5.

«Guarda, guarda chi abbiamo qui… Quattro conigli che non sanno neppure quand'è il momento di restarsene rintanati sotto terra!»
La voce di Milo era fredda e tagliente. Li squadrò uno per uno prima di sibilare: «Tornatevene da dove siete venuti.».
«Starai scherzando, spero!», tuonò Jabu.
«Sarai anche un Santo d'Oro, ma i tuoi modi non mi piacciono, amico», disse Geki avanzando di un passo, le mani che fremevano. Voleva avere notizie di Saori – di Athena – e quel pupazzo inscatolato gli stava facendo perdere tempo.
Gli altri optarono per un colpevole quanto prudente silenzio. Solo Shun suggerì loro: «Calmatevi», ma lo ignorarono. Geki avanzò di un altro passo ancora verso Milo, incurante della mano di Andromeda stretta attorno al proprio polso.
Lo Scorpione era davanti alla pesante scrivania di mogano che era appartenuta al defunto Mitsumasa Kido. Il ritratto del patriarca sembrava fissare rancoroso i propri figli dalla parete alle spalle del Santo, che guardava con interesse un globo terrestre in legno levigato, posto accanto alla scrivania. Milo scrutava coi suoi occhi azzurri i confini dell'Europa, in un chiaro color avana, che spiccavano sul marrone chiaro con cui erano indicati i mari e gli oceani. Era come se i Santi di Bronzo non ci fossero, o avessero già tolto il disturbo uscendo da questa storia una volta per tutte.
«Sto parlando con te!», disse Geki, ma la sua mano non arrivò mai a sfiorare il copri spalla dell'Armatura d'Oro. A Milo bastò fare un semplice passo laterale, uno soltanto, per allontanarsi quella pulce di dosso.
Lo Scorpione lo fissò. «Non hai capito le mie parole?», domandò, ma quello che l'Orsa Maggiore scambiò per derisione era invece pura sincerità. Milo voleva sapere se fosse stato chiaro a sufficienza prima di dover passare alle maniere forti.
«Ho capito benissimo!», ruggì Geki, prima che qualcosa lo colpisse al ginocchio sinistro. Cadde a terra, tenendosi la parte con entrambe le mani, mentre un dolore bruciante si irradiava lungo tutta la gamba. Shun sussultò e poi, con un coraggio che non credeva di possedere, fissò Milo con una muta domanda nello sguardo: «Ce n'era proprio bisogno?». E la risposta che vide baluginare nell'azzurro acceso degli occhi dello Scorpione gli fece capire che quello era solo l'inizio.
«Non lo ripeterò una seconda volta», disse Milo con aria annoiata. «Andatevene.»
«No.» Seiya avanzò verso di lui, e Milo si chiese se quel ragazzo fosse ottuso o semplicemente masochista. Davvero non ti ricordi quanto possano fare male le mie punture, moccioso? Devo forse rinfrescarti la memoria? «Io da qui non me ne vado. Noi da qui non ce ne andiamo.»
«Noi?», lo canzonò Milo con un sorriso beffardo. Sì, quel ragazzo lo divertiva. Era cocciuto, stupido ed impulsivo. Proprio quello di cui aveva bisogno lo Scorpione per sfogare la rabbia che faticava a trattenere nelle sue mani. Anche con quel bestione che adesso se ne stava riverso a terra – Per una singola puntura!– lo Scarlet Needle era partito da solo. In automatico. E Milo si domandò quanto tempo ancora avrebbe resistito prima di passarli da parte a parte. Ancora e ancora e ancora. Fino a sentire le braccia stanche e le spalle spossate.
«Noi», ripeté Seiya, con il tono di chi sa di camminare su una china molto pericolosa. Di chi è molto incosciente o molto stupido. O tutte e due le cose assieme. «Vogliamo vedere Saori. Vogliamo vedere Athena.»
Le mani di Milo scattarono. Afferrarono lo scollo della maglia di Seiya e lo sollevarono, portandoselo davanti al viso. «Vogliamo? Lor signori vorrebbero vedere Athena?», domandò lo Scorpione soffiando in faccia a quel ragazzino sconsiderato. Seiya ebbe una sensazione di vertigine. Possibile che sia velenoso fino a tal punto?, si chiese.
«Milo…», e Shiryu si ritrovò a terra, travolto da Seiya. Milo gliel'aveva lanciato contro come se fosse stato una bambola di pezza o un cumulo di stracci. Quando il Dragone alzò gli occhi, vide la figura dello Scorpione sovrastarlo, l'artiglio risplendere di rosso ed uno sguardo omicida serpeggiare sul volto del Santo. Come all'Ottava Casa, pensò il ragazzo. E il suo corpo gli ricordò con precisione quasi chirurgica quanto facesse male avere uno scambio di opinioni con Milo.
«Vi ho detto di andarvene. Non mi avete dato ascolto. Ve l'ho ripetuto. E non mi avete dato ascolto, ancora una volta. E in più,pretendete di vedere Athena? Lo capite che non siete nella posizione di pretendere nulla?!»
La voce dello Scorpione era un sibilo d'avvertimento, come quello di un serpente a sonagli che risuona tra le rocce del deserto.
«Dimmi, prode Shiryu, dov'eri quando Athena era in pericolo? Dov'eri quando quella donna la drogava e la rapiva per portarla chissà dove?»
Shiryu tacque. Abbassò lo sguardo, ma Milo non gli concesse quartiere. Afferrò il colletto della sua casacca e lo strattonò.
«Sto parlando con te, signorino.»
«Ero in Cina. Ero a Goro-Oh.»
Milo lo lasciò andare. Disgustato. Si guardò attorno, sincerandosi che tutti lo stessero fissando, poi disse: «Ve lo ripeto per l'ultima volta. Poi passerò ai fatti. Andatevene. Avete abbandonato Athena. L'avete lasciata sola. Non siete degni di essere chiamati Santi. Non siete degni di essere chiamati uomini. Non m'importa che lei vi abbia dato il permesso. Avete fallito. Avete gettato discredito su voi e sui vostri maestri. Per non parlare di tutti coloro che vi hanno riconosciuto dei Santi, a cominciare da me. A cominciare da Aiolos. Lasciate le vostre armature in questa stanza e sparite.». Ed uscì, senza guardarsi indietro.
«Aspetta! Voglio parlare con Aiolia!», disse Seiya alzandosi per rincorrerlo. So che c'è. Ho sentito il suo Cosmo! L'avrebbe fermato, l'avrebbe fatto ragionare e si sarebbero chiariti. Anche a costo di fare a pugni. Ma quando Seiya uscì dalla stanza, Milo era sparito.

Saori Kido aprì gli occhi e il suo sguardo si fissò sul soffitto panna della sua camera da letto. Si mise a sedere e vide che, accanto alla porta, il Leone stava vegliando sul suo sonno.
«Ha riposato bene, dea Athena?»
La calda e rassicurante voce di Aiolia fece nascere un sorriso sul volto di Saori. «Benissimo, grazie. Ma non dirmi che sei rimasto per tutto il tempo qui, Aiolia.»
«Sono stato dov'era il mio posto, al fianco della mia dea», rispose il Leone.
«Non ce n'era bisogno. Grazie.»
Non ce n'era bisogno?! «Athena, stanotte qualcuno ha tentato di rapirla. E questo può voler dire che, chiunque sia il nemico, è riuscito ad arrivare a lei quel tanto che gli è bastato per allungare una mano e prenderla.» Come un fiore di campo da aggiustarsi all'occhiello. «E a tal proposito, credo sia opportuno che si trasferisca al Santuario, in modo da poterla difendere al meglio.» Saori tentò di protestare, ma Aiolia proseguì, imperterrito, senza concederle di parlare. «Dea Athena, il Suo volere per me è legge, ma mi vedo costretto ad insistere. Qui non è sufficientemente protetta!», continuò il Leone.
«Non dire così! Seiya e gli altri saranno con me come sempre!», ribatté la ragazza facendo per alzarsi dal letto, ma nel farlo sentì lo stomaco dolerle e le ginocchia venirle meno. Aiolia la sorresse prontamente e la adagiò sui cuscini, con un espressione preoccupata sul volto.
«Qui non è al sicuro, torniamo al Santuario», continuò imperterrito, ma due dita d'avorio si posarono sulla sua bocca.
«Io ho sempre avuto fiducia nei Saint di Bronzo. Sia durante gli attacchi del Sacerdote, sia durante le battaglie al Santuario, sia durante la mia prigionia ad Atlantide», continuò decisa Athena, fissando il Leone con un espressione ferma e dolce.
«Io posso capirla, mia Signora, ma dove erano i suoi Saint l'altra notte?», chiese il ragazzo, sapendo di toccare un tasto dolente.
«Godevano la loro gioventù, Aiolia. Io stessa avevo dato loro il permesso di allontanarsi, quindi non sono affatto da biasimare!», rispose la ragazza alzando fieramente il capo.
È veramente la Dea della Guerra… Il cipiglio con cui mi ha risposto non lascia dubbi, osservò Aiolia tra sé e sé. «Ma allora perché non avete avvisato il Santuario?», le domandò.
Perché volevo dimenticare di essere Athena, pensò Saori. Perché volevo avere quattordici anni, per una volta nella vita. «Non volevo…»
«…creare disturbo? », l'interruppe il Leone.
Saori annuì, con lentezza.
Aiolia sospirò.
«Dea Athena… noi siamo nati per proteggerla. Per lei ci butteremmo nel fuoco, spianeremmo montagne e riempiremmo i mari. Ma se noi non siamo al suo fianco per proteggerla, che scopo ha la nostra esistenza?»
Saori fissò Aiolia negli occhi. Non c'era scampo, non c'era salvezza. I giorni spensierati dell'infanzia erano finiti, forse per sempre. Era ora di abbracciare il proprio destino, con il sorriso sulle labbra. Era Athena e lo sarebbe stata. Fino alla morte.
«Perdonami, Aiolia. Ma a volte anche le dee hanno quattordici anni», disse con un sorriso che non coinvolse lo sguardo. E Aiolia se ne accorse. «Hai ragione tu. È meglio tornare al Santuario. Lì, il nemico non potrà infiltrarsi. E non metterò in pericolo nessun altro. »
È troppo facile, pensò il Leone, preparandosi a quello che Athena avrebbe tirato fuori dal cilindro. Perché l'avrebbe fatto. Ne era sicuro. «Partiremo non appena si sarà rimessa, Athena.»
«Notizie su chi possa essere il nostro nemico?», domandò la ragazza guardando la finestra. Le tende erano tirate, ma uno spiraglio di luce passava attraverso i lembi di velluto scuro.
«Stiamo ancora indagando» Stiamo?, si chiese Saori, ma prima che potesse domandare chi fosse venuto con lui, Aiolia aggiunse: «Mi sono permesso di far dare una strigliata ai Santi di Bronzo.».
Lo supponevo. «Perché? Hanno agito col mio permesso!»
«L'hanno lasciata sola», disse Aiolia. Come se stesse spiegando ad una bambina cocciuta che il sole si chiama così e non asfodelio. «Se non fossimo arrivati in tempo…»
Aiolia non terminò la frase, lasciando che i sottintesi galleggiassero a mezz'aria. Il sole aveva scacciato gli incubi e i brutti sogni, ma quella quiete non sarebbe durata per sempre.
«Ti prego, Aiolia, non essere troppo duro con quei ragazzi; mi sento così responsabile nei loro confronti.»
«Milady, sono dei Santi», le ricordò. E se sapesse quanta fatica ci è costato impedire a Tatsumi di strozzarli…
«No, Aiolia, non è questo. Ho un debito di gratitudine eterno verso quei ragazzi...»
«Non capisco», disse lui inginocchiandosi ai piedi del letto.
«Sai che tuo fratello Aiolos mi affidò al vecchio Mitsumasa Kido in punto di morte?»
«Sì, milady, ma questo cosa c'entra?», chiese il Leone.
«Mitsumasa Kido era che il padre naturale di quei ragazzi. Non esitò a sacrificare i propri figli pur di creare dei Santi che difendessero me.»
«Per questo erano così affiatati», commentò ad alta voce Aiolia. Il suo sguardo incrociò quello di Saori, che attendeva una risposta alla domanda lasciata in sospeso.
«Dea Athena vorrei ricordarle che la sofferenza è legata a doppio filo alla vita di noi Santi», aggiunse il Leone, lo sguardo profondo negli occhi di Saori. «Purtroppo, la sofferenza è una zavorra da cui è impossibile staccarsi. Questo vale per me, come per Milo, Shaka, Mu, così come per tutti i Santi che servono la propria Dea. Dai tempi del Mito. E i Santi di Bronzo non fanno eccezione. Sanno cosa significa essere dei guerrieri devoti ad Athena, lo avevano solo dimenticato.»
Saori lo fissò preoccupata.
«Stia tranquilla, avevano bisogno che il loro orgoglio guerriero riaffiorasse in superficie», la tranquillizzò con un sorriso.
«Capisco... Spero tu non abbia esagerato.»
«Non si preoccupi, milady. Se ne è occupato Milo.» Io sarei stato molto più severo. «Seiya, Shun e Shiryu andavano un po' strapazzati, mentre Ikki e gli altri andavano solo riportati al presente», continuò il ragazzo.
«E Hyoga?», chiese Athena, mentre sentiva una punta d'ansia crescerle nel petto.
Aiolia abbassò lo sguardo e prese tempo, come a voler soppesare le parole; dopo pochi istanti rialzò il capo e incontrando gli occhi di Saori rispose: «Hyoga non c'era, milady».

La secchiata risvegliò Candice mozzandole il respiro e richiamandola dal sonno senza sogni in cui era scivolata da mezzora. L'acqua era ghiacciata. Il suo carceriere gliel'aveva rovesciata sulla testa ciondolante e china sul busto, come se lei fosse tornata a casa molto sporca e avesse bisogno di lavarsi.
Ha messo anche dei cubetti, lo stronzo, si disse alzando un occhio sulla figura che la sovrastava, una mano sul fianco e il secchio ancora nell'altra. La luce di una lampadina, nuda su di un filo penzolante nel buio, proveniva da dietro la testa dell'uomo. Non vuol farsi riconoscere, pensò Candice. E sorrise. Era ricominciato un nuovo round. Il sesto? Il settimo, se si considerava il veloce scambio di opinioni che avevano avuto fuori città, la notte scorsa. Candice era sicura di aver sentito due uomini parlare, ne era certa, nonostante tutto il suo corpo pulsasse impazzito. Una voce le era parsa più premurosa, l'altra dura come l'acciaio. Ed era quella che era capitata a lei.
Hai vinto un biglietto per Norimberga, Candy cara. Non sei contenta?
Lui doveva essere un tipo testardo. Uno di quelli che non si accontentano di un no come risposta. E anche un po' fissato, a dirla tutta. Le domande erano state sempre le stesse, ogni volta. Negli ultimi tre colloqui si era divertito a cambiare l'ordine, il tono ed il ritmo, ma la sostanza era rimasta la stessa.
«Chi ti manda?»
«Chi sei?»
«Come hai fatto ad introdurti qui?»
Logico. Candice era abituata ad avere a che fare con gli interrogatori. Polsi legati, caviglie intorpidite incatenate alle gambe delle sedie, mozziconi di sigaretta spenti sulla pelle delle braccia. Del collo. Del viso. Per scaldare l'atmosfera.
Lui non si era ancora acceso una sigaretta. Finora. C'era un odore stantio nell'aria. Umido. Qualcosa che prima lei non aveva sentito. Quel bastardo doveva esserci andato giù pesante con quello che le aveva iniettato sotto pelle. A pensarci bene, le era rimasto poco dei suoi cinque sensi: tatto – la pelle d'oca che le increspava il corpo, i capelli fradici e gocciolanti – il gusto – il sapore metallico del sangue e qualcosa di amaro, come una boccata di fiele – e udito. La vista era appannata, come se stesse osservando qualcosa da sotto il pelo dell'acqua. E ora stava tornando l'olfatto.
Sentì il tizio posare il secchio a terra, prendere una sedia, accomodarvisi a cavalcioni e mordere qualcosa. L'odore zuccherino le rivelò che si trattava di una mela, e a Candice venne fame. L'uomo masticò con lentezza il boccone, poi stappò una bottiglia, bevve un sorso generoso di vino, a giudicare dall'odore fruttato, e si concesse un «Ah» di soddisfazione.
«1973. Ottima annata, sai?», le disse.
Candice intuì che stava cambiando strategia. Adesso si divertiva ad impersonare il poliziotto buono. Non gliene offrì un sorso, né gliene promise un bicchiere, in cambio di informazioni. Tappò la bottiglia, la posò a terra, accanto a sé, e tornò a fissarla.
Candice socchiuse gli occhi. Quella maledetta lampadina le feriva la vista, ancora debole e un po' appannata, impedendole di mettere a fuoco il suo nemico. Sapeva che era alto. Che era forte e massiccio. E aveva i capelli lunghi, ammesso che quelli fossero capelli e non un collo di pelliccia. E il suo accento era liquido, come se le parole nella sua bocca danzassero sulla lingua e sul palato. Lei si chiese a che gioco potesse mai giocare quel tizio. Volevano informazioni, questo era ovvio, o l'avrebbero uccisa all'istante, ma niente e nessuno le avrebbe garantito una via d'uscita dalla porta sul retro, sana e salva e sulle sue gambe. Anzi.
«Voglio solo sapere chi ti manda. Chi ti ha incaricato di rapire… Saori Kido», disse l'uomo, mentre la sedia sotto di lui scricchiolava in modo preoccupante. «Poi potrai andartene dove più ti aggraderà.»
Aggraderà?, pensò Candice. In un altro momento avrebbe inarcato un sopracciglio, come faceva quel vulcaniano alto e magro che guardava in tv quando era bambina; adesso si limitò a ridere, anche se quello che uscì dalle sue labbra fu una specie di rantolo scomposto.
«Mi prendi per un'ingenua?», chiese con la testa rivolta al pavimento. C'era del mattonato, con della polvere sopra. «Sappiamo tutti e due come finirà questa storia.» Con un paio di scarpette di cemento per la sottoscritta, pensò.
«Davvero? E allora dimmi, come finirà? Perché io non ne ho la più pallida idea.»
La replica dell'uomo gli era arrivata pacata, calma e sinceramente incuriosita.
Candice sospirò. E va bene, tesoro. Vengo a vedere il tuo gioco.
«Io non posso dirti il nome del mio committente. E tu non puoi lasciarmi andare via senza, giusto?»
«Giusto.»
«Siamo in una situazione di stallo, amico. Perché a me non conviene parlare.»
«E perché mai?», domandò lui, arretrando sulla sedia per osservarla meglio.
«Questioni professionali», ribatté lei. «Se si spargesse la voce che io canto con facilità, avrei finito di lavorare. Sarei inaffidabile. E chi affiderebbe un lavoro delicato ad una persona inaffidabile?»
«Nessuno», concesse lui.
«Esatto. Senza contare che il mio committente potrebbe non gradire la cosa. E potrebbe volere risolvere la questione a modo suo.» Candice prese fiato. La sete le stava arrochendo la gola, ma mai e poi mai avrebbe implorato per avere da bere. «Come vedi, a me non conviene parlare. Conviene stare zitta.»
L'uomo tacque. Ragionò per qualche minuto sulle ultime parole dette da Candice e poi ribatté:«Io credo che la tua carriera sia già bruciata. Perché non penso che il tuo committente ti crederà se e quando gli dirai che ti abbiamo lasciato andare via, libera come un cardellino.»
Questa volta fu Candice a tacere. Alzò la testa, scoccando al suo carceriere uno sguardo di fuoco, qualcosa che gli facesse capire che, se ne fosse stata in grado, gli avrebbe cavato gli occhi molto, molto volentieri.
«Quindi?», ringhiò. «Io canto, voi mi lasciate andare e poi?»
«Poi sono fatti tuoi.» Candice non credette alle sue orecchie. Quel tizio pensava davvero che avrebbe accettato, che avrebbe creduto a questa promessa cui non avrebbe abboccato neppure un bambino? «La tua vita non mi riguarda. Puoi anche farti suora, per quel che me ne importa. Tu stai lontana da Saori Kido e andremo tutti d'accordo. Intesi? E adesso, fuori i nomi.»
Candice rise. Di cuore, di pancia, fino a che la gola non le fece male. Lui le si avvicinò, le alzò il mento di malagrazia verso di sé e le chiese: «Fai fare una risata anche a me, vuoi?».
La sua presa era forte, decisa. Come un paio di tenaglie.
Candice ricordò che quando era poco più che una bambina suo fratello Sousuke giocava a stuzzicare i granchi dentro le vasche del pescivendolo del quartiere. Fino a quando una granseola non s'era attaccata a quel ditino grassoccio con tutta la forza spaventosa delle sue chele, e suo fratello non aveva iniziato a correre su e giù per il mercato nel tentativo di liberarsi di quel mostro, che se ne restava attaccato alla sua mano con stoica ed indefessa convinzione. Potrebbe spaccarmi la mascella con un solo movimento del polso, pensò Candice smettendo di ridere.
«Vuoi sapere un segreto, tesoro?», gli chiese, stendendo le labbra in un sorriso. «Non li so i nomi…»
«Non sai il nome di chi ti ha assunto?»
«No. Certe cose si fanno con discrezione.»

Ta paidia hrJan edo ajhna thn AJhna se sena.
AIOROS

Ragazzi che siete qui giunti affido a voi Athena.
Aiolos.

Se quell'iscrizione incisa sulle pareti della Nona Casa li aveva rinfrancati durante il massacro che era stata la Battaglia del Santuario, adesso quello stesso manipolo di parole bruciava come se fosse fatto di fuoco. Liquido. Che colava lento, nell'anima. Nel profondo. E ancora più giù. In un colpo solo avevano tradito il Santo del Sagittario – che aveva riposto in loro tutta la propria fiducia ancor prima che nascessero – Saori che aveva sempre creduto in loro – e i loro maestri e amici – che li avevano resi uomini in anni di duri addestramenti e lotte massacranti.
Seiya si era lasciato scivolare a terra come se un pugno ben assestato gli avesse tagliato il respiro. Alzò lo sguardo febbricitante per cercare i suoi compagni, ma scoprì che avevano tutti la sua stessa espressione stralunata.
Geki si teneva ancora la gamba dolorante, il viso contratto in una smorfia.
Shiryu non aveva il coraggio di staccare gli occhi dal pavimento di marmo ai suoi piedi. Ikki era di nuovo alla finestra, nel suo tipico atteggiamento da sbruffone, ma il suo sguardo sembrava preoccupato. Shun, a poca distanza da Geki, non sapeva come aiutare il compagno – l'amico? Il fratello? – mentre Jabu, le braccia conserte fremeva di rabbia.
Ichi e Nachi, la schiena appoggiata alla parete, se ne stavano con le mani sprofondate nelle tasche, l'aria meditabonda e corrucciata. Ban era a capo chino gli occhi rossi. Seiya rimase a specchiarsi sulla superficie che sapeva di cera d'api. La voce di Milo gli rimbombava ancora nelle orecchie.

Avete gettato discredito su voi e sui vostri maestri. Per non parlare di tutti coloro che vi hanno riconosciuto dei Santi, a cominciare da me. A cominciare da Aiolos.

«No… no… no!»
Seiya alzò la testa di scatto, fissò la porta e il suo Cosmo ribollì.
«No, non è così! Anche a costo di morire, ma rimedierò. Rimedierò!», proseguì come in delirio.
«E come ?», gli chiese Shiryu con voce atona. «Come? Spiegalo anche a me se ti riesce.»
«Diciamoglielo! Diciamo a Milo che si sbaglia! Diciamolo a Saori! Noi abbiamo rischiato innumerevoli volte la vita per lei... per Lei... Noi siamo dei Santi!»
«Dirglielo? Tutto qui? È questo il tuo geniale piano?», chiese Jabu.
«Ma…»
«Finiscila! Invece di dire ma, se, forse dimmi qualcosa che abbia senso!» Jabu lo fissò a muso duro.
«Non lo sai come fare, vero? Già, perché forse sai che non stiamo parlando di una sveglia rotta o di un bottone staccato. Forse non te ne sei reso conto, ma abbiamo gettato del fango anche sui nostri maestri.»
«Avanti, Jabu, adesso…»
«Piantala!» Shiryu aveva parlato come se la voce avesse dovuto esplodergli nel petto pur di uscire fuori. «Non hai sentito le parole di Milo? Sei diventato anche sordo?»
La voce, ora flebile e profonda del Dragone fece alzare la testa a Ban come in un cenno d'assenso.
«Noi non abbiamo saputo proteggere colei cui abbiamo giurato di dedicare la nostra vita... Non abbiamo mantenuto una promessa... Siamo solo stati capaci di deludere la fiducia riposta in noi da Saori e dai nostri maestri... Di tutti coloro che hanno creduto in noi...»
«Sì, ma siamo ancora in tempo per rimediare!», ribatté Seiya con un lampo di volontà negli occhi scuri.
«Rimediare? Rimediare! RIMEDIARE?!», tuonò Shiryu. Il Santo di Pegasus ebbe paura dello sguardo dell'amico di tante battaglie: raramente aveva visto quegli occhi assumere un colore così cupo. «Ma ti senti quando parli, o apri la bocca solo per farle prendere aria? Non stiamo parlando di una sveglia che si è rotta o di un bottone staccato, quante volte te lo devo ripetere?!», proseguì il Dragone con un fremito nella voce. Quindi, come sconfitto e demotivato, riabbassò il viso e si pose una mano sugli occhi.
«Ma noi...»
«Noi, cosa? Noi cosa!?»
«Avanti, Shiryu, finché c'è vita… »
«C'è speranza? È questo quello che c'è, Seiya? Ma speranza di cosa? Di cosa?! Ma non te ne rendi conto? Io, l'unico allievo di Libra, lo deludo e getto del disonore sul suo nome. Immagino già quello che staranno dicendo tutti al Santuario… Bell'allievo ha tirato su, il vecchio Doko! Proprio un bel campione! Per non parlare di Shura… si starà rivoltando nella tomba… e dire che mi aveva affidato Excalibur per proteggere Athena… Come posso ripresentarmi davanti ad Athena? Ma che razza di uomo sono, io?! Dimmelo! Che razza di uomo è quello che…»

CIAFF

Shiryu si specchiò sul pavimento, una guancia che bruciava.
«Abbiamo finito di giocare alle donnette isteriche?»
La voce di Ikki gli giunse lontana, ovattata dalla rabbia che sentiva montare dentro di lui.
«Sei impazzito?»
«Fratello…», provò ad inserirsi Shun, ma un'occhiataccia della Fenice lo immobilizzò. Stanne. Fuori, gridarono a lui e agli altri gli occhi di Ikki, due pozze di fuoco azzurro che guizzavano pericolose.
«Alzati… non vedi come ti sei ridotto? Adesso sì che il tuo maestro dovrebbe vergognarsi di te! Alzati!»
«Lascia fuori il mio maestro da questa storia!», ringhiò Shiryu alzandosi.
«Presuntuoso.»
«Come, prego?»
«Hai capito bene: presuntuoso. Presuntuoso. Presuntuoso!», scandì Ikki alzando la voce. «Ma chi ti credi di essere, eh?! Ti è stato appena detto che ti hanno perdonato, checi hanno perdonato e tu? Vuoi che ti ammazzino? Vuoi che ti stacchino la testa e innaffino la tua armatura col tuo sangue per purificarla?»
«Potrebbe essere un'idea…»
«Giudice, Giuria e Carnefice… Tutto in te, vero Shiryu? Oh, tu te ne freghi che. Te ne freghi di aver fatto una cazzata cosmica, ma che Athena ti abbia perdonato, vero? Che Athena si sia dimostrata così benevola, vero? Indossare l'Armatura del tuo maestro ti ha dato alla testa?»
Il diretto di Shiryu partì senza che lui potesse farci nulla, come se fosse un pupazzo caricato a molla. Ikki riuscì appena a scansarsi e a farsi sfiorare dalle nocche del Dragone, serrandogli la mano nella sua.
«Ma bene, allora le abbiamo, le palle! Se è così, invece che star qui a frignare, perché non ci spremiamo le meningi e non troviamo qualcosa da fare, eh?»
«Cosa, fratello?», domandò Shun.
«Chiedere perdono a Saori, ad esempio… Credevo foste voi quelli più avvezzi al cerimoniale, non io. Avanti, andiamo a fare atto di pentimento. È il minimo, dopo quello che è successo…»
Ed uscì dalla stanza, seguito dai suoi fratelli. Quando Seiya richiuse la porta, un grido di donna riecheggiò per i corridoi di Villa Fujimi.

«Non mi piace», e Aiolia non seppe dire se Milo stesse parlando della situazione generale, del riassunto che aveva appena concluso o del mappamondo che faceva bella mostra di sé nella biblioteca, accanto all'imponente libreria di noce carica di volumi. Edizioni preziose. Rilegate in pelle nei toni del verde bottiglia, rosso cremisi e blu notte. Lo Scorpione ebbe un senso di déjà vu, ma sbatté le palpebre e svanì, così com'era apparso. Come nebbia al sole. «Non mi piace davvero.»
«Quindi? Tu che dici conviene fare?», domandò il Leone, per capire a quale delle ipotesi ventilate si stesse riferendo il compagno. Sempre che, nella testa di Milo, non si stesse alludendo ad una nuova, imprevista variabile.
«Tornare al Santuario. E tornarci subito.» Lo Scorpione fece vagare lo sguardo sul mappamondo, gli occhi azzurri incatenati ai confini geografici riportati con estrema precisione. «E cercare di capirci qualcosa, una volta arrivati. Ma lì. In casa nostra. Non qui.»
«Non ti fidi, eh?»
«Perché? Tu lo faresti?», ribatté.
«No.»
«Appunto.» Stavolta i suoi occhi cercarono la grande macchia ocra della Cina. Il Maestro è in meditazione. Ma tu guarda il caso, ma tu guarda le coincidenze! «Voglio controllare i registri del Sacerdote. Quelli di Sion. Perché dubito che Saga abbia lasciato scritto qualcosa.»
«Non lo escluderei», disse Aiolia, e Milo si voltò. Finalmente, pensò il Leone. «Potrebbe aver pensato ad una sorta di giustificazione del proprio operato. O magari, la sua parte benevola, potrebbe aver scritto qualcosa a riguardo. Per i posteri.»
«Ci sono troppi condizionali per i miei gusti.» Milo si allontanò dalla parete e si avvicinò alla finestra. Le tende erano tirate e la luce del sole filtrava attraverso uno spiraglio che lo Scorpione provvide ad eliminare con un gesto deciso del polso. «E poi, c'è un'altra faccenda che non mi piace.»
«Quale? Che fine abbia fatto il Cigno?»
«Sì. E no», rispose.
Hyoga non si era ancora presentato. Tutti i Bronze Saint erano andati a rifugiarsi in luoghi cancellati dalle rotte umane, sì, ma Hyoga e Shiryu erano allo stesso tempo i più vicini a Tokyo. E come mai, allora, il Dragone era arrivato subito, e il Cigno no? E come mai Seiya era arrivato dall'altra parte dell'Eurasia, e lui no?
«Almeno, non alludevo a questo.»
«E a cosa, allora?»
Milo allargò le braccia in un rumore metallico, come a dire: «Non ci arrivi da te?». E poi lo disse: «Non ci arrivi da te?».
Aiolia aggrottò le sopracciglia. «Stai suggerendo che…»
«Sì. Sto ipotizzando che l'assenza dei ragazzi e il rapimento di Athena siano collegati.»
«Mi sembra palese, non avrebbero mai tentato di rapirla con loro presenti.» O forse sì?, si chiese il Leone.
«Esatto.»
«Ma?» Perché c'era un ma nel ragionamento di Milo. Grosso come l'Ottava Casa, se non di più.
«Ma se la loro improvvisa voglia di libertà non fosse stato un fatto naturale?»
Aiolia si accomodò contro la spalliera del divano. L'armatura cominciava ad essere pesante. Quanto tempo era che non se la toglieva? Un giorno? Due? Tre, si rispose tornando a guardare Milo. Anche a lui doveva pesare il fatto di indossare la propria corazza da più di quarantotto ore. Aveva tutta l'aria di chi ha bisogno di una doccia calda o di qualche ora di buon sonno. O di entrambe le cose.
«Continua.»
«Ho iniziato a pensarci questa mattina, quando abbiamo parlato con… come si chiamava il primo che è arrivato? Ah, sì», e schioccò le dita. «Il Leone Minore. Ban, Ben o quel che è. E la pulce nell'orecchio me l'ha messa proprio lui. Tu una buona memoria, migliore della mia. Cos'è che ha detto di preciso
«Ha detto che erano stanchi. Che volevano godersi la loro gioventù...» Milo lo invitò a proseguire con un cenno della mano. «… dopo tante battaglie
«Esatto, Aiolia! Al momento ero troppo impegnato a non crivellarlo di colpi, ma poi, ripensandoci, mi sono chiesto:quali battaglie?»
Fu allora che sentirono l'urlo.

«Trovato nulla?», chiese Shiryu. Gli altri lo stavano aspettando al punto convenuto, davanti il ritratto del vecchio Kido che accoglieva, burbero e severo, i visitatori nell'atrio della villa. Mancavano Seiya, Ikki, Jabu e Geki.
«Nulla», rispose Andromeda. «Hai visto Ikki?»
Shiryu scosse la testa. «No. Ci siamo separati quasi subito. Seiya? Jabu?»
«Li conosci», disse Nachi con un sorrisetto. «Jabu voleva correre da Saori. Seiya voleva correre da Saori. Era palese. Fremevano.»
«Quei due si punzecchiano in continuazione, ma poi sono più simili di quanto vogliano ammettere», disse Ichi. «Jabu è andato al capezzale di Saori, con Geki.»
«Geki?»
«Ha fatto qualche passo, ma non ce la faceva a camminare. È andato da Athena, a vegliarla. È più utile lì», disse Ichi, le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni e l'aria preoccupata. «Certo che sa essereincisivo, quel Milo.»
«Purtroppo…», commentò il Dragone. «Scommetto che Seiya non ha osato farsi rivedere da Aiolia, giusto?»
Shun annuì. «Almeno fino a quando non avrebbe capito cosa stesse accadendo, ha detto. Ha detto anche che sarebbe andato a fare un altro giro perché questa storia non lo convinceva.»
«Non convince neppure me», commentò Shiryu. Shun diede un cenno d'assenso col capo.
Tacquero, chiedendosi ognuno cosa stesse accadendo. Stavano agendo come Santi, ovvio. E stavano per mettersi in caccia di qualunque cosa rappresentasse un pericolo per Saori. Per Athena. E si sentivano vivi. Dopo tanto, troppo tempo. Come se solo la battaglia ed il pericolo potessero giustificare la loro esistenza. Il loro ruolo nell'ordine naturale delle cose. Non c'era bisogno di parlarne. Ce l'avevano scritto in faccia. Tutti loro, e Shiryu avrebbe potuto scommettere che anche Geki e Jabu stavano provando le stesse emozioni. Come se si fossero risvegliati da un lunghissimo torpore.
Shiryu alzò lo sguardo al secondo piano, dove si trovavano le stanze di Saori. Stava per piovere, uno di quei diluvi dove sembra che il cielo voglia rovesciarti addosso tutta l'acqua dell'universo. Per pulirti. Forse ne hai bisogno. Forse sei sporco. Forse sono i tuoi pensieri ad essere sporchi. E Shiryu si dispiacque di vedere come adesso la vecchia casa del maestro gli apparisse un nido di luce calda e accogliente, un grembo in cui rifugiarsi, mentre fino a ventiquattrore prima era quasi… Quasi una prigione.
«Facciamo un altro giro di ronda?», propose il Dragone. Ma fatti pochi passi, la porta si spalancò, ed entrò Ikki, con un fagotto tra le braccia.
Shun fece un passo avanti, il sorriso sulle labbra che si smorzò alla vista del cadavere che Ikki trasportava. Una giovane donna. Bagnata dalla testa ai piedi, da cui proveniva un forte odore di… Gallina bruciata?
«Fratello?»
«È una lunga storia. E la racconterò una volta sola», disse la Fenice avanzando. «Andiamo a parlare con Milo. E poi con Saori.»

Saint Seiya, ® Masami Kurumada, Toei Animation, 1986. Grafica ® Francine.

Note:
Aggiornamento di Mercoledì, contenti?

Milo si occupa di dare una bella strigliata ai Santi di Bronzo. Perché c'è pure lui, mica solo Aiolia. Eccheddiamine! Diciamo che Aiolia, con la scusa del montare la guardia al capezzale di Athena, lascia tutto sulle spalle di Milo. Il quale lo vedo più propenso a gestire un interrogatorio, di Aiolia. Cioè, Aiolia è l'eroe, il paladino, quello fesso buono, la cui bontà è portata ad esempio. Non ha la stoffa del carceriere. Milo, sì.

Che abbiano davvero ragione loro e che la fregola il desiderio dei Santi di Bronzo di starsene per i fatti propri non fosse così genuino come sembrava?
Chissà...

Appuntamento alla prossima settimana. Intanto, fate i bravi.