza inspessita dal tempo è rimasto lo stesso diciottenne di una volta. Può scorgere ciò che resta dei suoi occhi castani e dolci, pronti ad infiammarsi per difendere la giustizia, dei capelli folti e scarmigliati, del mento volitivo e del sorriso sincero e rassicurante. Quello di un vecchio amico. Quello di un fratello maggiore. Quello di un maestro.
Che cosa ti ho fatto?, si chiede accorgendosi che la sua vista è più nebbiosa di prima. Lacrime. Che le scendono lungo una guancia. Tira su col naso, come una bambina piccola. L'altra figura si alza, Jabu non la perde di vista. E poi torna a guardare lei. Impotente. Sente Doko ridere.
«Venga, Athena. Il tempo è prezioso.»
È opinione comune che oltre una certa età il tempo sia condanna e tedio. La vita si ripropone sempre uguale a se stessa, giorno dopo giorno, ora dopo ora, momento dopo momento. Come gocce nella pioggia. Non è così. Quando hai superato la lunghezza di tre vite umane, ti accorgi ancora di più di quanto ogni singolo secondo sia importante. Riesci a cogliere il divino nell'umano. E ti godi ogni momento gustandoti il fondo del bicchiere. Come se fosse l'ultimo. Perché non sai quanta vita ti resta ancora. Quante albe. Quante notti stellate. Quanto fiato. E il risveglio di Ade si avvicina sempre di più, come un treno in corsa nella notte.
I piedi di Saori obbediscono, con Jabu che le porge il braccio senza perdere d'occhio l'altra figura. Che si è seduta, accanto a Doko. Immota, come le acqua del fondo della cascata. Saori si avvicina. Si inginocchia davanti a Doko, come se fossero sul tatami, i talloni sotto al sedere, in quella posa che solo gli orientali riescono a trovare comoda senza rimetterci le capsule articolari delle ginocchia, come le aveva detto Agapios Solo qualche anno prima.
«Come stai, amico mio?», domanda perdendosi in quegli occhi dolci, enormi sul viso segnato dalle rughe come quello di una testuggine.
«Bene.» È una risposta soddisfatta, quella di Doko. Come se avesse appena bevuto un vino denso e corposo. Fruttato. «Voi?»
Saori sa che è inutile chiedergli di passare al tu. Non l'ha mai fatto, per quante volte la sua altra lei glielo abbia chiesto, e non comincerà a farlo adesso. Le abitudini sono dure a morire, giusto? «Bene, grazie», risponde con un sorriso ed un cenno del capo.
«Spero non sia stato difficile arrivare fin quassù.»
«Il cammino dentro la foresta non è lungo se si ama chi si va a trovare.»
Gli occhi di Doko risplendono compiaciuti.
Me ne sono ricordata, hai visto?, anche se non rammento il nome di chi mi abbia detto queste parole, o il suo viso. Solo una luce calda e splendente. E un profumo di… mele?
«Ben detto, Athena. Ben detto», e un sorriso si allarga sulle labbra raggrinzite. «Abbiamo molto di cui parlare…», dice il vecchio Libra. Ed è allora che Saori ha contezza della presenza dell'altra figura. Quella che tanto preoccupava Jabu.
Indossa un'armatura. Gli occhi di Saori si allargano dallo stupore nel riconoscerla. L'elmo a terra, il mantello drappeggiato oltre le spalle, lunghi capelli del colore delle notti indiane, che sanno di curcuma e sandalo. Occhi smeraldo su un viso color caffelatte che la scrutano. Curiosi. Timidi. Speranzosi.
«Si metta comoda, Athena. E anche tu, Unicorno, siediti», dice Doko facendo un cenno del capo a Shunrei. La ragazza versa il tè. In sottofondo, il ruggito liquido della cascata del Dragone. «Dobbiamo parlare.»
«Dove sono?»
Saori riaprì gli occhi a mille e mille chilometri e a cento e più giorni di distanza, sul soffitto panna della sua camera da letto a Villa Fujimi.
«Signorina… s'è svegliata!»
Seguì la voce, ancora un po' intontita, e vide Tatsumi in lacrime fissarla con un'espressione tra il preoccupato e il sollevato. «Sta bene?»
«Sì, sto bene… ma cosa…» Poi li sentì. E si voltò alla sua destra. «Aiolia?»
Lui annuì.
«Ma cosa… »
«Oh, milady! Aiolia l'ha salvata! Se non fosse stato per lui…», iniziò a dire Tatsumi quando uno sguardo fermo di Aiolia lo fece desistere dal proseguire.
«Sal… salvata?»
Aiolia annuì.
«Adesso è al sicuro, non si preoccupi. Riposi, ne ha bisogno…»
«Ma… Io… devo vedere…» È qui. È qui, vero?
«Riposi adesso. Penseremo a tutto più tardi, non si preoccupi.»
Saori si specchiò nello sguardo profondo del Leone, e sorrise.
«D'accordo. E grazie, Aiolia…», rispose prima di riassopirsi lentamente.
Quando fu sicuro che si fosse addormentata, il Gold Saint del Leone fece cenno a Tatsumi di seguirlo fuori dalla stanza.
«Ma se…»
«Ci sono io, adesso. Non le accadrà nulla», promise in un sussurro Aiolia osservandola riposare tra le lenzuola candide. «Usciamo, devi spiegarmi alcune cose.»
Tatsumi chiuse la porta dietro di sé e sospirò. Si vedeva lontano un miglio che fremeva dalla voglia di sfogarsi con qualcuno.
«Grazie…», sussurrò cercando di mantenere la calma, le mani strette attorno alla maniglia d'ottone dorato. «Se non ci fossi stato tu… »
«Dove sono i Bronze Saint?», gli chiese Aiolia poco prima di vedere quell'uomo burbero e tanto amante dell'etichetta rigirarsi come una bestia ferita.
«Non parlarmi di quei dieci mentecatti! Dove sono andati? Ah, ma a farsi i fatti loro, ovvio! Ikki sarà rimasto con noi una settimana a dire tanto, ma su quel fannullone non ho mai fatto affidamento! Irresponsabile era da piccolo, e tale è rimasto quand'è cresciuto! E poi Ban e Ichi. Nachi se n'è andato verso la metà di Giugno. Poi ci si è messo Shiryu, che è volato in Cina a fine Luglio, e non dimentichiamo Hyoga, che è sparito ai primi di Agosto. Gli altri se ne sono andati tutti più o meno assieme nella prima metà dello scorso mese..»
«Tutti insieme?», lo interruppe Aiolia.
«Sì, Aiolia. Tutti assieme. Oh, io lo dicevo alla signorina di non lasciarli partire, ma lo sai anche tu com'è fatta, no? Lasciali stare, tanto gli altri stanno per tornare… Aiolia, ti basti questo! Seiya e Shun dovevano star via quattro giorni, sono passate due settimane abbondanti e di loro non c'è traccia.»
«Perché non siete tornati ad Atene? Perché non avete avvisato il Santuario? I patti erano chiari, mi sembra. Ci saremmo precipitati qui subito.»
«Non voleva… non voleva disturbarvi», disse Tatsumi.
Aiolia scosse la testa. «E poi cos'è successo?», chiese. Perché c'era dell'altro. Molto altro, ci avrebbe scommesso la testa.
Il Leone fissò un punto imprecisato del pavimento sotto i suoi piedi, e la sua espressione si rabbuiava man mano che Tatsumi proseguiva il suo racconto. Un bubbolio in lontananza riempì il silenzio della notte.
Saint Seiya, ® Masami Kurumada, Toei Animation, 1986. Grafica ® Francine.
Note:
Saori è rapita - tanto per cambiare! - ma non dallo sgherro dell'ennesima divinità che s'è svegliata con la luna di traverso. Parrebbe una professionista, questa Candice, anche se temo che la sua carriera subirà una brusca frenata.
Gli snuff movie sono poco più che una leggenda metropolitana. In pratica, si tratta di una morte (vera) ripresa in diretta. Un'esecuzione messa in atto al solo scopo di fissare sulla pellicola una delle due cose (la morte e l'orgasmo) che, secondo Bazin, non si dovrebbero riprodurre in quanto eventi unici, nella storia di una vita, e che verrebbero annullati dal semplice riavvolgimento della bobina (all'epoca non c'era ancora il testo Rewind.). A tutt'oggi non si hanno tracce di snuff movie propriamente detti, ossia di morti causate al solo scopo di registrarne la diretta. E ringraziamo Dio, aggiungo io.
Shān shuǐ, (lett. montagne e acqua) è uno dei picchi intorno al Monte Lu, nell Cina sud orientale. Noi lo conosciamo come Rozan, o come i misteriosi Cinque Picchi dove si rifugia Shiryu appena ne ha l'opportunità.
«Il cammino dentro la foresta non è lungo se si ama chi si va a trovare» è un proverbio africano. Perché mai lo conoscesse Kardia resta un mistero. L'avrà appreso in uno dei suoi viaggi?
Al solito, grazie per esservi affacciati. Ci vediamo venerdì prossimo.
Baci
F
